Esploratori di significati

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di Irene Auletta

Non smetterò mai di parlare dell’importanza delle parole che utilizziamo come educatori e, più in generale, come operatori impegnati in relazioni educative o di aiuto alla persona. Naturalmente vale lo stesso per i genitori, ma quella è una storia che osservo da un altro punto di vista e con differenti valutazioni.

In particolare, pensando al mio lavoro con gli educatori, mi risuonano espressioni come capriccioso, testardo, pigro, oppositivo, demotivato, aggressivo. Ognuno può arricchire la sua personale lista. Ma io, ogni volta, mi chiedo cosa vuol dire?

Mi sembrano etichette vuote, che non parlano di nulla e che invece ci spingono a cercare puntualità e profondità, prima di tutto nel rispetto delle persone a cui ci rivolgiamo e subito dopo in quello della nostra professionalità.

Più volte mi è capitato di sottolineare il ricorrere di alcune parole, e dei significati correlati, a seconda del destinatario dei vari servizi educativi.

Avete presente è intelligente ma non si applica, potrebbe fare di più? Come potrebbero non risuonarci echi sentiti tante volte negli incontri scolastici? Ma non meno frequenti e ricorrenti le altre parole nominate, sovente rivolte sia a bambini piccoli che a bambini o ragazzi con disabilità. 

Proprio pensando a questi ultimi sento sempre più forte l’esigenza di mettere a fianco dei bisogni i diritti e di introdurre parole, quasi rivoluzionarie, come sogni, desideri, interessi, possibilità, fantasia. 

Ci sono parole che creano gabbie, che bloccano, che banalizzano l’altro e l’incontro. Oggi più che mai abbiamo bisogno di aperture, di nuove possibilità e orizzonti inediti e originali, di creatività nel senso più nobile e artistico del termine, anche nelle relazioni umane.

Vorrei sentirmi raccontare sempre meno dell’opposizione di mia figlia, per sentire valorizzata la sua possibilità di scegliere e di esprimere la sua volontà. Mi piacerebbe che non venisse più etichettata come non verbale, per intravedere, insieme agli operatori, nuove vie per comunicare. 

Dopo l’ultima seduta con la tua maestra Angela hai indicato a tuo padre il punto del tuo corpo su cui avete lavorato e quando lui ti ha chiesto di raccontarmelo hai toccato lo stesso punto sul mio viso. In quei momenti il silenzio si riempie di meraviglia e di un’intensità che fa scintille.

Ah giusto! …. Possiamo aggiungere anche queste ultime due parole?

Così, tanto per cominciare.

Riaperture e distanze. Stare insieme ma non troppo

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Eccomi con un nuovo episodio di ripresa della stagione del podcast. Il tema è caldo: la riapertura dei luoghi educativi alle prese con tutte le norme di sicurezza e i vari protocolli.

Per i vostri contributi potete lasciarli qui come commenti, oppure scrivere @igorsalomone su Telegram o mandarmi una mail a igor.salomone@me.com

Ascoltalo sul podcast Pillole pedagogiche con..

 

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Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

Caino non praticava Mma

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di Igor Salomone

Tutti siamo in grado di uccidere un nostro simile. Una buona dose di rabbia e un bastone, un cacciavite, un coltello da cucina, se proprio non ci sentiamo in grado di farlo a mani nude, sono più che sufficienti.  Non c’è alcun bisogno di allenarsi per anni negli sport di combattimento o nelle arti marziali. Quindi, buona parte del dibattito su violenza e Mma (Mixed martial art) seguito all’uccisione di Willy Monteiro Duarte da parte di un gruppo di criminali, è totalmente privo di senso.

Mi pare del resto priva di senso anche la risposta standard del mondo delle arti marziali. In un dojo, si dice, un maestro degno di questo nome insegna prima di tutto il rispetto per l’avversario. Nel nostro immaginario collettivo, l’arte marziale è quella che insegna il buon maestro Miyagi, non quell’orco a capo del Cobra Kai, e va bene, anche se il mondo delle arti marziali è complesso ed è pieno di sfumature che coprono tutti i gradi intermedi tra il mite vecchietto di Okinawa e il feroce picchiatore che addestrava picchiatori. 

Ma il rispetto dell’avversario non è un esclusiva della pedagogia marziale, lo insegnano, o dovrebbero farlo, tutti gli istruttori, i coach, gli allenatori di qualsiasi disciplina sportiva, è alla base dello spirito olimpico e persino dell’arte delle guerra, per lo meno come l’aveva descritta Sun Tzu.

Quindi, di che stiamo parlando mentre un giovane uomo, per giunta dal nome straniero, muore per la furia assassina di altri giovani come lui?

Forse dobbiamo parlare del senso dell’arte marziale, comprendendo sotto questo nome qualsiasi pratica insegni ad affrontare lo scontro con il corpo dell’altro. Se tutti siamo in grado di uccidere il nostro prossimo, a cosa serve sudare innumerevoli magliette per una quantità improbabile di anni, immaginando di doversi difendere da un aggressore? 

È semplice, serve a evitare di uccidere, o anche di ferire gravemente e, se è per quello, di umiliare, offendere, sopraffare chi ci aggredisce. Serve cioè a condizionare mente e spirito (per usare due categorie care alla tradizione delle arti marziali orientali) allo scopo di tenersi lontani dai comportamenti istintivi, ferini, violenti, quelli dettati dalla parte più primitiva del nostro cervello, quelli per intenderci “uccidi e scappa”. 

L’arte marziale insegna, o dovrebbe insegnare, a non esacerbare i conflitti, ad attraversarli senza creare vincitori, che creano vinti destinati a diventare nemici in cerca di vendetta. Insegna cioè, o dovrebbe insegnare, qualcosa che serve in ogni angolo della vita ed è per questo, solo per questo, che sudore e anni acquistano un senso.

Evidentemente a quel gruppo di sciagurati non è stato insegnato nulla di tutto ciò o, per lo meno, non lo hanno imparato. Hanno imparato invece che un conflitto si regola con la violenza e se qualcuno si mette in mezzo peggio per lui. Non so se glielo abbiano insegnato, forse non hanno fatto nulla per evitarlo.

Viaggiando la vita

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di Irene Auletta

In questi ultimi mesi complessi, come molti di noi, ho ascoltato e accolto tanti commenti e preoccupazioni e, mentre il mio sguardo e le mie parole si esprimevano in una certa direzione, dentro di me sentivo soffiare lontano un non detto. Pian piano quell’eco si è avvicinato sempre di più. Mesi difficili, vero ma… Momenti critici, vero ma… E poi quel ma è tornato amico nella pausa estiva.

Due settimane di notti pesantine, tutta una serie variegata di piccoli e grandi fastidi e infine, negli ultimi giorni, l’ennesima sorpresa. Pronti per il mare ti vedo con gli occhi un po‘ lucidi. Eccola di nuovo quest’anno, come accade tutti gli anni in vacanza, la febbre ancora ci mancava. Lo so che questa e’ la tua salute ma ogni volta ci rimango un po’ male. In oltre vent’anni ho perso il conto degli impegni saltati e delle occasioni perse, dei giorni bloccati a casa (per non parlare di quelli in ospedale!), dei piccoli o grandi malesseri che ogni volta si inventano qualcosa di nuovo per darmi pizzichi al cuore.

Insomma, noi viviamo da tempo con questi “imprevisti” e l’unico modo per non soccombervi e’ stato farseli amici. E allora quel ma silente dei mesi scorsi, si è rivelato con chiarezza non certo come un sottovalutare o non accogliere seriamente i commenti e gli stati d’animo altrui, ma un modo per prenderne distanza, per guardarli sempre da un’altra prospettiva, provando a restituirgli un differente tono e respiro.

Pochi giorni fa, nel viaggio di rientro a casa dalle vacanze mi ha raggiunto un messaggio molto triste. Un’amica e collega di vecchia data, da tempo con seri problemi di salute, è morta quella stessa mattina. Con Antonella abbiamo vissuto insieme tante esperienze, professionali e personali. Difficile pensare a due persone più diverse ma questo aspetto è stato per tanti anni una nostra ricchezza. Poi la vita sovente allontana ed entrambe le nostre, probabilmente, hanno presto strade non semplici da seguire. Eppure la notizia della sua morte mi ha subito fatto nascere il bisogno di raccogliere il nostro incontro, il cui filo d’affetto non si è mai interrotto, per poterlo raccontare, principalmente a suo figlio, ormai giovane uomo. 

Ho trovato una bellissima foto con lei e mia figlia piccola e subito l’ho condivisa con lui, per trattenere insieme un sorriso pieno di gioia in un loro momento di gioco.

Dal momento della notizia penso spesso a cosa possiamo imparare anche da questi incontri e storie che ci attraversano, lasciandoci tracce che molto spesso rimangono ben custodite negli scaffali della nostra memoria. Ma la morte, possiamo davvero pensarla come un’imprevisto o una sfortuna oppure, ancora una volta, come una sferzata della vita che ci rammenta il rischio di sprecare tempo prezioso facendo conteggi errati, perdendo così l’occasione di imparare e insegnare le sfumature dell’esistenza?

Per trovare la foto che avevo ben in mente, ci ho messo oltre  un’ora ritrovandomi invasa da tantissimi altri ricordi. Tanta vita mi è sfilata davanti agli occhi in immagini che hanno risvegliato ricordi di tutti i colori.

Una danza di emozioni fortissime ha continuato ad alternare gioie e dolori, timori e speranze, paure e nuove possibilità, vita e morte. La vita è davvero una bella sfida e ancora oggi, guardando il sorriso in quella foto, mi tengo stretto questo pensiero insieme al tuo ricordo e alle parole che ci siamo scambiate negli ultimi mesi di ritrovata vicinanza.

Sei tanto forte e hai molto da insegnare, mi hai ripetuto molte volte e allora, con tutta la forza che ora riesco a raccogliere, ti auguro buon viaggio Anto!

La madre che vorrei

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di Nadia Ferrari

É la prima vacanza senza di te mamma, quanto l’ho sognata, desiderata, aspettata. Ricordo ancora con angoscia le fatiche ormai insostenibili degli ultimi tempi che mi hanno fatto rinunciare ad andare al mare ed ora che (finalmente!) sono in vacanza senza di te, quanto mi manchi! 

Torno da te una volta alla settimana per soli 15 minuti e in quei 15  minuti di agognata presenza arrediamo il nostro tempo di infinite dimensioni belle, tutte assurde. Domande stupide senza senso, risposte un po’ astruse a cavallo di molteplici tempi e diverse realtà. Ma siamo unite nel nostro comune destino di madre e figlia come non lo siamo mai state. 

Mentre raggiungo la RSA mi attraversa un’emozione così fisica per la voglia di vederti che mi irrigidisce un po’ il passo. Resto seduta al mio posto in trepida attesa e quando ti vedo sbucare dal centro sulla sedia a rotelle e sento che borbotti con chi ti accompagna perché tu non vuoi che si faccia qualcosa a tua insaputa, una gioia immensa mi pervade anima e corpo.  Mi vedi, ti rassereni, mi saluti, e comprendi finalmente perché sei lì. Mi chiami per nome. Che sollievo ti sono ancora presente! 

Mamma ciao! Come sei bella! Fai una smorfia e un gesto con le mani come a significare “non dire cazzate”. Non ti sono mai piaciute le smancerie. Allora mamma come stai? 

Eh Nadia sono qui … che cosa devo dire. Perché non vieni più a trovarmi? Te lo spiego ancora una volta cercando le parole più resistenti ma so che mentre te lo spiego l’hai già nuovamente dimenticato.  

Mamma hai mangiato? Mi raccomando mamma mangia sei un po’ dimagrita … Si Nadia mangio quando me lo danno eh!… ma solo quello che mi sento posso mica star male per fare un piacere a te! 

Ecco il tuo piglio di sempre. Di chi decide per sé senza mai farsi sottomettere… tu non ti sei mai fatta comandare da nessuno! Certo mamma mangia quello che ti senti. 

Poi mi chiedi di tuo nipote,  di tuo genero (se ti ricordi) e subito dopo di Fabio Bottero del tuo Massimotto ed infine non possono mancare i tuoi compagni della IVISC (la vetreria in cui hai lavorato come ultimo posto) Ecco la tua passione mamma: la politica. Anzi, meglio, il lavoro.

Si mamma tutti ti salutano il Paolo, l’Ermanno e il Bacchetta. Il tuo viso si illumina e il ricordo dei tuoi giovani compagni porta via il velo ombroso regalandomi uno dei tuoi più bei sorrisi. Il pensiero che “loro” (il tuo mondo, i tuoi ragazzi) non ti abbiano scordato ti fa felice. E allora racconti sempre entusiasta del piacere di lavorare. Se non sapessi il tuo passato da operaia in posti e turni faticosi penserei a lavori leggeri. Ma il lavoro ha rappresentato la tua realizzazione e libertà. 

Lo so mamma ci ho messo un po’ ma ora l’ho capito tu sei una donna libera. Lo sei sempre stata ed é forse questo che ti ha permesso di non sentirti mai seconda a nessuno, nemmeno a me. Per anni ho sofferto, giudicando questa tua interpretazione della libertà come una brutta forma di egoismo e forse é stato anche così, ma ora ti vedo determinata affrontare quel che ti tocca a testa alta, senza nessuna lamentela, facendoti rispettare, e mi piaci. Mi piaci proprio così come sei mamma. Finalmente senza alcuna vergogna! 

Mi sono massacrata nel cercare di comprendere quale madre e quale donna fossi cercando di trovare un nesso tra le due cose ma la logica, talvolta, non basta. La realtà è troppo complessa per essere rinchiusa all’interno di un sistema logico: nella vita, i conti non tornano quasi mai. La verità è al tempo stesso una e molteplice e quando si cercano le parole giuste per comunicare quello che si prova, che si é,  il pensiero balbetta e perde il filo. Gli opposti non si escludono l’un l’altro anche quando sono le proprietà di uno stesso oggetto. 

Per anni mi sono avventurata nell’oscuro mondo del passato, alla ricerca di quel momento particolare, di quel punto in cui tutto sarebbe cominciato ed ora mi rendo conto che sono sempre stata al cospetto di un mistero, a qualcosa che non scoprirò mai. Ecco mamma dopo tanto cercare é forse questa l’eredità che da te posso raccogliere?

Nella vita ci sono tante cose che non dipendono da noi e per le quali non ci sono risposte. Più conosciamo, più soffriamo perché la conoscenza ci obbliga ad accettare il limite che qualcosa ci sfuggirà per sempre.

Ma stavolta, questo, l’ho afferrato forte.

Scegliamo la volontà

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di Irene Auletta

Io e tuo padre ci ritroviamo spesso a parlare di temi inerenti la genitorialità, sia per interesse personale che professionale. Tante volte mi sono chiesta che genitore sarei stata in una situazione differente ma, negli anni, questi interrogativi hanno sempre di più assunto le vesti quasi trasparenti di ciò che non potrà mai essere.

In particolare, proprio in questi giorni, ritornano i temi della scelta e della volontà. Bambini e ragazzi che sembrano scegliere tutto, andando ben oltre la loro zona di legittimità e di buon senso educativo e, figli come te, che appaiono più che mai azzerati nella volontà. E così, di fronte ad una flebile, che diventa pian piano più forte, espressione di volontà, si passa ad etichettarli monelli (anche oltre i vent’anni!), testardi, oppositivi e chi più ne ha più ne metta. Insomma, problematici. Loro e non noi e la nostra relazione. No, loro.

Intendiamoci, ingaggiare qualche lotta accade a tutti e credo faccia anche normalmente parte del ruolo genitoriale. Ma la consapevolezza di questo nostro limite mi piacerebbe non fosse un optional e in questo madre e padre possono aiutarsi tantissimo. 

Facciamo cambio, ci diciamo spesso io e tuo padre e quasi sempre il cambio di relazione cambia il contesto anche facendoci bonariamente protestare . Possibile che questo lo fai solo con mamma o con babbo?

In questi giorni sono arrivati i nonni, sempre più anziani e fragili. Dal loro arrivo hai iniziato a scegliere più spesso manifestando chiaramente la tua volontà. Piccole scelte, quelle per te possibili, che accolte generano soddisfazione e benessere, per tutti. E inoltre, rendono decisamente meno frustranti le tante situazioni dove questo non è possibile.

Ma questo non vale per tutti i figli?

Ricordo che anni fa mi aveva molto colpito il racconto di una madre relativamente al figlio quasi trentenne irritato per dover continuare a vivere con i genitori. Irritato perchè? chiesi timidamente. Perché vorrebbe pagassimo noi genitori l’affitto! Ok mi arrendo! Scegliere ed esprimere la volontà non vuol dire protrarre a oltranza l’infantile pensiero magico e diventare sempre più tiranni nei confronti dei proprio genitori, da zero a trent’anni.

E poi, la scelta è una danza tra la tua volontà di figlio e la mia di genitore, altrimenti si chiama in un altro modo.

Non lo saprò mai che madre sarei stata se … Forse anch’io sono un po’ disabile come genitore, ma se ogni volta di fronte alla manifestazione di una volontà, con figli disabili o no, tornassimo a valutare opzioni, senso, possibilità e opportunità, credo staremmo meglio tutti.

Aiutare a scegliere e a nominare la propria volontà, offrendone le possibilità adeguate all’età e alla situazione, mi pare un compito educativo irrinunciabile. Non dimenticarlo è un bel respiro pedagogico, garantirlo (sempre!) è la tutela di un diritto.

Da imparare c’è tanto … Da insegnare ancora molto (Il castello errante di Howl)

Il rischio della magia

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di Igor Salomone

Voglio raccontarvi due fatti.

Il primo è di qualche giorno fa. Ragazzi che muoiono per un incidente stradale. Quanti ce ne sono? e quanti ce ne saranno. Ma questa volta è diverso. 

Quando ho letto la notizia, il titolo per la verità, per prima cosa ho pensato a un’imprudenza escursionistica, visto che quel titolo parlava di ragazzi morti in montagna. Poi leggo che erano in Jeep e immediatamente il pensiero è corso agli stereotipi che tranquillizzano la nostra coscienza: eccoli i ragazzi che tornano ubriachi dalla discoteca. Però l’elenco era strano, dagli 11 ai 24 anni, curiosa combriccola per una serata in discoteca.
Leggo meglio: erano ragazzi di un piccolo comune del cuneese ed erano andati in montagna per la notte di San Lorenzo. Sì, erano saliti in alto in uno dei punti più bui e quindi favorevoli, così racconta il sindaco, per vedere le stelle cadenti. Durante il ritorno, chissà che serata meravigliosa avevano passato, la tragedia.  Beh, però, magari portarsi dietro dei ragazzini per un’escursione notturna in un posto forse sconosciuto… Neanche per sogno, i ragazzi si conoscevano tutti perchè  costituivano il cinquanta per cento dei giovani del loro paesino nel cuneese, e “sono strade che loro conoscevano molto bene, che facevano tutti i giorni per portare le mucche al pascolo”, dice sempre il sindaco.
Quindi non ci sono più scuse, quei ragazzi non sono morti per i mille motivi consolatori che siamo abituati a raccontarci quando muoiono dei ragazzi. Sono morti perchè i ragazzi muoiono, ma ce lo siamo dimenticati. 
Nel cuneese qualche notte fa quei ragazzi sono morti perchè erano andati alla ricerca di una magia senza alcol, senza droghe, fatta di cieli notturni e stelle cadenti. In tanti, maschi e femmine, di tutte le età.
 
Il secondo fatto. Stamattina, solito agriturismo estivo frequentato ormai da venti estati, stavo comprando il pane dall’ambulante che passa tutti i giorni. In coda con me c’era un amico conosciuto diversi anni fa, da sempre in vacanza con moglie e due figli. Quest’anno però li vedo arrivare in tre e chiedo sorridendo se si erano persi la figlia più grande. Ovviamente era proprio così, ha compiuto diciotto anni e quest’estate viaggia per altri lidi. Davanti al pane appena sfornato, riprendo l’argomento e gli dico: “dai coraggio, fra due o tre anni, sarete liberi di andare e di fare quello che volete in vacanza”. Lui annuisce sorridendo, ne aveva appena parlato con la moglie si erano detti la stessa identica cosa. Interviene d’istinto il fornaio che, mentre ci incarta il filone, se ne esce con un “beh, mica tanto”. Gli chiedo spiegazioni e lui risponde con un laconico e vagamente dialettale: “perchè la testa sempre lì va’”.

Certo, è il destino dei genitori: puoi avere settant’anni ed essere costantemente preoccupato per le sorti dei tuoi figli quarantenni. Lo sarai sino a quando la testa e il cuore te lo permetteranno, dopodiché toccherà a loro esserlo per il tuo di destino.
Ma sapete che c’è? La preoccupazione per un figlio assente non è assolutamente paragonabile alla preoccupazione per un figlio che non potrà mai esserlo. Io non so cosa darei per poter avere quella preoccupazione lì e tirarmela dietro sino all’Alzheimer e forse oltre. Se invece c’è qualcuno che farebbe a cambio con la mia, pur di non essere in ansia quando i propri figli sono lontani dagli occhi ma conficcati nel cuore, si faccia pure avanti. 

Che tragedia immane cinque ragazzi che muoiono per essere andati in jeep a vedere le stelle cadenti in alto, in montagna. Non ci sono parole. Quindi è meglio tacere, prima di dire idiozie sulle responsabilità, sulle strade insicure, sui soldi che non ci sono, sui genitori che li hanno lasciati andare, sopratutto quelli più piccoli, sulla sconsideratezza di viaggiare in troppi sullo stesso mezzo. Per evitare il rischio di morire, quei ragazzi dovevano evitare di vivere. Con tutto il dolore che comporta, prendiamone atto. 

Pensieri in vacanza

2 commenti

di Irene Auletta

Cos’è la normalità? Difficile dirlo e forse proprio per questo a me risulta ancora più immediata la percezione di sentirsi fuori luogo proprio grazie all’attraversamento di esperienze comuni. Il momento della vacanza in fondo è uno di queste e spesso sembra sottolineare quelle sfumature che nella quotidianità tendono a scomparire o ad apparire più sbiadite.

Appena arrivati in montagna ci cimentiamo con il repertorio delle tue variegate reazioni, con cui conviviamo non facilmente da sempre e che evidenziano il tuo modo di reagire alle novità e al cambiamento. Il dettaglio rimane nella protezione della nostra storia ma le reazioni altrui, come uno specchio impietoso, ci riflettono nel loro sguardo. 

E’ malata? Si sente male? Avete solo lei? Che peccato!

Io e tuo padre ci sosteniamo a volte anche con una buona dose di cinismo perchè in talune circostanze questo nostro mondo parallelo assume tinte assai fosche e a tratti bizzarre. Le cose apparentemente più semplici diventano immediatamente diverse e la scommessa continua è trovare sempre nuove strategie per non soccombere e per trovare rinnovati equilibri possibili.

Penso lo stesso guardando fotografie estive di tante altre famiglie con i loro figli disabili e dietro ogni risata, immagine simpatica e riflessi di bellezza, intuisco quel non detto a noi assai familiare che mi pare importante non smettere mai di proteggere dall’invadenza del facile giudizio.

Che peccato! Rifletto su quell’espressione ascoltata tante volte e che negli anni ha assunto sempre nuove tonalità. Molti di quelli che parlano con leggerezza del bello della differenza temo siano assai lontani da molte storie analoghe alla mia e sovente lo fanno comodamente affacciati dal loro balcone che non vorrebbero mai immaginare differente.

Io credo al contrario che non smarrirne i costi, che rimangono altissimi, sia una via per non rimanerne schiacciati e per imparare a gustarne quelle peculiarità che diventano la bellezza della nostra normalità. Quel tu, noi, vita che è esattamente questo e che, tra burrasche e quiete, ci definisce, nel riso e nel pianto. Tanto, tantissimo nelle nostre risate.

E così ho trovato una risposta, che ho già messo nella valigia per il mare.

Alternative speciali

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di Irene Auletta

Nei tuoi primi anni di vita ci è venuto in soccorso il classico cancelletto da porta che molti genitori di bambini piccoli conoscono bene, finalizzato a tutelare passaggi rischiosi. Il nostro utilizzo è stato protratto a lungo nel tempo, principalmente per proteggere i tuoi risvegli notturni e la possibilità che, aggirandoti per casa, potessi in pochi minuti metterti in pericolo, non ultima la tentazione di arrampicarti sulla scala del nostro letto a soppalco.

Qualche anno fa, rimanendo invariata l’esigenza di protezione notturna, si è reso necessario qualche correttivo e così la memoria delle mie estati al Sud, a casa dei miei nonni, ha fatto riemergere l’uso della porta a doppia apertura. Le avete presenti? Chiuse nella parte sotto e sopra aperte, sovente arredate con tendina di pizzo, a lasciar entrare il fresco desiderato nelle giornate più calde. Il tutto, naturalmente, a partire dall’esclusa possibilità di lasciarti chiusa a chiave in camera tua, senza possibilità di vedere fuori dalla stessa.

Da questi ricordi è nata la tua porta speciale, rispetto alla quale ti abbiamo subito coinvolta e che da sempre riconosci come la tua porta. 

Stamane siamo a casa da sole e di fronte ad un’emergenza non posticipabile, devo scendere in cantina lasciandoti da sola in casa, cosa che non accade mai. Con il cuore in gola ti dico che abbiamo bisogno dell’aiuto della tua porta magica e che devo lasciarti sola per qualche minuto. Accetti e rimani ad osservarmi mentre ti dico che torno prestissimo.

Allo stesso punto ti ritrovo qualche minuto dopo mentre arrivo di corsa e ti trovo serena e sorridente. Hai visto che mamma è tornata subito? Come te la sei cavata da sola? Mi guardi e indichi la tua porta ormai aperta e insieme la ringraziamo ridendo. Ci vedo le mie nonne a farti compagnia in quei brevissimi momenti e ancora una volta mi ritrovo a pensare che le cose davvero speciali, hanno radici antiche.

Io e te, a distanza di molti anni, affacciate ad osservare il mondo.

 

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