Sull’Amore

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di Irene Auletta

Sarà che appartengo a quella generazione un po’ scettica sulle giornate dedicate, sarà che sono stata educata nell’ambivalenza costante di vivere l’amore con intensità senza poterlo nominare o forse sarà anche perchè al carattere si sono unite esperienze di vita portatrici di “riservatezza affettiva” ma, sta di fatto, che ho sempre pensato che l’argomento amore non fosse proprio il mio pezzo forte.

Eppure da anni scrivo post nei quali penso traspaia l’amore immenso e contrastato che vivo nei confronti di mia figlia, vuoi dire che nonostante le scappatoie razionali sono una romantica?

Se penso al pensiero sento vicina la riflessione secondo cui “non è possibile definire il Romanticismo in senso univoco poiché si tratta di un fenomeno complesso che assume connotazioni diverse a seconda delle nazioni in cui si sviluppa. Nel movimento romantico non c’è un riferimento preciso a un sistema chiuso di idee che possa compiutamente definirlo ma esso fa piuttosto riferimento a un “modo di sentire” a cui gli artisti del tempo adeguarono il loro modo di esprimersi artisticamente, pensare e vivere”.

Forse negli anni mi sono avvicinata a quel “sentire” provando ad averne meno timore e, al di la di come alcune giornate nascano o vengano in seguito strumentalizzate dall’epoca dei consumi sfrenati, mi pare bello capire se esiste qualcosa che comunque è possibile salvare. Certo mi pare che,  la festa degli innamorati, pur comprendendo magari una visione allargata, si riferisca in particolare all’amore tra due persone che, grazie a questo sentimento, si sentono una coppia.

Parlare di questo, proteggendo quella sfera privata e intoccabile, non è semplice ma può essere che ci si possa avvicinare, proprio grazie al passare del tempo, recuperando il valore profondo che quell’incontro rende possibile. Non potrei essere la persona che sono se non ti avessi incontrato e se tu da parecchi anni non facessi parte della mia vita a partire da quella straordinaria dedica su un libro regalo che non mi ha lasciato alcun dubbio, ne allora, né mai.

Con te ho imparato che l’amore rende possibile ciò che a volte neppure si può nominare, che cambia idee e prospettive, che permette la convivenza tra sentimenti estremi, in tutte le loro possibili tonalità.

L’amore in fondo mi ha insegnato, e ogni giorno mi insegna, a vivere riuscendo ancora a stupirmi di alcuni aspetti sconosciuti della mia persona. Di sicuro l’amore, il nostro amore, non si è mai fatto mancare insieme alle tante lacrime, altrettante risate.

Ecco qual’è l’amore che oggi ho voglia di festeggiare. Quelle risate a bocca aperta che ogni volta mi ricordano una dedica, un incontro e una storia che resiste, attraverso il passare del tempo, alla ricerca delle sue più belle possibilità.

Geometrie variabili

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di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Riflessi di figlia

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di Irene Auletta

Ci sono appuntamenti importanti che danno alla giornata un colore tutto speciale. Esco alle prime luci del giorno perché il pullman che vi porta alla vostra casa milanese arriva molto presto e, visto il clima di stagione, vorrei evitare di farvi aspettare.

Appena arrivo riconosco subito mio padre, rigorosamente in piedi a scrutarsi intorno con quella sua aria seria e anche un po’ severa che ogni tanto mi sorprende guardandomi allo specchio. E’ sempre bello ritrovare i miei genitori e anche se ogni volta mi sembrano più anziani, stamane sono grata alla vita per il sorriso che entrambi mi rivolgono appena riconoscono la mia auto e me che li saluto.

Invecchiare, che orrore, diceva mio padre, ma è l’unico modo che ho trovato per non morire giovane. Così Daniel Pennac mi suggerisce un pensiero lieve tra malinconica nostalgia e un senso di nuova serenità nei miei panni di figlia.

I saluti e le rituali domande, le preoccupazioni per il mio viso stanco e mia madre che ringrazia Dio per l’equilibrio della tua salute mi fanno sentire a casa, con un sentimento unico e insostituibile. Come genitore non avrò questa possibilità e ogni volta che immagino il mio invecchiare scappo subito a pensare altro. Per questo ora mi godo ogni momento con un senso di quiete consapevole e quel calore di cura che va oltre ogni età e che non può perdersi neppure un attimo.

E’ bello attraversare tanta vita insieme, ritrovarsi nelle espressioni e nelle rughe, negli occhi amari e in quel sorriso che sembra capace di dare luce a qualsiasi buio della vita. Mi scalda come nient’altro quel bisogno di rassicurarsi a vicenda. Si il viaggio è stato faticoso, ma neppure troppo. Ma no state tranquilli sembro stanca perché in questi giorni ho lavorato tanto, ma va tutto bene. Che poi, anche tu ti stai facendo grande anche se vicino a noi sei ancora una ragazzina! 

Forse la fortuna di vedere invecchiare i propri genitori sta proprio nel darsi il tempo per togliere le ragnatele dei rancori possibili, per condividere i rimpianti con un sorriso, per ritrovarsi nei loro riflessi con una punta di orgoglio e per raccontarsi di quell’amore che abita la profondità del cuore spesso senza la capacità di dirsi.

Stavolta lo posso dire senza alcuna esitazione. Per fortuna è capitato a me.

Figli nel ricordo

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(In occasione della giornata internazionale della Sindrome di Angelman)

di Irene Auletta

Ci sono situazioni in cui le parole sembrano inutili e inopportune eppure, proprio nelle parole, si può trovare un modo per trasmettere pensieri, vicinanza e solidarietà. E così, di fronte alla possibilità di scrivere qualche riga per ricordare il piccolo Davide e la giovane Nicoletta, mi ritrovo a interrogare il senso delle parole e il bisogno di trovarne alcune capaci di parlare del dolore, della perdita, dell’amore, della speranza e della tenerezza del ricordo.

Ho visto mia madre perdere un figlio e, senza attingere alle frasi di circostanza che rischiano di banalizzare emozioni importanti, l’ho vista portare segni sulla carne che negli anni sono diventati al tempo stesso più leggeri e profondi. Quando ti muore un figlio perdi un pezzo di te stesso, mi ha detto una madre e io, in quel pezzo vuoto, ci sono cresciuta come figlia.

Come madre sono stata molto vicina alla perdita di mia figlia e, da allora, quell’esperienza drammatica ha cambiato per sempre la mia vita e il mio sguardo sul mondo. E’ con questa umiltà e delicatezza che provo a guardare il dolore individuale di quei genitori che chiede silenzio e rispetto e che forse trova un filo di respiro in quell’espressione di dolore collettivo di chi può sentire vicino perché la stessa storia potrebbe riguardarli.

Qualcuno ha detto “non so dove si va quando si muore ma so per certo dove si resta” ed è in questa certezza che il nostro cuore collettivo trattiene immagini, pensieri ed emozioni.

Farne dono può essere un modo per essere semplicemente vicini e oggi, nel ricordo di Davide e Nicoletta spero, come fanno i bambini, in un pensiero magico che trasformandosi in brezza leggera, possa portare carezze ai cuori dei loro cari che, ogni giorno, si misurano con la loro mancanza scaldandosi al calore del loro ricordo.

Parole del cuore

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fiore di mandorlodi Irene Auletta

“Mandorla è la bambina felice di una ragazza madre piena di fantasia. Maria, la mamma, lavora come amministratrice d’immobili e ha lo speciale dono di trasformare ogni riunione condominiale in toccanti sedute di terapia di gruppo. Quando un tristissimo giorno…”.

 

Così inizia la descrizione, che è facile ritrovare in internet, del bellissimo libro di Chiara Gamberale uscito qualche anno fa.

Fin dalle prime pagine il lettore viene toccato e coinvolto in una specie di mantra recitato dalla protagonista, la ragazzina con il nome di un frutto dolce e amaro.

Mamma, mamma, mamma, mamma, mamma ….

Quella parola ripetuta come una ricerca, una speranza, una perdita e una mancanza, mi ha accompagnato nella lettura de Le luci nelle case degli altri, facendomi misurare ogni volta con un battito in gola. Sono anni che ci faccio i conti con quel dolore acuto della mancanza che sa di amaro, proprio come accade alle mandorle se assaggiate immature, ma che, nel tempo ha rivelato qualche dolce sorpresa.

Mi manca non sentirmi chiamare mamma e sarei un’ipocrita che dichiarassi il contrario. Ogni volta che qualcuno mi racconta dell’emozione di quella prima volta vengo travolta da un po’ di nostalgia e così, ogni tanto, ti ho immaginato con quella strana parola che forse ti gira nella testa. Mamma, mamma, mamma, mamma.

Ogni anno, per la festa della mamma, ci dedico pensieri speciali e non tanto perché attribuisco un particolare valore alla ricorrenza ma perché è un’occasione per fare il punto di come me la sto cavando e devo dire che, dopo quasi diciotto anni, non mi lamento. Mi piace pensare a che mamma sono diventata, a cosa porto con me ogni giorno della mia esperienza di figlia e a quella che potrebbe essere ancora la storia variopinta dei prossimi anni. Te lo racconto spesso, nel nostro speciale linguaggio d’amore e, ogni volta di più, facciamo i conti con le nostre mancanze e le nostre ricchezze.

Mamma di Luna, voglio diventare bionda come te. Mi è piaciuto sentirmi chiamare così e non da un’operatrice, ma da una tua compagna del centro che frequenti. Deve averlo capito, o forse ha visto e sentito quell’onda della mia emozione, perché ora capita spesso che mi saluta proprio così. Ciao mamma di Luna!

Mi gusto quell’accoglienza con la parola che sa di mandorla e penso a tutte le mamme che forse, dopo tanti anni, non si emozionano più. La festa della mamma, senza troppe ideologie o consumismo, è un’occasione di cuore, emozioni e pensieri d’amore. Mi piace pensarla così.

Auguri mamma, che sempre preziosa, sei ancora al mio fianco. Auguri mamma di Luna, perché ogni giorno io possa continuare ad emozionarmi e stupirmi per questa straordinaria avventura e per quei fiori inattesi e bellissimi che sui rami della nostra storia, non smettono di promettere spine e sorprese.

Fiori al tramonto

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fiori al tramontodi Irene Auletta

Che fai ci vieni a prendere in stazione? Solo se puoi però … va bene?
Arrivare alle sette di mattina a Milano potrebbe voler dire per tanti scegliere di prendere un taxi per raggiungere la propria destinazione. Ma non per voi che appartenete a quella generazione che viaggia un po’ sfasata tra ieri e oggi.

Quando arrivo vi vedo subito li in attesa. Due anziani e mamma un po’ di più. Mi fate lo stesso effetto ogni volta che vi incontro dopo una pausa di tempo e forse accade lo stesso a tutti i figli adulti con i loro genitori, sempre più maturi.

Mi pare ogni volta che sfilino a confronto diverse immagini e quella del presente ci mette spesso qualche secondo per mettersi a fuoco. Siete i miei genitori e dentro di me le vostre espressioni e i vostri visi scorrono nel tempo, soffermandosi su alcuni più radicati nella memoria e che non sempre corrispondono esattamente alla fotografia del presente.

Avete fatto un buon viaggio? Siete stanchi? Iniziano i racconti che si alternano alle domande e subito quelle sulla nipote occupano la scena, riuscendo ogni volta a scaldarmi il cuore. Fate quello che riuscite nei confronti di questa vostra unica nipote un po’ ufo che spesso comprendete più di quanto appare nelle vostre relazioni con lei, a prima vista goffe. Siete la conferma che l’amore colma ogni lacuna e fa lo sgambetto alle incertezze.

Guardo mio padre dallo specchietto retrovisore. Vedo quegli occhi verdi che non ha lasciato in eredità a nessuno di noi brillare di quella luce celata per tanti anni dagli affanni della vita e da quell’espressione austera che oggi viene sostituita tante volte da una dolcezza inattesa.

Ti sei alzata presto? Sei stanca? Grazie per essere venuta a prenderci.

Giunti a destinazione, vi guardo allontanarvi verso quella vostra casa milanese che abitate a mesi alterni e che vi vede ancora viaggiatori tra nord e sud.

Prima di correre alla mia vita di madre che mi aspetta a casa, trattengo negli occhi di figlia il vostro saluto e il sorriso stanco pensando che avrei attraversato la città anche di notte per non perdere questo momento.

Gli anni sono volati nella nostra storia e questi sono i giorni del tramonto. La loro luce e la dolce malinconia che li accompagna non hanno prezzo.

Torno a casa cantando.

Battiti all’unisono

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arcobaleno

(15 Febbraio – Giornata internazionale Sindrome di Angelman).

Per Matteo e Angela. In memoria del loro piccolo Davide

 

 

 

 

di Irene Auletta

A volte le emozioni occupano tutto lo spazio e le parole sembrano non riuscire a trovare uno pertugio per potersi intrufolare e dire. E’ stato un po’ così quando Paola mi ha chiesto di scrivere qualcosa per oggi, giornata di incontri e di ricordi. Difficile perché le parole possono essere mattoni o piume e oggi ne vorrei scegliere qualcuna leggera leggera, bianca e soffice come neve, tiepida come una carezza discreta.

Mi piacerebbe trovare parole per salutare e per dedicare pensieri a chi è vicino e a chi la vita l’ha portato altrove. Guardo mia figlia Luna nella speranza che lei possa ispirarmi grazie a quel silenzio fatto di mondi e di un mondo fatto dal nostro incontro. Saremo capaci noi parlanti a dire in silenzio dei nostri pensieri del cuore?

Mi viene in aiuto un racconto.

Qualche giorno fa una madre conosciuta tramite Facebook mi ha invitata a scrivere una prefazione a un suo scritto. Non ci siamo mai incontrate, abitiamo in città e regioni diverse, ma le nostre storie hanno qualcosa in comune che ci fa sentire intime estranee. Ci siamo scambiate mail ricche di un calore che non è facile trovare altrove, condividendo gioie e lacrime.

Accade così in queste storie a distanza che riescono a farci sentire la mano dell’altro nella nostra, i suoi timori, le sue gioie e quel respiro sospeso dagli eventi della vita. Sono incontri che posso riempirsi di un significato denso e leggero al tempo stesso come quel cielo carico di nubi che dopo un temporale sa donare agli spettatori i magici colori di un arcobaleno.

Luci e colori in cielo e in terra. Negli occhi di chi guarda e nel cuore di chi ascolta.

Nei pensieri che si fanno realtà nel ricordo e in quell’amore che ogni giorno ci rammenta il senso importante della vita e di ciò che è stato.

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