Tornerò domani

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di Nadia Ferrari

Mamma vieni vedi hanno trovato un posto, ti ricordi aspettavamo che ci chiamassero … ecco da stasera dormirai in casa di cura. 

Si, si, é lo stesso edificio del centro diurno solo in un altro spazio. Si, mamma e purtroppo cambierai anche le assistenti Sara e Valeria non ci saranno più ma saranno carine anche queste. E lo so dovrai cambiare anche la compagnia, eh si ma vedrai che ti farai presto nuove amiche. 

Mentre svolgo le pratiche burocratiche ti guardo e vedo i tuoi occhi che si riempiono di lacrime.

Mamma ma piangi? No io non piango non sono capace di piangere. 

É vero, a pensarci bene non hai pianto quando è morto mio padre e nemmeno quando sono mancate tua mamma e tua sorella. Non hai pianto quando cinque anni fa ti ho strappato da casa tua per portarti da me, perché sola non potevi più stare. 

Ma stasera qui, mentre ti lascio definitivamente a cure altrui, piangi. 

Vorrei, cerco di abbracciarti ma tu non vuoi sei arrabbiata anche un po’ con me. 

Il cuore vorrebbe tornare indietro e portarti via, nella tua camera, nel tuo letto, vicino a me. Ne abbiamo passate tante di burrasche mamma ed ora anche questa, alla tua età non è giusto soffrire tanto… 

Tornerò domani pomeriggio a trovarti mamma ti dico. Speriamo, mi rispondi.

E ti lascio così nel tuo dispiacere portando a casa solo il mio. 

Per te

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di Igor Salomone

Mi chiedo cosa auguriamo quando facciamo gli auguri, sopratutto quelli di compleanno. Ne sono arrivati a pioggia in questi giorni a me e a Luna, diretti e di rimbalzo grazie al fatto che la sua nascita ha mancato la mia di soli due giorni. A me in particolare tocca di mettere presto da parte i miei per passare ai suoi, a quelli che riceve e, sopratutto, a quelli che io voglio farle. 

Il post di tua madre, carico come sempre d’amore e di un delicato pensiero sul vostro rapporto, mi ha spinto a farmi una domanda che mi accompagna da stamattina: cosa significa farti gli auguri figlia mia, a te che non hai la più pallida idea della metrica del tempo?  Oggi per te è un giorno come gli altri, salvo tutte queste persone sorridenti e allegre attorno a te, le canzoncine e i regali. 

A giudicare dallo stupore di chi chiede quanti anni compi (davvero? già ventidue? non ci posso credere…), i compleanni servono più a tutti gli altri che al festeggiato, servono a rendersi conto del tempo che passa, inesorabile.

Eppure voglio augurarti qualcosa, poco importa se non sei in grado di capirlo, perchè un augurio può essere anche una promessa e quindi è importante che lo capisca io.

Non me la sento di augurarti una vita lunga e felice, le due cose raramente stanno assieme e poi non dipendono da me. Quello che vorrei per te è una vita piena e ricca di esperienze, una vita che sappia suscitare nei tuoi occhi quella meravigliosa meraviglia che ogni volta mi liquefa il cuore, che ti faccia esplorare sempre nuovi orizzonti perchè tu possa accoglierli con quel tuo incredibile applauso di gioia, che ti faccia incontrare molte persone desiderose di stare, anzi no, di condividere con te il desiderio per il mondo, aiutandoti ad affrontarlo, sostenendoti nelle fatiche che la curiosità di vedere, ascoltare, toccare, e la rabbia di non poter fare di più, comportano.

E che facciano anche a gara per avere il privilegio di starti a fianco perchè, per Dio, averti vicino è un enorme privilegio.

Quello che voglio augurarti, insomma, è l’augurio più duro e tragico che un padre possa fare ai propri figli: che tu, tu che hai bisogno di tutto, abbia sempre meno bisogno di me per averlo. E che la tua vita, assieme a coloro che vorranno condividerne un pezzo con te, sia sempre nuova, sorprendente, magica.

Lo vorremmo tutti per i nostri figli, indipendentemente dalle loro condizioni, no? e allora perchè non dovrei volerlo anche per te? Buon compleanno figlia, lotterò al tuo fianco perchè tutto questo sia possibile. Fino a quando avrò respiro.

Crescendo insieme

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E’ proprio il sapore di Ottobre che mi ricorda il momento della tua nascita. Quasi profetica quella luce dalle tinte sempre un po’ malinconiche insieme al calore di un sole capace di sorprendere per il gradito tepore. 

Faccia pure sedere la bambina … Papà, ho conosciuto una bambina di nome Luna … Che bella bambina!

Mi sono abituata a non replicare che sei una ragazza che sta per diventare una giovane donna e, nel tempo, ho imparato anche a soffrirci un po’ meno. Solo un pochino.

Tuttavia, le esperienze legate al mondo dell’infanzia, sono per noi sempre più lontane e oggi, remando contro tutte le onde che portano a banalizzarti proprio per le tue competenze, di certo originali, ma assolutamente fuori dai canoni comuni, ti guardo ricordando la tua storia e la nostra con te.

In questi ultimi tempi stanno accadendo passaggi importanti e ti scopro ragazza, capace di stare nei cambiamenti e di affrontarli con lo stupore e la curiosità che, ogni giorno, per me sono lezioni preziose. Per la prima volta, di recente, hai accettato di essere accolta al pulmino da una persona nuova, che stai imparando a conoscere, e con lei, sei salita serenamente a casa. Gentile, ma ancora in uno spazio di relazione che parla di bisogno di conoscenza. Insomma, da adulta. 

Meno capace io che, nei paraggi per qualsiasi emergenza, mentre ricevevo il positivo messaggio dell’incontro, mi sono ritrovata con gli occhi pieni di lacrime per l’emozione. A volte mi riscopro ancora una madre piccola.

Me lo devo ripetere soprattutto in alcuni momenti che non sei più una bambina, che hai le tue risorse e il tuo bagaglio di capacità e di storia, che puoi anche fare a meno di me. Quando però ti vedo fragile, o così ti percepisco, perdo l’orientamento e anche il mio sfocato sguardo materno ci mette un po’ a riprendersi.

Colpa dei temporali improvvisi, di quelli che ricordano la fine dell’estate e che vedono affacciarsi momenti di difficoltà, di tensione, di protesta. In quei momenti non ti capiamo e non ci capiamo. Tu urli e ti butti a terra sfidandomi e io, affannosamente in cerca di nuove strategie, soffro recitando uno dei miei mantra preferiti. Passerà. Passerà. Passerà.

I pizzichi al cuore possono essere di gioia o di dolore, ma a volte, il loro bello sta proprio nel risultare variegati e intrecciati, come solo le emozioni  forti e importanti della vita sanno essere. Noi proviamo a farne ogni giorno tesoro.

Buon compleanno figlia, colore e buio, meraviglia da scoprire e da gustare, incontro rivoluzione della mia vita.

Buon compleanno tesoro tra i tesori, fiore delicato al profumo di Te.

Anche per quest’anno ti prometto che ti lascerò andare. 

Anche per quest’anno ti prometto che continuerò a rompermi la testa per provare a capirti.

Ancora un po’.

Panorami e pertugi

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di Irene Auletta

Attraversare i luoghi con abiti differenti svela sempre occasioni interessanti e a volte inattese. Accompagniamo tuo padre per un impegno di lavoro, cogliendo l’invito ad essere ospitate dagli organizzatori del convegno nello stesso contesto che vede svolgersi svariate proposte e attività educative.

Noi siamo una coppia un po’ a parte, madre e figlia, che si ritrova coinvolta nei discorsi tecnici di pedagogisti, formatori, educatori ma senza farne direttamente parte. Il ruolo di madre è quello che appare senza alcuna possibile confusione e, dato che nessuno mi chiede di cosa mi occupo professionalmente, mi regalo la possibilità di guardare un mondo che conosco molto bene da una peculiare prospettiva di ruolo.

Così mi gusto i caratteri di un’accoglienza speciale, di una cura che sa andare oltre i confini dell’orario di lavoro a favore di una forte appartenenza culturale, di scelte personali di chi, in età da pensione, dedica il suo tempo a quel particolare contesto. Insomma, una realtà che parla di tante ricchezze educative e grande attenzione a ciò che accade, ogni giorno, negli incontri e nelle relazioni con i bambini, i ragazzi e gli adulti.

Forse per questo, proprio lì, stonano ancora di più i toni in falsetto utilizzati sovente con i bambini piccoli per chiederti fondamentalmente come ti chiami e subito dopo a me quanti anni hai. A parte qualche rarissima eccezione, fine dello scambio.

Nel momento del pranzo mi colpisce il dialogo tra operatori presenti al nostro stesso tavolo, a proposito di servizi educativi e disabili, quasi non accorgendosi della nostra presenza. Dopo un po’, una giovane educatrice, che dice di aver frequentato l’università tantissimi anni fa (cinque!), sembra accorgersi di noi e così finisce, un po’ maldestramente, per chiedermi se sei una non verbale. 

Respiro e attendo qualche secondo prima di rispondere mentre nella mia mente si affastellano pensieri della strada che ancora dobbiamo percorrere, di quanto ancora c’è da imparare nell’incontro con i genitori e di quanto anche oggi, mi porto via , per il mio lavoro e per la mia vita. 

Guardo negli occhi chi mi ha fatto la domanda e con un sorriso rispondo.

E’ Luna.

Respiri di settembre

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di Irene Auletta

Siamo solo a metà settembre ma sempre più spesso raccolgo commenti che sottolineano riprese già in affanno, settimane molto impegnative e periodi pieni.

Mi sono imposta lentezza al rientro dalle vacanze e forse per questo mi colpiscono questi commenti tanto orientati alla rincorsa di mille cose da fare, che poi, inevitabilmente, qualcuna ne rimane sempre fuori.

Qualche giorno fa, mentre ho rischiato per l’ennesima volta di perdere la coincidenza per ritardo del Freccia Rossa, complici i tacchi, mi sono imposta il mantra della mia maestra Feldenkrais, “velocemente ma senza fretta”. Forse sto invecchiando ma tutto questo affanno da tempo  lo sopporto poco e soprattutto ho maggiore consapevolezza del fatto che mi toglie, oltre al respiro, il piacere dei piccoli particolari di quanto mi circonda. 

Prima della partenza ci siamo guardate insieme il finale del film che ti sei gustata al rientro dal Centro. Mezz’ora tutta per noi, immerse in quel nulla pieno del tanto che ho messo in valigia come compagnia fino al giorno successivo. Il silenzio del nostro amore mi ha insegnato a rallentare per ascoltare e a tacere per sentire.

Ma secondo lei mia figlia, con questa grave disabilità, quando non ci sarò più sentirà la mia mancanza? mi ha chiesto qualche tempo fa una madre che probabilmente neppure immagina quanto la sua domanda mi riguardi.

Il ricordo di questo incontro riemerge, quando meno me l’aspetto, a pizzicarmi gli occhi e, mentre ragiono sulla lentezza, penso che forse la strada è proprio quella di non perdersi occasioni preziose per donarsi quel tempo che lascia segni nella carne e nel cuore. Mi piace pensare che il ricordo rimarrà in quelle sensazioni che l’esperienza ha reso possibili e questo, nella tristezza, come un magico unguento arriva a curare le ferite.

Poco dopo, un sorriso si affaccia a salvarmi da un attacco di malinconia quando ferma al semaforo sento un ragazzo dire: signori e signore aspettate un attimo a mettervi il cappotto, siamo ancora in estate! 

Si, andiamo piano penso, che le tracce della memoria, come i semi più sensibili, hanno bisogno di cure, calore e tempo. E, solo allora mi accorgo che, lentamente, ho ripreso a respirare.

Timing

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di Igor Salomone

Due marmocchi, uno per mano, a bordo strada. Mentre procedo lungo corso XXII Marzo, superandola, la scorgo sbirciare prima a destra poi a sinistra, come mi hanno insegnato si deve fare prima di attraversare. Dall’altro lato del corso, uno dei più trafficati della città, una scuola per l’infanzia, probabilmente la meta del piccolo quadretto familiare. In mezzo nessuna striscia pedonale, nemmeno l’ombra, neppure il ricordo di strisce precedenti cancellate dal tempo o da una mano di catrame. 

Le strisce non è che non ci siano, sono cinquanta metri più in su o più in giù: cento metri di deviazione evidentemente impossibili, chissà, magari perché sono in ritardo, di fretta, la scuola chiude, la madre ha i tempi stretti per andare al lavoro. In ogni caso quel punto di corso XXII Marzo, a Milano, è particolarmente gettonato la mattina da mamme e bambini  impegnati nel raid casa-scuola-lavoro dribblando semafori, attraversamenti pedonali, auto, tram, moto e camion. 

Pericoloso? sì, un po’ ma neanche più di tanto, le signore stanno attente, il viale è lungo e con un ottima visibilità e non pullula di assassini pronti a travolgere chiunque si pari davanti a loro senza permesso. 

Mentre supero il gruppetto mi vien spontaneo chiedermi però cosa stia insegnando quella madre ai suoi due figlioletti. Perchè i rischi alla loro incolumità sono minimi, ma gli effetti sulla loro educazione molto probabili.  Penso questo e non mi piace pensarlo, odio i moralismi, eddai che vuoi che sia, non sarà certo una trasgressione lieve come quella a fare dei due ragazzini dei disadattati. 

Però la domanda torna, insistente: cosa sta insegnando quella madre ai figli aiutandoli ad attraversare la strada ma ignorando le strisce? A violare le regole? vabbè, non esageriamo, magari per il resto è rigidissima e questa mattina è un caso unico.  Che le regole si possono violare ma solo insieme alla mamma? Può darsi, come dire: aspettate di diventare adulti prima di decidere se rispettarle o meno. Potrebbe anche starci. 

Però le strisce c’erano, a soli cinquanta metri, quanto tempo avrebbe mai perso quella madre facendo il giro largo? Anche senza essere Bolton, 100 metri con al seguito due marmocchi, al massimo, si percorrono in trenta secondi. Cosa mai ci sarà stato di così urgente in ballo da non poter perdere trenta secondi? Non c’era in corso un terremoto, niente stava andando a fuoco e nessuno sembrava ferito, era probabilmente solo una corsa contro il tempo sul filo dei secondi.

Questo quindi quella madre stava insegnando a quei bambini: a correre contro il tempo. Non c’entrano le regole e il loro rispetto, o per lo meno è una questione marginale. E’ il rapporto con il tempo il cuore di quel gesto educativo, perchè una cosa è certa, quelle mani che accompagnavano nell’attraversamento era un gesto educativo, che la madre ne fosse consapevole o meno. Un rapporto segnato dalla frenesia, dall’improcrastinabilità, dall’urgenza, costruito sull’accumularsi di piccoli ritardi, in corsa da un punto all’altro con la testa già sul passaggio successivo. 

Viviamo così, si dirà, che ci si può fare? Non sarà fare il giro largo per attraversare sulle strisce a cambiare le cose. Può darsi. Però se a un certo punto non riusciamo più nemmeno a vedere i nostri figli per la velocità con la quale attraversano la vita, almeno sapremo da dove abbiamo cominciato. 

L’educazione della bocca

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Di Igor Salomone

Figli, ascoltate l’educazione della bocca, chi l’osserva non si perderà.

Il peccatore è vittima delle proprie labbra, il maldicente e il superbo vi trovano inciampo.

Bibbia, Sir. 23 7-8


Ho imparato nella vita a ritenermi responsabile di quello che faccio e dico, non di quello che penso. I miei pensieri sono affar mio e, spesso, sono al di là del mio controllo. 

Come credo succeda a tutti, pensieri mostruosi attraversano la mia mente, per esempio quando leggo di quel padre che ha abusato sessualmente della figlia di due anni e mezzo fotografandola e poi mettendo in Rete gli scatti. Quanti pensieri di morte sono esplosi nel mio cranio al solo pensiero che qualcuno possa far del male a mia figlia? Io non governo queste reazioni emotive, accadono e le accetto. 

Ma dirle è tutt’altra cosa. 

Certo, è possibile farlo dallo psicanalista o con un prete, oppure anche con un amico o persino su Facebook se lo si fa per prenderne distanza, per dire guarda che pensieri tremendi mi hanno avvelenato l’animo.

Succede invece che molti, forse immaginando che abbandonare un pensiero sulle onde digitali sia come parlare a se stessi, diano libero sfogo ai mostri interiori. E questo non va bene.

Mi hanno insegnato a pensare prima di parlare, mi hanno insegnato a misurare le parole, mi hanno insegnato a scegliere cosa dire e cosa tacere. Ma siamo tutti vittime di una cultura che ha scambiato l’autenticità con la totale assenza di freni, confuso la schiettezza con la violenza verbale, ridotto la libertà di parola a rutto libero e fanculo alle buone maniere. 

Nel giro di due giorni ho sentito un padre di famiglia dire che quell’altro padre abusante e pornopedofilo dovrebbe essere scuoiato vivo senza processo e una madre accusare sua figlia di quattro anni di non essere per nulla generosa e, accompagnando le parole con il gesto delle dita, di avere un cuore piccolo così. 

Occorre educare la bocca perchè le labbra siano il filtro necessario tra ciò che può capitare di pensare e quello che ci assumiamo la responsabilità di dire.

Scegliere le parole non è ipocrisia, è un segno di civiltà.

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