Anima e terra

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di Irene Auletta

Giorni tristi e difficili a rincorrere notizie, pensieri di amici, storie e testimonianze di chi si è trovato più vicino a quel tremore della terra che in un attimo ha restituito a ciascuno il proprio essere minuscolo e di passaggio. Io, che l’ho sentito forte come mai mi era accaduto, dopo averne realizzato l’assenza di conseguenze ho avvertito il mio pensiero volare veloce in direzione di quanti ho immaginato travolti dalla tragedia, pronti a raccontarla o come parte di quel numero inquietante di quanti ne sono rimasti inesorabilmente travolti per sempre.

E allora penso. Un’amica cara che sta combattendo una sua personale battaglia contro un sisma che si chiama malattia, chi si muove con cautela tra le crepe lasciate da recenti mancanze, il sussulto continuo di quanti attraversano un dolore condito da una fatica che sembra senza fine. Non sono forse simili i terremoti esistenziali a quelli della terra, che ti raggiungono all’improvviso lasciandoti incapace di pensare, segnando un irreversibile traccia tra il prima e il dopo? Eppure, proprio in queste occasioni riemergono valori, risorse e possibilità inattese.

Sia chiaro, nessuno vorrebbe mai essere travolto da eventi simili, della terra o dell’anima, anche a costo di attraversare una vita meno ricca di apprendimenti. Tuttavia, mi sa che abbiamo poche possibilità di scelta e quindi, che farcene di quanto ci accade se non trasformarlo in occasioni vitali pena un infinito ciondolamento depressivo?

Le tragedie fanno emergere bellezza e lati oscuri, solidarietà ed egoismi vili, vicinanza e abissi, coraggio e fragilità. Il problema non è tanto, a mio parere, quanto emerge spontaneo ma ciò che è possibile trasformare grazie alla nostra consapevolezza. Pensare a sé, avere voglia di scappare, ringraziare la sorte che non sia toccato a te o ai tuoi cari li penso come sentimenti e reazioni semplicemente umane. Iniziare a cavalcare polemiche, sottolineare solo le mancanze, proclamare che qualcuno ha più diritto di aiuto di qualcun’altro, avviare la caccia ai colpevoli, fare domande assurde finalizzate all’audience e quanto altro ognuno di noi può seguire facilmente in questi giorni, credo siano solo una perdita secca. Per fortuna, ognuno può scegliere dove collocarsi.

E allora, cosa farsene di esperienze che bloccano il respiro, che sembrano farci toccare la fine, che ci lasciano immobili, impotenti e incapaci di dire qualsiasi cosa dotata di senso? Diventando grande ho imparato che le domande strizzacuore sono tra quelle senza risposta ma anche che, a furia di ascoltarne il  silenzio, mettono in forma straordinarie sorprese.

  • (Nota relativa all’immagine) Il kintsugi, letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore

Riflessi perlati

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di Irene Auletta

Stare qualche giorno in vacanza con i propri genitori, ormai anziani, è un’esperienza impagabile non solo per quegli scambi d’affetto che segnano la storia ma per quello che sovente mi accorgo di imparare. L’effetto specchio svela di continuo luci e ombre e così, mentre mi rivedo in atteggiamenti e comportamenti che mio malgrado mi contraddistinguono pur non piacendomi, si rinnova ogni volta quel profondo senso di gratitudine per ciò che sono anche grazie a voi e a ciò che mi avete permesso di essere come vostra figlia.

Il continuo riflesso di similitudini mi pare sempre una bella occasione per fare pace con quello che siete stati in grado di essere e con quanto, dalla mia peculiare prospettiva, posso continuare a modellare di alcune mie familiari asperità lasciandoci tutti liberi di vivere una storia che vede protagonisti solo adulti, responsabili di se stessi e delle proprie azioni. Ho sempre guardato con un po’ di sospetto a quelle interpretazioni che imprigionano taluni comportamenti individuali alla propria storia educativa come se non fosse possibile immaginarsi in un perenne percorso di crescita e cambiamento. O forse, semplicemente, mi piace di più pensarmi libera di continuare a imparare sempre e ancora di più.

Ho fatto tutto di corsa e ho dimenticato di prendermi degli orecchini, mi dice mia madre nascondendo la realtà di recenti momenti attraversati da un perenne stato di confusione. È così in questi giorni mi sono ritagliata del tempo per accompagnarla a fare alcune compere e ora mi ritrovo a darle suggerimenti mentre si sta preparando per andare con mio padre a far visita ad alcuni parenti. Guarda mamma te ne ho portati alcuni dei miei di orecchini, scegli quelli che ti piacciono.

Durante la prova di quelli individuati al primo colpo le propongo anche un rossetto. È tanto che non lo metti più e questo è perlato come i tuoi preferiti. Chiacchieriamo e mi rammenti di quante volte in miei momenti bui mi hai spronato a non smettere mai di curare il mio aspetto esteriore in una forma di sfida alla sorte dispettosa che insieme alla gioia inattesa di una figlia mi aveva portato tanto dolore.

Al termine della preparazione ti faccio notare che oggi con piccole attenzioni sei ringiovanita di dieci anni proprio mentre, quasi anticipando i miei pensieri, commenti che l’età conta meno di quello che ci si sente nel cuore. Il tono neutro mi lascia con un dubbio aperto sul tuo significato e salutandoti in lontananza ti chiamo. Mamma, non dimenticare di stare dritta, basta con questa gobba!!

Ti volti, mi sorridi con quel colore rosa perlato sulle labbra che fa risaltare la tua invidiabile abbronzatura e in un attimo ti riconosco trovando ancora una volta conferma del perché mi piace assomigliarti così tanto.

Vacare. Essere vuoto, libero

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di Nadia Ferrari

Siamo di nuovo al mare un altro anno é passato. Diversamente dai precedenti questo mi trova meno motivata ad inaugurare l’inizio delle vacanze direi scomparse se s’intende con il termine l’assenza di fatiche e, peggio ancora, non riesco a non preoccuparmi per quelle che verranno, perché verranno con certezza. Altre fatiche intendo.

Che brutta cosa la preoccupazione. Tutto ciò che inizia col prefisso pre ha l’odore dell’annuncio. In effetti non sai se poi si avvererà ma intanto aspetti ed io, aspetto preoccupata. Quest’anno però davvero non ci sarebbero ragioni sappiamo come andrà. E mi sto già assaporando i ritagli di libertà e leggerezza che l’anno scorso sono riuscita a scovare.

Che pasticcio! Le cose della vita non smettono di regalare stupore costringendo a mettere in discussione la visione che mi ero appena concessa di accettare. Quest’anno non ce la fai più a stare in spiaggia per quelle due orette che mi regalerebbero qualche raggio di sole. Fa troppo caldo. Al bar fa troppo freddo. Del resto non è più nemmeno così sicuro lasciarti in casa sola … sulla spiaggia non riesci a muovere nemmeno quei pochi passi dell’anno scorso e gli equilibri di nuovo instabili frantumano la fantasia del miserrimo relax immaginato. Nella nuova dimora per le vacanze, affittata apposta per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza di tutti noi, ti aggiri spaesata chiedendomi ogni volta conferma sulle azioni anche quelle più banali e mettendo a dura prova la mia pazienza.

Sorprendentemente le tue titubanze mi colpiscono il cuore ed invece di arrabbiarmi ti guardo: i tuoi occhi spalancati ti regalano uno sguardo troppo attento a non sbagliare tradiscono in modo indiscutibile la tua difficoltà ad adattarti al nuovo o forse sarebbe meglio dire ad affrontare dimensioni di vita che appartengono ad altre fasi … ed ogni azione diviene un’impresa.

Che tenerezza. Mamma puoi appoggiarlo li il bicchiere, non ti preoccupare metto via io i tuoi vestiti. Hai fatto così? Hai fatto bene. Che tenerezza vederti indecisa in ogni azione e movimento. Smarrire in ogni dove l’orientamento. Il cuore si strizza ogni qualvolta ti guardo impegnata lenta portare a termine una qualsivoglia attività con la paura di dimenticare, di non fare giusto, di fare una brutta figura, di essere ripresa, di dare fastidio.

Si, ora forse sono in vacanza! In vacanza dalla rabbia che ho sempre sentito. Al posto suo arriva la tristezza, meglio, molto meglio mamma.

Compare la voglia di aiutarti al solo scopo di non aggiungere fatica a quella che già fai, disgiunta dal dovere di farlo. Sento crescere dentro un autentico sentimento di cura in cui la mia preoccupazione è per come vivi tu queste dipendenze al posto di quali problemi creano a me. Un sentimento normale forse per altri estraneo al nostro universo: vuoi dire mamma che finalmente quella bambina tradita se n’è andata?

Ti guardo mentre di profilo ricurva su te stessa disegni col corpo una gobba per ore stai seduta con lo sguardo dritto davanti a te, pensi. A cosa stai pensando? Io so mamma io e te custodiamo un segreto origine e causa di molto male, è stato dura. Starai pensando a questo? Anch’io mamma ci penso sempre perché proprio quello ci ha costretto ad un amore molesto. Ora, al di là di ciò che è stato non so cosa darei per darti qualche pensiero buono. O forse non ce n’è bisogno tu dimentichi in fretta basta smetterla di punirti. La leggerezza che tanto cerco eccola qua.

Mentre le lacrime sciolgono in acqua panni sporchi e bambini mi siedo accanto a te accarezzandoti una coscia e mi sussurro ora ci sono io mamma, tua figlia.

Racconti muti

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di Irene Auletta

Da qualche anno ci incrociamo sulla stessa spiaggia con quello scambio di sorrisi che narra di una medesima esperienza condivisa. Forse anche lei, come me, qui si sente un po’ al riparo da tutti quegli sguardi indiscreti che alla fine della giornata pesano come un macigno sulle spalle.

Al contrario, ogni volta che arriviamo qui, i saluti mi raggiungono come carezze delicate e leggere, nella loro sincera discrezione. “Benarrivati … Ma guarda come si è fatta grande questa ragazzina!”. E tu fai finta di non guardare nessuno nascondendo la tua emozione dietro quella faccia seria che sembra essere altrove.

Ogni estate è un po’ come tornare a casa e vederti così a tuo agio in questi luoghi ormai familiari mi rinnova la conferma della scelta. “Noi ormai abbiamo figli grandi e ci piace girare e cambiare posto ogni anno!” . Così mi saluta un signore appena arrivato nello stesso agriturismo quando dico che noi, indicandoci entrambe, siamo delle affezionate. Vorrei replicare ma rimango in silenzio con i miei pensieri. Talvolta, è meglio tacere.

Il pensiero mi corre ancora a ieri mattina e a quella nota stonata. Appena arrivati l’abbiamo ritrovata quella stessa madre, su quella medesima spiaggia ma, appena i suoi occhi ti hanno raggiunto, ho capito. Certo, non potevo esserne certa ma quel dolore mi è arrivato con una forza quasi inequivocabile. La disabilità e la malattia sovente vanno a braccetto e quando la seconda la fa da padrona, accade.

Poco dopo ne abbiamo avuto la conferma da chi, sapendoci uniti da un simile destino, ha sentito il bisogno di raccontarcelo subito dando conferma a quel dubbio certo. La morte riesce sempre a coglierci impreparati, anche quando il suo annuncio è stato urlato più volte con tenacia.

E ora lei mi appare così, parte di un gruppo che mi ricorda il Clan delle cicatrici citato nel bellissimo libro Donne che corrono coi lupi. Madri che affrontano l’indicibile, con le spalle curve e gli occhi attraversati da temporali. In questi giorni spero di trovare le parole giuste per salutarla , per dirle che ho saputo. Oggi no.

Quando poco dopo le passo nuovamente accanto con te vicina, ci guardiamo per un attimo e so, senza alcun dubbio, che ha già capito.

Luglio col bene che ti voglio

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di Irene Auletta

Da molti oramai, ben prima di diventare madre di una figlia disabile, ho l’impressione che l’estate scateni un po’ la “caccia al disabile”. I social, con il loro tam tam mediatico, negli ultimi anni hanno sostituito riviste e telegiornali ma la sostanza mi pare sempre quella.

Forse che il calore fa uscire allo scoperto menti deboli oppure semplicemente il movimento estivo, rimestando le stagioni e le temperature, fa emergere quella quota di pregiudizio o disagio sempre presenti nei confronti delle differenze? Forse un po’ di ciascuno, ma ogni volta mi chiedo cosa possiamo farcene perché le notizie non si esauriscano solo in curiose e puntuali noti folcloristiche al sapore d’estate. Il bel post di Jacopo Melio ci ricorda di continuare a riflettere senza ipocrisia ma anche con quel pizzico di ironica intelligenza che in casi analoghi aiuta parecchio.

Personalmente di fronte a tali notizie non mi sento particolarmente offesa o indignata. Sarà perché una serie di sentimenti li distribuisco equamente nel corso dell’anno oppure perché sono convinta che le radici culturali resistono tanto più sono nocive e amare.

Ho ben presente gli anni in cui i disabili erano chiusi nelle loro case, o peggio fra le pareti di istituti, e da allora è stata fatta tanta strada. Certo, i movimenti culturali sono lenti e a volte come le onde ritornano con impressionante puntualità. Questa è la realtà e sarebbe un grave errore farsi abbagliare da parole come accettazione o inclusione. Al tempo stesso però credo sia importante continuare a guardare con ottimismo e speranza i movimenti virtuali, i nuovi progetti, le idee, i post dei social e tutte quelle iniziative che parlano di possibilità.

La strada non è né breve ne’ semplice ma una cosa l’abbiamo capita e imparata. La disabilità è una faccenda seria e complessa e per viverla, parlarne, farne cultura, ci vuole coraggio.

Al contrario, per chiedere un risarcimento danni motivato dalla presenza di disabili nel proprio villaggio turistico direi che, una superficiale ignoranza condita con un pizzico di pietismo, è più che sufficiente.

Ci sono regni

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Manila-Grace-Denim-Marrakech-collection11di Irene Auletta

Mi colpiscono sempre quei moderni vezzi affettivi che trasformano tutti i bambini piccoli in principi e principesse. Vedo le madri, regine più o meno consapevoli di quella meraviglia, prese ad affrontare un radicale cambiamento che porta con sé intrecciate gioie e fatiche inattese e impreviste. Basta guardarle, in quel loro passare in pochi secondi da un aspetto trasognante a quello carico delle ombre che la cura continua richiede.

Insomma, a volte osservando le madri con i bambini piccoli tutto mi viene in mente tranne che il riferimento a regni magici e forse, come hanno detto autorevoli scrittori, la felicità si coglie sempre dopo averla attraversata e non mentre la si incrocia.

Avere figli che ti fanno vivere la vita al rallentatore può avere le sue speciali fortune, facendoti ritornare tante volte su quei gesti che, negli anni, si ha la possibilità di affinare fino a sperare di farli avvicinare quasi alla perfezione. Sono regni dove però non esistono principe e principesse. Delle regine neppure a parlarne.

Quando una madre porta nel mondo suo figlio si abitua a ricevere gli sguardi dolci e amorevoli dei passanti, tanto da non prestarci quasi più attenzione. E così, i commenti rivolti ai piccoli, diventano complimenti e ammirazione durante la crescita e nel passare degli anni, restituendo anche ai genitori quel senso di soddisfazione, ben visibile nei loro sorrisi, per il “lavoro ben fatto”.

Ci sono mondi nei quali è invece impossibile staccarsi di dosso lo sguardo altrui che, fatte le dovute  eccezioni, di solito trasmette emozioni tutt’altro che positive. Negli anni ti accompagna sempre attraverso quelle parole mute che continuano a darti pizzichi anche quando diventi maestra a schivare gli occhi di tutti quelli che incroci.

Sono regni come il nostro, fatto di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne che, come direbbe tuo padre, nel loro genere possono avere un peculiare perché. In tali occasioni, ai castelli sovente si prediligono le fortezze e non di rado gli abiti incantati sono sostituiti da vistose armature.

Ci vogliono anni di duro lavoro, nel vero senso della parola, per concedersi il lusso di indossare abiti leggeri e di farli svolazzare nel vento. Cosi ci vedo io e te, a passeggiare in riva al mare in quei nostri rituali di gioco che sono il nostro immancabile appuntamento. In quei momenti, dove per attimi scompare la tua e la nostra goffaggine, andiamo incontro a quella pura meraviglia che sa arrivare fino a laggiù, a prendersi cura dei nostri cuori.

Non aver paura dei camion bianchi

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“Papà, i camion bianchi sono cattivi?”
“Perché pensi che i camion siano cattivi?”
“Solo quelli bianchi!”
“Va bene, e perché i camion, quelli bianchi, sono cattivi?”
“Me l’ha detto Matteo, che un camion bianco ha ucciso tanti bambini”
“Ne hai visti molti da quando siamo partiti? di camion bianchi, intendo dire”
“Sì…”
“Hai avuto paura?”
“Sì! Pensavo che magari ci venivano addosso”
“Ed è successo?”
“No dai papà, se succedeva eravamo già morti!”
“Sai cosa facciamo? li contiamo. Quanti ne saranno già passati sino ad ora? dieci? venti? dai facciamo venti. Eccone uno là! Ventuno!”
“Ventidue! e guarda dopo il pulman, ventitré!…vale anche se è un po’ bianco e un po’ nero?”
“No no, stiamo cercando quelli cattivi e quelli cattivi sembra siano bianchi…”
“Ma perché quel camion bianco ha ucciso tante persone?…ventiquattro!”
“Matteo ti ha raccontato che quel camion andava in giro tutto da solo…?”
“No…”
“E secondo te?”
“C’era il guidatore”
“Allora sarà stato il guidatore quello cattivo, no? Guarda là! venticinque”
“Sì, sì…ma perché ha ucciso tanti bambini?”
“Di quanti colori vedi i camion?”
“Tanti! guarda là! rosso, e quello è grigio…là là, ce n’è uno tutto nero!”
“Quindi un uomo cattivo che vuole uccidere tante persone potrebbe guidarne uno di qualsiasi colore, non pensi?”
“…”
“Mica è necessario averne un bianco per fare quella cosa orrenda che ti ha raccontato Matteo, non ti pare…?”
“…quindi potrebbe esserci un uomo cattivo su ognuno dei camion che abbiamo incontrato da quando siamo partiti…?”
“Certo! in ogni camion di ogni dimensione! Vedi? quello è enorme, col rimorchio, di quelli che piacciono a te. Quello dietro invece è piccolino, un furgone più che altro, ma se ci investe fa lo stesso di quello grosso grosso”
“Anche quella macchina che sta arrivando velocissima!”
“Giusto! se ci fosse un uomo cattivo su quella macchina saremmo in pericolo lo stesso!”

“Si va bene, papà, ma perché un uomo cattivo uccide tante persone con un camion o un’auto?”
“Perché odia, figlia mio. Odia così tanto tutti da voler uccidere chiunque, senza neppure sapere chi sta uccidendo e quanto dolore provoca”
“Anch’io una volta ho odiato tantissimo un bambino che mi aveva rubato il mio gioco preferito…sono una bambina cattiva…?”
“A tutti capita di odiare, anche a me. Pensa che qualche volta ho odiato persino te…sai quando non dormivi mai la notte.? sapessi quanto ti ho odiato in quel periodo…”
“Allora sei cattivo anche tu?”
“Non so, non credo, quel bambino che hai odiato è ancora vivo? Si? e del resto sei viva anche tu, giusto? Quindi odiare non ci fa diventare cattivi per forza. Forse quell’uomo è diventato cattivo perché non è riuscita a passargli come è capitato a me con te e a te con quel bambino. Sai, l’odio è terribile, ma immagina di provarlo tutti i giorni un giorno dopo l’altro per tanto tempo…”
“Che brutto papà! non riuscirei a respirare!”
“Forse è proprio quello che è successo a quell’uomo cattivo che guidava il camion bianco. Forse non riusciva più a respirare per tutto l’odio che provava ed è diventato un assassino”
“Allora dobbiamo stare attenti a respirare…?”
“Sì, forse sì. L’importante non è odiare, ma smettere il più in fretta possibile, perché quando odi ti vengono in mente i pensieri più terribili e feroci”
“E’ vero, avrei voluto fargli delle bruttissime cose a quel bambino quando mi ha rubato il gioco…”
“E ti sei sentita cattiva per averlo pensato vero?”
“Sì”
“Però non le hai fatte quelle cose, giusto? è questo il punto: non si è buoni se non si hanno pensieri brutti, si è buoni se ai pensieri brutti non seguono azioni cattive”

“Ma papà, sono tanti gli uomini che non smettono di odiare?”
“Non so, nessuno li ha mai contati. Proviamo a farlo noi!”
“Come si fa…?”
“Prendi tutti i camion che abbiamo incontrato oggi, bianchi, gialli, neri, di tutti i colori. Prendi anche tutte le auto grosse che correvano impazzite. Poi pensa a tutti i camion e le auto che abbiamo incontrato ieri e l’altro ieri e l’anno scorso, insomma sino a quando ti ricordi. Quanti saranno stati?”
“Centinaia! No! milioni! Centinaia di milioni…?”
“Magari così tanti no…però, insomma, moltissimissimi! più di quanto non si riesca a contarne. E quanti di questi camion e di queste auto ci sono venuti addosso?”
“Quella volta che ci hanno tamponato…?”
“No, quella non conta, mica l’aveva fatto apposta. Sarà stato distratto quel guidatore, ma non era certo cattivo”
“Allora…nessuno…”
“Vedi? io non so quanti siano gli uomini che non smettono di odiare e diventano cattivi, però io e te sappiamo che le persone normali, che magari odiano più volte nella loro vita ma poi respirano e gli passa e non trasformano i loro brutti pensieri in azioni cattive, sono molte ma molte di più e le incontriamo tutti i giorni, in ogni momento, dappertutto, senza che ci facciano del male. E senza che noi facciamo del male a loro”
“Allora non siamo in pericolo?”
“…”

“Siamo in pericolo papà…?”
“…ti ricordi di quella volta che stavi correndo sul muretto e sei inciampata? sei caduta e hai battuto la testa. Un po’ di ghiaccio e ti è passato tutto. Però hai battuto la testa per terra a pochi centimetri dal bordo del marciapiede. Io e la mamma eravamo terrorizzati quando abbiamo visto che per pochissimo non hai picchiato contro lo spigolo…”
“Vi siete anche arrabbiati tanto…”
“Eravamo spaventatissimi… comunque è andata bene e sapessi quante volte nella vita ci va bene e sfioriamo soltanto un grave pericolo. Perché nella vita i pericoli ci sono sempre, a volte dipende da noi stare attenti ed evitarli, altre volte invece ci capitano e possiamo solo sperare di uscirne senza farci troppo male. Però il più delle volte, nelle vita, stiamo tranquilli e non ci accade nulla. Gli uomini cattivi che non smettono di odiare sono un pericolo raro come cadere da un muretto. Anzi, molto, molto più raro”
“Ma perché papà quell’uomo cattivo con il camion bianco ha ucciso tante persone?”
“Non ne abbiamo appena parlato…? perché odiava e non riusciva a smettere…”
“Sì va bene, ma è morto anche lui. Io non ho mai pensato di vendicarmi del bambino che mi ha rubato il gioco morendo anch’io!”
“Hai ragione, se uno vuole vendicarsi deve restare vivo per godersi la vendetta, giusto?”
“Giusto!”
“Ma quell’uomo non voleva vendicarsi, voleva spaventare, spaventare non quelli che ha ucciso, ma tutti gli altri che sono rimasti vivi e hanno visto quello che ha fatto”
“Io mi sono spaventata tanto…”
“Appunto, era questo il suo scopo: spaventarci tutti…però ora noi siamo in macchina e stiamo andando a fare una gita. Fra qualche giorno saremo al mare e andremo in spiaggia a vedere i fuochi artificiali. Quando torneremo andremo al cinema e poi alle feste di quartiere e in metropolitana e in mille e mille posti dove ci sarà tantissima gente attorno a noi che fa le stesse cose che facciamo noi”
“Tutte persone che respirano…?”
“Sì, che respirano…Quello che vogliono gli uomini cattivi che uccidono tante persone, invece, è spaventarci per farci diventare come loro”
“Io non voglio diventare come loro!”
“E allora odia chi vuoi, persino quegli uomini tremendamente cattivi, ma poi fattela passare. E continua a vivere la tua vita come se non esistessero. E’ questa la punizione più grande che possiamo infliggergli: continuare a vivere la nostra vita indifferenti al loro odio”
“Ma a me spiace che si sentano così…”
“Ecco, così è ancora meglio, si chiama compassione quella che provi. Ed è il miglior rimedio all’odio. E alla paura. Che tu sia indifferente o compassionevole nei confronti delle azioni cattive degli uomini che odiano, quello che conta è che tu continui a fare la tua vita. Perché ogni altra tua reazione, scappare, nasconderti, odiarli con forza, maledire la loro stirpe, chiedere la loro morte, rinunciare ad andare dove vorresti andare e a fare le cose che vorresti fare per evitare il rischio di incontrarne qualcuno, li farebbe vincere. E tu non vuoi che gli uomini che odiano vincano, vero…?”
“No papà!”
“E perché?”
“Perché non voglio smettere di respirare”

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