Viaggiando pensieri

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di Irene Auletta

I nostri viaggi in auto sono da anni uno spazio sacro che ci permette di attraversare alcuni momenti vivendo una quieta tregua. Da quando poi sei diventata abbastanza grande per viaggiare seduta al mio fianco, mi godo quasi sempre pause di pace serena, osservandoti.

Quando eri piccola, molto spesso ero travolta dall’esigenza di riempire il vuoto del tuo silenzio, soffocando con le mie parole vuote e inutili tutto l’indicibile che stavo attraversando. Poi, pian piano, e’ arrivato l’ordine a sistemare i pensieri e i battiti del cuore e da allora il tuo silenzio e’ diventato uno dei momenti più pieni e intensi del nostro stare insieme. 

Ti guardo seduta al mio fianco mentre guido tranquilla in una città quasi deserta per le festività natalizie. La musica ci accompagna dolcemente a sostegno di quegli sguardi pieni che ci scambiamo ogni tanto. 

In realtà io cerco di ascoltare il più possibile il racconto dei tuoi occhi e provo a immaginare cosa ti arriva oltre, nella mente e nelle emozioni. Mondi imperscrutabili a cui ormai mi sono completamente arresa.

Eppure, in questa bolla c’è tanta energia e io stessa, come te, ci metto un po’ a decidermi di lasciare quel luogo sicuro per gettarmi nel mondo. 

E così tu, per farmi sentire proprio intensamente il rifiuto di quell’idea di gettarsi oltre, fai di tutto per rendere complicato il passaggio successivo. Non vuoi scendere, poi non vuoi salire in ascensore, non vuoi togliere il capotto. Non, non, non, moltiplicato parecchie volte. Anche per te e’ difficile vero amore?

Inutile ripetere (ma forse no, continuerò fino alla nausea!) che ripenso a queste scene ogni volta che sento alcuni operatori che lavorano con persone disabili parlare di comportamenti testardi, oppositivi, poco collaboranti. E via di questo passo in una fiera di banalità a cui, per fortuna, non mi sono ancora arresa, forte anche dell’incontro con tanti altri operatori sensibili, competenti e attenti.

La povertà dell’altro sovente riflette la povertà degli sguardi che incontra e ahimè ancora oggi, con la disabilità di strada ne abbiamo da fare parecchia. Ma se lo immaginano questi operatori, il peso di alcuni zaini di vita, le fatiche di ogni giorno, il bisogno di farsi capire da un mondo sordo? E poi, sia chiaro, non parliamo di una fatica o sofferenza di passaggio, che questa appartiene all’umano, ma di una condizione di vita che, a fianco della persona disabile, diventa quella della sua famiglia. Iniziate a moltiplicare per quindici, venticinque, trentacinque, quarant’anni.

Forse, dove non riesce ad arrivare la competenza professionale e il sapere tecnico, potrebbe esserci uno sguardo capace di cercare senza smarrirsi in facili etichette. Io, in tutti i luoghi professionali che attraverso, non perdo l’occasione e la speranza di continuare a nominare altro, quanto meno, fa bene a me.

Con le stampelle dei tanti non alla fine riusciamo a voltare pagina e anche stavolta buttarla in musica e’ un modo per salvarsi. 

E poi Luna, guarda un po’ cosa troviamo ad aspettarci?

Hey, hey, hey, hey, hey 
Proverò a pensarti mentre mi sorridi 
La capacità che hai di rasserenare 
Mi hai insegnato cose che non ho imparato 
Per il gusto di poterle reimparare 
Ogni giorno mentre guardo te che vivi 
E mi meraviglio di come sai stare 
Vera dentro un tempo tutto artificiale 
Nuda tra le maschere di carnevale 
Luce dei miei occhi, sangue nelle arterie 
Selezionatrice delle cose serie 

…….

Privilegiando diritti

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di Irene Auletta

In questi anni mi è capitato spesso di raccogliere i commenti di genitori che, come me, si misurano ogni giorno con fatiche gratuite aggiunte alla condizione del figlio. Il posto per disabili riservato e puntualmente occupato, i posti riservati nei parcheggi pubblici “non visti” da chiunque che, per premura o altre motivazioni, decide che un posteggio vale l’altro, gli insulti da parte di chi viene sollecitato a rispettare un semplice diritto, alcune procedure assurde per chiunque ma insostenibili per chi si trova ad accompagnare una persona con fragilità e via di questo passo in una lista tristemente lunga.

Per contro però, mi piace sempre ricordare anche tutte quelle situazioni dove l’accoglienza e il rispetto sono al primo posto tanto che, oltre al riconoscimento del diritto, ci si sente sovente di dover esprimere gratitudine.

Ecco, per il Nuovo Anno, spero che ogni automobilista possa essere ancora un po’ più attendo a dove parcheggia la sua auto e che, la presenza di una persona con disabilità, insieme allo sguardo inevitabile, attivi anche una maggiore attenzione semplicemente per rispetto della condizione altrui.

Qualche mese fa un giovane uomo stazionato con la sua moto sul nostro parcheggio riservato, di fronte al mio sollecito a spostarsi, dopo avermi liquidato con un gesto che sembrava dire Oh con calma, lasciami finire questa telefonata un momento! ha pensato bene di chiedermi, neppure troppo gentilmente, se il posto era mio nel senso che l’avevo comprato. 

Vero che a volte gli occhi lanciano scintille ma in quell’occasione, per proteggere mia figlia seduta al mio fianco, ho scelto di scendere dalla mia auto e di avvicinarmi al Tizio. Lei sa perchè il comune riconosce con un numero riservato un posto per disabili? Non voglio neppure la sua risposa perché le auguro di non doverlo mai scoprire. Ora si sposti immediatamente perchè se esita ancora solo un secondo chiamo i vigili. Meglio cosi?

Risalire in macchina sorridente rassicurando la paziente passeggera è stato l’inevitabile epilogo. Il maldistomaco invece è un’altra storia.

Speriamo che il Nuovo Anno ci riservi sempre meno queste brutture e aiuti tutti a capire meglio la differenza fra diritto e privilegio. Non a caso molti posti auto per disabili sono accompagnati da un cartello dove compare anche la frase “Se vuoi il mio posto prenditi anche il mio handicap”. Ecco. Parliamone.

Già che ci sono poi voglio esagerare e comprendere nei diritti anche un maggiore rispetto nella comunicazione rivolta a persone con disabilità. Proprio oggi al cinema, nella fila davanti alla mia sono sfilati tre uomini maturi in compagnia di due signore all’apparenza coetanee. Avrebbero potuto essere una compagnia di amici di cui tre con qualche leggera fragilità, forse riconoscibile solo da uno sguardo attento e sensibile per vicinanza.

Poi però succede. Adesso prima di sedervi toglietevi la giacca!

Ma perchè? Perchè il bisogno di dirlo a persone evidentemente in grado di farlo anche senza sollecito. O comunque, perchè non aspettare un momento per osservarne il comportamento prima di rivolgersi a tre uomini diventati immediatamente bambini destinatari di quella comunicazione.

Già, vuoi dire che chiedo troppo? Potete fermarvi un attimo prima di rivolgere la parola a una persona con fragilità. Un attimo solo per aspettare che il rispetto si accomodi nello scambio e vi aiuti a selezionare cosa e come dire?

Io ci spero e ci provo con qualche speranza che ci possa accompagnare nel vicinissimo 2023. Auguro a tutti maggiore attenzione, per voi stessi e per tutti gli sguardi che troverete sulla vostra via. Chissà, magari ci incroceremo.

Buon Anno Nuovo!

Vacanzando

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Scatto di una mattina rubata

di Irene Auletta

Che Dio la benedica, la trovo proprio bene! ci tiene a dirmi, rivolgendosi a te, una signora che ritroviamo da anni nella stessa spiaggia. Mi distoglie dai pensieri per un attimo proprio quando, dopo l’ennesimo e ripetuto minuetto delle nostre giornate mi chiedo cosa penserà chi ci osserva.

Non vuoi scendere dal gradino verso la spiaggia, non vuoi arrivare all’ombrellone, ti dirigi sempre nella direzione contraria alla nostra meta, ti impunti “alla Luna” diventando una cosa sola con la terra, non vuoi entrare in acqua, non vuoi uscire dall’acqua, non vuoi fare passeggiate a riva, non vuoi smettere di farle, e via di questo passo in un elenco che solo a pensarlo sono già cotta.

Ci sono cose che voi umani …. Quanto mi piace questa citazione!

Lei poi, continua la signora, e’ una mamma troppo brava, meglio di una psicologa! Qui trattengo una risata che la signora non capirebbe e potrebbe fraintendere. No mi risparmi signora, vorrei dirle, ma sorrido come gli anni mi hanno insegnato a perfezionare, quasi ad arte.

In fondo liquidando alcuni comportamenti con la banalissima definizione di “oppositiva” si sposta completamente lo sguardo da quella complessità che ti imprigiona tra il desiderio di voler esprimere la tua volontà e la tua assoluta incapacità di farlo.

E’ questo quel dolore sottile che, oltre qualsiasi competenza professionale, rimane sempre lì, in quell’angolo segreto diventando ciò che mi sostiene e attivando la mia comprensione di madre anche quanto l’asticella dell’esasperazione raggiunge livelli di allarme rosso. 

La signora Vanda, immancabile incontro di ogni estate, sembra non poter fare a meno di collegare le nostre storie di madri, condividendo sempre la sua commozione per la perdita di suo figlio, ormai molti anni fa. A noi che ci hanno spezzato il cuore non ci può fare più paura niente, vero tesoro? mi dice con affetto.

Mi cullo nei suoi oggi malinconici e nostalgici e trovo lì una rinnovata forza a volte difficile da acciuffare.

Le nostre vacanze assumono sempre una veste atipica, come del resto lo è la nostra vita, e trovarci un senso quieto, di serenità e bellezza, è una scommessa sempre aperta.

Al nostro rientro a casa le immagini scattate riescono ad alleggerire le tante fatiche che ci hanno accompagnato e allora le trattengo forti nel cuore, per resistere alle tempeste e non dimenticare mai che ogni alba può riservare sorprese.

Tra cielo e terra

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tra cielo e terra

di Irene Auletta

Perchè scrivi così poco del Dopo di Noi? Già, chissà perchè?

Negli anni mi sono venute in soccorso diverse risposte possibili tra cui, la figlia ancora piccola che posticipava in avanti il pensiero, il momento particolare già pieno di troppo altro, un’idea che stava ancora maturando. E via di questo passo

Poi oggi la domanda è tornata e non ho potuto più nascondermi. 

Eppure di questo tema ne parlo spesso nei contesti che attraverso per lavoro, sia con gli operatori che con i genitori, ci credo con forza e da anni sostengo il valore delle autonomie possibili e delle esperienze al di fuori del contesto familiare.

E allora perchè?

Nel dialogo fra me e me, devo riconoscere che il mio sguardo professionale non sempre è allineato con quello di madre e forse la risposta sta proprio qui. Incontro tanti operatori impegnati nei servizi rivolti alle persone con disabilità e oltre loro intravedo le culture ancora oggi presenti.

Ecco, la risposta è proprio lì.

Non sono pronta a lasciarti nelle mani di questa cultura che orienta pensieri, gesti, linguaggi, intenzioni. Non sono ancora pronta a immaginarti oltre me e dopo di me e più il tempo passa, più sento vicina l’esigenza di iniziare a pensarci sempre più seriamente. 

Mi accorgo che negli ultimi vent’anni, con il mio piccolo contributo, ho cercato di nutrire una cultura della disabilità che si avvicinasse un po’ di più al mio desiderio o forse anche solo alla mia speranza. Per te e per tante persone come.

Qualche giorno fa, di fronte ad una nuova esperienza, mi sono misurata con la rinnovata commozione di vederti andare con perfette sconosciute. Cosa riesci a rappresentarti di quello che sta accadendo, oltre le mie parole? Chi sono queste tizie e cosa dovrai fare con loro? 

Vai sei una ragazza e non hai bisogno che la mamma ti accompagni, ti aspetto nello spogliatoio! E come sempre lo dico a te e lo dico a me, mentre mi rimangono incollati nella mente i tuoi occhi che, andando, si girano come a chiedere conferma.

Dacci tempo vita e io, figlia mia, ti prometto che continuerò ostinatamente a provarci. Nel frattempo intorno a te continuiamo a far crescere possibilità per la giovane donna che sei diventata nella speranza che le costellazioni e le contingenze, in cielo e in terra, non smettano di cercarsi, facendo scoccare nuove sorprese.

A noi il compito di prenderci cura dell’attesa.

Pulsioni di vita

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di Irene Auletta

Ha proprio ragione tuo padre quando commenta che il bello dei nostri video, di cui abbiamo una ricca raccolta, è che riprendono solo i momenti sereni e, riguardandoli, le pesantezze del momento sembrano lontane e offuscate. A te piacciono in particolare forse perchè, più delle fotografie, sono un tuo modo per raccontare le nostre esperienze e, attraverso la visione, trattenerle in una possibile memoria.

Stasera ci imbattiamo in uno dei pochi dove si intravedono le ombre quasi a riflesso di quelle che stiamo attraversano in questi giorni e proprio riguardandoli mi accorgo che, in realtà, la nostra normalità è davvero una continua alternanza tra quiete e turbolenze. Arrendersi al fatto che nella nostra vita i momenti di benessere totale sono da sempre solo delle brevi pause, intervallate da questioni più o meno serie, è una delle cose più difficili da digerire.

Probabilmente non è così per tutte le persone che si misurano con forme di disabilità ma di sicuro nella storia con te, come in quella di quanti vivono esperienze analoghe, salute e malattia, benessere o disagio, insieme alla gioia e al dolore, sembrano indissolubilmente intrecciate. Alla fine sembri aver imparato a convivere con piccoli o grandi impicci, fastidi di ordine vario, malesseri più o meno identificati, ma sempre particolarmente presenti al nostro appello. 

La complessità della disabilità, soprattutto quando associata anche a forme di malattie, è proprio quella che non si vede, esattamente come nei nostri video e io passo il tempo a dannarmi per l’ingiustizia di questi fardelli,  vivendo al tempo stesso una gioia smisurata in ogni piccola pausa di tregua. 

Chi ha figli sani può permettersi di brontolare per un influenza, una malattia dell’età o piccoli imprevisti di salute. Noi dobbiamo continuare a nutrire quel misto di speranza e pazienza che ci trovi sempre pronti a non perdere l’attimo e per tutto il resto …. 

Guarda Luna ti ricordi quanto abbiamo riso imitando le farfalle con un foulard di mamma? E lì, che quando abbiamo fatto quella gita, avevi lo stesso fastidio di adesso? 

Purtroppo ti era appena passato da pochi giorni e ora ci siamo di nuovo in pieno. Di fronte alla mia impotente rabbia provo a respirare e penso alla lezione Feldenkrais di ieri sera, alla ricerca di una quiete attraverso una particolare pulsazione della mano. Te la racconto mentre provo a guidarti nello stesso movimento. 

Dopo poco, pulsiamo insieme con un unico ritmo. Passerà, passerà, passerà.

Cortesie belle

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LUna c cortesie belle

di Irene Auletta

In una sala d’attesa, di un luogo non molto piacevole, ci misuriamo con un tempo vuoto che ci consenta di stare nei tempi lunghi richiesti da alcune procedure burocratiche. Difficile da comprendere, forse, per chi non si confronta mai con taluni problemi. Con te non posso fare quasi nulla che non sia, appunto, stare con te. Al supermercato scappi di continuo tra le varie corsie, nei negozi tocchi tutto, negli uffici pubblici …. Insomma, tutto si concentra in tua assenza ma a volte l’urgenza urge!

Luogo angusto questa sala d’attesa. Insieme a noi un ragazzo perso nell’ascolto dei suoi auricolari e un anziano signore, alle prese con la lettura di un quotidiano, che ci sorride salutandoci appena entriamo. Con la tua abituale velocità ti dirigi verso un giornale posato al suo fianco e prima che io intervenga, il signore mi precede.

Le dispiace se faccio un regalo a questa signorina? dice indicandomi la rivista evidentemente di sua proprietà. Grazie, accettiamo volentieri ma devo avvisarla che le pagine verranno facilmente strappate. Il bello dei regali, replica il distinto signore, è che ognuno può farne ciò che vuole.

Ringrazio e apprezzo la gentilezza non invadente che accogliamo sempre volentieri e ricambiamo con i nostri sorrisi sinceri.

In giorni e tempi in cui pare di assistere a gare di “bicchieri mezzo vuoti” e alla mostra delle parti più spiacevoli dell’umano, il bello deve ritrovare la forza di mettersi in mostra sul palcoscenico delle relazioni e degli incontri.

Questo signore non lo saprà mai ma in una giornata un po’ cupa, insieme alla rivista, ci ha donato un respiro di speranza e fiducia.

Cuori vicini

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Ciao Davidedi Irene Auletta

“Rovigo, nonno uccide il nipote di cinque anni e si suicida. Il piccolo soffriva di una malattia rara.”

Abituati alle notizie che ci passano attraverso questa, per chissà quante persone, è una tra le tante. Per me e per un ristretto gruppo di persone, no. Forse perchè quel bambino aveva la medesima sindrome genetica dei nostri figli, forse perchè con il padre e la madre era nato un contatto, per molti solo via facebook, di quelli che anche a distanza ispirano fiducia e simpatia. Forse perchè ci sono notizie che vanno a toccare corde che neppure osiamo pensare, figuriamoci nominare.

Io, ho subito sentito forte l’eco del dolore di quella famiglia spezzata, di quel genitore che in un solo momento ha perso padre e figlio e di quelle domande che forse non troveranno mai una risposta.

Magari si è trattato di un incidente, dico al padre di mia figlia. La mia mente, il mio cuore e la mia pancia rifiutano quel gesto che mi appare indicibile.

Eppure, proprio quel gesto, urla forte con grande strazio qualcosa che non osiamo mai dire. Di quanto a volte ci sentiamo sfiniti, senza forze, dubbiosi sulle nostre capacità di portare avanti quello che la vita ci ha riservato. Il grido di quel sentimento che tante volte risuona solo nelle nostre teste silenziose ma che riconosciamo bene negli occhi di chi, come noi, ne ha una grande confidenza.

Si chiama disperazione, la speranza smarrita.

Si sarà sentito così quel nonno? Avrà pensato a un nobile gesto di liberazione? Oppure si sarà trovato travolto da un bambino impacciato che non è riuscito a trattenere e che ha cercato di soccorrere mentre l’acqua li trascinava lontano?

Certo per quei genitori sarà molto diverso il sentimento che accompagnerà la vicenda, in uno o nell’altro caso. Ma in entrambi immagino un dolore senza respiro che stamane, quasi come uno strano contagio, sembra aver tolto il fiato a tutti quei “genitori amici” che rincorrono pensieri sulla pagina facebook che parla di una storia comune.

E con il cuore che batte a fatica sono qui a chiedermi cosa possiamo imparare da questi gesti o da queste situazioni estreme.

La mia parte più selvaggia vorrebbe gridare che queste sono vere tragedie e non tutte quelle cazzate per cui a volte si sprecano tante energie, inutilmente. La mia anima più quieta, in pace con il dolore che mi accompagna da anni, sente la possibilità di un grande apprendimento.

Forse dobbiamo tutti imparare a dire e a dirci, senza vergogna, di quando ci sentiamo disperati. Smetterla di fare sempre quelli forti che, a volte, si sentono pure fortunati.

Chiudo gli occhi e rimango con questa burrasca emotiva. Chissà che nonno e nipote non lascino, ai loro più cari, nuovi doni in riva al mare.

Cuori lontani

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cuori lontani di Irene Auletta

Nel mio lavoro incontro storie di tutti i colori. Storie che fanno sorridere, che suscitano tenerezza o che trasmettono fatiche e dolori. Queste ultime sono le più complesse da avvicinare perchè il loro calore a volte brucia e la paura di scottarsi è sempre in agguato.

Non voglio stare con queste persone che non conosco, questi non possono essere i miei genitori o perlomeno non lo sono più.

Così Agnes di tredici anni ripete da qualche mese agli operatori sociali che stanno aiutando lei e la sua famiglia a ritrovarsi dopo anni di distanza che hanno portato i genitori in Italia in cerca di lavoro e lei a costruirsi storie di nuovi affetti nel paese di origine. Le separazioni e gli abbandoni lasciano ferite profonde, che fanno male. A volte ci sono tessiture relazionali che riescono a sopravvivere e a inventare nuovi incontri, altre volte sembra che l’unico gusto possibile sia quello amaro delle occasioni perdute per sempre.

Con lui ho chiuso, non ne voglio più sapere. Questo bambino non è più mio figlio e io sono troppo stanca, dopo tutto quello che ho passato in questi ultimi anni.

In alcune circostanze particolarmente gravi o problematiche i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie e chi attiva procedimenti di questo genere quasi sempre pensa di fare la scelta più giusta o forse di scegliere tra il minore dei mali.

Quando le storie tra genitori e figli si interrompono a volte si strappano e non basta nessuna delle potenti magie delle fiabe per recuperare danni crudeli e insanabili.

Figli che non riconoscono più i genitori e genitori che faticano ad accoglierli nell’espressione di una rabbia che urla il dolore di essere stati lasciati.

Anche queste sono storie d’amore e ogni volta come operatore mi richiamo ad avere rispetto e a sospendere quel facile giudizio che scatta quasi spontaneo di fronte ad emozioni insostenibili, come il rifiuto di un figlio da parte di una madre.

I processi di accettazione, di amore, di riconoscimento, accompagnano tante storie di relazioni tra genitori e figli, nelle situazione più svariate. Ogni volta che ne incontro una imparo qualcosa che spero diventi un rinnovato tesoro da investire nella prossima.

Ogni volta mi chiedo se i cuori lontani possono ancora sentirsi e imparare ad ascoltarsi dopo tanto silenzio e spesso, tanta sofferenza.

Una nonna mi racconta che il nipotino di nove anni, quando va a letto, dopo aver spento la luce si rivolge verso il comodino, alla fotografia del nonno scomparso pochi mesi fa dicendo buonanotte nonno!

Ci sono verità che vanno oltre la nostra capacità di comprenderle o trattenerle. Nel saluto di questo bambino c’è la speranza che anche a distanza i cuori possano ancora sentirsi.

Il posto del cuore

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il posto del cuoredi Irene Auletta

Mi piace quando la sera faccio qualche incontro di lavoro un po’ lontano da casa perchè il viaggio di andata e ritorno diventa un momento per pensare a quel momento liberandosi di tutte le urgente, le contingenze e le interferenze accumulate nella giornata.

Ieri sera ero a Lecco a fare una lezione rivolta a volontari che prestano il loro servizio in ospedale. Era il secondo incontro e già nel primo avevo avvertito una partecipazione e un coinvolgimento piacevole e un po’ sorprendenti.

Le riflessioni del mio intervento ruotavano intorno alla relazione di aiuto e ieri sera, in particolare, abbiamo affrontato il delicato tema dell’armonia tra l’empatia e il coinvolgimento emotivo.

E’ facile pensare, tra i tanti stereotipi, che essere professionisti vuol dire essere un po’ freddi e distaccati mentre il volontariato chiama ai primi posti la volontà, la disponibilità e gesti dettati dal cuore. E’ stato importante trattare questo argomento che mi è particolarmente caro, in un luogo che incontra la cura, la malattia e la sofferenza.

Sono arrivata pensando che avremmo parlato di morte e invece lei ci ha parlato per due sere di vita, una bella sorpresa!

Le relazioni di aiuto chiamano tutti noi, professionisti o volontari, a misurarci con le nostre fragilità e con le nostre paure, perchè l’altro bisognoso riflette parti di noi presenti o future.

Quando sono vicina ad un’anziana che magari ha un po’ perso la testa, mi invito ad essere attenta e delicata e penso che fra qualche anno al suo posto potrei esserci io.

Il rapporto con il limite del nostro tempo su questa terra, quella che i filosofi hanno chiamato finitudine, non è tema facile da trattare e oggi attraversiamo un momento storico che guarda, vive e vede solo il presente a negazione del valore del passato e dell’importanza di non perdere di vista l’orizzonte del futuro.

Uno dei partecipanti ha ricordato un insegnamento per lui importante e una domanda che porta sempre con sè, a memoria di un suo maestro. Quando saluti il paziente e torni a casa sei in grado di dire e ricordare il colore dei suoi occhi?

Lo sguardo, inteso come quella capacità di incontro di mondi e l’ascolto, come sospensione delle nostre parole e accoglienza di quelle altrui, chiamano a contatti profondi. Averne paura è sano, parlarne diventa una possibilità per crescere ed imparare qualcosa su di sè e su quell’incontro.

Mi viene da raccontare un’aneddoto che mi ha coinvolto con la mia maestra Feldenkrais a riguardo della posizione delle spalle e della direzione dello sguardo. Quando le spalle sono appesantite si chiudono e lo sguardo è rivolto solo a terra. Quella postura spesso parla di una preoccupazione o di una fatica che la persona porta con sè. Aprire le spalle, aiuta a respirare profondamente e a orientare lo sguardo davanti a noi. La preoccupazione o la fatica rimangono, ma può cambiare il nostro modo di affrontarle.

Racconto che penso spesso a questo insegnamento e che ho imparato che guardando davanti possiamo aprirci alla possibilità e alla speranza, lo sguardo a terra invece, raccoglie solo l’asfalto. Forse abbiamo tutti bisogno di ritrovare forza, fiducia e speranza e stasera le ho trovate proprio lì, in un ospedale, dove ogni giorno passeggiano a braccetto dolori e preoccupazioni.

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