Vederci meglio

Lascia un commento

di Irene Auletta

Faccio fatica quando per strada vedo un gruppo di persone tra cui una disabile adulta in carrozzina sulla quale spicca una bavaglia bianca. Faccio ancora più fatica se, osservando la scena, vedo almeno altri due adulti disabili e degli accompagnatori che mi fanno subito associare il gruppetto “in libera uscita” a qualcuno appartenente ad un Centro Diurno.

Non mi passano inosservati quei toni e commenti, tra il melenso e l’imbarazzato, di chi si rivolge a persone adulte disabili identificandole come bambini, per poi non riconoscere lo scarto con cui davvero, gli stessientrano in relazione con bambini  piccoli presenti, trattandoli come laureandi.

Sono stanca di fare l’antipatica e di sentirmi restituire che forse esagero un po’ da chi temo neppure immagini lontanamente il peso che gli sguardi altrui caricano sulle mie spalle, nel corso di ogni piccola passeggiata con mia figlia.

Ero sull’autobus quando ho visto la prima scena descritta e mi sono chiesta cosa avrei fatto se al posto di quella donna ci fosse stata mia figlia. Mi sono immaginata a scapicollarmi fuori dal bus e a correre verso il gruppo, pretendendo dignità.

Non è facile prendersi cura di persone che, oltre a non collaborare, sovente hanno comportamenti che richiedono interventi continui, come pulire la saliva che esce dalla bocca o sistemare abiti che pare abbiano vita propria.

Io stessa dico spesso a mia figlia che sembra “una scappata di casa” quando dopo averla sistemata con cura me la ritrovo di fronte poco dopo come appena alzata dal letto.  Anche il modo di indossare gli abiti testimonia le differenze dei corpi di alcune persone disabili e, proprio per questo, inseguire l’armonia e bellezza non è cosa facile.

Ma se crediamo che la nostra immagine parli di noi e che la cura della nostra persona veicoli significati, perchè mai lo stesso non dovrebbe valere per persone con disabilità? Non dovrebbe essere questo l’abc del lavoro di molti educatori insieme alla sfida di uscire dai loro centri accompagnando  persone belle e in ordine che insieme agli sguardi di per fortuna non è successo a me raccolgano anche sorrisi per la cura e per le attenzioni?

Io non posso rinunciarci e non ci rinuncerò mai, perchè l’estetica non è stupida superficialità. La parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”.

La cura e l’estetica per me sono amiche care e con loro al mio fianco non mi stancherò mai di guardarti amorevolmente nella speranza che anche estranei,  incrociandoci, possano vederci davvero.

Curare la vita

Lascia un commento

di Irene Auletta

Lo faresti un corso di formazione sul tema della cura, con operatori socio-sanitari che lavorano con anziani e persone con disabilità? Quella domanda, di oltre un anno fa, rimasta in sospeso e persa nel districarsi di labirinti burocratici, solo qualche settimana fa è riemersa insieme alla richiesta di poter fare almeno due incontri prima della pausa estiva.

Senza negare la fatica di avviare un percorso nuovo in un momento di chiusure e di imminente pausa estiva, mi sono fatta guidare dalla curiosità di cercare nuovi spunti e stimoli per trattenere significati densi e importanti in una struttura formativa leggera, anche per rispondere alla presenza di diversi operatori non italiani.

E così mi ritrovo tra esercitazioni, video e letture a riflettere con i partecipanti sulla delicatezza della loro professione, sulle caratteristiche delle pratiche quotidiane e sulla necessità di osservare il gesto di cura quasi a rallentatore, per coglierne insieme quelle sfumature che segnano un confine sottile tra rispetto e abuso, tra cura e trascuratezza, tra intensità di significati e freddi automatismi.

Decostruendo idee preconcette e luoghi comuni introduco quei lati oscuri delle relazioni di cura che ne mostrano i caratteri di impertinenza, forzatura e violazioni continue dell’altrui sfera personale, nel corpo e nell’anima.

Quante facili etichette che appiccichiamo addosso all’altro ci aiutano a nascondere l’ignoranza e la scarsa chiarezza del nostro sguardo? Quante a difendere la paura che la fatica dell’altro sia contagiosa o che faccia emergere le nostre fragilità?

Le domande si alternano a racconti e mentre il tema della cura nelle relazioni di aiuto emerge sempre con maggiore chiarezza e profondità, ti scorgo nelle mie parole mentre parlo del bisogno di ridare dignità alla gentilezza dei gesti.  Allo stesso modo, come presenza invisibile, sento che mi stringi forte la mano quando insisto sulla necessità di quell’ascolto autentico che dietro l’opposizione, il rifiuto, l’ostinazione, sappia cogliere il bisogno di esserci e di difendere uno spazio di volontà. Di difendere la vita stessa.

Il viaggio di ritorno verso casa è pieno di pensieri, sguardi, emozioni e intensità e di quel saluto che rimanda a settembre per i prossimi incontri.

Se, ogni volta, ci pensiamo al posto dell’altro bisognoso o proprio lì in quello stesso posto immaginiamo un nostro caro, cosa vorremmo vedere a rassicurazione dei nostri timori d’amore?

Premure preziose

3 commenti

Green summer meadow at sunset full of dandelions . Nature background.

di Irene Auletta

Non ti stancare! Proprio tu che non ti sei mai risparmiata nulla nella vita, in questi ultimi anni me lo ripeti in modo sempre più insistente. Chissà cosa intravedi attraverso quella figlia che ti sfreccia davanti agli occhi muovendosi qua e  là in un modo per te, oggi, troppo veloce?

Solo a guardarti mi fai girare la testa mi hai detto alcune volte mentre altre, il tuo sguardo preoccupato mi segue mentre rincorro la vita. Eppure anche tu non sei stata meno energica e di certo la tua storia non ti ha permesso grandi pause ma forse, dalla prospettiva degli anni, stai assaporando il gusto e il piacere di quella lentezza che conduce dolcemente smettendola di farti sentire spintonata verso l’impetuoso presente.

Ripenso ad una recente conversazione avvenuta in treno con una signora di sicuro più giovane di te e più anziana di me. Quel riconoscersi in una tappa della vita dove l’inevitabile  rallentare permette di gustarsi altri paesaggi. La signora in questione mi racconta dei viaggi che fa per l’Italia diretta a trascorrere qualche giorno con i suoi figli distribuiti in diverse regioni del nord.

Ora finalmente in pensione posso permettermelo e mi gusto il piacere di un riposo fatto di ciò che più mi piace. Incredibile come scambi così banali siano del tutto ignari di ciò che possono attivare nella mente di chi li raccoglie. Forse neppure ci si immagina di quanto le nostre normalità possano essere per altri orizzonti irraggiungibili e paurosi e, con il mio migliore sorriso di circostanza, cerco di cacciare il fondo alla scena tutte le ombre che improvvisamente mi affollano i pensieri.

Accompagnata da quel lento dondolio del treno, continuo a ripensare al tuo invito a proteggersi un poco, a risparmiare energie e a non esagerare sapendo che, mentre lo faccio, sto sicuramente eccedendo in qualcosa. La nostalgia è già pungente come quella malinconia che svela l’inevitabile.

Come si fa a non stancarsi quando la vita ti pone di fronte a certe avventure? Come continuare a prendersi cura di chi ogni giorno reclama bisogni precisi non smettendo di cercare, al tempo stesso, luoghi di riposo e di ricarica con altri che si prendano cura di te?

Ce lo rammentiamo spesso, noi madri impegnate in storie fatte così, il nostro bisogno di non trascurarci che è un richiamo a quella cura di cui noi stesse abbiamo necessità per continuare a stare vicine ai nostri figli.

Non ti stancare! Nessuno dopo di te mi guarderà più allo stesso modo e ancora mentre sei qui, sento già il doloroso vuoto della perdita.

Nebbia azzurra

Lascia un commento

fabio-fiorese__sogno-allo-specchio_g1di Irene Auletta

E’ accaduto qualche giorno fa. Uno di quei momenti che hanno bisogno di tempo per decantare e prendere una forma raccontabile e condivisibile. Alcuni eccessi vanno protetti con grande attenzione e, fino a quando ne hanno bisogno, è bene che rimangano lì, in quel tepore dove pochissimi possono accedere.

In un tempo storico dove tutto sembra troppo ed esagerato, dove insistiamo a parlare di limiti e confini smarrendoli di continuo, dove corriamo come pazzi elaborando il valore della lentezza, arrivi tu a rimettermi “a posto”.

Non è stato un incontro semplice. Tu non puoi raccontarmi cosa è accaduto e io ho rinunciato a fare quelle domande che servono solo a me, destinate a non avere alcuna risposta. Così ti dico solo che ho capito. E’ successo qualcosa che ti ha messo in difficoltà o ti ha disturbato e tu hai bisogno di chiuderti un po’ al mondo lasciandomi spettatrice ad aspettarti.

Mentre siamo in auto dirette in un luogo che si allontana in quel giro che volutamente si allunga per prendere tempo, ogni tanto ti accarezzo la gamba per dirti in silenzio che sono qui, vicino a te. Non faccio nulla per nasconderti la mia tristezza che anzi ti racconto per il dispiacere di non poter capire. Tu chiusa nel tuo mondo e io qui, in quello che ti attende.

Mi hai insegnato, e continui a farlo ogni giorno, a stare in un silenzio pieno di parole, emozioni e sentimenti. Sto imparando a farlo anche in tua assenza e forse è proprio per questo che sovente le ondate di parole mi procurano nausea.

Proprio in questi momenti penso con forza che chi non attraversa situazioni analoghe non può nemmeno immaginare come ci si sente e ogni volta mi ripesco da quell’abisso tentatore per non ricadere nelle banalizzazioni che per prima detesto. Siamo lontane anni luce da tanti mondi che ci circondano e vicinissime ad altri simili al nostro dal quale a volte si possono osservare a distanza le bizzarrie della cosiddetta normalità. Non smetto più di chiedermi se mi passerà mai perché ormai da anni conosco la risposta.

Il tempo passa in quel nostro girovagare per la città avvolte da quella nebbia che come ovatta leggera mi fa sentire quasi al sicuro. Insieme a qualche squarcio di cielo azzurro si aprono pertugi di luce che permettono ai nostri sguardi di incrociarsi di nuovo, piano piano. Le prime luci natalizie fanno il resto.

Ridiamo poco dopo facendo merenda al bar mentre raccogliamo commenti della barista sul piacere di accogliere clienti di buon umore. Ti sorrido e nel cuore ti ringrazio ancora una volta per il nostro patto segreto. Le ombre meritano rispetto.

Piccole madri crescono

4 commenti

madre-e-figlia-camminano

di Irene Auletta

Condivido da tanti anni con madri e padri l’idea che l’esperienza della genitorialità è qualcosa che cresce, si sviluppa e matura accompagnando la crescita dei figli. Mi piace sovente sottolineare lo scarto tra la propria età anagrafica e quella che abbiamo come genitori perché, proprio in questa distanza, mi pare di poter collocare la disponibilità all’apprendimento e alle nostre inevitabili imperfezioni.

Oggi io sono una madre di diciannove anni e solo guardandomi indietro di pochi anni, riconosco differenze e nuove riflessioni che stamane mi raggiungono come una nuova possibilità. Mentre sto vestendoti noto quella tua tipica espressione che, seppur molto delicata, esprime un dolore. Provo a capire meglio e subito vedo un livido non piccolo sul tuo braccio.

Che sarà stato? Una botta, un pizzico o cos’altro? La mamma più piccola che sono stata ha passato anni a soffrire per quelle domande impossibili da fare e per quelle risposte che ogni volta mi rimandavano, insieme all’insuperabile silenzio, il mio limite e l’impossibilità di proteggerti ovunque. Ci sarebbero voluti ancora un po’ di anni prima di sentire davvero che lasciarti andare poteva diventare un valore.

Con questi figli imprigionati in comportamenti perennemente infantili, rischiamo anche noi genitori di non riuscire a crescere, bloccati in un ruolo che finiamo con il vivere, ogni giorno, sempre uguale a se stesso. Io, almeno questa prigione, vorrei davvero provare ad evitarla.

E così stamane, quelle antiche preoccupazioni sono rimaste silenziose sullo sfondo delle mie emozioni mentre tutte le parole sono state sostituite da quella crema che, insieme alle mie carezze, ho provato ad indirizzare un po’ al livido e un po’ al tuo cuore. Tu te ne sei accorta e da quel nostro dialogo muto sono sgorgate parole bellissime.

So bene che accadrà ancora e che non potrò prevederlo, ma mi auguro che mi importerà sempre meno capire come, quando è perché. Io sarò qui ad aspettarti per curarti e consolarti perché questo fanno le madri. O perlomeno, perché questo voglio continuare a fare io per te.

Una promessa è una promessa

Lascia un commento

fullsizeoutput_61di Irene Auletta

“Stamane andiamo da una signora che ci farà un paio di domande. Lei è la figlia? Lei è la madre? Si, lo giuro. Poi mamma firma e abbiamo finito.”

Poco dopo accade qualcosa di assai simile e quando il giudice mi invita a giurare, come rituale di forma, ti guardo e ci sorridiamo quasi a riconoscere quel nostro gioco raccontato poco fa. Nella stessa stanza si incrociano pure formalità e promesse di presenza e di cura. Per sempre.

E proprio in quel momento avverto quel sottile nodo in gola che mi accompagna da stamane, da sottofondo alle chiacchiere che ci hanno guidato fino a questo luogo. Sono passaggi e riti che, contrariamente a ciò che avviene agli altri genitori e figli, non vanno mai nella direzione della libertà reciproca e rinforzano unioni sovente indicibili.

Uscendo incrocio lo sguardo di un padre insieme a suo figlio adulto. Mi rivolge un sorriso caldo e alzando il pollice mi augura buona fortuna.

Solo in quel momento mi accorgo della mia vista appannata che finalmente lascia spazio alle emozioni. Negli occhi.

In cerca di bellezza

2 commenti

cercasi bellezzadi Irene Auletta

Che carina che sei oggi vestita così! Ogni volta che sento quest’affermazione mi auguro che il messaggio vada oltre la superficie, sia per chi lo pronuncia che per te, mentre lo ricevi. Mi perdo a pensare che la parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”. Certo, l’estetica è un concetto ben più complesso e qui forse stiamo parlando solo di apparenza. Tu guarda dove mi portano oggi i pensieri!

Insomma, come siamo vestiti non conta nulla perché quello che valiamo lo dimostriamo con i fatti e non certo per come siamo abbigliati! La dichiarazione arriva da una collega che racconta infastidita di come, soprattutto in passato, le abbiano più volte fatto notare che il suo abbigliamento e alcune sue modalità relazionali, fossero poco consone al ruolo professionale di psicologa. Certo che detto così non fa una piega e rischia di somigliare un po’ troppo alla scontata battuta “l’abito non fa il monaco”. Ma davvero alcuni aspetti della nostra apparenza hanno così poco a che fare con i significati veicolati nell’incontro con l’altro?

Guardo alcuni tuoi compagni del centro e non posso, con tristezza, non trovarli trascurati. Ogni volta che il tuo maldestro contatto fisico invade lo spazio altrui, spero sempre che porti anche sensazioni piacevoli. Cosa vuol dire per te, e tanti ragazzi disabili come te, farti valere per quello che sei, oltre l’apparenza?

E poi eccomi stamane a scambiare pensieri con altre madri di figlie disabili e a porci interrogativi su possibili trattamenti estetici, parrucchieri e tinte. Sarà giusto coinvolgere ragazze o donne in qualcosa di cui magari non comprendono neppure il senso?

Come al solito, le categorie giusto o sbagliato mi stanno strette, soprattutto di fronte a quesiti analoghi. Però, sento forte più che mai il bisogno di ripescare quell’idea di bellezza che non coincide con le griffe o il make-up. Credo che, noi tutti, abbiamo urgenza di dare valore a quello stato dell’anima capace di nutrire gli incontri di respiro nuovo e di portare luce proprio laddove la vita, inesorabilmente, si ostina a imporre le sue ombre. Sarà anche questa la bellezza?

Stamane mettiamo questa maglia con la stella brillante che ne dici? Mi guardi perplessa e forse davvero per te questa cosa non ha alcun senso. Giunte al Centro l’educatrice e una tua compagna mostrano di apprezzare quel luccichio. Ti volti, mi guardi e mi abbracci lasciandomi nel naso quel profumo spruzzato ridendo delle tue facce buffe.

Si, è questa la bellezza, e so che per me è vitale continuare a cercarla.

Older Entries

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: