Pedagogia digitale

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di Igor Salomone

Per fortuna questo è un problema che non ho, che non ho avuto e che non potrei avere. Però mi chiedo come avrei reagito se mia figlia fosse uno degli studenti del liceo di Piacenza che si è recentemente dichiarato Smartphone free zone.  

Male, probabilmente.

Riassumo per chi non avesse ancora incrociato la news. Nel liceo in questione, i cellulari sono stati messi al bando. Poiché però sarebbe complicato e anche legalmente discutibile ritirare tutti i telefonini a inizio lezione e custodirli in modo precario da qualche parte, il collegio docenti ha pensato bene di utilizzare un sistema già in uso negli Stati Uniti (dai, ma guarda un po’…): ogni singolo cellulare viene messo in una custodia che non può essere aperta e riconsegnato al legittimo proprietario. In pratica, ti tieni il tuo aggeggio ma non puoi usarlo. Geniale.

So che sto per dire cose impopolari. Il clima generale è di tipo normativo-repressivo, quindi saranno in molti a plaudire questa simpatica iniziativa piacentina. Ma la faccenda mi ha infastidito sin dal suo annuncio, quindi salterò le analisi e andrò subito al sodo dei problemi pedagogici connessi con questa strategia.
Vado per punti, tanto per offrire argomentazioni distinte e numerabili.
  1. Il proibizionismo non funziona mai. MAI. Non mi addentro nelle spiegazioni sociopolitiche e storiche di questo dato di fatto, non è di mia competenza. Ma che il proibizionismo non abbia mai funzionato è un fatto. Riproporlo significa non aver imparato nulla dalle esperienze passate. Vietare l’uso di qualcosa qui e ora, produce inevitabilmente l’effetto di intensificarne l’uso da qualche altra parte. Oppure sempre qui e ora ma in forme clandestine. Sai che ci vuole ai ragazzi per portarsi dietro due cellulari…
  2. Ma davvero siamo ancora al buon vecchio sistema di vietare qualcosa a tutti per colpa di qualcuno? E’ questo il messaggio educativo che dovrebbe arrivare a mia figlia? metti che lei sia una di quelle che si è autodisciplinata da tempo, che utilizza il suo iPhone con criterio e senza abusarne. Come pensate si possa sentire nell’essere trattata come i suoi compagni compulsivi, incollati allo schermo h24?
  3. La scuola ha il compito di aiutare i ragazzi a fare crescere il loro rapporto con il mondo così com’è, oppure quello di tenere fuori le parti “cattive” che disturbano? Intendiamoci, anche il secondo è un modello pedagogico conosciuto, e dalle radici piuttosto antiche del resto, però allora bisogna dichiararlo. Spacciare per progressiva e innovativa una scelta che ricalca la buona vecchia pedagogia dell’evitamento, non è corretto. Se l’idea è che la scuola deve essere un posto bonificato dal quale i mali del mondo dovrebbero essere esclusi, basta dirlo. Almeno potrei portare mia figlia da qualche altra parte.
  4. Siamo tutti abituati ormai a muoverci ovunque con lo smartphone in tasca. O in mano. Dovrebbe essere ormai chiaro che l’era del “telefonino” è finita da un bel po’. Quello che oggi ci accompagna fedelmente è un terminale collegato alla Rete che ci connette con il mondo. Che senso ha vietare agli studenti di restare collegati con il mondo, mentre fanno scuola? Qual è il messaggio? Che il vero sapere è quello veicolato dai loro insegnanti, mentre tutto il resto è solo svago e svacco al quale facciano il piacere di dedicarsi in altri momenti? Li prepariamo così alla nuova realtà emergente? E perchè mai mia figlia non dovrebbe poter controllare se quello che sta dicendo il professore è corretto? O fornire materiale utile alla lezione in corso? O anche chiedere agli amici qualcosa che l’aiuti a tollerare un momento di noia mortale?
  5. Non credo che avere con sè il cellulare sia un diritto dei ragazzi e delle ragazze, come sosteneva lo psicologo convocato a Uno Mattina per commentare la notizia proveniente dal liceo piacentino (chissà poi perchè insistono a convocare sempre e solo psicologi e affini per commentare fatti di questo tipo, costringendoli poi a lanciarsi spericolatamente in territori educativi con scarsissima competenza). Credo piuttosto che imparare a utilizzare in modo complesso e non banalizzato gli strumenti che abbiamo a disposizione, sia un compito di apprendimento fondamentale per tutti noi. E come tale andrebbe trattato, invece di nascondere lo strumento per evitare il rischio di un cattivo uso o di un abuso.
Quindi, per favore, se mia figlia potesse e se fosse a scuola da voi, fatemi il piacere di tener giù le mani dal suo smartphone. Vivrà un mondo che neanche riusciamo a immaginarci ma del quale vediamo nettamente le avvisaglie. Se proprio dobbiamo evitare qualcosa, proviamo a evitare di farci ridere dietro fra dieci o quindici anni, quando avremo connesso tutto – auto, riscaldamento domestico, frigorifero, zaini, skateboard, roller, vestiti, libri –  il terminale sarà direttamente inserito sotto pelle e lo schermo proiettato a mezz’aria.

Includiamoci per mano

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di Irene Auletta

Ho sempre pensato che la storia dei figli condizioni fortemente il modo di essere genitori e in questi giorni, proprio la ripresa delle scuole, sembra sottolineare quella linea di demarcazione che sovente crea un abisso fra le differenti realtà.

Se da una parte, la ripresa delle esperienze anche nei passaggi fra i vari ordini di scuola sancisce la crescita, il cambiamento e le evoluzioni offerte dalle nuove possibilità, dall’altra la parola inclusione arriva come un macete.

Certo ci sono anche tante esperienze positive e molto ricche che è importante non smettere mai di raccontare e riconoscere, ma purtroppo, forse la maggioranza dei genitori si misura ancora con i mille problemi legati all’inserimento di bambini o ragazzi con disabilità.

Negli anni mi è parso di osservare un cambiamento importante di fronte a disabilità meno complesse che, paradossalmente e in modo assurdo, segna un ulteriore e beffarda differenza anche tra chi vive allo stesso modo una condizione di disabilità. 

Ascoltando commenti di tanti genitori, in questi giorni mi raggiungono sgomento, fatica, frustrazione e rabbia. Chi deve attendere l’arrivo dell’insegnate di sostegno, chi deve rimanere nei paraggi della scuola per prendersi cura del figlio in caso di bisogno, come ad esempio cambiare il pannolino o portarlo in bagno, chi la scuola può guardarla solo da lontano perchè per il proprio figlio, in barba a tutti i diritti allo studio, non c’è posto.

Come direbbe la mia maestra Feldenkrais, non dimentichiamoci di respirare.

Proprio a quei genitori che in questi giorni stanno attraversando strade piene di sassi vorrei dedicare queste mie parole e l’invito a non smettere di respirare. Seguire figli disabili a volte è una bella sorpresa, a volte è difficile, a volte difficilissimo.

Non soccombere alla fatica e al senso di isolamento, reale e culturale, è una sfida quotidiana che negli anni si può imparare a “perfezionare” per non ammalarsi, non inacidirsi e per non escludersi dal mondo. Tra genitori che vivono le medesime esperienze ci si può sostenere, confortare e consolare anche ricordandosi di brindare in occasione delle tante storie positive.

Forse nella scuola il progetto di inclusione ha ancora tanta strada da fare ma, sul fronte dei genitori, ritrovo sovente una grande solidarietà che mi auguro possa aumentare sempre di più medicando la dannosa naturale tendenza al desolato sconforto, figlio di tanta rabbia e dolore, e nutrendo con cura strategie per rivendicare diritti e possibilità di vita migliore.

Sordità oppositiva

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di Irene Auletta

Ne parlavo ieri con una giovane collega e in questi ultimi anni mi ritrovo a farlo spesso, proprio nel tentativo di capire. Valanghe di diagnosi stanno invadendo la scuola. Dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, disturbo oppositivo provocatorio. Sicuramente ce ne sono altri che dimentico ma il piatto mi pare già sufficientemente ricco.

Non entro assolutamente nel merito delle valutazioni fatte dagli specialisti ma, come pedagogista, non posso non interrogare il fenomeno (ormai viste le dimensioni, di questo si parla!) e chiedermi quale contributo posso portare insieme a chi, come me, attraversa luoghi e incontri educativi.

Quando poi alcuni linguaggi e definizioni ricorrono anche in ambienti assai differenti, come ad esempio quelli che riguardano l’area della disabilità, infantile e adulta, il sospetto che ci sia qualcosa da riguardare nell’educazione mi raggiunge in modo abbastanza significativo e pungente.

Per essere ancora più chiara, ho come la sensazione che quello che valutiamo come disturbo possa essere solo un possibile punto di partenza per ripercorrere una strada a ritroso alla ricerca di ciò che lo ha provocato, insomma, farsi una domanda che vada ad osservare ciò che accade in quell’incontro, in quello scambio, in quella relazione.

Stamane, come sovente accade quando sono io ad accompagnarti a prendere il pulmino che passa a prenderti sotto casa, fai resistenza e dici no nell’unico modo in cui puoi farlo, utilizzando il corpo. Ti impunti, resisti e fai forza per tentare di contrastare l’indicazione di andare in quella direzione.

Ma mi trovi preparata e con un atteggiamento che un po’ ti spiazza. Ti ricordi cosa ha detto ieri la nonna quando hai tentato di fare così anche con lei? Ti aspetto amore, perchè non si tirano neppure i ciucci! Sembra che la nonna abbia dato voce ai miei pensieri quando, non di rado, vedo educatori comportarsi esattamente così.

Lo dico con un po’ di enfasi per sdrammatizzare e non pormi in nessun modo in contrasto. Scoppi a ridere mentre l’assistente “sorda” a quello che sta accadendo continua ad invitarti a salire definendoti “bravissima e leggera come una piuma, quando non ti opponi”.

Respiro, respiro, respiro e provo a diventare sorda anch’io. Mentre ci abbracciamo per l’ultima volta ti bisbiglio nell’orecchio i nostri segreti per un’ultima risata di buona giornata.

Siamo proprio sicuri che la creatività che costringe alcune relazioni a interrogarsi, ogni giorno, per sostenere l’amore e l’educazione, non possa diventare esempio, contagio e possibilità per tutte quelle altre situazioni che rischiano di soffocare nella loro stessa definizione di normalità?

Difendere le relazioni

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Laboratorio di Sintesi Educativa

un’idea di Igor Salomone
Approfondisci il tema di questo post seguendo il progetto in progress sulla pagina del sito igorsalomone.it

Leggevo l’altro giorno su Repubblica questo articolo, annunciato con un occhiello sul fondo della prima pagina. Il titolo è un programma: Studenti contro Prof. Così le nostre classi diventano un ring. Inquietante. Apre scenari destinati a mandare in soffitta tutto un genere cinematografico, da La scuola della violenza, con Sidney Poitier a Meri per sempre con Michele Placido, passando per tutti gli epigoni dell’uno e dell’altro. Almeno lì i “prof” non le prendono. L’articolo invece racconta che le prendono, eccome.

Mi chiedono sempre più spesso cosa mai sia “Difesa relazionale”. Quella che vado proponendo ormai da una decina d’anni nelle situazioni più svariate e che d’acchito appare incomprensibile nel nome stesso. Ecco, una difesa relazionale è esattamente ciò di cui ci sarebbe bisogno nelle situazioni raccontate in quell’articolo.

Nella maggior parte dei corsi di difesa personale, insegnano ad affrontare situazioni di pericolo con un obiettivo unico: portare a casa la pelle. Ammesso e non concesso sia possibile obbligare tutti gli insegnanti “a rischio” a un corso di quel tipo, che se ne farebbero? Nessuna delle aggressioni raccontate mette nelle condizioni di doversi salvare la pelle. Un calcio nel sedere, uno schiaffo, delle spinte, degli strattoni, delle ingiurie urlate a un dito dalla faccia, mettono a rischio la tua dignità se le prendi e la tua libertà se le dai. Dunque saper atterrare o mettere fuori combattimento un minore che ti sbeffeggia non serve a nulla, anzi potrebbe essere pericoloso. Cosa serve allora?

Serve innanzitutto avere coscienza delle proprie reazioni di fronte a un atto aggressivo. Ho visto decine di operatori rispondere a un gesto percepito come violento o anche solo invasivo con l’intero repertorio delle cose che non andrebbero fatte. Tipo irrigidirsi, alzare la voce, alzare il corpo, gonfiare il torace, smanacciare cercando di afferrare le braccia del proprio presunto aggressore e simili. Diciamo che un po’ di consapevolezza, non guasterebbe, perchè non è mai dato sapere se un gesto aggressivo è gratuito, oppure se è una risposta al nostro maldestro modo di difenderci.

In secondo luogo serve chiedersi da dove viene ciò che ci sta accadendo quando l’altro ci mette le mani addosso. I problemi non cadono dal cielo, e se un ragazzo arriva a prendere a calci un professore, quell’atto va letto come l’ultimo di una catena di fatti non governati in precedenza. Esistono le violenze “da strada”, come usa dire, perpetrate da sconosciuti in luoghi sconosciuti per motivi sconosciuti. Ma sono casi estremi. Ciò che mostra l’articolo di Zunnino è quello che sappiamo tutti da tempo ma non ci decidiamo ad accettare: chi ci aggredisce nella maggior parte dei casi è una persona conosciuta, con la quale addirittura abbiamo una qualche relazione se non addirittura una reponsabilità di ruolo. Dunque qualsiasi nostra reazione avrà conseguenze su quella relazione in futuro, e non possiamo escludere che l’attacco subito oggi non sia la conseguenza di qualcosa che abbiamo fatto ieri.

In terzo luogo, ma è il fattore probabilmente più importante, la violenza non va considerata come una qualità del nostro aggressore, ma come una condizione generata dal contesto della nostra relazione. I rapporti di potere (come quello tra insegnante e studente), il sovraffollamento dei corpi, la costrizione fisica e la promiscuità prolungata, sono generatori di stress che possono sprigionare aggressività con esiti anche violenti. Occorre dunque fare un intenso lavoro di prevenzione sia lavorando sulla scena educativa per tentare di renderla meno pericolosa, perchè ogni scena educativa è pericolosa e bisogna imparare a vederlo, sia imparando ad ascoltare come il proprio corpo l’attraversa per poterlo mettere in sicurezza relativa.

Ecco, questo è “difesa relazionale”. E riguarda tutti: insegnanti, educatori, operatori sociali, genitori, donne. Non solo quindi per pochi patiti di sport da combattimento disposti a sudare tre quattro volte alla settimana in una palestra per dieci o vent’anni, ma per chiunque viva contesti relazionali intensi nei quali possa prodursi un conflitto che possa sfociare in uno scontro anche violento. 

Nel Laboratorio di Sintesi Educativa, quando ci sarà e avrà avviato le sue attività, sarò felice di accogliere tutte quelle persone per cercare assieme la via di un’autodifesa etica e consapevole. Che miri a difendere la relazione con l’altro, anche quando ci aggredisce. Che abbia in conto la protezione di entrambi. Che sappia creare le condizioni per evitare l’escalation. Che metta in sicurezza i luoghi dell’incontro.

Con l’educazione fra le nuvole

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Su indicazione di un amico feisbucchino, Demetrio Conte, ho seguito con attenzione questa TED conference. Fortunatamente sottotitolata nell’unica lingua che conosco. Adoro le persone che sanno raccontare in quel modo cose così complesse, vale la pena, lo riconosco.
Nel merito gli esperimenti di Sugata Mitra sono davvero affascinanti. E si deve anche essere divertito parecchio.
Tuttavia l’idea di far fare un passo indietro all’insegnamento per organizzare processi di autoapprendimento collaborativo non è affatto nuova. E’ un’idea che precede di decenni l’esplosione del web e della conoscenza depositata in Rete.
Che poi la scuola sia ancora lì con la centralità dei processi di insegnamento e che lo sia in tutto il mondo, è un dato di fatto.
C’è una questione che il discorso di Sugata lascia però in sospeso, una questione in sospeso da decenni: riorganizzare l’insegnamento richiede ripensare le forme dell’insegnamento.
Non basta indicare come potrebbero apprendere per conto loro i bambini. E tutto quello che riesce a dire la conferenza è che chi insegna, a scuola, in famiglia e in ogni luogo, dovrebbe porre domande e poi tirarsi indietro e stupirsi delle risposte.
Sarebbe già una grande rivoluzione se tutti gli insegnanti imparassero a fare ciò, questo è certo. Ma se tutti gli insegnanti dovessero capire di colpo che devono imparare a fare ciò e lo facessero, non avremmo affatto quel mondo di bambini avanti di dieci anni che preconizza Sugata. Perchè il compito educativo si deve nutrire di domande e di stupore, è necessario riscoprire questa verità, ma non può limitarsi a questo.
Le domanda da porsi non è: come facciamo a far sì che chi apprende, apprenda seguendo i propri processi di apprendimento? ma piuttosto: quali sono i compiti di chi educa verso chi appende? Perchè questa funzione si trasforma, ma non viene meno neppure nella prospettiva proposta da Mitra.
Va notato che nella conferenza di Sugata Mitra ci sono tre elementi che fanno da ordito al suo discorso e che rischiano di restare sottortraccia, mettendo in primo piano essenzialmente la capacità esplorativa e creativa dei bambini.

Il primo è che i bambini imparano insieme.
E’ la scoperta collettiva che funziona, non l’onanismo cognitivo. Dunque i bambini devono imparare due cose contemporaneamente: qualcosa sulle conoscenze che stanno indagando e la capacità di farlo assieme. Considerare questi due livelli di conoscenza come equivalenti è un errore madornale. Del resto non è un caso che lo speaker, non a caso un informatico, parli essenzialmente di conoscenze fisiche, chimiche e matematiche. Non si impara a lavorare assieme con quel tipo di conoscenze. Il meno che possa capitare in un processo di apprendimento collaborativo non tutelato, è che qualcuno impari molto e qualcuna altro molto poco e solo di riflesso. Se è vero che i processi cognitivi sono diversi per ognuno, in un gruppo di apprendimento è facile che chi ha più forza, imponga i propri processi di apprendimento agli altri. Sapere e potere vanno sempre di pari passo e pensare che l’arretrare del potere dell’insegnante azzeri la dinamica del potere nell’apprendimento è pia illusione.

Il secondo è l’elemento motivazionale.
Metti un aggeggio strano e affascinante nelle mani di chi non l’aveva mai neppure visto e i bambini iniziano a giocarci. Facile. Ma ci giocano perchè sono interessati ai contenuti offerti, o usano i contenuti offerti per poterci giocare? Chissenefrega, si potrebbe dire. Sino a un certo punto. Perchè se la motivazione fondamentale è l’interesse al gioco è l’enigma costituito dal funzionamento di un oggetto, una volta svelato l’enigma il gioco non è più divertente. Inoltre il processo di apprendimento non può essere spacciato a lungo per un divertimento. Imparare costa fatica, comunque, anche se è divertente e anche se impariamo cose che vogliamo nel modo in cui vogliamo. Dunque è anche questo che i bambini devono imparare, oppure al primo ostacolo e alla prima noia, potrebbero abbandonare il campo.

Il terzo elemento è che i bambini imparano insegnandosi tra loro.
Questo fatto, lungi dal rendere marginale l’insegnamento, non fa che evidenziare come insegnare sia il modo migliore per imparare. Insegnando si impara, e questo dà senso fra l’altro all’apprendimento collaborativo, dunque occorre rafforzare, trasformandola radicalmente, la struttura dell’insegnamento, non ridurla a una sorta di distributore più o meno intelligente di input seguiti da “ohhh” i stupore per quello che poi accade…

Detto questo, possiamo anche buttare a mare la scuola così com’è. Molto di ciò che dice Mitra è corretto sul piano storico. Ma gettar via una struttura pedagogica obsoleta non significa disfarsi dell’educazione fantasticando che i bambini, senza questo vecchio arnese, se la caverebbero meglio da soli.

Gocce di felicità

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gocce di felicitàdi Irene Auletta

Piove. La primavera tarda ad arrivare e anche stamane ci accoglie una giornata uggiosa.

Mentre ci prepariamo per l’avvio della nostra giornata, una serie di imprevisti si pongono sulla nostra via con l’intenzione di farci venire il malumore. Ma noi resistiamo.

Riusciamo a recuperare il ritardo accumulato e scendiamo in anticipo, senza correre. Incrociamo diverse persone del nostro palazzo.

Anche stamane piove, non se ne può più. Questo umido ci sta entrando nelle ossa, ma quando arriveranno le giornate di sole? A guardare fuori dalla finestra viene voglia di rimanere chiusi in casa, altro che andare a lavorare!

Frasi rubate qua è la mentre attendiamo il pulmino che passa tutte le mattine per accompagnarti a scuola. Io le ascolto come sottofondo, tu sei altrove e, di certo, di queste affermazioni non te ne importa nulla.

Vuoi passeggiare da sola sotto la pioggia e allora facciamo un patto.

Lo puoi fare a condizione che sopporti il cappuccio, altrimenti devi stare vicino alla mamma sotto l’ombrello.

Accetti e resiti. Tenere in testa qualcosa per te è una vera tortura, ma la voglia di passeggiare sotto la pioggia vince la lotta. Prima il gioco riguarda le mani e le dita, che cercano di afferrare le gocce che ti circondano. Poi, quasi per caso alzi la testa e mentre ridi, una goccia ti finisce sulla lingua e così inizia la seconda parte del gioco e tu cammini con la bocca aperta nel tentativo di far posare nuove gocce sulla lingua. Come sempre ridi, felice della scoperta e della sorpresa curiosa.

Passa una vicina di casa e correndo via ci dice ma come fate ad essere così dì buon umore con questo tempaccio?

Ti guardo e penso che tu sei proprio così, sempre alla ricerca dell’eccezionale e stamane la mia giornata inizia felice, grazie a te.

Lei, non può capire.

Dolori in saldo

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di Irene Auletta

In questi giorni è impossibile non essere raggiunti da video o commenti che richiamano quanto accaduto in una scuola padovana, a seguito dell’intervento della polizia che ha coinvolto un bambino di circa 11 anni. Non è necessario indicare link o post perchè con una semplicissima ricerca si viene immediatamente travolti dall’inondazione che arriva da ogni angolo del web. Ci si perde a leggere articoli di quotidiani, post e commenti ai post. Il riflesso è quello di questo momento storico che, tra l’alternarsi di toni moderati e infiammati, fa emergere senza pietà un modo di comunicare fatto di insulti, accuse, punti esclamativi che si rincorrono con toni tronfi.

Non voglio entrare nel merito della questione specifica perchè, anche come addetta ai lavori, so bene quanto sono delicate alcune questioni e quanta complessità c’è dietro alla banalità di tante comunicazioni un po’ pret-a-porter.

Mi preme invece non farmi travolgere da queste modalità di dire, informare, comunicare e non solo perchè mi trovano in disaccordo, ma perchè mi portano a chiedermi in modo ricorrente cosa passano e trasmettono insieme ai contenuti stessi. Quanta tensione, aggressività, sfiducia nelle istituzioni e nei confronti delle persone che ne fanno parte.

Mi piacerebbe che si potesse discernere ciò che può far scattare un video da ciò che invece è possibile dire, commentare, conoscendo realmente una situazione e lo svolgersi degli eventi.

Detto questo, non credo ci si debba tirare indietro rispetto all’esprimere una sensazione o un pensiero di errore o di ingiustizia, ma da qui a generalizzare e armarsi di bandiere e slogan accusatori, ce ne passa.

Il guaio è che in tutto questo modo di trattare le vicende, soprattutto quelle così gravi, si finisce con il perdere di vista proprio quello che si dichiara di voler proteggere. Indubbiamente dietro tante storie c’è tanto dolore che faticando ad esprimersi si manifesta solo attraverso le forme del conflitto, della rabbia e dell’aggressività. Fermarsi a questo primo sguardo superficiale e non andare realmente a fondo dei significati, vuol dire non proteggere nessuno e colludere con una cultura che, una volta spenti i riflettori, spegne anche la riflessione intorno a tanti problemi cocenti.

Se realmente ci si vuole preoccupare dei tanti bambini, vittime di molte separazioni conflittuali, bisogna davvero chiedersi, con molta forza, cosa siamo in grado di fare prima che le situazioni esplodano e quanti e quali risorse possiamo pensare di attivare a sostegno di tali situazioni. Bisognerebbe certamente riflettere insieme sulla solitudine che incontrano molte famiglie ma anche sul sostegno costante che ricevono tante altre, con interventi mirati a sostenere sia i bambini che gli adulti che si trovano ad attraversare momenti di grande difficoltà.

Per fortuna, tutto il fango mediatico non copre quello che quotidianamente incontro e non offusca il lavoro, serio e rigoroso di tante persone. Se almeno si parlasse un pochino anche di quello che funziona, degli interventi riusciti, degli aiuti che si riescono ad offrire e dei tanti bambini e adulti che vengono accompagnati con successo in faticosi e complessi percorsi di vita.

Ecco, se si parlasse anche di questi, lo spirito critico di tutti noi potrebbe davvero aspirare a qualcosina di più.

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