Protesi emozionali

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di Igor Salomone

“A Luna non frega niente di chi io sia. Eppure Luna mi ama. Non ho alcun dubbio. Mi ama di un amore […] al netto di tutte le inutili qualità di Igor Salomone”

Ero a Edolo per un incontro pubblico sui temi della cura e della genitorialità. La mia ospite, operatrice del Cardo, la cooperativa che aveva organizzato la serata, mi dice che non ci crede. Non crede a quelle parole appena lette al pubblico, tratte dalle ultime pagine di Con occhi di padre. Il tema era l’orgoglio, quell’orgoglio che, sostenevo, non avrei mai potuto avere da mia figlia, perchè lei, semplicemente, non ha la più pallida idea di che cosa faccia da quando varco la soglia di casa sino a quando ritorno.

“Sono sicura a Luna qualcosa piaccia di te e ne è orgogliosa” mi dice, dicendolo anche a tutti gli astanti. Era la prima volta che qualcuno citava direttamente quel capitolo e, come sempre mi succede, chi fa da specchio alle mie parole mi permette di capirle meglio.

Certo, ho risposto, sono convinto anch’io di piacere a mia figlia per quello che sono, ma l’orgoglio è un’altra faccenda. L’orgoglio è un sentimento che occorre imparare, come quasi tutti i sentimenti. L’orgoglio non è un’emozione come la paura, per esempio. Non sorge spontaneo di fronte a uno stimolo capace di suscitarlo. L’orgoglio, come la vergogna che dell’orgoglio è la sorella opposta e complementare, chiede di immaginare un mondo che possa vedere ciò di cui siamo orgogliosi. Occorre insomma saper guardare le cose con gli occhi degli altri, e Luna non ne è capace. Questo ho risposto quella sera.

Stavo tornando da Edolo, su quel regionale nuovo e panoramico che ti accompagna silenzioso lungo tutta la val Camonica regalandoti splendidi scorci di cime, boschi, pareti rocciose, prati e paesi rivieraschi riflessi sul lago. Stavo tornando e ripensavo a quello che avevo detto di me e mia figlia. Dell’orgoglio che lei non può provare per suo padre o per sua madre. E mi sono accorto di non aver detto la sera prima che orgoglio è ciò che provo io per lei. Sono convinto che Luna respiri questo mio sentimento, anche se non può dargli un nome, anche se non è in grado di capirlo. E se lo respira, in qualche modo, lo vive.

Quindi, forse e in parte, ciò che la mia ospite aveva detto la sera precedente corrisponde al vero. In fondo, se mia figlia non è in grado di fare qualcosa, io posso aiutarla o farla al posto suo. Se Luna non è in grado di vivere un sentimento, posso viverlo io per lei e donarle gli effetti che su di me quel sentimento produce. Anche le emozioni possono avere le loro protesi.

Si, viaggiare

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di Irene Auletta

Sono in stazione in attesa di quel regionale che mi porterà a Vicenza e da lì a casa. Vista l’ora, in un attimo arriva un folto gruppo di ragazzi e ragazze che immagino attraversi quel luogo tutti i giorni all’uscita da scuola.

Tre ragazze in particolare attirano la mia attenzione. Hanno quell’eta’ che tu non avrai mai pur essendo di certo più piccole di te. Sedute sul bordo del binario ridono e fumano quasi a sfidare quella voce che, annunciando l’arrivo del treno, invita a spostarsi oltre la linea gialla.

Anche loro sono oltre la linea ma nel senso contrario e con i piedi comodamente appoggiati sulle rotaie. Voglia di farsi notare? Di trasgredire o di sentirsi grandi? Si alzano poco prima dell’arrivo del treno e non nascondono un’aria spavalda. Cosa vorranno dire o dimostrare?

Poco dopo una quindicenne o giù di lì, parlando al telefono rende partecipe tutta la carrozza della sua vivace mattinata a scuola non risparmiando a nessun udente medio toni alti, risate, parolacce.

Oddio, sono diventata una donna anziana! Per consolarmi mi dico che sono infastidita solo perché stanca della levataccia e delle ore di lavoro già svolte ma, in cuor mio, so bene che c’è dell’altro.

Immaginarmi quelle ragazze come possibili figlie mi ha fatto provare un profondo senso di inadeguatezza. Che genitore avrei potuto essere? Io che d’istinto sarei andata vicino a quelle estranee dicendo ragazze la smettete di fare le stupide, per favore? Io che ho fulminato con lo sguardo la ragazza megafono?

È solo perché sto invecchiando oppure perché la mia genitorialità tenendomi lontana da certe avventure mi ha anche impedito di imparare e di capire? Mi sento lontana da tanti mondi e ringrazio il mio lavoro che mi permette di continuare a incontrarli, seppur a distanza.

Ringrazio il treno giunto finalmente a destinazione e che mi allontana da alcune sensazioni poco piacevoli.

Infine ringrazio te, grande figlia mia, che mi costringi di continuo a cambiare paia di occhiali per incontrare la vita. Di certo, non mi annoio.

Echi

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di Irene Auletta

Quando diversi anni fa ho iniziato a scrivere post su questo Blog e a rendere pubbliche, anche attraverso altri scritti, alcune peculiari dimensioni riguardanti la mia genitorialità e il rapporto con mia figlia Luna, non avrei mai immaginato di raccogliere nel tempo echi tanto forti e significativi.

Così ieri, nel corso dell’iniziativa realizzata in occasione dell’International Angelman Day, ancora una volta mi hanno sorpreso gli affettuosi saluti e i riferimenti alle parole raccolte attraverso i miei racconti. Chi ha riferito di un’emozione, chi di un particolare riconoscimento, chi di un senso di condivisione profonda.

Torno a casa con il cuore che trattiene memoria di una giornata che negli anni si è confermata sempre ricca, calda, emozionante. Anzi, ogni anno di più, proprio perché si intensificano le relazioni, si intrecciano le storie e si sostengono quegli sguardi che devono fare un pezzetto di strada prima di potersi incontrare.

L’impatto per me non è mai facile e sovente mi chiedo se dietro a quei tanti sorrisi apparentemente sereni battono cuori che, come il mio, ogni tanto perdono qualche colpo. La normalizzazione delle situazioni, che da una parte rende tollerabili relazioni assai complesse e faticose, dall’altra rischia di produrre un’effetto anestesia che, se non consapevole, può trascinare in un’eterna superficie.

Certo sono autentiche le gioie, alcuni momenti di quiete e un respiro che si fa più leggero nella condivisione ma, al tempo stesso, si amplificano anche le tracce di tante storie che, insieme alla mia, percorrono vie tortuose. E proprio queste riconosco mentre incrocio qualche racconto di vita quotidiana raccogliendo occhi pieni di tante emozioni differenti che, ogni giorno, devono trovare il loro equilibrio possibile per attraversare la vita, accettando sempre di sentirsi un po’ in bilico.

Di normale non c’è nulla e di facile neppure ma, se chiudo gli occhi e ripenso a tanti visi, sento che anche tra le onde  ci si può tenere per mano e che il contagio della vicinanza può arrivare come una brezza tiepida, proprio quando ne abbiamo più bisogno.

Riflessi di figlia

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di Irene Auletta

Ci sono appuntamenti importanti che danno alla giornata un colore tutto speciale. Esco alle prime luci del giorno perché il pullman che vi porta alla vostra casa milanese arriva molto presto e, visto il clima di stagione, vorrei evitare di farvi aspettare.

Appena arrivo riconosco subito mio padre, rigorosamente in piedi a scrutarsi intorno con quella sua aria seria e anche un po’ severa che ogni tanto mi sorprende guardandomi allo specchio. E’ sempre bello ritrovare i miei genitori e anche se ogni volta mi sembrano più anziani, stamane sono grata alla vita per il sorriso che entrambi mi rivolgono appena riconoscono la mia auto e me che li saluto.

Invecchiare, che orrore, diceva mio padre, ma è l’unico modo che ho trovato per non morire giovane. Così Daniel Pennac mi suggerisce un pensiero lieve tra malinconica nostalgia e un senso di nuova serenità nei miei panni di figlia.

I saluti e le rituali domande, le preoccupazioni per il mio viso stanco e mia madre che ringrazia Dio per l’equilibrio della tua salute mi fanno sentire a casa, con un sentimento unico e insostituibile. Come genitore non avrò questa possibilità e ogni volta che immagino il mio invecchiare scappo subito a pensare altro. Per questo ora mi godo ogni momento con un senso di quiete consapevole e quel calore di cura che va oltre ogni età e che non può perdersi neppure un attimo.

E’ bello attraversare tanta vita insieme, ritrovarsi nelle espressioni e nelle rughe, negli occhi amari e in quel sorriso che sembra capace di dare luce a qualsiasi buio della vita. Mi scalda come nient’altro quel bisogno di rassicurarsi a vicenda. Si il viaggio è stato faticoso, ma neppure troppo. Ma no state tranquilli sembro stanca perché in questi giorni ho lavorato tanto, ma va tutto bene. Che poi, anche tu ti stai facendo grande anche se vicino a noi sei ancora una ragazzina! 

Forse la fortuna di vedere invecchiare i propri genitori sta proprio nel darsi il tempo per togliere le ragnatele dei rancori possibili, per condividere i rimpianti con un sorriso, per ritrovarsi nei loro riflessi con una punta di orgoglio e per raccontarsi di quell’amore che abita la profondità del cuore spesso senza la capacità di dirsi.

Stavolta lo posso dire senza alcuna esitazione. Per fortuna è capitato a me.

Che abito sei?

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di Irene Auletta

Mi ha sempre affascinato la bella immagine utilizzata dal sociologo canadese Erving Goffman quando afferma che “la vita sociale si divide in palcoscenico (front region) e in retroscena (back region): quando siamo sul palcoscenico dobbiamo fare una performance, in queste situazioni tendiamo ad osservare certe regole e mostriamo un nostro lato diverso”.

Ecco, intendo proprio questo quando parlo di abiti e di ruoli.

Qualche giorno fa ho avuto un bel confronto con Martina Zardini a proposito del mio ultimo post e qualcosa potete leggerlo nei commenti che si siamo scambiate quel giorno stesso. Ciò che scrivevo rispetto alla percezione di trasparenza del mio ruolo di madre, in quella peculiare circostanza, non avrei mai potuto neppure pensarlo se la medesima scena si fosse svolta sul palcoscenico professionale che attraverso ogni giorno, incontrando operatori socioeducativi e genitori.

Ne parlavo proprio di recente in un seminario di formazione e, dopo molti anni,  alcuni interrogativi ritornano ancora puntualmente. Ma per accogliere maggiormente l’altro che è in difficoltà non dovremmo per un po’ toglierci quell’abito professionale? Possiamo essere veramente empatici e accoglienti con il ruolo che ci divide? Se ho fatto tale scelta professione è perché sono questa persona, come faccio a lasciarla fuori dall’incontro di lavoro?

Gli equivoci che si accavallano e affastellano, in relazione a tali tematiche, sono sempre un’importante occasione formativa e non raramente le teorie di Goffman mi vengono in aiuto, soprattutto in questo momento storico caratterizzato da parecchia confusione rispetto a luoghi e confini, ruoli e relazioni, pubblico e privato. Lo smarrimento del senso del limite che oggi mi pare raggiunga forte bambini e ragazzi durante la loro crescita, passa inevitabilmente attraverso quella parte del mondo adulto che oggi osservo, sempre più spesso, in equilibrio precario nel mare in burrasca delle relazioni e della vita stessa.

In un contesto professionale mi pare più che pertinente accogliere le domande e i bisogni altrui in quel nostro incontro orientato proprio da tali richieste ed esigenze. Se lo stesso però accade anche e non occasionalmente, con colleghi a volte quasi sconosciuti e in merito a loro vicende personali, non posso fare a meno di chiedermi cosa ha prodotto la fragilità e l’indebolimento di importanti confini relazionali per me, per l’altro e per il nostro incontro.

Ma la smetti di parlare solo di africani?! Lo racconta un educatore nel corso del seminario, restituendo che anche i suoi amici non ne possono più di sentirlo parlare sempre e solo del suo lavoro e dei suoi problemi nel centro di accoglienza dove opera da diversi anni. Non è facile, è vero.

Noi che facciamo questo lavoro però abbiamo un’importante occasione in più per riprenderci in mano, nella professione e nella vita, il valore del contenimento, del rispetto dei luoghi e della pertinenza dei significati, della preziosità degli spazi di incontro e di quell’ascolto che può essere anche una musica leggera e non sempre un rock urlato nei timpani. Forse, anche questa può essere una possibilità per non rendere l’altro trasparente.

Potremo così riconoscere e condividere che non sempre la travolgente urgenza di dire ha il valore di comunicare e di incontrare gli altri. Come direbbe Angela, la mia insegnante Feldenkrais, mettiamoci comodi nel corpo e nelle relazioni e, senza fretta, prendiamoci tutto il tempo necessario.

Vuoi dire che vedremmo orizzonti nuovi riscoprendo che l’altro esiste veramente?

Parole in volo

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di Irene Auletta

Accade di scoprirsi coinvolti in conversazioni che fanno sentire fuori luogo e fuori tempo e quando questo mi accade con persone di cui ho stima è ancora più difficile capirne l’origine e la forma del disagio. Così mi ritrovo coinvolta nelle preoccupazioni di una madre che ricorda con forte emozione la sua angoscia e il suo dolore di fronte alla possibilità di avere un figlio con una qualche malattia o disabilità. Ricorda che per fortuna tutte le paure si sono dissipate ma che, anche a distanza di anni ha ancora negli occhi le situazioni tragiche incontrate in occasione di alcuni ricoveri ospedalieri dove ha incrociato bambini con gravi sindromi genetiche. Da paura.

L’altra persona presente allo scambio, da anni vicina alla mamma che racconta, arricchisce il ricordo sia dando voce alla fatica di quei giorni passati che, rivolgendosi direttamente a me, sottolineando che ora il bambino non ha alcun problema e che lei ha fatto di tutto per aiutarla e rassicurarla. Sono passati un po’ di anni da quelle paure ma il ricordo sembra far riemerge ancora le tinte forti e cupe di quei giorni lontani.

Cosa c’è di strano in tutto questo? A parte il fatto che entrambe le persone mi conosco da anni e sanno benissimo di te figlia adorata? Nulla.

Al momento raccolgo solo un po’ di domande acerbe e mute che mi rimangono a girovagare tra lo stomaco e altre zone vicino ma ora ripenso all’accaduto di qualche giorno fa con uno sguardo differente. Le domande rimangono aperte e forse va bene anche così. Quello che però sta prendendo una nuova forma è la peculiare sensazione di essere diventata una madre, non una persona, ma una madre trasparente e mentre lo penso mi accorgo che questa per me non è un’esperienza nuova. Anzi.

Io che di certo non sono una persona che passa inosservata per carattere, atteggiamento, scelte e modi di attraversare la vita, sono sovente una madre trasparente. Ecco. L’ho detto. Sarà per timore, disagio, difficoltà o incapacità di avvicinare una storia come la nostra? Oggi le possibili risposte non mi interessano più perché ho ben chiaro che questo non può, e non vuole, essere un mio problema.

E allora cosa? Un tarlino mi gratta il cuore e prende la forma di quel pensiero sentito tante volte e mai detto. Per fortuna non è successo a me! Per fortuna, per fortuna, per fortuna. Eccole lì, le parole che scottano.

Le prendo tra le mani e le tengo strette accorgendomi che mi bruciano un po’ meno. Apro il finestrino del treno, ti penso, ti mando un bacio a distanza e le butto via.

Ragioni allo specchio

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libro-consapevoledi Irene Auletta

Nel tentativo di rispettare i tuoi tempi e di non scivolare in quello che  facilmente diventa un confronto di forza fisica o relazionale, ti seguo per casa proponendoti ogni tanto di terminare quello che abbiamo iniziato da oltre un’ora.

Io continuo nelle mie faccende e tu mi osservi ogni volta che mi allontano per occuparmi di altro. Spesso mi segui nella stessa stanza e mi accorgo che questo nostro scambio è diventato un gioco. Tu che non vuoi fare quello che ti propongo e me lo dimostri con tutto il tuo corpo e io che faccio finta di rinunciarci rivolgendo altrove il mio interesse.

Ogni tanto ti inseguo per casa ridendo e tu stessa ricambi aumentando in contemporanea quella scomposta camminata veloce che è il massimo della tua corsa possibile. Ridi perché ora è ancora più chiaro il gioco e ad ogni piccolo rumore non manca la pausa, da grande curiosa quale sei, per sbirciare dallo spioncino della porta di ingresso cosa sta accadendo fuori casa.

In questi momenti c’è profumo di serenità e i nostri scambi diventano racconto. Ti guardo sorridente e non posso fare a meno di esprimere con le parole la comprensione delle tue e delle mie ragioni.

Ti capisco figlia perché vivi in una torre isolata dove raramente riesco a raggiungerti. Ti ammiro per quella tua meravigliosa tenacia e per la voglia di non rinunciare, ancora e ancora. Ti guardo e mi guardo, ogni volta, in questa nostra danza claudicante che ad ogni incerto passaggio cerca possibilità nuove per assaporare attimi di armonia.

Guardandoti attraverso altri specchi vieni sovente definita oppositiva e fino a qualche anno fa ci soffrivo ogni volta. Oggi ne raccolgo un valore differente nella possibilità di guardarti nei tuoi variegati riflessi. Io preferisco questi di ricerca, di scoperta e di curiosità. Me lo hai insegnato anche tu e ogni giorni ci proviamo, insieme.

Nel frattempo in casa sembra scoppiata una bomba dal caos che regna sovrano, è quasi ora di pranzo e tu sei sotto la doccia perché me lo hai chiesto con una chiarezza che non ho potuto non accogliere.

Sai che faccio Luna? Ora ci scrivo un post per te, per me e per tutte quelle madri e figli che, ogni giorno, cercano passi nuovi per le loro speciali danze.

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