Premure preziose

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Green summer meadow at sunset full of dandelions . Nature background.

di Irene Auletta

Non ti stancare! Proprio tu che non ti sei mai risparmiata nulla nella vita, in questi ultimi anni me lo ripeti in modo sempre più insistente. Chissà cosa intravedi attraverso quella figlia che ti sfreccia davanti agli occhi muovendosi qua e  là in un modo per te, oggi, troppo veloce?

Solo a guardarti mi fai girare la testa mi hai detto alcune volte mentre altre, il tuo sguardo preoccupato mi segue mentre rincorro la vita. Eppure anche tu non sei stata meno energica e di certo la tua storia non ti ha permesso grandi pause ma forse, dalla prospettiva degli anni, stai assaporando il gusto e il piacere di quella lentezza che conduce dolcemente smettendola di farti sentire spintonata verso l’impetuoso presente.

Ripenso ad una recente conversazione avvenuta in treno con una signora di sicuro più giovane di te e più anziana di me. Quel riconoscersi in una tappa della vita dove l’inevitabile  rallentare permette di gustarsi altri paesaggi. La signora in questione mi racconta dei viaggi che fa per l’Italia diretta a trascorrere qualche giorno con i suoi figli distribuiti in diverse regioni del nord.

Ora finalmente in pensione posso permettermelo e mi gusto il piacere di un riposo fatto di ciò che più mi piace. Incredibile come scambi così banali siano del tutto ignari di ciò che possono attivare nella mente di chi li raccoglie. Forse neppure ci si immagina di quanto le nostre normalità possano essere per altri orizzonti irraggiungibili e paurosi e, con il mio migliore sorriso di circostanza, cerco di cacciare il fondo alla scena tutte le ombre che improvvisamente mi affollano i pensieri.

Accompagnata da quel lento dondolio del treno, continuo a ripensare al tuo invito a proteggersi un poco, a risparmiare energie e a non esagerare sapendo che, mentre lo faccio, sto sicuramente eccedendo in qualcosa. La nostalgia è già pungente come quella malinconia che svela l’inevitabile.

Come si fa a non stancarsi quando la vita ti pone di fronte a certe avventure? Come continuare a prendersi cura di chi ogni giorno reclama bisogni precisi non smettendo di cercare, al tempo stesso, luoghi di riposo e di ricarica con altri che si prendano cura di te?

Ce lo rammentiamo spesso, noi madri impegnate in storie fatte così, il nostro bisogno di non trascurarci che è un richiamo a quella cura di cui noi stesse abbiamo necessità per continuare a stare vicine ai nostri figli.

Non ti stancare! Nessuno dopo di te mi guarderà più allo stesso modo e ancora mentre sei qui, sento già il doloroso vuoto della perdita.

Persa nei vostri sguardi

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persa nei vostri sguardi

di Irene Auletta

Quante volte mi sono ritrovata a guardarti da non molto distante mentre tuo padre prova a orientare il tuo sguardo. Guarda Luna sta arrivando mamma! L’hai vista è proprio lì davanti a te! E tu che cerchi, curiosa e al tempo stessa confusa di fronte a quello scarto tra il desiderio di incrociarmi e gli occhi che non ti permettono ancora di raggiungermi.

Esclusi i problemi di vista, negli anni abbiamo intravisto uno di quegli effetti bizzarri difficili da nominare che bussano tutti lì, alla porta di quei danni neurologici che solo linguaggi molto tecnici sono in grado di dire.

Qualche giorno fa ho proposto a mia madre di accompagnarmi a fare una piccola commissione che la riguardava e per la quale le dico che è importante la sua presenza. Negli ultimi anni appare sempre molto stanca e ciò che una volta le piaceva assai oramai pare abitare un mondo lontano. Per non farla affaticare le propongo di aspettarmi mentre vado a prendere l’auto.

Mamma, mamma, eccomi. Li all’angolo della strada vedo un’anziana signora che si guarda intorno smarrita e con lo sguardo, esattamente come accade anche a te, mi passa oltre senza vedermi. La vedo persa e mi accorgo che anch’io mi sento un po’ come lei. Le vado incontro cercando di sorridere. Mamma ti ho chiamato più volte, non mi hai sentita? Sto diventando proprio vecchia, mi risponde e tante volte mi sento proprio svanita!

Per la prima volta metto insieme le due diverse situazioni che vivo come madre e come figlia. I vostri sguardi che faticano a rintracciarmi, le vostre espressioni confuse, gli occhi che mi attraversano. Sento un pizzico al cuore e stavolta capisco perché. In quella frazione di tempo sono persa anch’io insieme a voi ma in un mondo destinato a non raggiungervi mai.

Mi sento persa nei tuoi occhi di figlia e mi vedo scomparire nei tuoi di madre. A me il compito di riportarmi con i piedi per terra.

Si mamma, forse stai davvero diventando svanita! ti dico provando a sdrammatizzare mentre insieme ridiamo della parola utilizzata che, tuo malgrado, oltre il sorriso di apparenza mi lascia tutto il sapore della tristezza per l’irraggiungibile.

Il ritmo dell’incontro

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tempodi Irene Auletta

Fate il movimento veloce, ma senza fretta. E’ una di quelle indicazioni di Angela, la mia maestra Feldenkrais, che mi piace tantissimo anche se non sono sempre sicura di capire bene cosa voglia dire nelle specifiche situazioni.

Eppure continua a tornare nei miei pensieri di questi giorni, anche in occasione di incontri con genitori di asilo nido, durante i quali mi sono ritrovata sovente a trattare i temi dell’anticipazione a oltranza, dell’eccesso di parole e di spiegazioni nella relazione con i bambini, del bisogno di fare tutto sempre più in fretta e di associare questo “movimento” a una valutazione sempre positiva.

La fretta mi parla, al contrario, di un modo di incontrare la vita scivolando sulla superficie e affrontando i problemi senza darsi il tempo di guardare cosa nasconde la prima e impulsiva interpretazione. Mi piace pensarmi veloce, anche perché la vita a volte lo impone senza possibilità di scampo, ma capace di non perdere di vista quello sguardo profondo che restituisce senso alle cose e alle esperienze.

Quando dico che sono fortunata ad avere una figlia come te, intendo proprio questo. Tu mi costringi a fare corse e ad essere spesso veloce, per bloccarti, per anticiparti, per aiutarti, per accontentarti e per mille altre sfumature della nostra relazione. Ma è altrettanto chiaro che non puoi stare nella fretta, che chiedi sempre di stare profondamente lì, in quell’incontro.

In realtà questa stessa caratteristica vale esattamente per tutte le relazioni genitori e figli, con la sostanziale differenza che, ad un certo punto, la crescita del figlio porta ad una naturale evoluzione della dinamica e alla maggiore possibilità di farsi travolgere dalla fretta.

Tu invece mi fermi, anche fisicamente. Mi tieni, mi tiri, mi abbracci, mi trattieni. E quando alla fine cedo, viviamo momenti di quiete pieni di quella bellezza fatta di noi due sdraiate sul divano a guardarci insieme un film pomeridiano mentre intorno a noi, il caos del rientro veloce si arrende alla nostra scelta.

Tu impari e io imparo.

Diversamente clessidre

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tempo e clessidre di Irene Auletta

Ci prepariamo a qualcosa che sta per accadere e io cerco di usare toni e parole che possano incuriosirti, creando quel clima tipico che attende le sorprese che non possono essere pensate.

Quando il citofono ci richiama sei pronta a scoprire la novità e in ascensore esprimi la tua gioia con quei piccoli saltelli che sono a metà fra una ginnastica e una sorta di ballo. Scruti seria la strada senza scorgere nulla e solo quando intravedi arrivare una piccola macchina elettrica con a bordo tuo padre, realizzi il prossimo gioco pensato tutto per te. Senza alcuna esitazione sali sull’auto emozionata per la prossima avventura che vi vede, te e babbo, accomodati vicinissimi in un abitacolo che pare quello di un’automobile finta.

Mentre partite e vi allontanate sento le tue risate e già mi immagino come sarà difficile, dopo, interrompere quel nuovo gioco tanto gradito.

La scena successiva infatti ci vede lì, tu seduta sul marciapiedi che mi guardi con la minaccia di volertici sdraiare, io che aspetto e i passanti che ci guardano incuriositi da quella situazione che evidentemente stonando, attira l’attenzione. In due occasioni mi raggiungono delicate e gentili frasi. Ha bisogno di un passaggio? Posso darle una mano? Io sorrido solamente accennando un no con la testa, perchè so che in questi casi l’attenzione altrui spesso esalta quel tuo comportamento oppositivo che vanta un’ostentata esibizione di volontà.

Da che ne ho memoria lasciare le cose piacevoli per te è sempre stato un problema ma, di sicuro, crescendo, queste tue reazioni fanno ben comprendere la tentazione o reazione di quei genitori che, pian piano, finiscono con l’eliminare tutte le esperienze che possono far intravedere, anche solo da lontano, situazioni simili da gestire.

La fatica per te e la fatica per noi, porta con sè un retrogusto di rinuncia.

Eppure basta un po’ di tranquillità per accorgersi che è solo questione di tempi differenti perchè dopo circa quindici minuti, che in quella situazione sembrano interminabili, ti convinci ad alzarti e una volta in piedi mi abbracci forte in cerca di consolazione. Il traffico, i passanti e la città ci circondano mentre, ricordandomi di respirare profondamente, ti sussurro all’orecchio che ti capisco perchè lasciare le cose belle è davvero molto difficile.

Puoi scegliere così poco nella tua vita e stavolta sono riuscita a farti scegliere tempi e reazioni senza preoccuparmi troppo di tutto il resto. Strade complesse quelle da intraprendere in situazioni come queste che spesso sono il nostro quotidiano e che non sempre ci trovano pronti a fermarci o almeno a rallentare.

Ogni volta, con pazienza, tu provi a ricordarcelo. Ci vuole tempo per esprimere una volontà senza parole e ce ne vuole altrettanto per ascoltarla, nel rispetto del silenzio.

Amori di alta moda

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Luchino Dal Vermedi Irene Auletta

Siamo stati a far visita ad un grande vecchio. Un signore, un nobile, un uomo centenario che ha attraversato la storia del nostro paese da protagonista e che, alle soglie del suo tramonto, trasmette ancora il fuoco della passione, attraverso i sensi assopiti dall’età.

Mi aspetto di incrociare molti visi familiari di persone che so per certo lo hanno conosciuto narrandone il valore e l’onore dell’incontro. Abbiamo la fortuna di arrivare in un momento buono e di avere il lasciapassare di anni di conoscenza e di stima. Trascorriamo un’ora in compagnia del festeggiato e ci immergiamo in un mondo di storie, ricordi, vite vissute che traspirano da ogni oggetto e da ogni angolo presente nella casa.

Deve tornare per conoscere mia moglie, mi dice, lei è speciale, lei è tutto.

La signora purtroppo è influenzata e non abbiamo modo di incontrarla e salutarla ma lui non perde occasione per nominarla con una leggerezza e amore che trasmettono un’intensità potente.

Mi accoglie e saluta con un baciamano, gesto d’altri tempi fatto con un’eleganza inattesa da parte di un corpo anziano. Qui resistono le storie, gli amori, le passione, il valore dei gesti insieme ai loro inconfondibili significati.

Incrocio un solo viso familiare, di una persona troppo speciale per non essere presente, ma degli altri neppure una traccia lontana.

Contagiati dall’epoca del nulla, del passeggero, del dimenticato in un attimo, del senza radici, forse noi tutti rischiamo di essere trapassati dagli eventi, senza assaporarli fino in fondo e smarrendoli nell’oblio della memoria.

Gli incontri e gli amori speciali hanno un carattere unico e oggi mi hanno fatto sentire una persona molto privilegiata. Per questi, non ho alcun dubbio. Anche a costo di essere fuori moda, non mi piacciono prèt-a-porter.

Le stagioni dello sguardo

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le stagioni dello sguardodi Irene Auletta

Ci si incontra attraverso il passare degli anni, solite battute e frasi di circostanza. Sei sempre uguale, non sei cambiata per nulla! Quando posso, e se riesco, evito di impantanarmi in questi scambi comunicativi che rischiano di trovarmi incapace di mentire e con quell’espressione un po’ ebete che finisco con l’assumere quando non so cosa rispondere.

Ma oggi il dialogo continua mio malgrado e il mio interlocutore sottolinea aspetti della mia forma fisica, peraltro per nulla secca,  quasi a dire che oltre i cinquant’anni ciò che non ti fa invecchiare è la carenza di ciccia. Pensare che ho sempre creduto il contrario e personalmente ho più volte constatato, anche grazie a persone a me molto vicine, che un po’ di rotondità addolcisce quegli inevitabili segni che accompagnano il passare del tempo.

Che poi, a dirla tutta, quel dire non sei cambiata per niente mi raggiunge anche in modo un po’ stonato pensando a ciò che ho attraversato e attraverso nella vita. Ma è evidente che questo scambio rientra nella gamma di quel dirsi superficiale che accompagna gli incontri e che negli anni mi trova sempre più impaziente di andare oltre o anche, altrove.

E’ come se l’estate e con essa i corpi scoperti ed esposti, portassero con sè momenti di confronti e di valutazione che sovente si fermano solo a certe parti del corpo. E così, anch’io mi guardo, mi scruto e provo a dirmi delle differenze. Tra tutti i cambiamenti del mio corpo, che mi pare di accogliere ogni anno con sufficiente serenità, c’è n’è uno che mi coglie spesso impreparata e che sovente rintraccio in uno sguardo sfuggente colto in uno specchio oppure in qualche foto rivelatrice. E’ quello che restituiscono i miei occhi, con o senza trucco, nelle loro profondità.

Gli occhi dei bambini sono inconfondibili, come quelli dei ragazzi, pieni di quella luce che brilla anche attraverso le ombre. E’ la luce della primavera che getta nuove possibilità sui colori che incontra.

Forse gli anni che passano trattengono proprio negli occhi le stagioni della vita e per una come me che adora la primavera e l’estate, lo scarto più grande è proprio ritrovare nei miei, sempre più spesso, i toni e l’atmosfera dell’autunno.

Lasciarsi e ritrovarsi

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lasciarsi e ritrovarsi 1di Irene Auletta

Mi hai accompagnato all’aeroporto e hai voluto per tutto il tempo rimanermi vicino rifiutando con decisione il contatto con Inna, la signora che da molti anni ci e’ vicina.

Mi hai stretto forte la mano ridendo e scrutando ogni particolare di quello strano luogo. Ti ho detto che mi avresti dovuto salutare dopo poco perché dovevo prendere l’aereo e tu, come di tua abitudine, hai mostrato di non ascoltare, facendo “finta di nulla”. La curiosità per quello che ci circonda attira la tua attenzione e ti fa assumere quell’aria attenta ai dettagli e ai particolari che sembra precludere altre possibilità di ascolto.

Inizio a salutarti dicendoti che ci rivedremo il giorno dopo e che verrai a prendermi con il babbo. Tu mi abbracci e poi il tuo sguardo si sposta oltre e interrompi con me qualsiasi tipo di contatto, fisico e visivo.

Non passano molte ore e la scena si ripete, praticamente identica. Solo che stavolta mi aspetti agli arrivi dell’aeroporto, con babbo che ti fa la telecronaca in diretta di tutti i miei movimenti dal momento della partenza, dell’atterraggio e dell’imminente arrivo.

Ti vedo prima che tu possa scorgermi e l’amore mi soffia incontro mentre, con la serietà che ti contraddistingue in alcune situazioni, mi cerchi tra la folla. Appena mi vedi ridi, salti e fai suoni con la voce di saluto e di gioia. Accetti un mio bacio e un breve abbraccio poi, di nuovo, poni tra noi la distanza di sicurezza e ti aggrappi alla mano del tuo babbo.

Quando le emozioni sono così forti bisogna fare una pausa e mettere nel mezzo del tempo che aiuti a ritrovare nuovi equilibri. Negli anni ho imparato a moderare le mie attese e ad aspettarti e forse, ho anche imparato a rispettarti, senza far prevalere il mio desiderio di adulta.

Mentre ero lontana, proprio in occasione dell’impegno che mi ha fatto prendere l’aereo, un padre con una figlia disabile, sapendo di te, mi ha detto che secondo lui il dolore passa quando guardi tua figlia e la smetti di pensare a ciò che avrebbe potuto essere.

Io, sono una madre e può essere che con il dolore stia facendo conti un po’ differenti. So per certo però che i tuoi saluti di questi giorni, non li cambierei con quelli di nessun’altra figlia al mondo.

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