Attese, speranze e germogli

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di Irene Auletta

Ci sono giorni in cui la cura ricorsiva mi soffoca e non appena sulla mia personale bilancia di resistenza si aggiunge qualcosa, mi capita di “dare un po’ di matto”. In questi tempi mi basterebbe anche solo una piuma in aggiunta a rendermi poco tollerante verso qualsiasi richiesta e con questo stato d’animo mi avvio verso casa dei miei genitori per aiutarli a sbrigare alcune faccende che richiedono aiuto.

In auto, mentre andiamo, ti avviso del programma e così quando la nonna ci chiede se ci fermiamo a pranzo subito parte la risposta programmata. Non vogliamo dare impiccio, tu non stai bene da diversi giorni, io ho del lavoro in sospeso  … e via di questo passo. Mi ferma il silenzio e lo sguardo dispiaciuto dei miei genitori che subito mi fa nascere domande nuove. Ma cosa devo fare di così urgente che non possa essere rimandato? Cosa mi sta succedendo in questo periodo? Ma perchè non ci fermiamo Luna, cosa ne dici? 

Subito cambia l’organizzazione e il clima, insieme al sorriso dei miei genitori che già mi ripaga di qualsiasi costo possibile. Mentre trascorro del tempo con loro mi ritrovo a gustarmi quell’essere figlia che mi permettere di mettere un po’ di quiete in alcuni terremoti dell’anima e inizia a farmi intravedere sfumature che troppo spesso rischiano di rimanere sullo sfondo.

La cura, sovente viene riconosciuta solo in ciò che comporta nel suo darsi e, molto più raramente, apre spazio a quanto permette di raccogliere. Lo vivo da anni come madre e proprio ora me lo sto riassaporando come figlia. Travolti dalla vita, l’affanno rischia di prendere il sopravvento e proprio la cura, che chiede pause, tempi lenti e ascolto, può diventare un’inattesa alleata per rinnovati equilibri.

Il pranzo e il pomeriggio mi cullano in questa consapevolezza e qualche giorno dopo mi ritrovo a pensare a quelle parole della cura che, quando riguardano te, figlia mia, mi mandano al manicomio. Accettazione, opposizione, testardaggine, “farlo apposta”, rifiuto, provocazione. Mi fermo perchè mi faccio già male, ogni giorno.

Ieri, in occasione di una giornata aperta in un asilo nido che seguo e conosco da anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi, ancora una volta, sui temi della cura, con educatrici esperte e di grande professionalità. Con loro ho auspicato che nel prossimo futuro possa nascere un confronto, proprio su queste tematiche, con gli educatori che lavorano nell’area della disabilità. Quanto avrebbero da insegnare e da raccontare e forse, potrebbe anche nascere un’interessante e reciproca contaminazione. Chissà!

Di una cosa però sono certa ed è la consapevolezza, sempre più forte e radicata, che la qualità e la cultura della cura fanno davvero un passo avanti ogni volta che gli operatori, ma anche gli stessi genitori, si fermano a riconoscere quanto possono raccogliere, aggiungendo parole e significati nuovi.

Il peso, le fatiche, la complessità, la continua ricerca di nuove strategie non è necessario buttarli nel cestino ma possono essere guardati con un nuovo atteggiamento e soprattutto con la voglia e il desiderio di cercarne, per ciascuno di essi, sfumature di nuove luci che sostengano e indichino la via della ricerca, per nuovi incontri di cura. 

Con questo stato d’animo intravedo la strada lunga che ancora mi aspetta come genitore ma, a fianco ad essa, sento il respiro leggero di nuovi progetti che possono andare, oltre la mia storia personale, a immaginare nuovi futuri possibili. 

La cura li aspetta.

Battiti

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di Irene Auletta

Devi scegliere tra il dolore e la rabbia. Ogni tanto tuo padre arriva con le sue frasi lapidarie che mi costringono a una frenata brusca, soprattutto quando vengo travolta da quella valanga emotiva che, quando ti riguarda, diventa rovinosa slavina. Ma come si fa?

Ci lavoro da anni e non posso negare i piccoli-grandi traguardi raggiunti, ma in alcuni momenti mi sento come nel gioco del Monopoli e mi ritrovo di nuovo nella casella di partenza. Avete presente quell’indicazione del gioco, a dir il vero un po’ sadica, che indica di ritornare  al via e ripartire dall’inizio? 

Tante volte la vita sembra essere lì a dirti lo stesso, che non hai sbattuto abbastanza forte la testa contro quella difficoltà o quel problema, che non hai incontrato a sufficienza i tuoi limiti o forse, come nel mio caso, che ancora devi aggiungere un pezzo a quella danza bizzarra e crudele in cui ti eserciti da anni, tra dolore e rabbia.

Per me sono sempre state fortemente intrecciate e anni fa una maestra me le indicò come le due facce di una medesima medaglia. 

Lo so bene che in alcuni momenti la tua disabilità rompe un fragile equilibrio e arriva forte come uno schiaffo in faccia, a farsi notare in tutta la sua complessità. In quel momento torna tutto, insieme a me, alla casella di partenza. Le stereotipie, le chiusure, le comunicazioni impossibili, le tensioni, l’urlo muto che chiede aiuto. 

E io sempre lì, che pian piano cado in ginocchio a struggermi impotente. La disabilità vince per un attimo perchè è più forte di me, si svela senza maschere e con la sua forza prova a smantellare tutte le postazioni di tregua e quiete costruire in anni di lavoro tenace, fatto di amore , ricerca, comprensione e … tanto dolore.

Fra poco verrò a prenderti per accompagnarti al tuo corso in piscina. Mai come in questi ultimi mesi i nostri viaggi in aiuto, diretti verso le tue esperienze attivate proprio nel tentativo di offrirti nuove possibilità, sono momenti preziosi di incontro e intensità. Sto pensando alla storia che voglio raccontarti nella speranza che il mio cuore da medicare mi orienti verso strade possibili per incontrarti in quello spazio di quiete che permette di accogliere, comprendere e nutrire nuove occasioni.

Io non mi arrendo figlia e le ginocchia, sbucciate tante volte, guariranno anche stavolta e, mentre accompagno gentilmente la rabbia in quella stanza a lei riservata da molti anni, mi accingo a dare un nuovo tempo anche al cuore.

Sorrido all’immagine di me che, impugnando una mazza da baseball, si scatena nelle peggiori fantasie possibili. Forse fra poco ti racconterò anche questo per ridere insieme e riprenderci un po’ di quella leggerezza che sa fare miracoli, proprio lì, al ritmo di quel battito, tuo e mio.

Modern family. La rappresentazione del genitore tra sit-com e realtà

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Di Igor Salomone

Riprende il Salotto pedagogico mercoledì 12 alle 18.30 prendendo spunto dalla serie Modern Family. Non l’avete vista? fatevi un giro ma se non potete ve la racconto io. 😉

Dopo un mese di pausa, riprende il Salotto pedagogico a cura di Igor Salomone e gli allievi del laboratorio. Vi aspettiamo mercoledì 12 con queste domande aperte:

– Cosa cambia nelle rappresentazioni moderne della genitorialità, quando la famiglia è divisa, ricomposta, omosessuale, adottiva, un genitore è anziano, un bambino appena nato è il fratellastro di quarantenni e lo zio dei loro figli adolescenti?

– che differenza c’è, per la relazione genitori-figli, tra l’adulto fragile e l’adulto Peter Pan?

– l’imbarazzo dei figli per i propri genitori, cosa sembra cambiato nel giro di un paio di generazioni?

Queste più le vostre riflessioni e i vostri interrogativi al centro di questo scambio libero e aperto a tutti. Ci incontreremo, come di consueto, su meet a questo indirizzo: https://meet.google.com/shi-ufnm-oyq alle 18.30 e ci intratterremo sino alle 20.00 chiacchierando e bevendoci un drink.

Cliccando sulla locandina trovate il link all’evento su Fb così potete se volete annunciare la vostra partecipazione o anche solo manifestare il vostro interesse per l’iniziativa.
A presto

Igor Salomone

Rocce morbide

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forzagentile

di Irene Auletta

Arriviamo al tuo Centro Diurno ed e’ subito chiara l’immersione in una mattina speciale, sia perché ci sono anch’io, sia perché il movimento delle persone e’ decisamente differente.

Siamo qui per fare la tua seconda dose di vaccino e poco dopo ci ritroviamo in una sala con altri genitori, in prevalenza madri. Ogni volta mi pare di essere un po’ sospesa nel tempo, con un riflesso forte negli sguardi e nelle posture altrui, eppure differente. 

Ognuno appare molto concentrato nella relazione con il proprio figlio e gli scambi sembrano sempre un po’ imbarazzati e cauti. Ogni tanto si percepiscono brevi scambi di dialoghi con gli operatori.

Immagino l’impegno signora ma non dimentichi che lei è la roccia di suo figlio … tenga duro!

Una frase così non mi risulta affatto estranea e mi chiedo quanta strada debbano fare le rocce in questione per essere forti, resistenti e insieme accoglienti, amorevoli e morbide. A volte si chiede davvero tanto, forse senza neppure esserne consapevoli.

Io credo però che avere in mente questa continua ricerca, potrebbe aiutare a comprendere talune spigolosità che troppo spesso vengono valutate, facendo passare alcuni genitori da santi subito, o madonne nel caso delle madri, a persone sovente tanto giudicate.

Scherzando laicamente, da parecchi anni mi capita di dire che il Paradiso mi attira pochissimo, ma forse non è proprio così, nel senso che a volte vorrei un po’ più di tregua e comprensione, però su questa terra. 

Riuniti in quella sala ci intravedo genitori con molte sfumature, tra tracce di inferno, ritrovati stati di quiete, tentativi di equilibri possibili. E questo, per oggi,  mi basta.

Io vado a sedermi, scegli tu cosa vuoi fare, ti dico mentre un po’ mi segui scegliendo però una sedia abbastanza distante da me. Ti guardo e penso che, ormai lontana da qualsiasi confronto o paragone, mi piaci tantissimo e l’orgoglio mi riempie il cuore facendomi sempre luccicare gli occhi.

Con te ho sperimento tante forme di roccia e ancora oggi ci sono spuntoni affatto simpatici per chi mi incontra come madre, e forse non solo. Ci penso e dentro di me sorrido pensando che, se anche questo dovesse rimanere un costo da pagare, la parte più morbida sarà sempre per te, per accompagnarti con forza nel mondo dei minerali possibili.

Gli altri, se ne faranno una ragione!

https://danzareiltempo.blogspot.com/2021/05/a-occhi-chiusi.html

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A occhi chiusi

Un post che può essere un passo di danza tra due BLOG

Inclusivi a seconda

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di Igor Salomone

Sono al parco, in panchina. Sia concretamente sia in senso metaforico. Ci sono momenti in cui la vita ti mette in panchina, e allora non resta che osservare gli altri giocare. E fa un gran bene.

Sono in sette, dodici-tredici anni, quattro maschi e tre femmine. Stanno giocando con un pallone a un po’ di tutto, sono bellissimi. C’è anche il calcio nel loro repertorio, non è che siano dei grandi atleti, anzi, appaiono piuttosto impacciati ma si impegnano, tutti, moltissimo. Per un po’ squadre miste, poi le ragazze decidono maschi contro femmine. Porte improvvisate con i cappotti, cellulare rigorosamente in tasca da tirar fuori per immortalare qualcosa, ogni tanto qualcuno sparisce poi torna da non capisco dove. Vanno avanti così per un’ora, a tratti mi commuovono per quello che sono: non più bambini non ancora ragazzi.

Giocano e sudano assieme per tutto il tempo, non si mollano, non litigano, qualcuno più bravo non fa pesare la sua maggiore competenza, sono competitivi ovviamente, ma non escono mai dalle righe del gioco, maschi e femmine dentro uguali e a pieno titolo. Insomma riescono a farmi commuovere impalato e sorridente su quella panchina. E’ bello vederli e respirarne la vitalità felice che esprimono in ogni gesto.

Poi arriva lui. Allampanato, più alto di una spanna, sui diciotto anni o forse più, del tutto fuori luogo già nel modo con il quale lo vedo avvicinarsi al gruppetto di giocatori e giocatrici che, nel frattempo, si era messo in cerchio per scambiarsi la palla in stile pallavolo. Penso, ahia, è troppo vicino, ora cerca di intrufolarsi. Normalmente uno di quell’età e così diverso fisicamente girerebbe al largo da quei ragazzini, ma capisco subito anche da sue certe strane gestualità che quel ragazzo non appartiene alla “normalità”. Infatti stringe lo spazio e chiede candidamente se può giocare.

Nessuna risposta. Verbale per lo meno. Perchè il gruppo, al contrario, inizia a costruire risposte corporee visibilissime: si stringe, chiude i varchi, evita di passare palla all’intruso, riguadagna spazio man mano che il nuovo arrivato preme. E nessuno molla, come facevano poco prima per andare a fare qualcosa d’altro o per cambiare gioco. Si limitano a serrare i ranghi.

Iniziano a piacermi un po’ meno.

Su quella panchina ora friggo, vedo quel povero ragazzo che non si scoraggia, insiste, cerca di crearsi uno spazio nel cerchio con molta delicatezza, va a recuperare la palla, ma non serve a nulla. Fuori era e fuori resta, con mia grande sofferenza.

Poi la palla fugge un po’ più lontano giungendo sino ai miei piedi. Questa volta una ragazzina batte sul tempo l’infelice escluso e tenta il recupero avvicinandosi molto alla mia panchina. Io raccolgo la palla, non gliela lancio come lei si aspetta, gliela porgo e la costringo quindi ad arrivare a un metro da me. Col braccio teso faccio per dargliela, ma d’improvviso le chiedo: se non volete che giochi con voi, perchè non glielo dite? Lei, stupita dal fatto che le parlassi e imbarazzata dalle mie parole mi risponde che se lo glielo dicevano ci restava male.

Perchè, le domando ancora, secondo te invece la vostra indifferenza lo fa star bene? poi le riconsegno la palla.

Ok, non è andata esattamente così. La palla non è mai passata nelle mie mani, anche questa è una bella metafora. E non avendo la palla non ero in gioco, a meno di non entrare a gamba tesa. Avrei però voluto fortemente andasse così.

Spero solo che quei ragazzini e ragazzine, così belli, così bravi a giocare assieme, così pronti a includere tutte le differenze interne alle loro relazioni, intercettino prima o poi qualcuno che insegni loro che non si può essere inclusivi a intermittenza, a seconda dei casi. O per lo meno, che si può pur scegliere chi includere e chi no, ma che questa scelta comporta anche assumersene apertamente e con coraggio la responsabilità, e la decenza di non prendere in giro chi si mette pazientemente in fila aspettando una risposta che non arriva mai.

Donne coraggiose

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di Irene Auletta

Ci sono due donne fondamentali nella mia vita e a loro devo la possibilità di non perdere mai di vista l’orizzonte, anche nei momenti di smarrimento.

Mia madre, oggi ottantaseienne, dall’età di trentasette anni ha iniziato il suo personale calvario che l’ha vista tante volte cadere e altrettante rialzarsi con la forza del sorriso. Come dice lei, la vita è già pesante, tanto vale essere sempre di buon umore! In ginocchio mia madre ha affrontato, insieme a diverse gravi malattie, la morte di un figlio e oggi, per fortuna, l’oblio del tramonto sembra renderle tutto più ovattato. 

Che ci sto a fare ancora qui se non posso più darti una mano? mi ha detto pochi giorni fa. Eccola quell’essenza di cura che appena può riemerge, anche se tinta di malinconia. E chi ti dice che non dai più una mano? Forse lo fai e neppure te ne accorgi? E così dalle ombre si apre un piccolo squarcio pronto ad accogliere la tua risata cristallina. Ecco mamma, anche per oggi, missione compiuta! 

E poi c’è la mia piccola donna, ancora e faro, con il suo zainetto di vita ben pesante sin dalla nascita. Lei mi insegna ogni giorno il valore dell’allegria che io stessa non smetto mai di nutrire. In questi giorni abbiamo ripreso i nostri rituali di scherzi e di risate per affrontare insieme alcune nuvole un po’ dense. Quando ridiamo la vita rimane un attimo sospesa e subito dopo tutto sembra più sostenibile. Mi inchino a te maestra Luna, che ogni giorno ti misuri con le tue piccole/grandi fatiche per affrontare la vita e nel farlo mi restituisci significati preziosi da trattenere.

Ma tu non sei mai stanca? Sembra che le fatiche che travolgono tutti noi neppure ti sfiorino. Non di rado mi sento rivolgere domande di questo tipo, soprattutto di questi tempi in cui ciascuno sembra fare a gara per rivendicare la sua personale fatica. 

Ogni tanto, mi piacerebbe anche lamentarmi ma poi vi penso, esempio di vita e di forza e, con la vostra immagine nel cuore, mi ritrovo ancorata ogni volta ai significati per me più forti e importanti. 

Mi volto, guardo chi mi ha rivolto la domanda e senza commentare, sorrido.

I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne. (Leonard Cohen)

Tra cielo e terra

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tra cielo e terra

di Irene Auletta

Perchè scrivi così poco del Dopo di Noi? Già, chissà perchè?

Negli anni mi sono venute in soccorso diverse risposte possibili tra cui, la figlia ancora piccola che posticipava in avanti il pensiero, il momento particolare già pieno di troppo altro, un’idea che stava ancora maturando. E via di questo passo

Poi oggi la domanda è tornata e non ho potuto più nascondermi. 

Eppure di questo tema ne parlo spesso nei contesti che attraverso per lavoro, sia con gli operatori che con i genitori, ci credo con forza e da anni sostengo il valore delle autonomie possibili e delle esperienze al di fuori del contesto familiare.

E allora perchè?

Nel dialogo fra me e me, devo riconoscere che il mio sguardo professionale non sempre è allineato con quello di madre e forse la risposta sta proprio qui. Incontro tanti operatori impegnati nei servizi rivolti alle persone con disabilità e oltre loro intravedo le culture ancora oggi presenti.

Ecco, la risposta è proprio lì.

Non sono pronta a lasciarti nelle mani di questa cultura che orienta pensieri, gesti, linguaggi, intenzioni. Non sono ancora pronta a immaginarti oltre me e dopo di me e più il tempo passa, più sento vicina l’esigenza di iniziare a pensarci sempre più seriamente. 

Mi accorgo che negli ultimi vent’anni, con il mio piccolo contributo, ho cercato di nutrire una cultura della disabilità che si avvicinasse un po’ di più al mio desiderio o forse anche solo alla mia speranza. Per te e per tante persone come.

Qualche giorno fa, di fronte ad una nuova esperienza, mi sono misurata con la rinnovata commozione di vederti andare con perfette sconosciute. Cosa riesci a rappresentarti di quello che sta accadendo, oltre le mie parole? Chi sono queste tizie e cosa dovrai fare con loro? 

Vai sei una ragazza e non hai bisogno che la mamma ti accompagni, ti aspetto nello spogliatoio! E come sempre lo dico a te e lo dico a me, mentre mi rimangono incollati nella mente i tuoi occhi che, andando, si girano come a chiedere conferma.

Dacci tempo vita e io, figlia mia, ti prometto che continuerò ostinatamente a provarci. Nel frattempo intorno a te continuiamo a far crescere possibilità per la giovane donna che sei diventata nella speranza che le costellazioni e le contingenze, in cielo e in terra, non smettano di cercarsi, facendo scoccare nuove sorprese.

A noi il compito di prenderci cura dell’attesa.

Figli miei ricordiamoci di imparare

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Mercoledì alle 18.30, come ormai consuetudine ogni due settimane, il Salotto Pedagogico è aperto a tutti con la collaborazione del laboratorio di consulenza pedagogica.

Il tema caldo sarà: Figli miei, ricordiamoci di imparare – ovvero le cose sulla vita che questo periodo difficile e straordinario potrebbe insegnarci

Ormai moltissimi si stanno cimentando nelle previsioni di cosa diventeremo, il punto è chiedersi cosa dobbiamo imparare ora

Raggi di sole

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di Irene Auletta

Devo ringraziare Luisa, una collega, perchè ancora una volta, parlando con lei ho potuto rimettere in forma, e in forza, pensieri che da anni provo a condividere con molti genitori e operatori.  Poi, evidentemente, le similitudini si cercano e ritrovano in molti echi e, proprio pochi giorni fa, ho utilizzato in un contesto formativo un video di una madre che, dopo aver incontrato la disabilità del proprio figlio, ha introdotto nuovi colori, sfumature e significati nella sua vita. 

Con questa testimonianza, sin dalla prima visione di alcuni anni fa, ho sentito forti sintonie su tanti passaggi ma, il suo manifesto del Diritto alla Bellezza, mi ha definitivamente conquistata.

Mi sono ritrovata tanto nelle sue parole che narrano di una bellezza lasciata sovente fuori dalla porta dei luoghi educativi che accolgono persone con disabilità. La bellezza a volte rimane anche fuori dalla porta delle proprie vite, oltre che delle vite dei servizi e continuare a tematizzarlo può essere un modo per non arrendersi al cupo, al grigio e a una visione con possibilità poco vivaci.

Come operatori, chiedersi cosa sta a cuore del proprio lavoro e nutrire la consapevolezza di quel sottile dialogo quotidiano che si istaura tra lo sguardo delle persone con disabilità, ma anche dei bambini, dei ragazzi, degli anziani, e quanto li circonda negli spazi dove trascorrono tante ore della loro giornata, mi sembra un punto fondamentale da non smarrire.

Le anime risuonano di ciò che lo sguardo riesce a trattenere e, proprio nelle situazioni che accolgono persone con fragilità, la bellezza non può e non dovrebbe essere un optional.

Nel suo testo La via della bellezza, Vito Mancuso traccia un percorso che va oltre la pura dissertazione estetica per diventare una sorta di storia poetica del sentimento del bello. “Una riflessione che diventa un’avventura alla ricerca delle sorgenti della bellezza, per poter riconoscere la bellezza stessa in tutte le sue più svariate epifanie, per gustarla appieno, per farne un nutrimento dell’anima e del pensiero”. 

Io quel bello, figlia mia, non smetterò mai di nutrirlo e la mia forza è tutta lì, nel vederlo risplendere nei tuoi occhi e nel tuo sorriso.

Speriamo di essere contagiose.

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