Echi

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di Irene Auletta

Quando diversi anni fa ho iniziato a scrivere post su questo Blog e a rendere pubbliche, anche attraverso altri scritti, alcune peculiari dimensioni riguardanti la mia genitorialità e il rapporto con mia figlia Luna, non avrei mai immaginato di raccogliere nel tempo echi tanto forti e significativi.

Così ieri, nel corso dell’iniziativa realizzata in occasione dell’International Angelman Day, ancora una volta mi hanno sorpreso gli affettuosi saluti e i riferimenti alle parole raccolte attraverso i miei racconti. Chi ha riferito di un’emozione, chi di un particolare riconoscimento, chi di un senso di condivisione profonda.

Torno a casa con il cuore che trattiene memoria di una giornata che negli anni si è confermata sempre ricca, calda, emozionante. Anzi, ogni anno di più, proprio perché si intensificano le relazioni, si intrecciano le storie e si sostengono quegli sguardi che devono fare un pezzetto di strada prima di potersi incontrare.

L’impatto per me non è mai facile e sovente mi chiedo se dietro a quei tanti sorrisi apparentemente sereni battono cuori che, come il mio, ogni tanto perdono qualche colpo. La normalizzazione delle situazioni, che da una parte rende tollerabili relazioni assai complesse e faticose, dall’altra rischia di produrre un’effetto anestesia che, se non consapevole, può trascinare in un’eterna superficie.

Certo sono autentiche le gioie, alcuni momenti di quiete e un respiro che si fa più leggero nella condivisione ma, al tempo stesso, si amplificano anche le tracce di tante storie che, insieme alla mia, percorrono vie tortuose. E proprio queste riconosco mentre incrocio qualche racconto di vita quotidiana raccogliendo occhi pieni di tante emozioni differenti che, ogni giorno, devono trovare il loro equilibrio possibile per attraversare la vita, accettando sempre di sentirsi un po’ in bilico.

Di normale non c’è nulla e di facile neppure ma, se chiudo gli occhi e ripenso a tanti visi, sento che anche tra le onde  ci si può tenere per mano e che il contagio della vicinanza può arrivare come una brezza tiepida, proprio quando ne abbiamo più bisogno.

Morbididentro

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269583di Irene Auletta

Bellissima lezione Feldenkrais quella dell’altra sera. Angela, la nostra insegnante, ci anticipa che faremo un lavoro con piccoli rulli, da lei appositamente confezionati, da utilizzare stando sdraiati sulla schiena, prima a sostegno del collo e poi tra le scapole. Prima di iniziare la lezione Angela ci invita come sempre all’ascolto del corpo e di alcuni particolari. Come sentite la testa e la distanza tra il collo le spalle? E le scapole riuscite a sentirle? Domande che possono sembrare banali solo a chi non ha idea di quanto sia importante e potente un lavoro che coinvolge il corpo e la ricchezza che ogni volta può emergere, unitamente ad un grande benessere condito di piccole scoperte.

Nella prima fase della lezione,  l’esperienza del rullo sotto il collo sembra far sperimentare a gran parte dei presenti sensazioni piacevoli, di riposo e di “star bene”. Poco dopo Angela ci chiede di posizionare il rullo tra le scapole e, accogliendo i primi commenti, anticipa che la posizione può risultare come una provocazione che invita, a volte con un po’ di fatica o disagio, alla ricerca di un nuovo adattamento.

Pensate a come questa provocazione per il corpo può ricordare anche quelle che tante volte ci troviamo ad affrontare nelle nostre vite! La mente mi parte a fare connessioni e in effetti penso che così come ora il corpo prova a trovare modi differenti per adattarsi a quanto “impone” una nuova postura, così tante volte abbiamo bisogno di darci tempo per adattarci alle provocazioni della vita e dovremmo imparare sempre di più a concederci tempo per farlo.

Angela invita a cercare nel corpo, e in particolare nel torace e nelle spalle, zone di morbidezza orientandoci verso quella inconfondibile sensazione che fa sentire morbidi dentro. Esattamente il contrario di quanto accade di fronte alle tensioni, alle difficoltà, alle paure e alle preoccupazioni. Il corpo si irrigidisce e sovente lo stesso accade anche alle azioni e reazioni, alle risposte e al modo di affrontare quella situazione.

E non dimenticatevi di respirare! Quel respiro che subito tratteniamo di fronte alla difficoltà e che spinge esattamente dalla parte opposta della ricercata morbidezza.  Mi capita sovente di confrontarmi con madri provate, anche fisicamente, dal rapporto con figli disabili che ripropone ogni giorno quell’impegno fisico che nella maggior parte dei casi evolve dopo i primi anni di vita. Altro che provocazione!

E allora la strada può essere quella di prendersi cura di se’ per accogliere morbidamente anche l’altro. Lo sperimento quasi tutti i giorni perchè ogni volta che non ci urtiamo con le nostre reciproche rigidità, il nostro incontro sa di bellezza.

Danze possibili

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danze possibilidi  Irene Auletta

Quando cerco di convincerlo a fare una determinata cosa e dopo tante parole e spiegazioni si butta a terra per strada o nel supermercato, secondo lei cosa posso fare?

A pormi la domanda e’ una madre nel corso di una serata a tema rivolta a genitori di servizi per la prima infanzia e la sua domanda fa eco ad altre simili riferite a comportamenti che siamo abbastanza abituati ad incontrare o immaginare proprio nel rapporto con bambini piccoli, ancora alla ricerca di un modo per stare nel mondo delle relazioni con gli adulti e le sue relative regole.

Tante volte mi sono trovata di fronte ad interrogativi analoghi nel mio lavoro con i genitori ma, quando dalla parte del bambino non c’è più un piccolo di pochi mesi o anni ma un ragazzino disabile, la cosa inizia a farsi più complicata.

Osservo la scena di un nonno che tenendo per mano un bambino di non più di tre anni si dirige verso la sua automobile. Il bambino piagnucolando mi passa accanto proprio mentre esclama tra le lacrime “non voglio più camminare oggi, sono tanto stanco!”. Poco dopo, più o meno nello stesso tratto di strada, una scena simile coglie di sorpresa altri due protagonisti parecchio differenti. Una donna di fronte ad una ragazzina disabile bloccata nella sua camminata e chinata in avanti, come a raccogliere qualcosa appena caduto a terra. Osservando meglio la scena però si capisce che mentre la donna cerca di dire qualcosa rivolta a quella che pare essere sua figlia, la stessa procede di qualche passo per poi riassumere la medesima posizione che, a quel punto, appare chiaramente come una netta decisione di non voler proseguire nel percorso.

Presa di posizione o opposizione? Difficile da comprendere quando l’assenza delle parole prova ad essere sostituita da un linguaggio del corpo che trova sovente di fronte adulti incapaci di ascoltare o decodificare alcuni comportamenti.

Questo ragazzino e’ un soggetto collaborante? Oggi ha fatto più volte questi capricci …. Quando si impunta è proprio una testa dura!

Con educatori o genitori di ragazzi disabili mi è capitato più volte di accogliere commenti analoghi e, ogni volta, ho provato a cercare un equilibrio tra le possibilità di dire di uno e quelle di ascoltare dell’altro. Il fatto e’ che anche la scarsa disponibilità o l’incapacità a collaborare hanno molteplici sfumature. Un conto e’ essere seduti sulla poltrona di un dentista e provare ad eseguire le sue indicazioni nel corso di un trattamento, altro è trovarsi calati in una scena che magari non si riesce a comprendere a pieno e provare, in totale assenza di parole o con un linguaggio assai limitato, a dire anche solo semplicemente “sono stanco e vorrei fermarmi un attimo” oppure “non ho voglia di venire con voi!”.

Brutta bestia l’assenza di parole in un mondo che sembra esistere solo quando si sanno pronunciare o in relazioni che sembrano smarrire ogni senso nel silenzio assordante di quel vuoto.

E così, rieccole le due protagoniste di prima. La donna ad un certo punto sembra decidere per il silenzio. Il corpo della ragazzina non le permette più di agire ciò che faceva quando era piccola e di risolvere l’impaccio prendendola in braccio. Il nuovo rapporto tra i loro corpi introduce nuove regole che sono da ricercare in un dialogo tutto da inventare. Parole e corpo o l’incontro tra corpi stanno provando nuovi modi per dirsi, per incontrarsi e provare a condividere scelte e significati.

Le lascio lì nella loro storia a sperimentare mentre stamane provo a raccontarle accompagnata dai tuoi commenti sonori che, se solo non ti avessi di fronte, potrebbero ricordare proprio quelli di una bambina piccola. Invece, tu sei una ragazzina di sedici anni e io una madre che scrive di noi due e di come stiamo provando a cavarcela tra i tuoi silenzi, i tuoi gesti e la totale impotenza di tante mie parole.

Le stagioni dello sguardo

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le stagioni dello sguardodi Irene Auletta

Ci si incontra attraverso il passare degli anni, solite battute e frasi di circostanza. Sei sempre uguale, non sei cambiata per nulla! Quando posso, e se riesco, evito di impantanarmi in questi scambi comunicativi che rischiano di trovarmi incapace di mentire e con quell’espressione un po’ ebete che finisco con l’assumere quando non so cosa rispondere.

Ma oggi il dialogo continua mio malgrado e il mio interlocutore sottolinea aspetti della mia forma fisica, peraltro per nulla secca,  quasi a dire che oltre i cinquant’anni ciò che non ti fa invecchiare è la carenza di ciccia. Pensare che ho sempre creduto il contrario e personalmente ho più volte constatato, anche grazie a persone a me molto vicine, che un po’ di rotondità addolcisce quegli inevitabili segni che accompagnano il passare del tempo.

Che poi, a dirla tutta, quel dire non sei cambiata per niente mi raggiunge anche in modo un po’ stonato pensando a ciò che ho attraversato e attraverso nella vita. Ma è evidente che questo scambio rientra nella gamma di quel dirsi superficiale che accompagna gli incontri e che negli anni mi trova sempre più impaziente di andare oltre o anche, altrove.

E’ come se l’estate e con essa i corpi scoperti ed esposti, portassero con sè momenti di confronti e di valutazione che sovente si fermano solo a certe parti del corpo. E così, anch’io mi guardo, mi scruto e provo a dirmi delle differenze. Tra tutti i cambiamenti del mio corpo, che mi pare di accogliere ogni anno con sufficiente serenità, c’è n’è uno che mi coglie spesso impreparata e che sovente rintraccio in uno sguardo sfuggente colto in uno specchio oppure in qualche foto rivelatrice. E’ quello che restituiscono i miei occhi, con o senza trucco, nelle loro profondità.

Gli occhi dei bambini sono inconfondibili, come quelli dei ragazzi, pieni di quella luce che brilla anche attraverso le ombre. E’ la luce della primavera che getta nuove possibilità sui colori che incontra.

Forse gli anni che passano trattengono proprio negli occhi le stagioni della vita e per una come me che adora la primavera e l’estate, lo scarto più grande è proprio ritrovare nei miei, sempre più spesso, i toni e l’atmosfera dell’autunno.

Il peso dell’aiuto

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Il peso dell'aiutodi Irene Auletta

Mi chiedo spesso che posto occupi la fatica nella narrazione di professionalità tanto differenti dalla mia. Me lo chiedo, perchè da anni ho come il sospetto che chi come me, si occupa per professione di relazioni di aiuto, abbia sviluppato la bizzarra abitudine di porre al centro di gran parte delle riflessioni la sua fatica, facendo scivolare pian piano sullo sfondo, quella delle persone a cui dovrebbe dare una mano.

Raccolgo sovente frasi analoghe. Ci occupiamo da molto di disabili e alla fine diventa logorante …. Stare con i bambini piccoli implica una grande fatica fisica e alla fine non è possibile resistere per molti anni …. Ogni tanto mi sento quasi il “vomitatoio” di alcuni utenti e la cosa, non è certo bella.

Mettere mano e pensiero alle fatiche richieste da alcune professioni è di certo un valore, ma credo sia importante fare attenzione a logiche collusive, alimentate anche da tante culture della formazione. Altrimenti, la fatica dell’altro, solo per il fatto di essere utente, rischia di smarrirsi nelle lamentele di tanti operatori che ogni tanto io stessa, rischio di confondere, a loro volta, per utenti.

Di recente una nonna, decisamente turbata dall’intervento dei servizi sociali e dalla presenza di educatori professionali nella sua famiglia ha detto, con rabbia e disperazione, “ma com’è possibile che accada una cosa del genere proprio nella nostra famiglia? un’estraneo che entra a casa mia ad osservarci?”.

Tante volte, proprio con gli educatori che entrano nelle famiglie, così come con gli operatori che entrano nelle storie altrui, mi è capitato di affrontare il tema del tatto, del rispetto, della prudenza. Si pensa di rado che aiutare, sovente, è un’azione assai ingombrante e a volte molto invasiva.

Troppo spesso, peccando di banalità, la relazione di aiuto viene associata in automatico a qualcosa di buono e forse è proprio per questo che tanto di frequente si raccoglie lo stupore di operatori che faticano a comprendere, rifiuti, resistenze e movimenti di difesa.

Occuparmi della fatica degli operatori socioeducativi, e quindi anche della mia, mi piace se diviene occasione per creare nuovi e ricchi dialoghi con quella delle persone a cui stiamo rivolgendo la nostra attenzione e il nostro aiuto, adulti o bambini che siano. Mi piace, se apre nuove forme di attenzione verso la fatica di stare con il dolore, con il senso di impotenza, con lo smarrimento dei significati e con le difficoltà ad accettare il bisogno di essere aiutati e di imparare.

Qualche anno fa una mia straordinaria maestra mi raccontò di come, trovandosi ricoverata per gravi problemi ortopedici, mise a frutto le sue più importanti riflessioni  intorno alla cura dei bambini piccoli, proprio mentre altri si prendevano cura del suo corpo sofferente e privato dell’autonomia.

Imparare dalle nostre storie, insieme al continuo approfondimento delle nostre conoscenze teoriche, mi pare un binomio insostituibile. Guardare invece solo le proprie fatiche, oltre a far perdere di vista il senso del proprio stipendio, una perdita secca.

Voglia di buone maniere

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buone maniere

di Irene Auletta

Mentre mi aggiro per il supermercato vengo quasi travolta da un tizio che nemmeno sembra accorgersene e che, con lo sguardo perso, prosegue a dire ad alta voce “certo capisco, hai appena interrotto una relazione … posso capire ma devi reagire, altrimenti gliela dai vinta!”. Il tizio, come avrete capito, non stava udendo voci interiori ma chiacchierava amabilmente con qualcuno tramite i suoi auricolari immaginando probabilmente che le sue vicende personali fossero di grande interesse anche per gli altri clienti del supermercato.

Lavoro con una giovane collega appena conosciuta, siamo al nostro secondo incontro per discutere di un progetto che ci vede entrambe coinvolte e, al momento del saluto, sfoderando un bel sorriso aggiunge un “ciao bella” che per un attimo non collego subito rivolto a me. In che senso ciao bella, vorrei chiederle, ma  abbassando lo sguardo per evitare che ne veda il pensiero e la punta aspra, vado oltre.

In una sede di consultazione familiare, incontro per la prima volta un genitore che, parlandomi del rapporto con i suoi figli, mi ripete per diverse volte e testualmente che lui è decisamente un rompicoglioni. Il padre in questione appare brillante e molto coinvolto nel suo ruolo ed evidentemente questo lo autorizza, di fronte ad un tecnico, a sfoderare in più occasioni un linguaggio certamente non fuori luogo in un’osteria.

In questi giorni mi sto interrogando su domande di fondo che da tempo mi frullano in testa, nell’osservazione del mondo che mi circonda. Sto veramente invecchiando, la mia vena polemica si è particolarmente rinvigorita, devo adattarmi ai nuovi modelli comunicativi senza troppe critiche? Non credo. Mi capitano sempre più di frequente occasioni in cui sento necessario ridefinire i confini delle relazioni che attraverso con l’impressione che, anche molti adulti, abbiamo smarrito quel senso del limite che denunciano spesso assente nei giovani e nei bambini.

Il linguaggio e il clima mediatico forse ci hanno travolti e contagiati molto più di quello che immaginiamo introducendo nuove etichette e modelli comunicativi che, rispetto ai loro significati, sembrano sfuggire al nostro controllo. Mi piacciono assai la leggerezza di alcuni incontri, la comunicazione non ingessata, lo sguardo aperto al confronto ma non voglio neppure rinunciare al rispetto dell’altro, ai tempi necessari per la conoscenza e la relativa confidenza, alla forma necessaria in alcuni scambi professionali perchè parla di una sostanza importante e per me, irrinunciabile.

Ho scelto di occuparmi di educazione e dopo anni ci credo ancora e con rinnovata passione. Abbiamo sempre da imparare e tanto da insegnare. Mi capita spesso di parlare con i genitori e con gli educatori del senso della misura, negli incontri e nelle relazioni.

Oggi riparto da qui.

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