Pianeti preferiti

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di Irene Auletta

Approfittando di una tua giornata a casa dal Centro, andiamo a comprare gli stivali per le tue nuove sperimentazioni a cavallo. Tarda mattinata, in un grande negozio sportivo, meta di altri madri e padri con i loro figli in pausa forzata dalla scuola. 

Interessate agli stessi articoli, a fianco a noi, madre e figlia che potremmo essere noi se non fosse per l’abisso che ci divide. La madre segue un po’ annoiata le molteplici prove della figlia che pare non convincersi sulla scelta. In piedi nel corridoio osserva la figlia gettando un’occhio a lei e uno al suo cellulare. Lo saprà quella madre che si sta godendo una libertà affatto scontata?

Io, inginocchiata ai tuoi piedi, nel tentativo di infilarti stivai e stivaletti, guardo la scena dall’esterno e mi sento incerta sul mettermi a ridere o farmi travolgere dallo sconforto. Dai tesoro guarda quello stiamo facendo, mettici forza anche tu, aspetta ad alzarti che ne manca ancora uno.

Sto morendo di caldo e mentre cerco di convincerti dolcemente a seguire le mie indicazioni, provo a togliermi il giacchino cercando di non disturbare la tua concentrazione e di evitare di dover iniziare a rincorrerti di nuovo per i corridoi.

Dai sbrigati che sono davvero stravolta, dice l’altra madre seguendo la figliola  che volteggia per il negozio, guarda quella ragazzina com’è tranquilla!

No dai, ora ho troppa voglia di farle gli occhi cattivi. Allora mi avvicino e te lo racconto all’orecchio e insieme ridiamo, io per resistenza e tu per le cose buffe che ti dico, compreso il ricordarti gli scherzi che ti ho fatto mentre, prima di convincerti a sederti, ti rincorrevo per le varie corsie del negozio. 

Finalmente stamattina ti guardo mentre a cavallo sfoggi i tuoi nuovi stivali di cui non ti interessa nulla. E hai ragione tu. Penso alle corse fatte per arrivare fin qui. Cambiarti, lavarti, vestirti. La colazione, le medicine. Rivestirti perchè nel frattempo ti sei già tolta il giacchino e sfilata una scarpa. 

Finalmente stamattina ti guardo mentre a cavallo sfoggi i tuoi nuovi stivali di cui non ti interessa nulla. E hai ragione tu. Penso alle corse fatte per arrivare fin qui. Cambiarti, lavarti, vestirti. La colazione, le medicine. Rivestirti perchè nel frattempo ti sei già tolta il giacchino e sfilata una scarpa. 

Ti guardo a distanza, felice ed emozionata per questa nuova esperienza e mi godo il tepore di questo bellissimo sole autunnale. Prendo forza dalla luce perchè so che ne avrò bisogno per tutto il giorno. Essere stravolte può essere un lusso o una punizione divina.

Ti ascolto ridere di gusto e davvero, almeno per oggi, non ho dubbi.

Ci preferisco.

Il mito del Benessere e il consumismo dell’anima

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Mamma…quando finirà il MannaggiaVirus?”

“Marco…non so quando finisce il MannaggiaVirus…, nessuno lo sa, ma di certo finirà come finiscono tutte le brutte storie….

Con questo episodio iniziamo una nuova serie dedicata all’analisi dei miti dell’educazione. Iniziamo con quello, diffuso e dominante, del Benessere, entrato in crisi profonda a causa della pandemia. Come dobbiamo affrontare le domande di rassicurazione dei nostri figli?

E, some sempre, cosa impariamo sull’educazione nel tentativo di dar loro una risposta?

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Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Riprendiamoci la scena educativa: Sterilità vs Contaminazione

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Siamo nel pieno di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.

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Storie di ordinaria pedagogia di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – prima parte Pillole pedagogiche

Pier Paolo Cavagna e le sue colleghe Sharon Tiana e Laura Corrias di Storie di ordinaria Pedagogia, mi hanno intervistato per parlare di Secondo me, il mio saggio autobiografico sulla consulenza pedagogica. Ne è uscito un risultato denso e lungo suddiviso in tre parti. Questa è la prima. Potete trovare i video delle interviste, se preferite questo mezzo, qui:https://www.youtube.com/watch?v=-zPpikGv8dQDa questo link poi potete anche collegarvi al canale di Storie di ordinaria pedagogia e approfittare dei numeorsi contenuti messi a disposizione da Pier Paolo Cavagna conosciuto in questa occasione e che spero di incrociare presto nuovamente per approfondire quello che abbiamo solo iniziato a sfiorare
  1. Storie di ordinaria pedagogia di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – prima parte
  2. Travolti dalle soluzioni. Imparare e insegnare a stare nei problemi
  3. Insegnare imparando. Intervista ad Andrea Ciraolo, il podcaster che non sapeva nulla di podcasting e per questo ci ha insegnato molto
  4. Tutti insieme creativamente. Le (tre) cose che piacciono a te
  5. Distanze appiccicate. La scomparsa dello spazio e del tempo sulla scena digitale

Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Pacchetti a volontà

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di Irene Auletta

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata fin qui?  La nonna lo sussurra quasi a se’ stessa mentre ti osserva felice tra le onde del mare. Ripenso a questa scena della nostra ultima vacanza estiva proprio mentre si avvicina il tuo compleanno e stiamo pensando alle esperienze da regalarti.

E così, anche quest’anno, mi ritrovo ancora una volta tra pacchetti reali e confezioni immaginarie. Mostre multimediali, gite fuori porta e cene al ristorante, si alternano con una raccolta di desideri che lancio in aria come coriandoli, sperando in qualche magia.

Vorrei donarti sempre allegria e leggerezza perchè la vita non smette mai di rammentarci le sue ombre e, ogni giorno, può portare una sorpresa. 

Vorrei che la bellezza, scansando il brutto con una spavalda alzata di spalle, ti accompagnasse sempre per mano, facendo risplendere i tuoi occhi e la tua bella risata.

Quest’anno, in particolare, vorrei regalarti tanti sacchetti pieni di fiducia e di speranza perchè quando come te, si cammina su in filo, la paura di perdere l’equilibrio deve sovente trarre forza da un qualche tipo di fede. 

Infine, una lanterna, che possa incantarci con il gioco delle ombre e farci da faro, nei momenti più oscuri, quando anche il disorientamento del cuore richiede bussole speciali. 

Per festeggiare, racconteremo tutto questo anche alla nonna che con il suo amore e la sua saggezza profonda mi ricorda, ogni anno, il valore di sceglierti. Ancora e ancora.

Tanti auguri, Luna mia

Il Buono, il Brutto e il Creativo

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di Igor Salomone

Mi sento stupido. Mi capita raramente, lo ammetto. Proprio per questo mi stupisce il sentirmi stupido, o forse stolido, stonato, storto, persino strattonato. Anzi, sopratutto strattonato, da una parte e dall’altra, da sopra e da sotto, strattonato dai convinti, o meglio dalle convinzioni dilaganti. Non ci sono i numeri, ma nel mezzo di questa interminabile emergenza sanitaria, a me pare in rapida crescita la certezza di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato fare. Sopratutto cosa è sbagliato. Forse la vera pandemia è questa. 

Quindi mi sento stupido, perchè quella certezza non mi ha ancora contagiato. Un metro, un metro e mezzo, mascherine sì mascherine no, chiusure anticipate dei bar, sì a questo e no a quell’altro, il Covid-19 esiste, il Covid-19 non esiste, esiste ma non è pericoloso come vogliono farci credere, esiste e non ne abbiamo ancora capito la vera pericolosità, la colpa è dei cinesi, no la colpa è di chi non rispetta le misure prese, no la colpa è di chi si adegua e accetta misure liberticide.

Sembra di stare in un bar, quelli di una volta pieni di fumo e con la gente appressata, nel mezzo di un’accesa discussione calcistica, la domenica sera. Tutti sapevano tutto, discutevano  nei particolari ogni passaggio, ogni goal, ogni calcio d’angolo, ogni formazione o schema tattico, con la competenza di un commissario tecnico. Trenta milioni di commissari tecnici. Meno uno: il sottoscritto. Anche allora mi sentivo stupido, anzi no, disinteressato in realtà, alla fine a me del calcio non è mai fregato un tubo. Però non posso dirmi altrettanto indifferente alla salute pubblica. E non riesco a capire come i trenta milioni di commissari tecnici si siano trasformati di botto in altrettanti virologi, epidemiologi, ministri della salute, presidenti del consiglio. 

Il fatto è che non saprei assolutamente cosa fare nei panni di uno o una qualsiasi dei personaggi che da mesi si affannano a mettere toppe più o meno grandi per tentare di contenere e poi, si spera, debellare la pandemia. E non vorrei neppure trovarmici. Preferisco stare nei miei di panni, continuando a interrogarmi su ciò che questa situazione mi sta insegnando e può insegnare. 

Ci pensavo, ancora una volta, ieri mattina. Ennesimo Dcpm, tutto ancora da leggere nel dettaglio e da interpretare, gli sport di contatto amatoriali di nuovo sospesi (perchè poi solo quelli amatoriali? se uno è un professionista è immune al virus? vedi come è facile trovare delle insensatezze in questi provvedimenti?)

La mente corre subito al mio corso di arti marziali e ai miei allievi. Sicuramente nella chat si rincorreranno domande in cerca di risposte. Cosa facciamo? ci salutiamo in attesa di tempi migliori covando nel frattempo rabbia e frustrazione per il destino (o il governo) cinico e baro? ce ne freghiamo in un impeto di ribellismo organizzando incontri carbonari in qualche landa sperduta? stringiamo i denti allestendo qualche allenamento on line per tentare di trattenere almeno un contatto, visto che non sappiamo quanto durerà questa nuova fase? Sono tre soluzioni diffusissime e ben al di là del mondo delle arti marziali, ma mi sembrano riposte a domande mal poste. 

Se c’è una cosa che ho imparato e sto cercando di insegnare dall’arrivo del Coronavirus in poi, è che se le condizioni cambiano, cercare di trattenere qualcosa di ciò che era possibile prima e ora non lo è più, è perdente. Io preferisco lasciare spazio a ciò che prima non era possibile e che ora le nuove condizioni permettono. Per esempio, nei corsi di arti marziali, o per lo meno nel mio, è difficilissimo parlare di arti marziali, perchè la quasi totalità del tempo è dedicata alla pratica: allenamenti, tecnica, forme, sparring, combattimento. Dal lockdown in poi si è aperto uno spazio enorme possibile di pensiero. E sa dio quanto bisogno di pensare ci sia nella pratica dell’arte marziale. 

Alla fine, se e quando si tornerà alla normalità, avremo sperimentato qualcosa di nuovo. Se e quando, tornando alla normalità, scopriremo che molte delle nuove condizioni dettate dall’emergenza permarranno, avremo imparato a sfruttarle. 

Probabilmente preferisco accettare di scoprire cose che ancora non so e non so fare, piuttosto che sentirmi stupido.

Scimmie pedagogiche e voglia di podcast

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Questo è un episodio speciale dedicato ad alcune domande degli ascoltatori. Parleremo del perchè io abbia questa mania del come è fatta l’educazione, da dove nasce per arrivare a capire che senso ha avuto scegliere un podcast per continuare a farlo. Continuare, perchè questa compulsione mi insegue da tutta la vita.

In ogni caso questo epiodio è il primo a essere interamente dedicato a delle domande. Pensatele, formulatele e inviatemele, pazientemente risponderò a tutte in un altro episodio speciale.

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Virus, viri, civitas – Il fascino discreto dell’educazione civica

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In questo episodio mettiamo a fuoco i cambiamenti imposti dalla pandemia alla nostra sensibilità educativa. Dopo decenni di sbornia individualistica che ha orientato i nostri progetti educativi o al benessere o alle competenze personali, torna l’enfasi sulla responsabilità collettiva.

Era ora, grazie Covid. Ma cosa ce ne faremo?

Ricordo che potete lasciare i vostri commenti qui oppure sulla mia pagina Facebook o anche su Telegram @igorsalomone

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Per i like che vi ho chiesto per la mia partecipazione al festival del podcasting questi i link:

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Esploratori di significati

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di Irene Auletta

Non smetterò mai di parlare dell’importanza delle parole che utilizziamo come educatori e, più in generale, come operatori impegnati in relazioni educative o di aiuto alla persona. Naturalmente vale lo stesso per i genitori, ma quella è una storia che osservo da un altro punto di vista e con differenti valutazioni.

In particolare, pensando al mio lavoro con gli educatori, mi risuonano espressioni come capriccioso, testardo, pigro, oppositivo, demotivato, aggressivo. Ognuno può arricchire la sua personale lista. Ma io, ogni volta, mi chiedo cosa vuol dire?

Mi sembrano etichette vuote, che non parlano di nulla e che invece ci spingono a cercare puntualità e profondità, prima di tutto nel rispetto delle persone a cui ci rivolgiamo e subito dopo in quello della nostra professionalità.

Più volte mi è capitato di sottolineare il ricorrere di alcune parole, e dei significati correlati, a seconda del destinatario dei vari servizi educativi.

Avete presente è intelligente ma non si applica, potrebbe fare di più? Come potrebbero non risuonarci echi sentiti tante volte negli incontri scolastici? Ma non meno frequenti e ricorrenti le altre parole nominate, sovente rivolte sia a bambini piccoli che a bambini o ragazzi con disabilità. 

Proprio pensando a questi ultimi sento sempre più forte l’esigenza di mettere a fianco dei bisogni i diritti e di introdurre parole, quasi rivoluzionarie, come sogni, desideri, interessi, possibilità, fantasia. 

Ci sono parole che creano gabbie, che bloccano, che banalizzano l’altro e l’incontro. Oggi più che mai abbiamo bisogno di aperture, di nuove possibilità e orizzonti inediti e originali, di creatività nel senso più nobile e artistico del termine, anche nelle relazioni umane.

Vorrei sentirmi raccontare sempre meno dell’opposizione di mia figlia, per sentire valorizzata la sua possibilità di scegliere e di esprimere la sua volontà. Mi piacerebbe che non venisse più etichettata come non verbale, per intravedere, insieme agli operatori, nuove vie per comunicare. 

Dopo l’ultima seduta con la tua maestra Angela hai indicato a tuo padre il punto del tuo corpo su cui avete lavorato e quando lui ti ha chiesto di raccontarmelo hai toccato lo stesso punto sul mio viso. In quei momenti il silenzio si riempie di meraviglia e di un’intensità che fa scintille.

Ah giusto! …. Possiamo aggiungere anche queste ultime due parole?

Così, tanto per cominciare.

Riaperture e distanze. Stare insieme ma non troppo

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Eccomi con un nuovo episodio di ripresa della stagione del podcast. Il tema è caldo: la riapertura dei luoghi educativi alle prese con tutte le norme di sicurezza e i vari protocolli.

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Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

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