Gli esami talvolta finiscono

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Terminati gli esami della Scuola di Consulenza pedagogica. Praticamente tutti gli elaborati degli allievi si sono concentrati sulla VI e la VII tesi. (per i più volenterosi video VI e VII)

Evidentemente questa storia di “definire” i problemi piace in particolar modo. Sempre meglio che dannarsi a risolverli senza capirci niente. Del resto la nozione di “luogo” l’ha fatta da padrona. Interessante discussione attorno alla specificità dello sguardo esterno, alla difficoltà di vedere i problemi che hai contribuito a creare nel luogo che abiti, ai luoghi educativi convocati dalla Consulenza pedagogica dentro un altro luogo per prendersene cura, ai nuovi luoghi virtuali che creano uno spazio pubblico inaspettato mentre quelli pubblici diventano sempre più sommatorie di spazi privati affiancati l’uno all’altro. Prendo in prestito l’immagine utilizzata da un’allieva per introdurre il suo elaborato. Orecchie dritte, perchè sarà l’icona del prossimo progetto di questo blog…

Stupidità al quadrato

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Di Irene Auletta

Qualche giorno fa, una signora, girando qua e là su Facebook va a curiosare sulla bacheca dell’insegnante di suo figlio e trova commenti spiacevoli su un bambino della classe.

Non sappiamo cosa spinga questa signora e mamma ad avvisare subito la mamma del bambino in questione ma, siccome le battute dell’insegnante sul suo alunno sono davvero pesanti, succede il finimondo.

Un’altra piccola nota di folclore.

Sempre sulla bacheca della stessa insegnante compare uno scambio con una collega della medesima scuola, anche lei insegnante del bambino citato che, non solo non prova a bloccare la cosa avvertendo un gran odore di bruciato, ma rincara la dose aggiungendo una serie di pessime battute.

Per dirla tutta, se non siamo nati ieri, sappiamo bene che a volte tutti noi possiamo fare commenti relativamente a persone, piccoli o grandi, con cui lavoriamo o che incrociamo nella nostra vita professionale. Non ci scandalizziamo.

La cosa grave quindi non è questa, bensì la totale stupidità e ignoranza di questa signora che decide di farlo in piazza, probabilmente senza neppure rendersene conto.

Da una parte, immaginate la reazione di una madre che si trova a leggere commenti poco felici, che riguardano suo figlio, in un luogo pubblico.

Dall’altra provate a pensare a quell’insegnante, alla sua collega, alla dirigente che verrà coinvolta inevitabilmente in questa situazione.

Già sento le battute sull’utilizzo di Facebook  e quindi facciamo molta attenzione a non aggiungere, con i nostri commenti, stupidità a stupidità, altrimenti sarebbe un guaio.

Il problema qui, chiaramente, non riguarda Facebook, ma l’incapacità della persona di discernere luoghi e contesti e, se mi permettete, per un’insegnante, questa non è cosa da poco.

Se ci si vuole scambiare messaggi in via riservata è possibile per chiunque trovare il modo per farlo e quindi, torno a chiedere, cosa ha impedito all’insegnate in questione di pensare prima alle conseguenze pesanti del suo superficiale gesto?

Non so rispondere con esattezza e neppure mi interessa farlo. Temo ci sia parte di verità nell’incapacità, crescente, di interrogare le conseguenze dei propri gesti. 

Chiunque può commettere errori ed è la nostra stessa umanità a non metterci al riparo da questa possibilità, tuttavia abbiamo bisogno di chiederci cosa possiamo imparare da questa storia, perchè sia valsa la pena, almeno in piccola parte, del dolore di quella madre.

Spero che lo stesso valga per questa insegnante e per tutte le sue colleghe e mi auguro che la questione non si risolva solo con una “tirata di orecchie” e con la cancellazione    della propria pagina Facebook.

A proposito di assumersi le proprie responsabilità.

 

Curriculum scholae

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Di Igor Salomone

Ero in prima. Elementare. E ho capito che dovevo starci, mi piacesse o meno. Non potevo sgamarla come all’asilo. Era un impegno all’orizzonte da tempo, ed era arrivato. Inesorabile.

Ero in seconda. E ho fatto l’esame per passare in terza. C’era ancora quell’esame, ne ho un ricordo lontano e vivido. L’ho affrontato con il pennino intinto nell’inchiostro, seduto dietro quel banco con  l’alloggiamento per il calamaio in alto a destra. Quell’esame mi ha insegnato che ci sono gli esami. E che se si vuole passare più avanti, occorre farli.

Ero in terza. Educazione civica. Mi hanno insegnato che c’è la divisione dei poteri e che il diritto di voto è un diritto-dovere. Non c’ho capito nulla. L’ho capito decenni più tardi in realtà, ma se non me l’avessero insegnato in terza elementare, non avrei potuto capirlo neanche dopo.

Ero in quarta. E ho imparato che i brutti voti producono brutte conseguenze. Dunque, ho imparato che le conseguenze sono il risultato di ciò che riesci a ottenere con le tue azioni.

Ero in quinta. E mi sono goduto l’ultimo anno di rendita prima del salto nel buio della Secondaria. Non sapevo neppure si chiamasse così, ma non era più “elementare”.

Ero di nuovo in prima. Media. E ho scoperto che ci sono le “materie”. Non si trattava come prima di fare il compito di matematica e il tema di italiano: si trattava di fare Matematica, si trattava di fare Italiano.

Ero in seconda. Mi hanno insegnato l’Algebra. Ho capito che non capivo. Era la prima volta ed è stato un detestabile ottimo insegnamento.

Ero in terza. E avevo ormai dato fondo a ogni riserva di interesse. Ma mi hanno tenuto per i capelli e licenziato a pedate. Grazie, non avrei retto una bocciatura.

Per la terza volta ero in prima. Liceo però. Ho scoperto che la scuola non era solo il posto dove andavo tutti i giorni. Era anche un posto dove si discuteva perchè andarci tutti i giorni.

Ero in seconda. Non ho imparato nulla. I miei ormoni erano troppo grati all’unica classe mista che io abbia mai frequentato. Però forse ho imparato molte cose, prima o poi riemergeranno

Ero in terza. Ho scoperto la filosofia. Considerato che al Liceo Scientifico, tutte le materie scientifiche mi erano aliene, stavo già costruendomi il futuro.

Ero in quarta. MI hanno insegnato che la Storia non è un susseguirsi di nomi e date, ma un’esperienza di grandi eventi che la trasformano.

Ero in quinta. In una assolata mattina di primavera, un’affollatissima assemblea di studenti e professori decideva che il nostro Liceo, il VII di Milano, da quel momento si sarebbe chiamato “Salvador Allende”. E ho imparato che la scuola è pubblica perchè è di tutti la responsabilità di darle un nome.

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