Memoriando

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Il navigatore oggi mi ha fatto una sorpresa. Nella zona dove ancora oggi abitano i miei genitori e dove sono cresciuta, mi capita di tornarci spesso ripercorrendo quasi in automatico le stesse vie. 

Stamane una serie di lavori in corso mi ha costretto a diverse deviazioni in percorsi apparentemente estranei che pian piano sono tornati ad essere familiari.

E’ vero … qui abitavano gli zii!! … E quest’altra vita cosa mi ricorda? Oddio il mio primo tirocinio .. ma che anno era? Possibile che siano già passati quarant’anni … aiuto! E così, procedendo, i luoghi fisici accompagnano l’emersione di volti, episodi, ricordi ed emozioni.

Poco dopo mi ritrovo a raccontarlo ai miei genitori e a condividere alcuni passaggi. Mia madre ascolta con uno sguardo un po’ spento e quasi assente che ogni tanto scoppia in un sorriso bellissimo. Me lo tengo lì vicino al cuore e proseguo nella mia narrazione.

Mia figlia mi ha aiutato a costruire dialoghi lenti, semplici con pause di silenzio e questo mi fa sentire a mio agio. 

Mamma riemerge con ricordi datati e ogni volta mi dice ma tu te lo ricordi? Si mamma ricordo tutto e oggi lo faccio anche per te permettendoti di spulciare qua e là quello che è possibile.  Di fronte a domande specifiche mi muovo tra luci e tenebre e un paio di volte mia madre mi interrompe. 

E’ fortunata Luna … E’ fortunata. Anch’io lo sono mamma non dimenticarlo mai, dico evitando che la voce si rompa troppo.

E mentre mio padre insiste per accompagnarmi all’auto mi coglie alla sprovvista. Ma tu come stai?  Che strano, credevo di aver risposto anche prima … o no?

Bene papà, tutto bene. 

Si, si, tu stai sempre tutto bene ma io lo so che spesso stai sulle montagne russe. Tieniti forte, figlia mia.

E così parto. Con il cuore ricco e pesante, pieno di tanto e di una rinnovata preziosa indicazione.

Mi tengo forte.

Il valore dei resti

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di Irene Auletta

Mi hanno detto che i miei ultimi post sono molto amari e può essere che la vita, sfuggendo un po’ al mio controllo, si sia intrufolata tra le righe anche laddove non invitata. Succede. E’ un equilibrio che si impara in anni di ricerche, tentativi e nuove sperimentazioni.

Tante volte mi sono ritrovata a chiedermi cosa possiamo imparare da quello che ci e’ accaduto, individualmente e collettivamente, nell’ultimo anno e mezzo e solo ora mi rendo conto di aver passato gli ultimi mesi di fronte alla bilancia dell’esistenza nel tentativo di inventare nuove alchimie.

I segni, le vicende e le narrazioni con segno negativo non hanno bisogno di essere condivise perché hanno invaso sovente tutte le nostre scene familiari e professionali ma, attraversando luoghi educativi, l’idea di tenermi stretta l’educazione e’ rimasta sempre la mia ancora di salvataggio.

Oggi ascoltavo il video di un collega e amico che parlando della storia attraversata dalla sua organizzazione, anche nella direzione di prospettive future, parla di nuove esigenze e ricerche. “L’arte di rendere fecondi i resti”, così nomina il nuovo orizzonte educativo. Grazie Maurizio, sicuramente porterò questa tua sintesi intensa, ricca e preziosa, nel mio pellegrinaggio professionale. 

E allora ancora una volta, vita è professione si intrecciano, in modo indissolubile?

Ma quanto e’ felice appena sente che stai arrivando? In questo periodo il vostro legame sembra arricchito di una nuova gioia e di un’intesa sempre maggiore. Così mi dice la tua maestra Feldenkrais in uno dei nostri ultimi incontri. Il tuo giovane corpo ti ha messo di fronte ad una nuova prova, quasi sintonizzandosi con le difficoltà  del resto mondo, richiedendoci di inventare e nutrire nuove alleanze.

E siamo ancora qui a chiederci cosa possiamo imparare dall’ennesima caduta!

Le affermazioni di Angela mi spingono a riflettere sull’intensità di alcune nostre nuove complicità, sul bisogno di rinascere ogni giorno raccogliendo nel nostro personale bilancio quelle possibilità che strappano un sorriso insieme ad un respiro ampio. La gioia, lo sappiamo bene, va coltivata come il più delicato dei fiori, anche nelle tempeste.

Con te ho imparato sofisticate strategie per rialzarsi e tu, figlia mia, non hai neppure idea di quanto siano preziose come bagaglio da condividere. Le persone come te vengono sovente viste per i loro aspetti di fragilità ma chi ha potuto, come noi, avvicinarsi alla tua immensa forza, porta con sé la certezza di quella magica  e lunare marcia in più. Questo, fa e farà davvero la differenza. 

Ripartiamo dai resti.

Madri insopportabili

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Mi capita spesso di raccogliere dagli educatori che lavorano in servizi rivolti a persone con disabilità, bambini, ragazzi o adulti, commenti un po’ aspri rivolti ai genitori. Ma soprattutto alle madri.

Ma secondo te perché sempre le madri? ho chiesto a tuo padre qualche giorno fa. Forse perché loro ci sono sempre, mi ha risposto.

Già, forse.

Le madri vengono descritte sovente come troppo esigenti o deleganti, troppo severe o incapaci di un minimo contenimento, lamentose o tigri, insomma, sempre eccessive.

Dovessero fare una classifica delle insopportabili temo mi piazzerei abbastanza bene ma, anche se negli anni ho imparato a sdrammatizzare, mi rimane nel cuore un profondo dispiacere e una solitudine incurabile che mi accompagna ormai da molto tempo, continuando a orientarmi, sempre con più forza, come professionista.

Ascoltando i racconti che sto incontrando proprio in questo fine anno scolastico, prima della pausa estiva, trovo nelle parole ricorrenti degli operatori le origini di alcune distanze siderali.  Le ho nominate spesso nei miei scritti ma oggi ho la consapevolezza, amara e asciutta, che deve cambiare qualcosa di radicale perché operatori e genitori possano parlarsi e, soprattutto, intendersi. 

Un genitore non può ritrovare il figlio solo in un elenco di comportamenti, quasi sempre problematici, e di certo fatica a far dialogare alcune immagini esterne con quelle che vive nel suo ruolo affettivo. Nei racconti degli educatori a volte non intravedo quelle connessioni di cura che parlano proprio del “prendersi a cuore” di Don Milani e che invece, quando si incrociano, raccontano anche di relazioni positive e ricche con i genitori. Ma questo non vale per tutti i genitori?

Io tante volte non ti ritrovo in alcuni racconti e quasi mai quelle narrazioni sono occasioni di confronto e sostegno. La persona che sei per me non nega alcune dimensioni legate alla tua condizione ma, ogni giorno, prova ad andare oltre l’apparenza stupendosi di quello che è possibile far emergere da uno sguardo curioso.

Penso che l’automatismo sia uno dei mali più critici dell’educazione ma forse il fermarsi all’apparenza e stare sulla superficie non è da meno. Così scompaiono le essenze e con loro le persone, soprattutto quando hanno corpi, comportamenti e gesti che ricordano in ogni istante le loro differenze.

Vedere la persona straordinaria che sei diventata, e che mi ha aperto e apre ogni giorno porte per nuove conoscenze, mi sostiene per noi e mi sconforta per la cecità altrui. E allora sarò sempre insopportabile a causa di questo scarto abissale? 

Probabilmente sì.

Attese, speranze e germogli

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di Irene Auletta

Ci sono giorni in cui la cura ricorsiva mi soffoca e non appena sulla mia personale bilancia di resistenza si aggiunge qualcosa, mi capita di “dare un po’ di matto”. In questi tempi mi basterebbe anche solo una piuma in aggiunta a rendermi poco tollerante verso qualsiasi richiesta e con questo stato d’animo mi avvio verso casa dei miei genitori per aiutarli a sbrigare alcune faccende che richiedono aiuto.

In auto, mentre andiamo, ti avviso del programma e così quando la nonna ci chiede se ci fermiamo a pranzo subito parte la risposta programmata. Non vogliamo dare impiccio, tu non stai bene da diversi giorni, io ho del lavoro in sospeso  … e via di questo passo. Mi ferma il silenzio e lo sguardo dispiaciuto dei miei genitori che subito mi fa nascere domande nuove. Ma cosa devo fare di così urgente che non possa essere rimandato? Cosa mi sta succedendo in questo periodo? Ma perchè non ci fermiamo Luna, cosa ne dici? 

Subito cambia l’organizzazione e il clima, insieme al sorriso dei miei genitori che già mi ripaga di qualsiasi costo possibile. Mentre trascorro del tempo con loro mi ritrovo a gustarmi quell’essere figlia che mi permettere di mettere un po’ di quiete in alcuni terremoti dell’anima e inizia a farmi intravedere sfumature che troppo spesso rischiano di rimanere sullo sfondo.

La cura, sovente viene riconosciuta solo in ciò che comporta nel suo darsi e, molto più raramente, apre spazio a quanto permette di raccogliere. Lo vivo da anni come madre e proprio ora me lo sto riassaporando come figlia. Travolti dalla vita, l’affanno rischia di prendere il sopravvento e proprio la cura, che chiede pause, tempi lenti e ascolto, può diventare un’inattesa alleata per rinnovati equilibri.

Il pranzo e il pomeriggio mi cullano in questa consapevolezza e qualche giorno dopo mi ritrovo a pensare a quelle parole della cura che, quando riguardano te, figlia mia, mi mandano al manicomio. Accettazione, opposizione, testardaggine, “farlo apposta”, rifiuto, provocazione. Mi fermo perchè mi faccio già male, ogni giorno.

Ieri, in occasione di una giornata aperta in un asilo nido che seguo e conosco da anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi, ancora una volta, sui temi della cura, con educatrici esperte e di grande professionalità. Con loro ho auspicato che nel prossimo futuro possa nascere un confronto, proprio su queste tematiche, con gli educatori che lavorano nell’area della disabilità. Quanto avrebbero da insegnare e da raccontare e forse, potrebbe anche nascere un’interessante e reciproca contaminazione. Chissà!

Di una cosa però sono certa ed è la consapevolezza, sempre più forte e radicata, che la qualità e la cultura della cura fanno davvero un passo avanti ogni volta che gli operatori, ma anche gli stessi genitori, si fermano a riconoscere quanto possono raccogliere, aggiungendo parole e significati nuovi.

Il peso, le fatiche, la complessità, la continua ricerca di nuove strategie non è necessario buttarli nel cestino ma possono essere guardati con un nuovo atteggiamento e soprattutto con la voglia e il desiderio di cercarne, per ciascuno di essi, sfumature di nuove luci che sostengano e indichino la via della ricerca, per nuovi incontri di cura. 

Con questo stato d’animo intravedo la strada lunga che ancora mi aspetta come genitore ma, a fianco ad essa, sento il respiro leggero di nuovi progetti che possono andare, oltre la mia storia personale, a immaginare nuovi futuri possibili. 

La cura li aspetta.

Stupori stupendi

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di Irene Auletta

Mia figlia riesce sempre a stupirmi nonostante negli anni mi abbia dato più volte occasione di trovarmi di fronte a sue reazioni o comportamenti inattesi e a volte insospettati. 

Forse per questo mi dispiace sempre tantissimo quando la sento descritta con l’elenco delle sue mancanze. Troppo facile e davvero un peccato di cecità .

Guardandoci si potrebbe non avere alcun dubbio su chi cura l’altra. Eppure …

Ci sono giorni più difficili di altri e in un momento di malinconia te lo racconto, in un dialogo fra adulte. Siamo sedute vicine sul divano e a metà del racconto mi prendi la testa tra le mani orientandola verso la tua spalla. Mi viene in mentre l’espressione “offrire una spalla per consolazione” e mi ritrovo proprio lì, a farmi consolare da te. Chi lo direbbe osservandoci. Eppure …

Si parla molto di adultità delle persone con disabilità e del rischio di infantilizzarle sempre, ma finché l’orizzonte immutato del nostro sguardo sarà sempre quello dell’autonomia, intesa in modo ormai davvero obsoleto, saremo sempre fuori tempo.

Tu figlia mia, e tante altre persone come te, avrete sempre bisogno di qualcuno che vi aiuti anche nelle funzioni più semplici dell’esistenza, ma questo non fa di voi eterni bambini. Tu, il tuo corpo e la tua anima, portate i segni degli anni che la vita depone nel suo trascorrere e sta proprio a noi adulti che vi stiamo accanto non farci ingannare da alcune apparenze.

Mi puoi accogliere, consolare, ascoltare ma devo dartene l’opportunità perchè da sola non sai prendertela e solo quando questo accade si può essere travolti da sorprese che raggiungono profondità senza parole. Attimi.

Qualche giorno fa con alcune mamme, in riferimento ai nostri figli, si parlava della cura estetica che, nel suo etimo significa sensazione, percepire attraverso la mediazione del senso. Cosa giocarsi di più nell’incontro con l’altro? In un incontro fatto di corpi, storie ed emozioni?

Io ci credo e credo anche che in molti casi proprio a partire dai genitori e dalle persone familiari, si può fare la differenza, sperando poi anche nel sostegno di figure professionali. 

Si può scegliere di fermarsi alle apparenze o proseguire in ricerche possibili. Potrebbe sembrare un percorso difficile, eppure ….

Tenerezza e inferno

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di Irene Auletta

3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Avrei voluto scrivere qualcosa direttamente ieri ma per me e’ sempre difficile esprimere pensieri “a comando” e di fronte a giornate che sembrano un sollecito a non dimenticare o a non perdere di vista importanti condizioni di vita.

Grazie a occasioni come questa, credo sia importante continuare a chiedersi cosa vuol dire vivere accanto a persone con disabilità e, pensando a me e a molti genitori che incontro, vedo emergere racconti ricchi di tante zone di luce che non negano, né nascondono, le ombre che si attraversano ogni giorno. 

“Ci sono giornate in cui l’inferno è a portata di mano” scriveva qualche giorno fa Manuela, una mamma che incontra ogni giorno questo tema, nella relazione con suo figlio. Chi condivide esperienze analoghe di sicuro sentirà in tale affermazione echi assai familiari e quella sensazione di morsa allo stomaco che a volte, andando oltre il dolore, ti lascia sfiancata dalla fatica.

Come mi è capitato spesso di dire, esiste un livello di fatica che è difficile da immaginare per chi osserva dall’esterno e non tanto per l’esperienza in sé, quanto per la crudele ritualità con cui si ripete per anni. Bambini piccoli, persone care malate o genitori anziani, possono chiamare alla stessa condizione legata proprio alla cura ricorsiva. Ma in tutte queste situazioni, con differenti sfumature e stati d’animo, si intravede una fine. Qui, molto spesso no.

Di fronte alla disabilità di un figlio, gli anni che passano sottolineano per molti genitori la fisiologica preoccupazione di avere sempre meno energie per affrontare i variegati bisogni di cura dei propri figli, siano essi legati all’aspetto fisico o a quello più prettamente relazionale. Spesso ci sono entrambi.

Nell’incontro con te, figlia mia, come vedo nello sguardo e nei gesti di tante persone che condividono la mia stessa esperienza, ho bisogno di riempire sempre l’altro piatto della bilancia con quella tenerezza che non smette di riservarti un posto speciale nel mio cuore. La tenerezza, secondo la filosofa Luigina Mortari, è capace di far nascere e crescere l’anima di chi scegliamo di curare con amore sensibile e spirituale. Richiede tanta generosità, rispetto, per la persona che curiamo e per la vita, capacità di tenere la giusta vicinanza/distanza, di dare speranza e fiducia.

L’inferno che a volte sbarra la strada può farci precipitare nell’abisso del cuore e solo la tenerezza può salvarci. 

Ti osservo mentre accogli sulla lingua i fiocchi di neve che qualche giorno fa ci hanno fatto una sorpresa inattesa e ridi, ridi, ridi. Con quella risata che, pur stonando con la tua età anagrafica, o forse proprio per questo, mi riempie d’amore. Nella tua vita ti ho vista tante volte precipitare e ogni volta riemergere più forte.

La tenerezza è sempre lì, pronta a consolarci e vivendo al tuo fianco ho imparato a prendermene cura. Ogni giorno.

Da lontano

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di Irene Auletta

Ieri ti ho accompagnato io e come sempre riservi la sorpresa di un nuovo comportamento. Da qualche settimana, in tempi di riorganizzazioni dei servizi, stiamo sperimentando l’esperienza di un educatore del tuo Centro Diurno che passa a prenderti e trascorre con te qualche ora fuori casa. Per due settimane consecutive ad aspettarti c’è stata la tua educatrice di riferimento e, in entrambe le occasioni, hai subito lasciato la mano di tuo padre per dirigerti con felicità verso l’avventura di quell’incontro inatteso e straordinario, proprio nel senso di fuori dall’ordinaria abitudine.

Fuori dal cancello questa volta ti aspetta un educatore che conosci altrettanto bene e che con te condivide già da qualche anno l’esperienza della piscina, che ti piace moltissimo. Mentre te lo anticipo sei sorridente e subito disponibile ad uscire ma appena lo intravedi resisti un po’, con quella mano che si stringe nella mia e che mi tira come un invito a seguirti. Ti convinco in fretta e ti dico all’orecchio che finalmente ti potrai liberare per qualche ora di mamma e babbo.

Già tuo padre mi aveva raccontato del sentimento strano nel vederti allontanare per mano a qualcun’altro in questo contesto particolare e ne trovo anch’io la conferma. Mentre siamo insieme immerse nella nostra bolla tutto è certamente più familiare ma guardandoti da lontano ti vedo forse più nitidamente anche con gli occhi altrui, di chi non ti conosce. 

I figli forse andrebbero sempre guardati da lontano per scoprirne sfumature che di certo la vicinanza rende sempre meno nitide. Per me, ogni volta, la tua disabilità è uno schiaffo in faccia, di quelli che subito si sintonizzano con il nodo in gola.

E’ solo un attimo prima che la figlia conosciuta e amata riprenda il suo posto anche negli occhi, ma quella lontananza ha lasciato ancora una volta il suo piccolo segno che si aggiunge agli altri delicati da curare e custodire nel mio scrigno più segreto.

In questi giorni hai riscoperto il gioco di camminare a occhi chiusi, che a periodi torna nelle tue sperimentazioni. Ti guidano le mani a incontrare gli ostacoli sul tuo percorso e ogni tanto sbirci con quell’espressione buffa che, per noi genitori, è di una bellezza struggente. Da vicino e da lontano, tra le esperienze del nostro rapporto con il mondo sin da piccoli. Come ci vedi figlia da lontano? 

Io sto imparando a guardarti da lontano, oltre quella prima dolorosa impressione e so che devo fare ancora tanta strada. Più ti allontani e più il cuore perde il controllo ma, ancora una volta mi dai una bella lezione. Prendendomi per mano e tenendo gli occhi chiusi mi inviti a seguirti in giro per casa. 

Chiudo gli occhi anch’io e ti ritrovo ad aspettarmi, in quel profondo familiare che batte. Aspettami tesoro, che pian piano arrivo.

Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

Scegliamo la volontà

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di Irene Auletta

Io e tuo padre ci ritroviamo spesso a parlare di temi inerenti la genitorialità, sia per interesse personale che professionale. Tante volte mi sono chiesta che genitore sarei stata in una situazione differente ma, negli anni, questi interrogativi hanno sempre di più assunto le vesti quasi trasparenti di ciò che non potrà mai essere.

In particolare, proprio in questi giorni, ritornano i temi della scelta e della volontà. Bambini e ragazzi che sembrano scegliere tutto, andando ben oltre la loro zona di legittimità e di buon senso educativo e, figli come te, che appaiono più che mai azzerati nella volontà. E così, di fronte ad una flebile, che diventa pian piano più forte, espressione di volontà, si passa ad etichettarli monelli (anche oltre i vent’anni!), testardi, oppositivi e chi più ne ha più ne metta. Insomma, problematici. Loro e non noi e la nostra relazione. No, loro.

Intendiamoci, ingaggiare qualche lotta accade a tutti e credo faccia anche normalmente parte del ruolo genitoriale. Ma la consapevolezza di questo nostro limite mi piacerebbe non fosse un optional e in questo madre e padre possono aiutarsi tantissimo. 

Facciamo cambio, ci diciamo spesso io e tuo padre e quasi sempre il cambio di relazione cambia il contesto anche facendoci bonariamente protestare . Possibile che questo lo fai solo con mamma o con babbo?

In questi giorni sono arrivati i nonni, sempre più anziani e fragili. Dal loro arrivo hai iniziato a scegliere più spesso manifestando chiaramente la tua volontà. Piccole scelte, quelle per te possibili, che accolte generano soddisfazione e benessere, per tutti. E inoltre, rendono decisamente meno frustranti le tante situazioni dove questo non è possibile.

Ma questo non vale per tutti i figli?

Ricordo che anni fa mi aveva molto colpito il racconto di una madre relativamente al figlio quasi trentenne irritato per dover continuare a vivere con i genitori. Irritato perchè? chiesi timidamente. Perché vorrebbe pagassimo noi genitori l’affitto! Ok mi arrendo! Scegliere ed esprimere la volontà non vuol dire protrarre a oltranza l’infantile pensiero magico e diventare sempre più tiranni nei confronti dei proprio genitori, da zero a trent’anni.

E poi, la scelta è una danza tra la tua volontà di figlio e la mia di genitore, altrimenti si chiama in un altro modo.

Non lo saprò mai che madre sarei stata se … Forse anch’io sono un po’ disabile come genitore, ma se ogni volta di fronte alla manifestazione di una volontà, con figli disabili o no, tornassimo a valutare opzioni, senso, possibilità e opportunità, credo staremmo meglio tutti.

Aiutare a scegliere e a nominare la propria volontà, offrendone le possibilità adeguate all’età e alla situazione, mi pare un compito educativo irrinunciabile. Non dimenticarlo è un bel respiro pedagogico, garantirlo (sempre!) è la tutela di un diritto.

Da imparare c’è tanto … Da insegnare ancora molto (Il castello errante di Howl)

Il bello di te

3 commenti

 

di Irene Auletta

Chissà quanti genitori sono orgogliosi dei propri figli come lo siamo noi?

La domanda di tuo padre mi raggiunge, non come sorpresa, mentre parliamo di te, raccontandoci quello che osserviamo, i cambiamenti, particolari inediti, nuove speranze.

Per qualche giorno mi rimane a girovagare nella mente e ogni tanto ritorna a fare capolino, confermandomi che di sicuro anche molti altri genitori lo sono. Ma allora perchè torna a incuriosirmi? Il nostro è un orgoglio differente? Sia chiaro, non migliore o peggiore, ma differente?

In effetti non mi capita raramente di raccogliere testimonianze di orgoglio ma forse, pensandoci un po’, mi pare che tanti genitori possano rischiare, più di noi, di rimanere inconsapevolmente intrappolati, nelle reti-mito delle prestazioni e delle competenze. Penso che sia facilmente riconoscibile quell’orgoglio che sboccia di fronte a qualcosa che si materializza in un fare, in un’azione, in un pensiero. Che bella cosa hai fatto, detto o pensato! 

Eccola qui la nostra differenza. Noi possiamo molto, ma molto raramente, essere orgogliosi per ciò che fai, ma lo siamo costantemente per ciò che sei. O almeno, abbiamo imparato ad esserlo. Al tempo stesso, non rischiamo la delusione di quelle attese malriposte, che possono essere un peso non indifferente per qualsiasi figlio.

Gli amori fragili sono spesso i più forti, anche nella tenacia della ricerca, forse perchè si nutrono di fili d’essenza al gusto dello straordinario. Devo ammettere, sinceramente, che la dimensione delle “cose esibite” mi manca e credo mi mancherà sempre senza però nulla togliere a questa forma differente di quel sentimento che quasi accarezza la gola quando si chiama orgoglio.

Essere orgogliosi nel limite, parente stretto della delusione, pare quasi qualcosa di impossibile anche solo da dire e di sicuro, per me, è un percorso di ricerca che mi accompagna altrove, dove non avrei mai scelto di andare, dove devo quasi ogni giorno rianimare la fiducia, dove spesso vorrei richiudermi per scomparire dalla pesantezza degli sguardi altrui.

Ma, stare in questa ricerca, vuol dire anche riemergere nello stupore, ispirare la bellezza dell’inatteso e soprattutto, godersi ogni infinitesimale frammento di possibilità, con un respiro pieno di orgoglio.

Si, di te lo siamo eccome.

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