Addio Luchino

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In morte del comandante Maino

“Mi faresti parlare un’oretta con i tuoi?”, mi avevi chiesto una quindicina d’anni fa quando ancora giravi per le scuole a parlar di Resistenza.
“Sto preparando una lezione sull’8 settembre che devo fare nei prossimi giorni, e vorrei provarla”
Ero a Torre degli alberi, la tua reggia di sempre immersa in una collina densa di serenità in tutte le stagioni, e conducevo uno dei tanti seminari per aspiranti consulenti pedagogici che in quegli anni tenevo alla “Costantina”. Proprio a due passi da casa tua.
Ti avevo conosciuto anni prima, poco più che ottantenne, praticamente un giovanotto, appena reduce da una frattura al femore che ti eri procurato cadendo da una moto. L’incidente ti aveva lasciato solo un incedere leggermente zoppicante, per il resto eri attivo e forte come una roccia. Sapevo già del tuo passato partigiano, ma non avevamo ancora avuto occasione di parlarne, anzi, di sentirtene parlare.
Quel giorno mi cogliesti alla sprovvista. I “miei”, come li avevi chiamati, erano reduci da due giornate intense di lavoro seminariale che li aveva occupati anche la sera precedente, quindi chiedergli di occupare un’altra sera mi preoccupava. Temevo non avrebbero retto o che si sarebbero defilati. Del resto nessuno di loro sapeva chi fossi e chi ha voglia di ascoltare, dopo una giornata di duro lavoro, vecchie storie ingiallite dal tempo?
Poi parlasti, e i volti un po’ scettici e un po’ seccati che ti stavano fissando si trasformarono con la stessa rapidità con la quale raccontasti il crollo del tuo mondo all’indomani dell’8 settembre 1943. Stupore, rabbia, commozione, ammirazione, il gruppo era una tavolozza di emozioni che annodava le gole e inumidiva gli occhi. La tua voce salda, profonda, autorevole, le parole dirette, chiare che snocciolavano fatti impensabili eppure accaduti, la tua postura in mezzo a noi e radicata in in un altro mondo, avevano sospeso il tempo. Non avevamo idea di quanti minuti-ore-anni fossero trascorsi, ma quando terminasti ci sentimmo tutti più piccoli, molto più piccoli.
“Secondo voi può andar bene?”, ci chiedesti alla fine. Non ricordo cosa rispondemmo.
Quel giorno ho imparato molto sulla dignità. Sulla dignità che va raccontata e sulla dignità del racconto. Ho anche imparato molto sulla responsabilità che convoca ognuno di noi sempre, anche e sopratutto davanti al tracollo di ogni punto di riferimento, quando non c’è più nessun Re e nessun Dio a cui dar conto delle proprie scelte e rimane solo la tua coscienza. Ho imparato molto, infine, sulla solidarietà capace di oltrepassare le barriere ideologiche, sociali, di lignaggio e che ti spinge a fare il tuo dovere quando hai deciso quale sia il tuo dovere.
Sei stato un Maestro, Luchino e anche se sono ormai molti anni che non ci frequentiamo, mi mancherai. Mi mancherà sapere che un uomo come te è comunque lì da qualche parte a condividere il senso di questo mondo faticoso e difficile. Mi mancherai e farò del mio meglio per raccogliere quel che posso della tua eredità.

Con gratidudine e affetto
Igor

Che abito sei?

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di Irene Auletta

Mi ha sempre affascinato la bella immagine utilizzata dal sociologo canadese Erving Goffman quando afferma che “la vita sociale si divide in palcoscenico (front region) e in retroscena (back region): quando siamo sul palcoscenico dobbiamo fare una performance, in queste situazioni tendiamo ad osservare certe regole e mostriamo un nostro lato diverso”.

Ecco, intendo proprio questo quando parlo di abiti e di ruoli.

Qualche giorno fa ho avuto un bel confronto con Martina Zardini a proposito del mio ultimo post e qualcosa potete leggerlo nei commenti che si siamo scambiate quel giorno stesso. Ciò che scrivevo rispetto alla percezione di trasparenza del mio ruolo di madre, in quella peculiare circostanza, non avrei mai potuto neppure pensarlo se la medesima scena si fosse svolta sul palcoscenico professionale che attraverso ogni giorno, incontrando operatori socioeducativi e genitori.

Ne parlavo proprio di recente in un seminario di formazione e, dopo molti anni,  alcuni interrogativi ritornano ancora puntualmente. Ma per accogliere maggiormente l’altro che è in difficoltà non dovremmo per un po’ toglierci quell’abito professionale? Possiamo essere veramente empatici e accoglienti con il ruolo che ci divide? Se ho fatto tale scelta professione è perché sono questa persona, come faccio a lasciarla fuori dall’incontro di lavoro?

Gli equivoci che si accavallano e affastellano, in relazione a tali tematiche, sono sempre un’importante occasione formativa e non raramente le teorie di Goffman mi vengono in aiuto, soprattutto in questo momento storico caratterizzato da parecchia confusione rispetto a luoghi e confini, ruoli e relazioni, pubblico e privato. Lo smarrimento del senso del limite che oggi mi pare raggiunga forte bambini e ragazzi durante la loro crescita, passa inevitabilmente attraverso quella parte del mondo adulto che oggi osservo, sempre più spesso, in equilibrio precario nel mare in burrasca delle relazioni e della vita stessa.

In un contesto professionale mi pare più che pertinente accogliere le domande e i bisogni altrui in quel nostro incontro orientato proprio da tali richieste ed esigenze. Se lo stesso però accade anche e non occasionalmente, con colleghi a volte quasi sconosciuti e in merito a loro vicende personali, non posso fare a meno di chiedermi cosa ha prodotto la fragilità e l’indebolimento di importanti confini relazionali per me, per l’altro e per il nostro incontro.

Ma la smetti di parlare solo di africani?! Lo racconta un educatore nel corso del seminario, restituendo che anche i suoi amici non ne possono più di sentirlo parlare sempre e solo del suo lavoro e dei suoi problemi nel centro di accoglienza dove opera da diversi anni. Non è facile, è vero.

Noi che facciamo questo lavoro però abbiamo un’importante occasione in più per riprenderci in mano, nella professione e nella vita, il valore del contenimento, del rispetto dei luoghi e della pertinenza dei significati, della preziosità degli spazi di incontro e di quell’ascolto che può essere anche una musica leggera e non sempre un rock urlato nei timpani. Forse, anche questa può essere una possibilità per non rendere l’altro trasparente.

Potremo così riconoscere e condividere che non sempre la travolgente urgenza di dire ha il valore di comunicare e di incontrare gli altri. Come direbbe Angela, la mia insegnante Feldenkrais, mettiamoci comodi nel corpo e nelle relazioni e, senza fretta, prendiamoci tutto il tempo necessario.

Vuoi dire che vedremmo orizzonti nuovi riscoprendo che l’altro esiste veramente?

Nebbia azzurra

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fabio-fiorese__sogno-allo-specchio_g1di Irene Auletta

E’ accaduto qualche giorno fa. Uno di quei momenti che hanno bisogno di tempo per decantare e prendere una forma raccontabile e condivisibile. Alcuni eccessi vanno protetti con grande attenzione e, fino a quando ne hanno bisogno, è bene che rimangano lì, in quel tepore dove pochissimi possono accedere.

In un tempo storico dove tutto sembra troppo ed esagerato, dove insistiamo a parlare di limiti e confini smarrendoli di continuo, dove corriamo come pazzi elaborando il valore della lentezza, arrivi tu a rimettermi “a posto”.

Non è stato un incontro semplice. Tu non puoi raccontarmi cosa è accaduto e io ho rinunciato a fare quelle domande che servono solo a me, destinate a non avere alcuna risposta. Così ti dico solo che ho capito. E’ successo qualcosa che ti ha messo in difficoltà o ti ha disturbato e tu hai bisogno di chiuderti un po’ al mondo lasciandomi spettatrice ad aspettarti.

Mentre siamo in auto dirette in un luogo che si allontana in quel giro che volutamente si allunga per prendere tempo, ogni tanto ti accarezzo la gamba per dirti in silenzio che sono qui, vicino a te. Non faccio nulla per nasconderti la mia tristezza che anzi ti racconto per il dispiacere di non poter capire. Tu chiusa nel tuo mondo e io qui, in quello che ti attende.

Mi hai insegnato, e continui a farlo ogni giorno, a stare in un silenzio pieno di parole, emozioni e sentimenti. Sto imparando a farlo anche in tua assenza e forse è proprio per questo che sovente le ondate di parole mi procurano nausea.

Proprio in questi momenti penso con forza che chi non attraversa situazioni analoghe non può nemmeno immaginare come ci si sente e ogni volta mi ripesco da quell’abisso tentatore per non ricadere nelle banalizzazioni che per prima detesto. Siamo lontane anni luce da tanti mondi che ci circondano e vicinissime ad altri simili al nostro dal quale a volte si possono osservare a distanza le bizzarrie della cosiddetta normalità. Non smetto più di chiedermi se mi passerà mai perché ormai da anni conosco la risposta.

Il tempo passa in quel nostro girovagare per la città avvolte da quella nebbia che come ovatta leggera mi fa sentire quasi al sicuro. Insieme a qualche squarcio di cielo azzurro si aprono pertugi di luce che permettono ai nostri sguardi di incrociarsi di nuovo, piano piano. Le prime luci natalizie fanno il resto.

Ridiamo poco dopo facendo merenda al bar mentre raccogliamo commenti della barista sul piacere di accogliere clienti di buon umore. Ti sorrido e nel cuore ti ringrazio ancora una volta per il nostro patto segreto. Le ombre meritano rispetto.

Silenzi stonati

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bcoro

di Raffaella Dellera

Quando sento parlare di dolore, di drammi e di tragedie non riesco a non pensare, reminiscenza dei miei studi classici, alla funzione del coro nella tragedia greca. Dare voce, nominare l’innominabile che nella tragedia prende forma sulla scena. Del resto l’intero valore della tragedia era quello di rappresentare i massimi drammi con cui la società del tempo pensava fosse un dolore sommo e innominabile confrontarsi. I Greci, si sa, erano avanti.

Il parallelo con quanto vedo accadere ai nostri giorni mi lascia assai perplessa. Nel mondo della velocità e della liquidità, a volte mi sembra che la percezione di fatti tragici, portatori di innominabili dolori, passi attraverso lenti distorte. I fatti che leggo, sento, incontro, spesso senza distinzione semantica alcuna, vengono descritti con toni apocalittici e drammatici, per poi venire rapidamente superati e socialmente dimenticati. A meno che non diventino oggetto di morbose curiosità e allora continuino ad assurgere agli onori della cronaca, senza troppe domande o movimenti empatici nei confronti dei veri protagonisti di quei drammi, che vengono di sfuggita, qualche volta, nominati.

Recentemente mi raggiunge, attraverso echi differenti dai consueti luoghi di informazione, il racconto di un fatto tragico, la morte di un nonno e del suo nipotino disabile. Diverse cose mi colpiscono. Come nelle notizie quotidiane questa venga data di sfuggita, con un’etichetta che già la definisce e la incasella omicidio-suicidio. Come, in canali che più si soffermano sull’accaduto, si arrivi a sfiorare il tentativo di strumentalizzazione chiedendosi “cosa conduce alla disperazione…”. Come, visto che non ci sono più di tanto curiosità da telefilm poliziesco da soddisfare, la notizia nei giorni successivi scompaia.

Se fosse accaduto nel mese di agosto, senza processi illustri, pagine politiche, vertici di capi di stato e inquinamento atmosferico?  mi chiedo. L’eco da cui questo fatto pieno di dolore e disperazione mi è giunto per fortuna è diverso, e continua, insieme ad altre voci, la sua strada di rispetto e delicatezza.

In questi momenti sento il bisogno di fare distinzioni tra le parole, che sempre mi aiutano a capire. E mi dico che dispiacere, sofferenza e dolore non sono la stessa cosa e che, anche il dolore lo penso differente dal Dolore. Penso che alcune scuole di pensiero, che fanno assurgere a lutto e trauma qualsiasi perdita o evento che singolarmente risuoni come tale, a volte non aiutano. Perché tra un fidanzato che ti lascia e un figlio che muore non può non esserci una grande, enorme, abissale differenza. Proprio come tra sofferenza e Dolore.

Nella nostra lingua esistono termini per definire quasi tutto, anche nel vocabolario del dolore. Ma la lingua non ha termine per definire un genitore che perde un figlio. Mi trovo a riflettere spesso su questo e tali pensieri mi aiutano a ridimensionare e riposizionare le cose che accadono, a guardare in modo differente me stessa, gli altri e il mondo.

Sarebbe molto bello se sempre più persone potessero, nelle corse quotidiane, fermarsi un po’ di più a domandarsi se ciò che provano o ciò che incontrano meriti qualche attenzione diversa, anche se non grida forte o non è in prima pagina.

Sarebbe molto bello se ci fossero più spazi per un “coro” capace di essere cassa di risonanza per quello che non si sente e non si vede.

Tempi sordi

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tempi sordidi Irene Auletta

Sempre più spesso mi trovo circondata da domande sospese che mi interrogano rispetto alla difficoltà crescente di accorgersi che nella comunicazione esiste anche qualcun’altro. Commenti inappropriati, dichiarazioni cieche, totali disattenzioni all’interlocutore in una crescente concentrazione verso il proprio discorso.

Ciascuno di noi viene toccato, e a volte ferito, dalla disattenzione altrui e può essere che, dentro lo stesso meccanismo comunicativo, faccia anche lui la medesima cosa senza alcuna consapevolezza e in totale buona fede.

Ma cosa possiamo fare per allertare i sensi e l’attenzione? Come possiamo aiutarci dandoci segnali di allarme che orientino noi stessi e gli altri verso comunicazioni più attente e rispettose? Cosa ci succede nei nostri incontri quotidiani? Parliamo tanto di ascolto e altrettanto se ne scrive ma poi l’impressione è di essere travolti da un’ondata di individualismo sfrenato che forse non risparmia nessuno e che conferma quasi ogni giorno l’urgenza di intraprendere strade differenti.

Liberandomi da atteggiamenti giudicanti e moralisti, vorrei avere a disposizione qualcosa che, come gli occhiali dati in dotazione per assistere a proiezioni cinematografiche in tre dimensioni, offrisse nei vari incontri visioni e prospettive differenti. Qualcosa che segnali l’impertinenza, nelle sue differenti totalità.

Ciao cara …. ti abbraccio!  Allarme giallo. Non ci conosciamo quasi e siamo all’interno di una relazione professionale.

I figli sono una grande gioia e forse la cosa più bella che può capitare. Allarme rosso. Hai di fronte una persona che desidererebbe tanto averne (e tu lo sai!) ma non riesce o non può averne.

Simpatici davvero gli handicappatini! Allarme rosso vermiglio. Te lo ricordi vero che la signora che hai di fronte, amica o collega che sia ha una figlia disabile?

Non vedo proprio l’ora di staccare la spina e andare in vacanza a rilassarmi! Allarme blu cobalto. Stai parlando con qualcuno che ti sta raccontando delle sue fatiche e del fatto che non solo non fa vacanze da anni, ma che ogni giorno si arrabatta per capire come sbarcare il lunario e garantire alla sua famiglia una vita almeno decente?

E, via discorrendo su questa via, ognuno potrebbe sbizzarrirsi a partire da sè e dai propri incontri quotidiani. Educarsi a tacere e a non scivolare nelle ovvietà e nelle banalità, potrebbe essere un’ottima tappa di partenza.

Oggi voglio godermela tutta, curandomi nel silenzio.

Facciamoci un altro film

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conflitto

Ieri ero in trasferta a parlar di conflitti e adolescenti con una trentina di educatori. Oggi su Repubblica leggo Saviano che parla di regole e responsabilità. Categoria interessante che rischia sempre di svanire quando ci si infila nelle questioni educative.

Discutevamo di un evento in fondo banale e quotidiano, forse banale, o banalizzato, perché quotidiano: come si sceglie un film da guardare tutti assieme? Se si é in più di uno é facile che gusti diversi, stati d’animo, screzi in corso, trasformino la scelta di un film in una battaglia campale che alla fine rischia di lasciare sul campo morti e feriti, quale che sia il film che alla fine si riesce a noleggiare. Figurarsi se a scegliere sono otto adolescenti maschi e femmine, tutti ospiti del medesimo servizio.

É qui che intervengono le regole.

In fondo è semplice no? Siete in otto e il film lo scegliete a turno. Così siamo tutti contenti. Oppure, come é più probabile, sarete scontenti sette volte su otto. Però gli educatori potranno illudersi di aver regolato una potenziale fonte di conflitto: basta che si impegnino a fare “rispettare” la regola. Che è anche educativo, dopotutto. No?

Ni. Anche no. Insomma, dipende.

Immaginiamo che tutto fili liscio, sempre. Che nessuno mai si lamenti, che tutti rispettino il turno degli altri, guardando il film che sette volte su otto non hanno scelto, senza lamentarsi e senza defilarsi. In attesa di poter scegliere il proprio. Nel frattempo guardando quel che c’è, anche se non piace, perchè “bisogna accettare le scelte degli altri”. Sarebbe un risultato educativo? probabilmente. Sarebbe un risultato educativo auspicabile? ne dubito. A meno di non voler educare al conformismo, che è pur sempre un’opzione.

Occorre provare a immaginare la realizzazione dei propri sogni, per capire se non siano in realtà incubi.

Poi arriva il ragazzo che non ci sta e fa saltare il banco. A suo modo, naturalmente. Che non è quello di ragionare compitamente sul senso di quella regola e sull’opportunità di modificarla. Altrimenti non sarebbe un adolescente e, sopratutto, non si capirebbe a che serve un educatore. E quel modo mette in crisi l’intero castello normativo, quello che cercava appunto di “normalizzare”, facendo esplodere conflitti latenti di tutti contro tutti.

Quella trentina di educatori che ho incontrato in trasferta ieri, in battuta sostengono che le regole vanno fatte rispettare, e che il ragazzo ribelle deve capirlo. Messi poco dopo nella situazione di dar voce a ognuno dei personaggi presenti sulla scena, esprimono una profondità inaspettata che mette in risalto le ragioni di ognuno. Ragioni vere, legittime e condivisibili. Ma in conflitto tra loro. E ora che si fa? La scoperta della complessità affascina e sgomenta.

Ora forse è più difficile scegliere. Ma almeno è chiaro che la regola precedente serviva a evitare di doverlo fare. E’ chiaro anche che il rispetto lo si deve non a un astratto sistema di regole, ma alle persone coinvolte e alle loro ragioni. E che conta di più assumersi la responsabilità di dire no, non funziona, non sono più d’accordo, non era questo che doveva essere, proviamo in un altro modo, che non un presunto “rispetto delle regole” che soffoca ogni istanza e ogni ragione e che, sopratutto, non permette di imparare nella sulle regole, se non ad adattarsi passivamente o a ribellarsi violentemente.

Gesti gentili

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gesti gentilidi Irene Auletta

Dopo diverse settimane sono tornata alle mie lezioni Feldenkrais. Impegni di lavoro mi hanno portato altrove ma davvero ne ho sentito tanto la mancanza. Il mio corpo è arrivato all’incontro bisognoso di cure e ancora una volta, mi ha ricordato l’importanza di dedicarsi tempo, ascolto e attenzione a contrasto di stili di vita che sovente travolgono.

Stasera in particolare mi colpiscono due cose. Angela, la nostra insegnante, ci invita a fare un movimento chiedendoci di farlo sempre più velocemente ma non in modo frettoloso. Ce lo ripete diverse volte a sottolineare la preziosità e il senso importante di quell’indicazione. Se ci si muove con fretta non si sente mentre la velocità permette un apprendimento nuovo. Non è la prima volte che emerge un contenuto analogo e ogni volta mi raggiunge in modo profondo. Mi sembra bella questa distinzione tra fretta e velocità perchè mi pare spinga ad un ascolto intenso che ho voglia di approfondire. Lo colgo come un suggerimento per la vita e per tutte quelle situazioni in cui non si può essere lenti.

Mentre il lavoro prosegue l’insegnante ci propone di fare un movimento e ci chiede di farlo gentilmente. L’invito a essere gentili verso se stessi mi colpisce sempre molto e mi fa pensare a quante poche volte accade realmente. In fondo se essere gentili è un modo di stare al mondo, farlo passare da sè mi pare un ottimo modo per rivolgerlo anche agli altri e alle nostre relazioni.

La gentilezza, da vocabolario, definisce chi ha o denota delicatezza di sentimenti e modi garbati. Detta così mi aiuta a rinnovare il significato di quel “volersi bene” che spesso mi pare più una moda che un senso condiviso. 

Intrecciare il modo garbato con il sentimento mi fa pensare al rispetto, verso di sè e verso gli altri a cui ci rivolgiamo. In tante relazioni che incrociamo ogni giorno, la strada da percorrere è ancora assai lunga.

Stasera mi voglio prendere cura di me con molta gentilezza per poterlo poi fare anche nei confronti delle persone che più mi sono vicine. Forse essere gentili può assomigliare al sasso che gettato nello stagno disegna tanti cerchi a memoria del gesto del lancio.

Penso alle persone che come me sono chiamate ogni giorno a gesti di cura che si ripetono da anni e che coinvolgono il corpo e l’anima dei propri cari. Penso a quante volte la fatica, il dolore fisico e dello spirito, possono spingere ad essere frettolosi e non veloci, bruschi e non gentili.

Ancora una volta mi porto via un’esperienza del corpo che rinforza pensieri e la convinzione che per prendersi cura è necessario curarsi. Se, come Angela insegna, si riesce a farlo gentilmente si sfiora la perfezione.

 

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