Panorami e pertugi

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di Irene Auletta

Attraversare i luoghi con abiti differenti svela sempre occasioni interessanti e a volte inattese. Accompagniamo tuo padre per un impegno di lavoro, cogliendo l’invito ad essere ospitate dagli organizzatori del convegno nello stesso contesto che vede svolgersi svariate proposte e attività educative.

Noi siamo una coppia un po’ a parte, madre e figlia, che si ritrova coinvolta nei discorsi tecnici di pedagogisti, formatori, educatori ma senza farne direttamente parte. Il ruolo di madre è quello che appare senza alcuna possibile confusione e, dato che nessuno mi chiede di cosa mi occupo professionalmente, mi regalo la possibilità di guardare un mondo che conosco molto bene da una peculiare prospettiva di ruolo.

Così mi gusto i caratteri di un’accoglienza speciale, di una cura che sa andare oltre i confini dell’orario di lavoro a favore di una forte appartenenza culturale, di scelte personali di chi, in età da pensione, dedica il suo tempo a quel particolare contesto. Insomma, una realtà che parla di tante ricchezze educative e grande attenzione a ciò che accade, ogni giorno, negli incontri e nelle relazioni con i bambini, i ragazzi e gli adulti.

Forse per questo, proprio lì, stonano ancora di più i toni in falsetto utilizzati sovente con i bambini piccoli per chiederti fondamentalmente come ti chiami e subito dopo a me quanti anni hai. A parte qualche rarissima eccezione, fine dello scambio.

Nel momento del pranzo mi colpisce il dialogo tra operatori presenti al nostro stesso tavolo, a proposito di servizi educativi e disabili, quasi non accorgendosi della nostra presenza. Dopo un po’, una giovane educatrice, che dice di aver frequentato l’università tantissimi anni fa (cinque!), sembra accorgersi di noi e così finisce, un po’ maldestramente, per chiedermi se sei una non verbale. 

Respiro e attendo qualche secondo prima di rispondere mentre nella mia mente si affastellano pensieri della strada che ancora dobbiamo percorrere, di quanto ancora c’è da imparare nell’incontro con i genitori e di quanto anche oggi, mi porto via , per il mio lavoro e per la mia vita. 

Guardo negli occhi chi mi ha fatto la domanda e con un sorriso rispondo.

E’ Luna.

Respiri di settembre

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di Irene Auletta

Siamo solo a metà settembre ma sempre più spesso raccolgo commenti che sottolineano riprese già in affanno, settimane molto impegnative e periodi pieni.

Mi sono imposta lentezza al rientro dalle vacanze e forse per questo mi colpiscono questi commenti tanto orientati alla rincorsa di mille cose da fare, che poi, inevitabilmente, qualcuna ne rimane sempre fuori.

Qualche giorno fa, mentre ho rischiato per l’ennesima volta di perdere la coincidenza per ritardo del Freccia Rossa, complici i tacchi, mi sono imposta il mantra della mia maestra Feldenkrais, “velocemente ma senza fretta”. Forse sto invecchiando ma tutto questo affanno da tempo  lo sopporto poco e soprattutto ho maggiore consapevolezza del fatto che mi toglie, oltre al respiro, il piacere dei piccoli particolari di quanto mi circonda. 

Prima della partenza ci siamo guardate insieme il finale del film che ti sei gustata al rientro dal Centro. Mezz’ora tutta per noi, immerse in quel nulla pieno del tanto che ho messo in valigia come compagnia fino al giorno successivo. Il silenzio del nostro amore mi ha insegnato a rallentare per ascoltare e a tacere per sentire.

Ma secondo lei mia figlia, con questa grave disabilità, quando non ci sarò più sentirà la mia mancanza? mi ha chiesto qualche tempo fa una madre che probabilmente neppure immagina quanto la sua domanda mi riguardi.

Il ricordo di questo incontro riemerge, quando meno me l’aspetto, a pizzicarmi gli occhi e, mentre ragiono sulla lentezza, penso che forse la strada è proprio quella di non perdersi occasioni preziose per donarsi quel tempo che lascia segni nella carne e nel cuore. Mi piace pensare che il ricordo rimarrà in quelle sensazioni che l’esperienza ha reso possibili e questo, nella tristezza, come un magico unguento arriva a curare le ferite.

Poco dopo, un sorriso si affaccia a salvarmi da un attacco di malinconia quando ferma al semaforo sento un ragazzo dire: signori e signore aspettate un attimo a mettervi il cappotto, siamo ancora in estate! 

Si, andiamo piano penso, che le tracce della memoria, come i semi più sensibili, hanno bisogno di cure, calore e tempo. E, solo allora mi accorgo che, lentamente, ho ripreso a respirare.

Timing

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di Igor Salomone

Due marmocchi, uno per mano, a bordo strada. Mentre procedo lungo corso XXII Marzo, superandola, la scorgo sbirciare prima a destra poi a sinistra, come mi hanno insegnato si deve fare prima di attraversare. Dall’altro lato del corso, uno dei più trafficati della città, una scuola per l’infanzia, probabilmente la meta del piccolo quadretto familiare. In mezzo nessuna striscia pedonale, nemmeno l’ombra, neppure il ricordo di strisce precedenti cancellate dal tempo o da una mano di catrame. 

Le strisce non è che non ci siano, sono cinquanta metri più in su o più in giù: cento metri di deviazione evidentemente impossibili, chissà, magari perché sono in ritardo, di fretta, la scuola chiude, la madre ha i tempi stretti per andare al lavoro. In ogni caso quel punto di corso XXII Marzo, a Milano, è particolarmente gettonato la mattina da mamme e bambini  impegnati nel raid casa-scuola-lavoro dribblando semafori, attraversamenti pedonali, auto, tram, moto e camion. 

Pericoloso? sì, un po’ ma neanche più di tanto, le signore stanno attente, il viale è lungo e con un ottima visibilità e non pullula di assassini pronti a travolgere chiunque si pari davanti a loro senza permesso. 

Mentre supero il gruppetto mi vien spontaneo chiedermi però cosa stia insegnando quella madre ai suoi due figlioletti. Perchè i rischi alla loro incolumità sono minimi, ma gli effetti sulla loro educazione molto probabili.  Penso questo e non mi piace pensarlo, odio i moralismi, eddai che vuoi che sia, non sarà certo una trasgressione lieve come quella a fare dei due ragazzini dei disadattati. 

Però la domanda torna, insistente: cosa sta insegnando quella madre ai figli aiutandoli ad attraversare la strada ma ignorando le strisce? A violare le regole? vabbè, non esageriamo, magari per il resto è rigidissima e questa mattina è un caso unico.  Che le regole si possono violare ma solo insieme alla mamma? Può darsi, come dire: aspettate di diventare adulti prima di decidere se rispettarle o meno. Potrebbe anche starci. 

Però le strisce c’erano, a soli cinquanta metri, quanto tempo avrebbe mai perso quella madre facendo il giro largo? Anche senza essere Bolton, 100 metri con al seguito due marmocchi, al massimo, si percorrono in trenta secondi. Cosa mai ci sarà stato di così urgente in ballo da non poter perdere trenta secondi? Non c’era in corso un terremoto, niente stava andando a fuoco e nessuno sembrava ferito, era probabilmente solo una corsa contro il tempo sul filo dei secondi.

Questo quindi quella madre stava insegnando a quei bambini: a correre contro il tempo. Non c’entrano le regole e il loro rispetto, o per lo meno è una questione marginale. E’ il rapporto con il tempo il cuore di quel gesto educativo, perchè una cosa è certa, quelle mani che accompagnavano nell’attraversamento era un gesto educativo, che la madre ne fosse consapevole o meno. Un rapporto segnato dalla frenesia, dall’improcrastinabilità, dall’urgenza, costruito sull’accumularsi di piccoli ritardi, in corsa da un punto all’altro con la testa già sul passaggio successivo. 

Viviamo così, si dirà, che ci si può fare? Non sarà fare il giro largo per attraversare sulle strisce a cambiare le cose. Può darsi. Però se a un certo punto non riusciamo più nemmeno a vedere i nostri figli per la velocità con la quale attraversano la vita, almeno sapremo da dove abbiamo cominciato. 

L’educazione della bocca

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Di Igor Salomone

Figli, ascoltate l’educazione della bocca, chi l’osserva non si perderà.

Il peccatore è vittima delle proprie labbra, il maldicente e il superbo vi trovano inciampo.

Bibbia, Sir. 23 7-8


Ho imparato nella vita a ritenermi responsabile di quello che faccio e dico, non di quello che penso. I miei pensieri sono affar mio e, spesso, sono al di là del mio controllo. 

Come credo succeda a tutti, pensieri mostruosi attraversano la mia mente, per esempio quando leggo di quel padre che ha abusato sessualmente della figlia di due anni e mezzo fotografandola e poi mettendo in Rete gli scatti. Quanti pensieri di morte sono esplosi nel mio cranio al solo pensiero che qualcuno possa far del male a mia figlia? Io non governo queste reazioni emotive, accadono e le accetto. 

Ma dirle è tutt’altra cosa. 

Certo, è possibile farlo dallo psicanalista o con un prete, oppure anche con un amico o persino su Facebook se lo si fa per prenderne distanza, per dire guarda che pensieri tremendi mi hanno avvelenato l’animo.

Succede invece che molti, forse immaginando che abbandonare un pensiero sulle onde digitali sia come parlare a se stessi, diano libero sfogo ai mostri interiori. E questo non va bene.

Mi hanno insegnato a pensare prima di parlare, mi hanno insegnato a misurare le parole, mi hanno insegnato a scegliere cosa dire e cosa tacere. Ma siamo tutti vittime di una cultura che ha scambiato l’autenticità con la totale assenza di freni, confuso la schiettezza con la violenza verbale, ridotto la libertà di parola a rutto libero e fanculo alle buone maniere. 

Nel giro di due giorni ho sentito un padre di famiglia dire che quell’altro padre abusante e pornopedofilo dovrebbe essere scuoiato vivo senza processo e una madre accusare sua figlia di quattro anni di non essere per nulla generosa e, accompagnando le parole con il gesto delle dita, di avere un cuore piccolo così. 

Occorre educare la bocca perchè le labbra siano il filtro necessario tra ciò che può capitare di pensare e quello che ci assumiamo la responsabilità di dire.

Scegliere le parole non è ipocrisia, è un segno di civiltà.

Cronache d’estate

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di Irene Auletta

Siamo in attesa della banda. Un piccoletto di cinque/sei anni ci si avvicina chiacchierino. Ciao come ti chiami? dice rivolto a te. Di fronte alla mia risposta ti osserva curioso e puntuale arriva la solita domanda. Ma lei perché non parla? Sembra soddisfatto della mia risposta e commenta che (comunque!) ti trova bella e simpatica. Saltella verso il padre urlando Papa’ ho conosciuto una bambina Luna! Pure agli occhi dei bambini risulti piccola e ormai, io e tuo padre, siamo abituati anche a questo.

Mentre la musica si avvicina, il capannello di persone si popola e ci scambiamo saluti e battute “da spiaggia”. Da quanti anni ci conosciamo!, commenta una signora mentre mi chiede quanti anni hai. Quando ci stiamo per salutare commenta che “parla spesso di questa ragazza del mare che forse per tanti versi non è stata molto fortunata ma di certo ha la fortuna di avere due genitori che la amano così tanto da renderla felice”. Sorrido commossa e penso che gli sguardi sono sempre pieni di parole che a volte e’ curioso ascoltare.

Poco dopo, passata la banda accolta con la rinnovata allegria, siamo in acqua per il nostro primo bagno della giornata. Ti guardo nuotare con quella nuova maschera che da qualche anno stai imparando ad utilizzare sempre meglio, a vantaggio di quelle nuove possibilità che ti hanno definitivamente liberata da braccioli o altri orpelli da galleggio. Nuoti libera e sarà che in acqua anch’io assaporo quel gusto, questa esperienza mi pare, anche per te, unica e bellissima. Il tuo corpo sperimenta movimenti che la gravità rende più lenti e complessi e ti osservo flessuosa, morbida, allegra.

Eppure anche questa libertà non è per te gratis. Tu, che non tolleri neppure una mollettina invisibile tra i capelli, hai imparato ad accettare questo aggeggio che ti contiene l’intera faccia e che a parecchi crea un senso di fastidiosa claustrofobia.

Ti vedo libera, di scegliere, di provare, di avvicinarti e allontanarti. Libera di giocare e divertirti.

Ogni genitore ha il suo orizzonte educativo e oggi il mio mi appare sempre più chiaro. Felicità e libertà.

La disabilità e’ sempre lì, sullo sfondo, e profuma di mare.

Oltre la vita

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di Irene Auletta

In questi giorni ho accompagnato mio padre nelle varie tappe di saluto al suo fratello minore. Ieri camera ardente, oggi funerale. Il dolore rende ancora più vulnerabili e mi ritrovo a guardare i miei genitori che, improvvisamente, mi sembrano diventati ancora più anziani. 

Con questo zio, molti anni fa, avevo avuto uno scambio non facile sempre in occasione di un funerale. Ma quella volta, si trattava di quello di mio fratello quindicenne. Avrei capito solo molto anni dopo che nella nostra famiglia il dolore, allora, assumeva le forme più svariate di eccesso di spiegazioni, inutili razionalizzazioni e negazione delle emozioni.

In questi giorni ho dialogato un po’ con la memoria di mio zio e gli ho raccontato della strada fatta. Oggi al suo funerale, nel silenzio della funzione religiosa, gli ho detto quanto ho imparato in questi anni, proprio a partire da quel nostro scambio di anni fa, dove il mio dolore sapeva esprimersi solo con rabbia.

Vedere mio padre piangere e’ stato quasi un sollievo e mi è parso che il tempo passato, abbia insegnato qualcosa anche a lui. Mia madre invece, le sue lacrime le ha esaurite e nel mondo in cui a volte si perde sembra esserci spazio solo per un po’ di leggerezza. La vita satura e le persone anziane, ognuna a suo modo, sembrano ricordarcelo.

Oggi mi sono portata a casa, insieme a molte emozioni evocate da tanti incontri, un monito alla misura e all’equilibrio. In fondo la morte, come ha detto saggiamente mia madre, ci ricorda di non pensarci eterni e di “fare, appena possibile, pace con la vita”. 

Con il dolore ci faccio pace ogni giorno e, ogni giorno, grazie a questo, intravedo pertugi di gioia.

La vita e la morte oggi mi hanno mostrato una nuova danza.

Promesse e desideri

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di Irene Auletta

Oggi si rientra dalla prima tappa di vacanza. Ci abbiamo pensato non poco, con tuo padre, alla possibilità di sperimentare una settimana, magari non proprio a tua misura.

A partire dal viaggio: auto, navetta, aereo, traghetto, per giungere in spiagge da paradiso ma spesso, per te, molto difficili da raggiungere. 

Ma ci abbiamo provato lo stesso e alla fine penso che abbiamo fatto la scelta giusta. Ti sei divertita, hai provato a spingerti un pochino oltre le tue possibilità, hai protestato e poi mediato, hai nuotato in un mare trasparente appassionandoti di tutto il fondale, hai fatto le ore piccole felice per poi urlare di stanchezza, hai guardato un tramonto con gli occhi pieni di meraviglia, hai riso tantissimo sempre circondata dal vento.

Sei stata una ragazza grande e ci hai reso, ancora una volta, molto orgogliosi di te.

Ogni estate raccolgo da parte di tanti genitori con figli disabili commenti ed emozioni che narrano di preoccupazione e tanta fatica. Le scuole e i centri diurni sono chiusi e le vacanze, a volte, possono trasformarsi in piccoli incubi. Ogni cosa sembra più difficile in estate e naturalmente la complessità aumenta con il passare degli anni.  Persone che sovente hanno necessità di routine si trovano travolte da frizzanti scie di sole, colori, profumi, voglia di leggerezza e libertà. 

E’ difficile per noi, figli e genitori, vivere la libertà e trovargli ogni giorno significati inediti che possano stare nelle nostre vite, rispettandole.

Certo, non cambiare nulla, stare nel comodo, non osare, non esagerare, fa stancare decisamente meno. Rispetto e comprendo chi sceglie vie più quiete, ma io non voglio questo per te, figlia mia. E non lo voglio neppure per me.

Voglio nuove esperienze, voglio vedere i tuoi occhi pieni di sorpresa, voglio guardarti con uno sguardo colmo della bellezza che ci circonda, voglio risate e proteste, ombre e allegria, fatiche e meraviglie. Voglio la vita.

Sempre, sempre. 

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