Slogan o nuovi orizzonti?

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di Irene Auletta

Mamma ma quella è disabile? A dirlo è una bambina di circa sette, otto anni che viene velocemente rimbrottata e azzittita dalla madre come se io e te non le fossimo di fronte, a meno di un metro di distanza.

Per un’interessante associazione di idee penso al cartello visto di recente alla Città dei Robot, mostra‑evento milanese con show e animazioni interattive, dove siamo stati a curiosare. Affissa in bellavista alla biglietteria,  una comunicazione rivolta al pubblico anticipava in modo assai autorevole che gli addetti alla mostra si riservavano di mandare via i bambini maleducati. Si, proprio così, virgola più, virgola meno.

Ma che fine hanno fatto gli adulti? Una comunicazione di questo genere sembra ignorare completamente la presenza di quegli accompagnatori indispensabili per accedere a un contesto di questo genere. Ma del comportamento dei bambini non dovrebbero essere responsabili i genitori o chi, al loro posto, li accompagna?

Allo stesso modo, ho pensato all’occasione persa da quella mamma che ha ignorato la domanda della figlia quasi sicuramente inconsapevole dei suoi insegnamenti. Uno, che non si può domandare di fronte all’evidente diversità. Due, che nel tentativo di evitare un’offesa, e lo dico nella migliore delle ipotesi e con un atteggiamento positivo, le persone coinvolte, io e mia figlia, possono essere totalmente ignorate.

Anche in questo caso l’adulto che figura ci ha fatto? Quella madre ha perso davvero la possibilità di rivolgersi a noi con rispetto e attenzione, magari chiedendoci di aiutarla nella risposta e offrendo a sua figlia un buon esempio di quell’inclusione tanto nominata ma ancora altrettanto difficile anche solo da intravedere. Peccato per loro.

In questi giorni si stanno rincorrendo sul social media post che riportano la frase scritta su una sedia donata da un Centro per disabili al Presidente della Repubblica. “Quando perdiamo il diritto di essere differenti perdiamo il privilegio di essere liberi”.  

Noi adulti però lo sappiamo bene che la parola libertà lasciata lì da sola, rischia di sfiorire in un attimo. E’ solo l’abbraccio con la responsabilità che può restituirgli nuove ali e, in questa direzione, genitori, educatori e insegnanti, spero proprio che riescano a individuare nuovi orizzonti e che quella frase piena di like non diventi ben presto solo un slogan privo di senso.

L’arte di reinventarsi

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di Irene Auletta

Ci sono momenti della vita dove molti sperimentano cosa vuol dire non riuscire a riposare e a ricaricarsi. In genere questi coincidono con la presenza di bambini piccoli, malattie transitorie o la presenza di genitori anziani. In comune, ciascuna nella sua peculiarità, hanno la consapevolezza di essere un passaggio.

Quello che invece sanno bene i genitori con figli disabili, prima piccoli, poi ragazzi e infine adulti, è che questo stato diventa una condizione di vita, esattamente come lo è la disabilità. Per questo sostengo da anni che investire energie nella speranza di un repentino cambiamento, vuol dire canalizzare verso una direzione sterile le proprie forze.

Al contrario occorre capire come riuscire a trasformare quanto si vive, rendendolo una carica possibile. Facile a dirsi, soprattutto per chi osserva dall’esterno, affacciato alla sua comoda finestra, ma possibile.

Mi raccomando riposati! In questi giorni voglio proprio rilassarmi! Ora stacco la spina e non ci sono più per nessuno. Quante volte, proprio in prossimità di questi giorni di pausa natalizia, abbiamo sentito frasi analoghe?

In effetti per anni ci ho sperato anch’io e, guardando nella direzione sbagliata, ogni volta, alla fine del periodo, mi ritrovavo sempre più stanca. Poi, pian piano, ho imparato a inserirmi nelle tue pause di riposo, a godere di quella lentezza che a volte fa apparire le giornate slowmotion, a stare in quello che per noi è possibile, a lasciar andare le rinunce. 

Io e tuo padre abbiamo imparato ad alternarci nelle fatiche e le nostre danze familiari molto spesso hanno trovato un loro ritmo che risulta anche piacevole. Le nostre ricariche sono potenziate e così ieri sera, da soli a cena  fuori casa e al cinema, ci siamo nutriti di leggerezza e di quel tanto che molto spesso appare scontato proprio perchè si è smarrito il gusto della libertà. 

Non sembrate stare insieme da tanti anni, ci hanno detto di recente, aggiungendo che non appariamo neppure particolarmente stanchi. Forse in situazioni come la nostra bisogna affinare l’arte di inventarsi nuove vie possibili, reinventando periodicamente la propria storia con gli ingredienti del presente. Anche inciampando a volte in qualche piccolo o grande inferno.

Guardando nella nostra direzione impariamo ogni giorno a intravedere pertugi di felicità, momenti di leggerezza, spazi ampi di amore sconfinato. Questo ci auguro davvero in questi giorni e per quelli a venire. Non è forse questo il gusto riposante delle pause?

Cronache d’estate

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di Irene Auletta

Siamo in attesa della banda. Un piccoletto di cinque/sei anni ci si avvicina chiacchierino. Ciao come ti chiami? dice rivolto a te. Di fronte alla mia risposta ti osserva curioso e puntuale arriva la solita domanda. Ma lei perché non parla? Sembra soddisfatto della mia risposta e commenta che (comunque!) ti trova bella e simpatica. Saltella verso il padre urlando Papa’ ho conosciuto una bambina Luna! Pure agli occhi dei bambini risulti piccola e ormai, io e tuo padre, siamo abituati anche a questo.

Mentre la musica si avvicina, il capannello di persone si popola e ci scambiamo saluti e battute “da spiaggia”. Da quanti anni ci conosciamo!, commenta una signora mentre mi chiede quanti anni hai. Quando ci stiamo per salutare commenta che “parla spesso di questa ragazza del mare che forse per tanti versi non è stata molto fortunata ma di certo ha la fortuna di avere due genitori che la amano così tanto da renderla felice”. Sorrido commossa e penso che gli sguardi sono sempre pieni di parole che a volte e’ curioso ascoltare.

Poco dopo, passata la banda accolta con la rinnovata allegria, siamo in acqua per il nostro primo bagno della giornata. Ti guardo nuotare con quella nuova maschera che da qualche anno stai imparando ad utilizzare sempre meglio, a vantaggio di quelle nuove possibilità che ti hanno definitivamente liberata da braccioli o altri orpelli da galleggio. Nuoti libera e sarà che in acqua anch’io assaporo quel gusto, questa esperienza mi pare, anche per te, unica e bellissima. Il tuo corpo sperimenta movimenti che la gravità rende più lenti e complessi e ti osservo flessuosa, morbida, allegra.

Eppure anche questa libertà non è per te gratis. Tu, che non tolleri neppure una mollettina invisibile tra i capelli, hai imparato ad accettare questo aggeggio che ti contiene l’intera faccia e che a parecchi crea un senso di fastidiosa claustrofobia.

Ti vedo libera, di scegliere, di provare, di avvicinarti e allontanarti. Libera di giocare e divertirti.

Ogni genitore ha il suo orizzonte educativo e oggi il mio mi appare sempre più chiaro. Felicità e libertà.

La disabilità e’ sempre lì, sullo sfondo, e profuma di mare.

Basta tesorini

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di Irene Auletta

Gira in rete, proprio in questi giorni, un video che odora di fresca profondità. A parlare una bambina disabile che, senza perdere il sorriso, mette al muro gli adulti e le loro ipocrisie. Con grande chiarezza non chiede infatti facili sorrisi, dolce empatia o gesti di tenerezza, bensì rispetto.

Il messaggio, anche per le caratteristiche della giovane protagonista, arriva forte e appuntito, come quelle lame taglienti che un po’ permettono di vedersi riflessi.

Mi è piaciuta l’assenza di ipocrisia e il richiamo ad altri significati. Ne parlo spesso con gli educatori dell’importanza di aggiornare e rinforzare il vocabolario rivolto alle persone con disabilità, sottolineando parole come diritti, rispetto, cura, dignità.

Questa ragazzina ce lo ricorda con quel sorriso che bisogna imparare a non perdere, perché la disabilità diventi una dimensione dell’esistenza e non una pena da scontare.

Quel sorriso che parla di ciò che è dovuto a tutte le persone che non meritano il nostro compatimento o la nostra pacca sulla spalla, ma la nostra forza intrecciata alla loro, per rivendicare diritti, dignità e libertà.

 

Il tempo dell’incontro

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di Irene Auletta

Giorni complessi di tempo sospeso, inedite libertà, silenzi assordanti, gioie malinconiche e tanta, tanta mancanza. Stamane al risveglio la casa mi ha accolta piena della tua assenza resa ancora più forte anche da quella di tuo padre. Da quanti anni non mi svegliavo più da sola nella mia casa? Certo, mi accade sovente di viverlo in camere di albergo che mi vedono transitare per motivi di lavoro ma la casa ha un sapore assai differente.

Incredibile come tu riesca a riempire ogni spazio della nostra casa, e della nostra vita, con la tua presenza silenziosa e tante volte anche parecchio ingombrante.

Ti vedo arrivare in quel pulmino con i vetri oscurati dove a fatica identifico il tuo profilo e mi ritrovo curiosa a immaginarmi la tua reazione. Cadrai improvvisamente in un abbraccio presa alla sprovvista oppure mi terrai a distanza per riprendere il ritmo e i tempi necessari alle vicinanze del cuore?

Osservo il tuo corpo che salta sul sedile appena mi vedi e le nostre mani si salutano appoggiandosi al finestrino, dentro e fuori il pullman, con la delicatezza del vetro che ci separa quasi a garantire la gradualità necessaria alle emozioni forti.

Scendi con quell’aria da ragazza, seria ed emozionata. Io rimango ferma e solo il mio sorriso ti racconta quanto solo felice di vederti e quanto mi sei mancata. Ti avvicini molto lentamente e pian piano appoggi la testa vicina alla mia spalla autorizzandomi ad un abbraccio che mi arriva dolcissimo. Nè la corsa, né il rifiuto. Un’onda lieve che profuma di una nuova lentezza.

Verso casa il silenzio ci accompagna e capisco che ora hai bisogno di tempo. La casa ti riaccoglie e tu la riempi di tutta la tua bellezza, prima di crollare in un sonno che ti concederò solo per qualche minuto di riposo, a prevenzione di una prossima notte insonne.

Ti guardo riposare e finalmente torno a sentire quel pezzo di cuore che ti ha aspettata con un po’ di apprensione ma tanto felice per la tua inedita esperienza di libertà. Ti è piaciuto volare figlia? I sorrisi, a volte, raccontano mondi.

Una promessa è una promessa

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fullsizeoutput_61di Irene Auletta

“Stamane andiamo da una signora che ci farà un paio di domande. Lei è la figlia? Lei è la madre? Si, lo giuro. Poi mamma firma e abbiamo finito.”

Poco dopo accade qualcosa di assai simile e quando il giudice mi invita a giurare, come rituale di forma, ti guardo e ci sorridiamo quasi a riconoscere quel nostro gioco raccontato poco fa. Nella stessa stanza si incrociano pure formalità e promesse di presenza e di cura. Per sempre.

E proprio in quel momento avverto quel sottile nodo in gola che mi accompagna da stamane, da sottofondo alle chiacchiere che ci hanno guidato fino a questo luogo. Sono passaggi e riti che, contrariamente a ciò che avviene agli altri genitori e figli, non vanno mai nella direzione della libertà reciproca e rinforzano unioni sovente indicibili.

Uscendo incrocio lo sguardo di un padre insieme a suo figlio adulto. Mi rivolge un sorriso caldo e alzando il pollice mi augura buona fortuna.

Solo in quel momento mi accorgo della mia vista appannata che finalmente lascia spazio alle emozioni. Negli occhi.

Fitte di libertà

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fitte di libertàdi Irene Auletta

La cosa interessante e quasi sempre stupefacente dei momenti di pausa è la loro possibilità di svelare quello che, nel frenetico snodarsi della vita quotidiana, finisce col diventare una routine normalizzata.

Per chi si trova impegnato da anni in relazioni di cura è spesso difficile ricordare come era prima o immaginare come potrebbe essere altrimenti.

Ed ecco che una vacanza, anche di pochi giorni, può venire in soccorso per restituire vista e nuovi sensi.

Ti sei divertita in vacanza? Rispondo di si con poca convinzione e non perché in realtà non mi sia divertita ma perché, quello che vivo nella distanza, è talmente altro e differente che quasi mi ritrovo immersa in un clima onirico che può raccontare poco o nulla al momento del risveglio.

Io ci ho messo un sacco di anni a sentire, riconoscere e nominare le pressioni di cura che una figlia disabile impongono e richiedono. In questo i padri hanno visuali decisamente differenti e forse ci arrivano prima. Per le madri mi sembra qualcosa difficile da dire quasi che ciò possa in qualche modo scalfire quell’amore straordinario che molto più facilmente si esprime e condivide. Anche in questo però il passare degli anni gioca il jolly e alcune consapevolezze per emergere e, soprattutto per dichiararsi legittime e sane, trovano pertugi da cui uscire per respirare aria nuova, mentre i figli crescono.

Vedrai, vedrai … I figli ti cambiano la vita! Chi, ancora nel momento della gravidanza, non si è sentito rivolgere questa affermazione con accenni tra il dolce e l’ironico?

Da molti anni incontro per professione genitori e il tema della libertà non è certo tra quelli più richiesti. Eppure è la prima esperienza forte che ogni genitore si ritrova a vivere di fronte a quella nuova presenza che, nell’incontro con un’inedita esperienza di amore, pone da subito limiti e condizioni. Forse la paura del giudizio è ancora troppo dominante o può essere che l’idea di cura e dedizione siano divenuti sinonimi.

Riflettere sul valore della libertà osservando il proprio ruolo genitoriale può essere un’interessante occasione per estendere lo stesso sguardo anche alla relazione con i figli. Quante volte bisogna essere capaci di lasciarli andare nella conquista di quelle piccole e grandi libertà che segnano il loro percorso di crescita?

A volte è più semplice, a volte meno. Proprio dove è più complesso, sono i jolly che cambiano la vita, anche quando ti arrivano come un pizzico improvviso.

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