di Irene Auletta
Appena letta la notizia ho sentito una crescente agitazione che si muoveva all’altezza dello stomaco. Poi il post di Dafne ha aperto la strada a quello stato di disagio provato svelandomi con maggiore chiarezza quello che spesso rimane nella penombra. Della vicenda in oggetto, che ha provocato la morte di una madre e dei suoi figli, non potrei aggiungere una parola allo scritto citato ma, quello che vorrei provare a fare, è trattenere qualcosa che lo precede e lo segue ormai da molti anni, non in contrapposizione, ma come altra cornice onnipresente tante volte dimenticata.
Quella madre sono stata io e lo sono state, e lo sono ancora, le tante madri incontrate che, per la loro condizione di caregiver, proseguono l’iter dei primi anni di vita dei figli per molti, molti anni, a fianco della loro condizione di disabilità.
Io sono stata fortunata perchè a salvarmi ci sono stati i miei genitori e in particolare mia madre che, non mi ha mai chiesto se avessi bisogno di aiuto ma c’era e c’è stata per lungo tempo. C’è stata come sapeva fare lei, con i gesti, il sorriso, la vicinanza e il silenzio. Non smetterò di esserle grata fino all’ultimo respiro, anche perchè mi ha trasmetto, e ha saputo insegnarmi, le molteplici sfumature della forza delicata.
Io sono stata fortuna perchè ho potuto non lasciare il mio lavoro, di formatrice e pedagogista, che ha saputo nutrirmi e sostenermi più di mille interventi di sostegno psicologico. Tempo fa un’educatrice mi raccontò di come, anni prima, lei e le colleghe mi guardassero arrivare preoccupate per quelle mie spalle incurvate dalla sofferenza e di come, appena entrata nel servizio, mi vedessero riemergere a schiena dritta e con un sorriso capace di accoglierle e guidarle nel loro percorso professionale, spesso con leggerezza. Ma come facevi, mi domandò?
Io sono stata fortunata perchè il padre di mia figlia, appena trovata la sua strada di padre, non l’ha più lasciata indicandomi spiragli a cui poter accedere per trovare le miei piccole luci, giorno dopo giorno.
Ci sono voluti molti anni per riemergere da quello stato di solitudine profonda e ancora oggi penso alle persone che sono state, e sono, meno fortunate di me. Non mi piace affatto usare la parola fortuna ma spero che, accompagnata dalle altre, riesca a svelare meglio i significati che prova a trasmettere.
Purtroppo la solitudine è sempre il filo conduttore e credo che oggi vada ben oltre le singole vicende, prendendo la veste onnipresente di questi nostri tempi che, non sono tempi di vicinanza ma tempi in cui le parole sostituiscono spesso i gesti, vanificandone il significato dichiarato. Dico spesso che se, nel trascorrere degli anni, le molteplici dichiarazioni di disponibilità di aiuto si fossero tradotte in azioni, la mia casa sarebbe stata per molto tempo una specie di mercato affollato.
Invece nulla.
Per anni il dolore mi ha fatto sentire tanta rabbia mentre oggi quel sentimento si è trasformato in una forma di dispiacere più leggero e nel bisogno, sempre presente, di provare a fare io stessa altro. Sento una forte responsabilità, anche nel mio lavoro, di continuare a nominare ciò che va poco di moda e di rendere visibile quelle tante esperienze virtuose che incontro. I gesti di attenzione e gentilezza ci sono, ma dobbiamo tornare ad essere capaci di vederli, nominarli e valorizzarli.
Ognuna e ognuno di noi può essere aiutato anche a comprendere dove poter volgere lo sguardo in cerca di altro e a cogliere ciò che ci accade accanto. Ciò che è possibile e anche ciò che può rimanere un desiderio non accolto e ascoltato.
Qualche giorno fa, salendo su un treno, ho visto davanti a me una signora che stava avviandosi verso il vagone con un deambulatore. Ad aiutarla prontamente si è avvicinato un giovane uomo, uno di quelli probabilmente molto osservati per i suoi comportamenti fuori dal comune, quelli che in gergo tecnico chiamiamo stereotipie. Il giovane, senza parole, ha prestato il suo aiuto e ho avuto la netta sensazione che quel gesto sia arrivato come una carezza di attenzione.
Di questo abbiamo bisogno. Di gesti capaci di esserci e credo che, in questa direzione, abbiamo ancora tanto da imparare e da insegnare.
Io sono fortunata, perchè ho te, figlia che non si fa imbrogliare dalle parole.
In questo mondo liquido-moderno, si è felici finché non si perde la speranza di essere felici in futuro. Ma la speranza può rimanere viva solo a condizione di avere davanti a sé una serie di nuove occasioni e nuovi inizi in rapida successione, la prospettiva di una catena infinita di partenze. Ci si deve porre sfide difficili; si devono scegliere obiettivi che siano ben oltre la propria portata. Bisogna tentare l’impossibile. È una vita emozionante e logorante: emozionante per chi ama le avventure, logorante per chi è debole di cuore. Lascio ai lettori di decidere se la coercizione a cercare la felicità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori, renda felice chi vi è costretto. (L’arte della vita di Zygmunt Bauman)












