Dialoghi muti

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di Irene Auletta

All’uscita di scuola:

Amore che hai fatto oggi a scuola?

Mamma … ma che cazzo!

L’amica di Facebook che ha postato questo scambio si riconoscerà subito e forse sorriderà di fronte alla citazione. Lei ancora non lo sa ma l’ho anche già citata nel corso di una supervisione con operatori di un servizio diurno per disabili.

Lo scambio, che potrebbe facilmente ricondursi a quello con un figlio adolescente, di quelli disegnati bene dal film Gli sdraiati, in realtà riguarda il saluto con un bambino disabile che probabilmente non sarà mai in grado di rispondere, almeno a parole, a questo quesito.

Quante volte con mia figlia, soprattutto quando era più piccola, mi sono trovata di fronte alla medesima situazione? E quante ne osservo di analoghe, quasi quotidianamente, tra genitori e bambini anche molto piccoli?

Com’è andata la giornata? Cosa avete fatto? Cosa hai mangiato? Avete giocato? Molti bambini non amano questa sorta di affettuoso interrogatorio e sovente rimangono in silenzio o perchè sono troppo piccoli per poter realisticamente stare in quella comunicazione o comunque, semplicemente, perchè non hanno voglia di rispondere. Pensate se appena rincasati, ogni giorno, ci trovassimo di fronte a tanti punti interrogativi!

Spesso di fronte al silenzio di mia figlia, dello stesso colore del bambino citato nel dialogo iniziale, mi sono sentita dire che molti bambini o ragazzi comunque non amano rispondere. Ora però, con molta calma e senza la stizza che avrei espresso in passato, ci tengo a sottolineare la diversità tra chi sceglie di non rispondere, chi non è ancora in grado di farlo per età e chi invece, per sorte, non lo sarà mai.

Capisco tanto quella tentazione, sempre in agguato, di riempire lo spazio silenzioso con le nostre parole. Solo da pochi anni mi piace stare nel silenzio con mia figlia e metterci dentro tutto il mio amore muto. E’ stata una strada molto lunga, dura e ancora oggi inciampo.

D’altronde, se ci pensate, proprio i genitori dei bambini piccoli, citando continuamente le prime parole dei loro figli, le loro espressioni buffe e i loro primi discorsetti, sembrano ribadire che proprio attraverso quel primo scambio di parole nasce e si definisce un’identità, della persona e di quella storia di incontro.

Abituarsi a muoversi nel silenzio è difficilissimo e ogni tanto, proprio in quell’incontro con il figlio silente, sembra sparire l’ossigeno vitale. Riuscire a trovare nuove fonti di respiro, anche attraverso l’ironia di quella mamma che si racconta su Facebook, è uno dei modi possibili.

Ricordo spesso le parole della tua nonna paterna, che purtroppo non ha potuto conoscerti, quando suggeriva di non chiedere mai ai bambini se ci vogliono bene ma di diteglielo noi per primi. Grazie nonna Franca. Lo ricordo spesso e mi riaffiora alla memoria quando, quasi sussurrandoti un segreto, ti saluto al tuo rientro a casa.

Ti voglio bene amore, mi sei mancata. 

Altro

Anche meno, grazie

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di Irene Auletta

Quando leggo alcuni post o articoli come questo ho sempre bisogno di prendere un po’ di distanza per mettere ordine alle onde bizzarre che increspano le mie emozioni.

In effetti la reazione più immediata potrebbe essere molto positiva, proprio a godere di quei movimenti di solidarietà umana di cui tante volte sentiamo la mancanza. Al tempo stesso però mi pare che, ogni volta, dare eccessiva enfasi a qualcosa che potrebbe essere la normalità, diventa solo un modo per sancire quella distanza siderale e quella differenza che, soprattutto nelle dichiarazioni di intenti più superficiali, vengono negate “mano sul fuoco”.

Mi sono molto piaciute le risposte di questi ragazzi citati nell’articolo che, rifiutando l’appellativo di supereroi, si sono dichiarati semplicemente i compagni di classe del ragazzo disabile.

Siamo in un mondo dove sovente gli atti di normale quotidianità o le semplici esperienze della vita vengono dichiarati e confusi con atti di eroismo o superabilità.

Mi sembra molto bello che tuo figlio, in prima elementare, non abbia preso tutti dieci come quei bambini che forse per un attimo hai invidiato, ho detto di recente ad una madre, pensando a quel pesante fardello di quei bambini destinati solo a confermare “l’eccellenza” o a sentirsi inesorabilmente mancanti.

Aiutare un compagno, crescere, fare esperienze di vita e di apprendimento vuol dire essere umani, persone piccole o grandi e non eroi.

Abbiamo sempre più bisogno di valorizzare i gesti e i pensieri di quotidiana umanità perché solo lì, nelle pieghe sottili della vita, si posso rinvenire quei veri atti eroici di fronte a cui inchinarsi. Possibilmente in silenzio.

Balliamo?

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balliamo?

di Irene Auletta

E anche oggi, al tuo arrivo a casa, eccola puntuale. Una serie di non voglio agita come sai fare tu e con quella tenacia che facilmente rischia di farmi scivolare in un corpo a corpo che, ogni volta, mi lascia con la sensazione di un vuoto. Oggi pomeriggio ai soliti rituali si aggiungerà anche lo shampoo. Urge un pensiero creativo per non arrivare a sera distrutta.

Protesti per salire a casa, per spogliarti, per andare in bagno e infine di fronte alla vasca, il tono della tua voce non lascia dubbi sul dissenso. Mentre ti lavo i capelli provo a raccontarti qualcosa ma percepisco subito che il nervoso aumenta e quindi opto per il silenzio.

Come andranno le tue giornate? Che prove devi affrontare? Come riesci a farti capire? Cosa vogliono dire le proteste che in questi giorni caratterizzano il nostro incontro al tuo rientro dal Centro?

Ecco, forse ho trovato la strada, la nostra solita ricetta magica. A operazione completata ti abbraccio forte, forte e in silenzio ti consolo solo con il pensiero. Angela, la nostra maestra Feldenkrais, ci ha insegnato il valore dell’immaginazione e dei suoi effetti subito percepiti nel corpo. Funzionerà anche in questo caso? Nella mente ti racconto di quanto ti capisco, di come a volte la tua rabbia mi racconta storie, di quella comprensione che nasce nella pancia e a volte neppure arriva alla testa.

E rimaniamo così per qualche minuto in silenzio, con il mio desiderio telepatico di raggiungerti in qualche modo e le tue braccia che mi stringono senza pausa. Dall’esterno forse appariamo bizzarre ma in assoluto silenzio mi accorgo che balliamo e giuro che sento una musica. La senti anche tu tesoro?

Sarà un buon pomeriggio.

C’è magia

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zittituttidi Irene Auletta

Quanto mi piacciono le sere così. Quelle in cui torno e ti trovo allegra ad accogliermi dopo che, poche ore prima, mi avevi salutata guardandomi male per averti lasciata appena tornata dal Centro per un impegno di lavoro. Proprio stasera che non c’è neppure tuo padre.

Guarda questo bel film con Inna e vedrai che appena finisce mamma torna! Se potessi spiegarti che vado a incontrare dei genitori per fare un incontro sul tema del passaggio dalla scuola dell’infanzia a quella primaria, chissà cosa mi risponderesti.

Ma tu non immagini neppure cosa faccio quando esco e tantomeno che, in ogni momento, sei nelle pieghe delle mie riflessioni, soprattutto quando lavoro con i genitori.

In questi giorni mi ritrovo spesso a pensare che la nostra storia arricchisce sempre i miei incontri professionali e, anche a distanza, tu sei lì con me insieme a quello che ogni giorno mi hai chiesto di imparare per poterti incontrare.

È stato bello ascoltarla, se ha figli saranno di sicuro molto fortunati! Capita di sentirselo dire a chi fa il mio lavoro ma per la prima volta stasera, insieme al sorriso e alle parole “di circostanza”, una frase mi è scappata dal cuore. Sono una madre molto fortunata e spero che un pochino anche mia figlia possa sentirsi così.

Ceniamo accompagnate da quel silenzio pieno di noi che mi da gusto più del cibo. È una sera magica, di quelle in cui la fortuna arriva frizzante e mi pizzica la gola fino al bacio della buonanotte e a quella frase che ti ripeto tutte le sere prima di addormentarti.

Da lassù fino a te, Luna della terra ….. e nel mezzo tutte le nostre parole segrete.

Ruggiti del cuore

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ruggiti del cuoredi Irene Auletta

E ogni volta ci devo fare i conti.

Stavolta non è neppure accaduto in nostra presenza e questo di certo non facilita le cose. Non ci sono considerazioni razionali che al momento mi siano di aiuto e, al contrario, l’eccesso di spiegazioni, interpretazioni, ipotesi non fa altro che alimentare quel ruggito che nasce dalla pancia e che negli anni sto provando a domare.

Ti sei fatta male. Non mi importa come, quando e perché ma solo che non sei stata compresa e, mentre soffrivi senza riuscire a farti capire io non ero lì, vicino a te per provare ad aiutarti. Quando sono arrivata a prenderti i suoni intorno a me sono diventati immediatamente ovattati e il desiderio di portarti via al più presto di certo non mi avrà fatto brillare di simpatia. Così, per usare un eufemismo!

In alcuni casi è difficile far capire che tutte le parole dovrebbero essere sospese perché non c’è posto per contenerle e io, in tali occasioni, ho urgenza di silenzio. Appena ti vedo capisco subito che ti sei fatta male e che la tua apparente ostinazione a collaborare in realtà è solo un segnale per chiedere aiuto e per comunicare quello che ti è accaduto. Com’è facile di fronte ad una ragazza come te farsi travolgere da tante altre interpretazioni e come, ancora una volta, le tue impossibilità comunicative trasformano un episodio normale in una vicenda assai complessa.

Arrivate a casa piangi forte e mi pare di ascoltare dolore, rabbia, paura. In questo siamo uguali perché anche le mie lacrime di compagnia sono esattamente delle stesse tinte. In me non c’è pensiero quieto, ma una furia primitiva che ogni tanto viene a salutarmi forse per ricordarmi che è sempre lì, anche se riesco a contenerla meglio.

La tua insegnante Feldenkrais ha il grande potere di tranquillizzarci e sapere che quello che è accaduto non ha recato conseguenze gravi mi restituisce respiro. Vederti seduta sulla sedia a rotelle ogni volta mi fa sentire un pizzico alla pancia, anche se tu ridi beata di quella postazione che ti restituisce la possibilità di muoverti, in qualche modo. Dopo solo pochi giorni ho già nostalgia di quando ti rincorro per casa mentre, soprattutto per attirare l’attenzione, travolgi ogni cosa che incroci al tuo passaggio.

Deve passare ancora un po’ di tempo perché la burrasca nella mia anima si acquieti e, nel frattempo, abbiamo aggiunto un altro pezzetto al puzzle della nostra storia.

Essere tua madre, per me, non può essere che questo.

Amori saporiti

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amori saporitidi Irene Auletta

Giorni fa una collega, parlandomi di una sua amica con una figlia disabile, mi ha raccontato di come ogni volta rimane colpita dalla relazione che si è creata tra madre e figlia. Di come questa mamma ha riorganizzato la sua vita intorno alla figlia e dei lunghissimi monologhi che accompagnano il loro stare insieme. La bambina ha una disabilità grave e le sue possibilità comunicative sono ridotte a pochissimi movimenti della testa e degli occhi. E la madre, parla, racconta, descrive.

E’ bella la sensazione di riconoscersi parzialmente in questa narrazione e di percepire, al tempo stesso, anche l’altro pezzo di strada fatto finora alla ricerca di un silenzio condiviso che superi l’urgenza di riempire ogni pertugio con tutte le parole che l’altro non potrà mai dire e forse neppure pensare o immaginare.

La tentazione è forte e immagino sia proprio la reazione più naturale di fronte ad esperienze di incontro che chiedono di misurarsi con codici comunicativi totalmente differenti. Sono decisamente meno comprensiva quando questo accade anche agli operatori che dovrebbero aiutare i genitori a trovare nuove e inedite strategie …. ma questa è un’altra storia.

Guardandomi indietro negli anni osservo un silenzio con forme e colori diversi. Disperato, rabbioso, dolorante, incapace, interrogante e sconfortato. Non so cosa accade ad atri genitori che attraversano avventure analoghe, ma per me, durante i primi anni di vita con mia figlia, è stato proprio così.

Stasera è una di quelle che ci vedono da sole a condividere il momento della cena. Arrivi a tavola stravolta per la giornata trascorsa al Centro in quest’estate che toglie un po’ il fiato. In un tuo abituale atteggiamento ti sporgi verso i piatti come se solo la vicinanza estrema ti permettesse di iniziare a gustare il sapore del cibo. Mi accorgo di un silenzio ricco di sguardi che condisce le nostre pietanze e, ripensando al racconto della collega, sento quel senso di quiete che ci ha messo molti anni a maturare. Tu sembri ascoltare i miei pensieri e mi guardi con gli occhi pieni di quel mondo tutto tuo che non ho più l’urgenza di comprendere perché mi piace solo sentirlo accanto.

Il silenzio stasera è come una musica che ci culla per tutto il tempo. Devo farne ancora tanta di strada ma come te, piano piano, imparo. Mi mancano le tue parole figlia e mi mancheranno forse fino alla fine dei miei giorni ma, in questa fase della nostra vita insieme, stiamo sperimentando anche altro e negli anni abbiamo aggiunto nuovi colori al nostro silenzio che ora si può finalmente riposare ed essere anche quieto, sereno, sorridente, pieno e saporito, come quel bacio all’origano che mi dai prima di alzarti da tavola.

La luce dei preziosi

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silenzio 2di Irene Auletta

Allora oggi avete festeggiato un compleanno! dice la mamma spingendo un passeggino su cui è accomodato un bambino di circa tre anni. Il bambino fa un cenno affermativo con il capo mentre chiede quando arriverà anche il suo, di compleanno. Ma tu sei nato a luglio quindi mancano ancora più di sei mesi ed è parecchio tempo. Si, fa eco il bambino, è parecchio tempo. Ma io voglio che sia subito, dice accennando una lieve protesta.

A quel punto mentre mi allontano, sento la madre che prosegue in una dettagliata spiegazione che mi pare si ingarbugli nella teoria del tempo accelerato che, quando sarà più grande, vorrà fare di tutto per voler rallentare, bla, bla, bla.

Ecco, ne parlavo proprio qualche sera fa con una bella platea di genitori, di come il mondo adulto appare travolto da un’onda culturale che, rispetto all’infanzia, sembra aver perso completamente la bussola, a partire dai significati sino al rispetto di quei tempi di crescita, una volta sacri. Senza voler essere nostalgici credo sia importante tornare a chiederci perché tutto questo bisogno di ipercompetenza e di esibizione delle qualità dei figli. Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di incontrare, per il mio lavoro, genitori che sembrano imprigionati in una serie di cliché che forse faticano loro stessi a riconoscere e nominare. Non perché è mio figlio ma devo proprio dirle che è un bambino molto intelligente. Anche le insegnanti lo definiscono un bambino speciale. Ha un livello di comprensione che spesso mi spiazza… mi sembra quasi di parlare con un adulto!

Appunto, quasi.

Ma com’è che nella fascia dell’infanzia, indicativamente i bambini sembrano tutti dei piccoli geni e poi nel momento dell’ingresso alla scuola primaria, iniziano a fioccare deficit di ogni tipo, scarsa stima e fiducia nelle proprie possibilità, frustrazione di fronte all’insuccesso scolastico e via di questo passo in un lungo elenco che ogni anno mi appare più complesso e preoccupante? Mi chiedo spesso se tra i due movimenti non ci sia una importante correlazione, magari poco apparente ma assi incisiva. Se tutti quei bravo, bravissimo, sei un genio, sei super, che abbondano nei primi cinque, sei anni di vita non creino nei bambini un senso di attesa che si impenna verso la richiesta di capacità sempre più precoci e sicuramente orientate ad un successo, possibilmente immediato.

Il tema della fragilità è entrato prepotentemente nella mia vita molti anni fa, prima di figlia e poi di madre. Forse per questo motivo nelle scelte professionali il mio personale ago degli interessi mi ha orientato senza dubbi verso studi umanistici e nella ricerca di significati capaci di andare oltre quella patina di superficialità incollata alle nostre esistenze. Quella stessa fragilità che da mancanza, se ascoltata, è diventata valore.

Il silenzio è oro, si diceva una volta, quando si chiedeva anche ai bambini di prendersi un tempo per pensare o per ascoltare. Il silenzio è oro, direi io oggi a noi tutti che come adulti attraversiamo questa fase della nostra vita. Il silenzio è oro, perché fa brillare qualcosa che l’eccesso di parole rischia di offuscare e soffocare.

Il cuore, la scoperta e lo stupore.

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