Riprendiamoci la scena educativa: Sterilità vs Contaminazione

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Siamo nel pieno di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.

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Sterilità e contaminazione. Riprendiamoci la scena educativa Pillole pedagogiche

Siamo nel piendo di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.
  1. Sterilità e contaminazione. Riprendiamoci la scena educativa
  2. Scimmie pedagogiche e voglia di podcast
  3. Virus, viri, civitas – Il fascino discreto dell’educazione civica
  4. Riaperture e distanze. Stare insieme ma non troppo
  5. Buone vacanze. Allontanarsi per vederci meglio

Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Pacchetti a volontà

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di Irene Auletta

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata fin qui?  La nonna lo sussurra quasi a se’ stessa mentre ti osserva felice tra le onde del mare. Ripenso a questa scena della nostra ultima vacanza estiva proprio mentre si avvicina il tuo compleanno e stiamo pensando alle esperienze da regalarti.

E così, anche quest’anno, mi ritrovo ancora una volta tra pacchetti reali e confezioni immaginarie. Mostre multimediali, gite fuori porta e cene al ristorante, si alternano con una raccolta di desideri che lancio in aria come coriandoli, sperando in qualche magia.

Vorrei donarti sempre allegria e leggerezza perchè la vita non smette mai di rammentarci le sue ombre e, ogni giorno, può portare una sorpresa. 

Vorrei che la bellezza, scansando il brutto con una spavalda alzata di spalle, ti accompagnasse sempre per mano, facendo risplendere i tuoi occhi e la tua bella risata.

Quest’anno, in particolare, vorrei regalarti tanti sacchetti pieni di fiducia e di speranza perchè quando come te, si cammina su in filo, la paura di perdere l’equilibrio deve sovente trarre forza da un qualche tipo di fede. 

Infine, una lanterna, che possa incantarci con il gioco delle ombre e farci da faro, nei momenti più oscuri, quando anche il disorientamento del cuore richiede bussole speciali. 

Per festeggiare, racconteremo tutto questo anche alla nonna che con il suo amore e la sua saggezza profonda mi ricorda, ogni anno, il valore di sceglierti. Ancora e ancora.

Tanti auguri, Luna mia

Il Buono, il Brutto e il Creativo

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di Igor Salomone

Mi sento stupido. Mi capita raramente, lo ammetto. Proprio per questo mi stupisce il sentirmi stupido, o forse stolido, stonato, storto, persino strattonato. Anzi, sopratutto strattonato, da una parte e dall’altra, da sopra e da sotto, strattonato dai convinti, o meglio dalle convinzioni dilaganti. Non ci sono i numeri, ma nel mezzo di questa interminabile emergenza sanitaria, a me pare in rapida crescita la certezza di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato fare. Sopratutto cosa è sbagliato. Forse la vera pandemia è questa. 

Quindi mi sento stupido, perchè quella certezza non mi ha ancora contagiato. Un metro, un metro e mezzo, mascherine sì mascherine no, chiusure anticipate dei bar, sì a questo e no a quell’altro, il Covid-19 esiste, il Covid-19 non esiste, esiste ma non è pericoloso come vogliono farci credere, esiste e non ne abbiamo ancora capito la vera pericolosità, la colpa è dei cinesi, no la colpa è di chi non rispetta le misure prese, no la colpa è di chi si adegua e accetta misure liberticide.

Sembra di stare in un bar, quelli di una volta pieni di fumo e con la gente appressata, nel mezzo di un’accesa discussione calcistica, la domenica sera. Tutti sapevano tutto, discutevano  nei particolari ogni passaggio, ogni goal, ogni calcio d’angolo, ogni formazione o schema tattico, con la competenza di un commissario tecnico. Trenta milioni di commissari tecnici. Meno uno: il sottoscritto. Anche allora mi sentivo stupido, anzi no, disinteressato in realtà, alla fine a me del calcio non è mai fregato un tubo. Però non posso dirmi altrettanto indifferente alla salute pubblica. E non riesco a capire come i trenta milioni di commissari tecnici si siano trasformati di botto in altrettanti virologi, epidemiologi, ministri della salute, presidenti del consiglio. 

Il fatto è che non saprei assolutamente cosa fare nei panni di uno o una qualsiasi dei personaggi che da mesi si affannano a mettere toppe più o meno grandi per tentare di contenere e poi, si spera, debellare la pandemia. E non vorrei neppure trovarmici. Preferisco stare nei miei di panni, continuando a interrogarmi su ciò che questa situazione mi sta insegnando e può insegnare. 

Ci pensavo, ancora una volta, ieri mattina. Ennesimo Dcpm, tutto ancora da leggere nel dettaglio e da interpretare, gli sport di contatto amatoriali di nuovo sospesi (perchè poi solo quelli amatoriali? se uno è un professionista è immune al virus? vedi come è facile trovare delle insensatezze in questi provvedimenti?)

La mente corre subito al mio corso di arti marziali e ai miei allievi. Sicuramente nella chat si rincorreranno domande in cerca di risposte. Cosa facciamo? ci salutiamo in attesa di tempi migliori covando nel frattempo rabbia e frustrazione per il destino (o il governo) cinico e baro? ce ne freghiamo in un impeto di ribellismo organizzando incontri carbonari in qualche landa sperduta? stringiamo i denti allestendo qualche allenamento on line per tentare di trattenere almeno un contatto, visto che non sappiamo quanto durerà questa nuova fase? Sono tre soluzioni diffusissime e ben al di là del mondo delle arti marziali, ma mi sembrano riposte a domande mal poste. 

Se c’è una cosa che ho imparato e sto cercando di insegnare dall’arrivo del Coronavirus in poi, è che se le condizioni cambiano, cercare di trattenere qualcosa di ciò che era possibile prima e ora non lo è più, è perdente. Io preferisco lasciare spazio a ciò che prima non era possibile e che ora le nuove condizioni permettono. Per esempio, nei corsi di arti marziali, o per lo meno nel mio, è difficilissimo parlare di arti marziali, perchè la quasi totalità del tempo è dedicata alla pratica: allenamenti, tecnica, forme, sparring, combattimento. Dal lockdown in poi si è aperto uno spazio enorme possibile di pensiero. E sa dio quanto bisogno di pensare ci sia nella pratica dell’arte marziale. 

Alla fine, se e quando si tornerà alla normalità, avremo sperimentato qualcosa di nuovo. Se e quando, tornando alla normalità, scopriremo che molte delle nuove condizioni dettate dall’emergenza permarranno, avremo imparato a sfruttarle. 

Probabilmente preferisco accettare di scoprire cose che ancora non so e non so fare, piuttosto che sentirmi stupido.

Scimmie pedagogiche e voglia di podcast

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Questo è un episodio speciale dedicato ad alcune domande degli ascoltatori. Parleremo del perchè io abbia questa mania del come è fatta l’educazione, da dove nasce per arrivare a capire che senso ha avuto scegliere un podcast per continuare a farlo. Continuare, perchè questa compulsione mi insegue da tutta la vita.

In ogni caso questo epiodio è il primo a essere interamente dedicato a delle domande. Pensatele, formulatele e inviatemele, pazientemente risponderò a tutte in un altro episodio speciale.

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Virus, viri, civitas – Il fascino discreto dell’educazione civica

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In questo episodio mettiamo a fuoco i cambiamenti imposti dalla pandemia alla nostra sensibilità educativa. Dopo decenni di sbornia individualistica che ha orientato i nostri progetti educativi o al benessere o alle competenze personali, torna l’enfasi sulla responsabilità collettiva.

Era ora, grazie Covid. Ma cosa ce ne faremo?

Ricordo che potete lasciare i vostri commenti qui oppure sulla mia pagina Facebook o anche su Telegram @igorsalomone

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Esploratori di significati

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di Irene Auletta

Non smetterò mai di parlare dell’importanza delle parole che utilizziamo come educatori e, più in generale, come operatori impegnati in relazioni educative o di aiuto alla persona. Naturalmente vale lo stesso per i genitori, ma quella è una storia che osservo da un altro punto di vista e con differenti valutazioni.

In particolare, pensando al mio lavoro con gli educatori, mi risuonano espressioni come capriccioso, testardo, pigro, oppositivo, demotivato, aggressivo. Ognuno può arricchire la sua personale lista. Ma io, ogni volta, mi chiedo cosa vuol dire?

Mi sembrano etichette vuote, che non parlano di nulla e che invece ci spingono a cercare puntualità e profondità, prima di tutto nel rispetto delle persone a cui ci rivolgiamo e subito dopo in quello della nostra professionalità.

Più volte mi è capitato di sottolineare il ricorrere di alcune parole, e dei significati correlati, a seconda del destinatario dei vari servizi educativi.

Avete presente è intelligente ma non si applica, potrebbe fare di più? Come potrebbero non risuonarci echi sentiti tante volte negli incontri scolastici? Ma non meno frequenti e ricorrenti le altre parole nominate, sovente rivolte sia a bambini piccoli che a bambini o ragazzi con disabilità. 

Proprio pensando a questi ultimi sento sempre più forte l’esigenza di mettere a fianco dei bisogni i diritti e di introdurre parole, quasi rivoluzionarie, come sogni, desideri, interessi, possibilità, fantasia. 

Ci sono parole che creano gabbie, che bloccano, che banalizzano l’altro e l’incontro. Oggi più che mai abbiamo bisogno di aperture, di nuove possibilità e orizzonti inediti e originali, di creatività nel senso più nobile e artistico del termine, anche nelle relazioni umane.

Vorrei sentirmi raccontare sempre meno dell’opposizione di mia figlia, per sentire valorizzata la sua possibilità di scegliere e di esprimere la sua volontà. Mi piacerebbe che non venisse più etichettata come non verbale, per intravedere, insieme agli operatori, nuove vie per comunicare. 

Dopo l’ultima seduta con la tua maestra Angela hai indicato a tuo padre il punto del tuo corpo su cui avete lavorato e quando lui ti ha chiesto di raccontarmelo hai toccato lo stesso punto sul mio viso. In quei momenti il silenzio si riempie di meraviglia e di un’intensità che fa scintille.

Ah giusto! …. Possiamo aggiungere anche queste ultime due parole?

Così, tanto per cominciare.

Riaperture e distanze. Stare insieme ma non troppo

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Eccomi con un nuovo episodio di ripresa della stagione del podcast. Il tema è caldo: la riapertura dei luoghi educativi alle prese con tutte le norme di sicurezza e i vari protocolli.

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Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

Caino non praticava Mma

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di Igor Salomone

Tutti siamo in grado di uccidere un nostro simile. Una buona dose di rabbia e un bastone, un cacciavite, un coltello da cucina, se proprio non ci sentiamo in grado di farlo a mani nude, sono più che sufficienti.  Non c’è alcun bisogno di allenarsi per anni negli sport di combattimento o nelle arti marziali. Quindi, buona parte del dibattito su violenza e Mma (Mixed martial art) seguito all’uccisione di Willy Monteiro Duarte da parte di un gruppo di criminali, è totalmente privo di senso.

Mi pare del resto priva di senso anche la risposta standard del mondo delle arti marziali. In un dojo, si dice, un maestro degno di questo nome insegna prima di tutto il rispetto per l’avversario. Nel nostro immaginario collettivo, l’arte marziale è quella che insegna il buon maestro Miyagi, non quell’orco a capo del Cobra Kai, e va bene, anche se il mondo delle arti marziali è complesso ed è pieno di sfumature che coprono tutti i gradi intermedi tra il mite vecchietto di Okinawa e il feroce picchiatore che addestrava picchiatori. 

Ma il rispetto dell’avversario non è un esclusiva della pedagogia marziale, lo insegnano, o dovrebbero farlo, tutti gli istruttori, i coach, gli allenatori di qualsiasi disciplina sportiva, è alla base dello spirito olimpico e persino dell’arte delle guerra, per lo meno come l’aveva descritta Sun Tzu.

Quindi, di che stiamo parlando mentre un giovane uomo, per giunta dal nome straniero, muore per la furia assassina di altri giovani come lui?

Forse dobbiamo parlare del senso dell’arte marziale, comprendendo sotto questo nome qualsiasi pratica insegni ad affrontare lo scontro con il corpo dell’altro. Se tutti siamo in grado di uccidere il nostro prossimo, a cosa serve sudare innumerevoli magliette per una quantità improbabile di anni, immaginando di doversi difendere da un aggressore? 

È semplice, serve a evitare di uccidere, o anche di ferire gravemente e, se è per quello, di umiliare, offendere, sopraffare chi ci aggredisce. Serve cioè a condizionare mente e spirito (per usare due categorie care alla tradizione delle arti marziali orientali) allo scopo di tenersi lontani dai comportamenti istintivi, ferini, violenti, quelli dettati dalla parte più primitiva del nostro cervello, quelli per intenderci “uccidi e scappa”. 

L’arte marziale insegna, o dovrebbe insegnare, a non esacerbare i conflitti, ad attraversarli senza creare vincitori, che creano vinti destinati a diventare nemici in cerca di vendetta. Insegna cioè, o dovrebbe insegnare, qualcosa che serve in ogni angolo della vita ed è per questo, solo per questo, che sudore e anni acquistano un senso.

Evidentemente a quel gruppo di sciagurati non è stato insegnato nulla di tutto ciò o, per lo meno, non lo hanno imparato. Hanno imparato invece che un conflitto si regola con la violenza e se qualcuno si mette in mezzo peggio per lui. Non so se glielo abbiano insegnato, forse non hanno fatto nulla per evitarlo.

Viaggiando la vita

6 commenti

di Irene Auletta

In questi ultimi mesi complessi, come molti di noi, ho ascoltato e accolto tanti commenti e preoccupazioni e, mentre il mio sguardo e le mie parole si esprimevano in una certa direzione, dentro di me sentivo soffiare lontano un non detto. Pian piano quell’eco si è avvicinato sempre di più. Mesi difficili, vero ma… Momenti critici, vero ma… E poi quel ma è tornato amico nella pausa estiva.

Due settimane di notti pesantine, tutta una serie variegata di piccoli e grandi fastidi e infine, negli ultimi giorni, l’ennesima sorpresa. Pronti per il mare ti vedo con gli occhi un po‘ lucidi. Eccola di nuovo quest’anno, come accade tutti gli anni in vacanza, la febbre ancora ci mancava. Lo so che questa e’ la tua salute ma ogni volta ci rimango un po’ male. In oltre vent’anni ho perso il conto degli impegni saltati e delle occasioni perse, dei giorni bloccati a casa (per non parlare di quelli in ospedale!), dei piccoli o grandi malesseri che ogni volta si inventano qualcosa di nuovo per darmi pizzichi al cuore.

Insomma, noi viviamo da tempo con questi “imprevisti” e l’unico modo per non soccombervi e’ stato farseli amici. E allora quel ma silente dei mesi scorsi, si è rivelato con chiarezza non certo come un sottovalutare o non accogliere seriamente i commenti e gli stati d’animo altrui, ma un modo per prenderne distanza, per guardarli sempre da un’altra prospettiva, provando a restituirgli un differente tono e respiro.

Pochi giorni fa, nel viaggio di rientro a casa dalle vacanze mi ha raggiunto un messaggio molto triste. Un’amica e collega di vecchia data, da tempo con seri problemi di salute, è morta quella stessa mattina. Con Antonella abbiamo vissuto insieme tante esperienze, professionali e personali. Difficile pensare a due persone più diverse ma questo aspetto è stato per tanti anni una nostra ricchezza. Poi la vita sovente allontana ed entrambe le nostre, probabilmente, hanno presto strade non semplici da seguire. Eppure la notizia della sua morte mi ha subito fatto nascere il bisogno di raccogliere il nostro incontro, il cui filo d’affetto non si è mai interrotto, per poterlo raccontare, principalmente a suo figlio, ormai giovane uomo. 

Ho trovato una bellissima foto con lei e mia figlia piccola e subito l’ho condivisa con lui, per trattenere insieme un sorriso pieno di gioia in un loro momento di gioco.

Dal momento della notizia penso spesso a cosa possiamo imparare anche da questi incontri e storie che ci attraversano, lasciandoci tracce che molto spesso rimangono ben custodite negli scaffali della nostra memoria. Ma la morte, possiamo davvero pensarla come un’imprevisto o una sfortuna oppure, ancora una volta, come una sferzata della vita che ci rammenta il rischio di sprecare tempo prezioso facendo conteggi errati, perdendo così l’occasione di imparare e insegnare le sfumature dell’esistenza?

Per trovare la foto che avevo ben in mente, ci ho messo oltre  un’ora ritrovandomi invasa da tantissimi altri ricordi. Tanta vita mi è sfilata davanti agli occhi in immagini che hanno risvegliato ricordi di tutti i colori.

Una danza di emozioni fortissime ha continuato ad alternare gioie e dolori, timori e speranze, paure e nuove possibilità, vita e morte. La vita è davvero una bella sfida e ancora oggi, guardando il sorriso in quella foto, mi tengo stretto questo pensiero insieme al tuo ricordo e alle parole che ci siamo scambiate negli ultimi mesi di ritrovata vicinanza.

Sei tanto forte e hai molto da insegnare, mi hai ripetuto molte volte e allora, con tutta la forza che ora riesco a raccogliere, ti auguro buon viaggio Anto!

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