Paese che vai

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di Irene Auletta

Ed eccole lì davanti a me. Madre e figlia che mi ricordano noi due e, forse inevitabilmente, attirano la mia attenzione.

La figlia, seppur vista solo di spalle,  appare non più ragazzina e la signora di certo una donna matura. Cattura lo sguardo quel coniglietto di peluche che sventola in mano alla più giovane,  quasi a segnalare una differenza prima di osservarne quel particolare incedere della camminata che parla di disabilità.

Ai piedi della scala mobile rivedo quei gesti che tante volte ripeto con te in situazioni analoghe per capire come ritrovare l’equilibrio che quel movimento va a scombinare. In effetti la figlia, in uno sfasamento di coordinamento, si ritrova con i piedi distanti, disposti in bilico su tre gradini della scala mobile in salita. Osservo le mosse impacciate della signora pronta a chiederle se posso dare una mano ma in attesa di valutarne l’effettiva necessita’ per evitare fastidiose interferenze.

Lo so bene grazie a te che l’aiuto altrui, in quanto estraneo, sovente può diventare solo un problema aggiunto. Quindi, con i sensi in allerta aspetto.

A fatica l’equilibrio si ripristina quasi magicamente ma al termine della salita, che mi sembra durare un tempo più lungo del reale, la signora strattona la figlia e la rimprovera con un tono molto infastidito.

Non capisco le parole perché la scena si svolge in una metro di Madrid ma il significato mi raggiunge con una chiarezza cristallina.

Quante volte il disagio e il timore di non farcela sfocia in un gesto di stizza? Quante la paura si trasforma in rimprovero? La cura rinnovata a volte mostra la sua fatica proprio in gesti brutti andando oltre le differenze culturali.

Ti penso e ci penso a chilometri di distanza. Per pochi giorni tesoro mi muoverò tra questa folla straniera come una donna qualunque. Nel ricordo, l’eco della tua mano che mi cerca mi rinnova la mancanza, facendomi dedicare un pensiero a quella ricerca di gentilezza che, nell’incontro con te, non mi abbandona da anni . Quanta pazienza dobbiamo ancora avere mi amada hija! 

Addio Luchino

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In morte del comandante Maino

“Mi faresti parlare un’oretta con i tuoi?”, mi avevi chiesto una quindicina d’anni fa quando ancora giravi per le scuole a parlar di Resistenza.
“Sto preparando una lezione sull’8 settembre che devo fare nei prossimi giorni, e vorrei provarla”
Ero a Torre degli alberi, la tua reggia di sempre immersa in una collina densa di serenità in tutte le stagioni, e conducevo uno dei tanti seminari per aspiranti consulenti pedagogici che in quegli anni tenevo alla “Costantina”. Proprio a due passi da casa tua.
Ti avevo conosciuto anni prima, poco più che ottantenne, praticamente un giovanotto, appena reduce da una frattura al femore che ti eri procurato cadendo da una moto. L’incidente ti aveva lasciato solo un incedere leggermente zoppicante, per il resto eri attivo e forte come una roccia. Sapevo già del tuo passato partigiano, ma non avevamo ancora avuto occasione di parlarne, anzi, di sentirtene parlare.
Quel giorno mi cogliesti alla sprovvista. I “miei”, come li avevi chiamati, erano reduci da due giornate intense di lavoro seminariale che li aveva occupati anche la sera precedente, quindi chiedergli di occupare un’altra sera mi preoccupava. Temevo non avrebbero retto o che si sarebbero defilati. Del resto nessuno di loro sapeva chi fossi e chi ha voglia di ascoltare, dopo una giornata di duro lavoro, vecchie storie ingiallite dal tempo?
Poi parlasti, e i volti un po’ scettici e un po’ seccati che ti stavano fissando si trasformarono con la stessa rapidità con la quale raccontasti il crollo del tuo mondo all’indomani dell’8 settembre 1943. Stupore, rabbia, commozione, ammirazione, il gruppo era una tavolozza di emozioni che annodava le gole e inumidiva gli occhi. La tua voce salda, profonda, autorevole, le parole dirette, chiare che snocciolavano fatti impensabili eppure accaduti, la tua postura in mezzo a noi e radicata in in un altro mondo, avevano sospeso il tempo. Non avevamo idea di quanti minuti-ore-anni fossero trascorsi, ma quando terminasti ci sentimmo tutti più piccoli, molto più piccoli.
“Secondo voi può andar bene?”, ci chiedesti alla fine. Non ricordo cosa rispondemmo.
Quel giorno ho imparato molto sulla dignità. Sulla dignità che va raccontata e sulla dignità del racconto. Ho anche imparato molto sulla responsabilità che convoca ognuno di noi sempre, anche e sopratutto davanti al tracollo di ogni punto di riferimento, quando non c’è più nessun Re e nessun Dio a cui dar conto delle proprie scelte e rimane solo la tua coscienza. Ho imparato molto, infine, sulla solidarietà capace di oltrepassare le barriere ideologiche, sociali, di lignaggio e che ti spinge a fare il tuo dovere quando hai deciso quale sia il tuo dovere.
Sei stato un Maestro, Luchino e anche se sono ormai molti anni che non ci frequentiamo, mi mancherai. Mi mancherà sapere che un uomo come te è comunque lì da qualche parte a condividere il senso di questo mondo faticoso e difficile. Mi mancherai e farò del mio meglio per raccogliere quel che posso della tua eredità.

Con gratidudine e affetto
Igor

Auguri fragili

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di Irene Auletta

Mio padre, che già appartiene a quella generazione esperta a dribblare di fronte a qualsiasi cosa che abbia vagamente a che fare con la sfera emotiva, non è stato facilitato da un’educazione rigorosa, al limite della freddezza, che non è riuscito completamente a contenere nel suo ruolo di genitore.

Auguri papà, oggi è la tua festa, gli dico nella nostra telefonata domenicale che è quasi un appuntamento. Ma per me non vale, ormai sono vecchio o meglio, dice ridendo, ormai sei vecchia tu! Eccolo, lo riconosco con quella voce che nasconde l’emozione del gradito pensiero dietro a qualche battuta dal retrogusto sempre un po’ burbero.

Ormai non mi imbrogli più caro babbo anche perchè con alcuni aspetti del tuo carattere, che sono diventati anche i miei, ormai ci faccio i conti quasi tutti i giorni. Una volta li detestavo e detestavo anche me quando mi ci vedevo riflessa ma ora provo a trattarli con quella gentilezza peculiare che non è facile riservare alle nostre asperità.

Da qualche anno mi misuro con la vostra fragilità che mi sorprende quando meno me l’aspetto e spesso mi travolge come un’onda emotiva. Certo con mamma è più semplice perchè quel nostro filo affettivo è sempre stato una garanzia e un sostegno, anche in anni in cui mi sentivo persa e sfilacciata.

Ma con te e quell’educazione autoritaria che mi ha accompagnato nella crescita, ho dovuto costruire nuovi sentieri per poterti incontrare, da donna adulta, lasciandomi alle spalle quei rancori giovanili che oggi sento appartenere ad un’altra età della mia vita.

Auguri papà, perchè non perdi occasione per mostrarmi una premura, per sostituire le parole con i tuoi occhi lucidi e farmi quei tuoi buffetti ruvidi pieni di affetto.

Auguri perchè porterai con te, nel tuo ultimo viaggio, tutto quel dolore che negli anni, per cultura e per educazione, non hai potuto condividere o consegnare a nessuno.

Auguri papà, perchè negli anni ho imparato a voler bene al tuo rigore imparando a tollerare di più anche il mio e perchè ho ancora la fortuna di scaldarmi alla luce dei tuoi occhi che inattesa risplende, ogni volta che mia figlia ti regala uno dei suoi abbracci unici ed esclusivi.

Ombre di primavera

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di Irene Auletta

Dopo una notte delle nostre riusciamo a recuperare energie e buonumore tanto che arriviamo ad aspettare il pulmino anche con qualche minuto di anticipo. L’aria è bella come solo quella di primavera promette e nella luce di questa nuova giornata ci regaliamo anche una piccola passeggiata.

Sarà per questo che quando arriva il pulmino ti rifiuti di salire? Ti opponi con decisione andando in tutte le direzioni tranne che verso l’entrata e in un attimo il respiro della piazza rallenta, tanto che mi pare di muovermi come in un acquario con inopportuni spettatori che non perdono occasione per tenere il naso appoggiato contro il vetro.

Vedo con la coda dell’occhio due signore sedute ai tavolini del bar all’aperto che sembrano non riuscire a staccare lo sguardo dallo spettacolo mentre io, il più possibile noncurante anche di quella pensantezza, provo a sfoderare tentativi di convinzione, con tutta la calma possibile.

Il mio obiettivo principale è evitare di farti buttare per terra perchè in quel caso sarebbero davvero cazzi e stamane non ci posso neppure pensare. Allora, dopo diversi tentativi, provo ad abbracciarti e ti racconto all’orecchio della piscina che ti aspetta, dei nonni che vedrai poco dopo nel pomeriggio, del babbo che torna.

La scena è quasi surreale con il pulmino che attente, i ragazzi all’interno, gli spettatori all’esterno e noi due lì, abbracciate in mezzo alla strada in quel nostro dirsi che mostra tutta la sua forza e fragilità intrecciate, in modo indissolubile.

La strategia di salire prima io evitando che l’assistente ti tocchi, cosa che ti farebbe al momento infuriare, finalmente funziona e mentre faccio il giro per passare a salutarti dal finestrino risento il battito del mio cuore. Ho ripreso a respirare.

Ti guardo andare insieme agli altri, ognuno abitante di un suo mondo e riesco a sorriderti prima che il nodo in gola si trasformi in un macigno. La piazza è scomparsa e io non vedo più nulla.

Il tempo mi ha insegnato anche questo. A volte il dolore può essere una tiepida copertina sotto cui nascondersi e mettersi al riparo.

Protesi emozionali

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di Igor Salomone

“A Luna non frega niente di chi io sia. Eppure Luna mi ama. Non ho alcun dubbio. Mi ama di un amore […] al netto di tutte le inutili qualità di Igor Salomone”

Ero a Edolo per un incontro pubblico sui temi della cura e della genitorialità. La mia ospite, operatrice del Cardo, la cooperativa che aveva organizzato la serata, mi dice che non ci crede. Non crede a quelle parole appena lette al pubblico, tratte dalle ultime pagine di Con occhi di padre. Il tema era l’orgoglio, quell’orgoglio che, sostenevo, non avrei mai potuto avere da mia figlia, perchè lei, semplicemente, non ha la più pallida idea di che cosa faccia da quando varco la soglia di casa sino a quando ritorno.

“Sono sicura a Luna qualcosa piaccia di te e ne è orgogliosa” mi dice, dicendolo anche a tutti gli astanti. Era la prima volta che qualcuno citava direttamente quel capitolo e, come sempre mi succede, chi fa da specchio alle mie parole mi permette di capirle meglio.

Certo, ho risposto, sono convinto anch’io di piacere a mia figlia per quello che sono, ma l’orgoglio è un’altra faccenda. L’orgoglio è un sentimento che occorre imparare, come quasi tutti i sentimenti. L’orgoglio non è un’emozione come la paura, per esempio. Non sorge spontaneo di fronte a uno stimolo capace di suscitarlo. L’orgoglio, come la vergogna che dell’orgoglio è la sorella opposta e complementare, chiede di immaginare un mondo che possa vedere ciò di cui siamo orgogliosi. Occorre insomma saper guardare le cose con gli occhi degli altri, e Luna non ne è capace. Questo ho risposto quella sera.

Stavo tornando da Edolo, su quel regionale nuovo e panoramico che ti accompagna silenzioso lungo tutta la val Camonica regalandoti splendidi scorci di cime, boschi, pareti rocciose, prati e paesi rivieraschi riflessi sul lago. Stavo tornando e ripensavo a quello che avevo detto di me e mia figlia. Dell’orgoglio che lei non può provare per suo padre o per sua madre. E mi sono accorto di non aver detto la sera prima che orgoglio è ciò che provo io per lei. Sono convinto che Luna respiri questo mio sentimento, anche se non può dargli un nome, anche se non è in grado di capirlo. E se lo respira, in qualche modo, lo vive.

Quindi, forse e in parte, ciò che la mia ospite aveva detto la sera precedente corrisponde al vero. In fondo, se mia figlia non è in grado di fare qualcosa, io posso aiutarla o farla al posto suo. Se Luna non è in grado di vivere un sentimento, posso viverlo io per lei e donarle gli effetti che su di me quel sentimento produce. Anche le emozioni possono avere le loro protesi.

Si, viaggiare

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di Irene Auletta

Sono in stazione in attesa di quel regionale che mi porterà a Vicenza e da lì a casa. Vista l’ora, in un attimo arriva un folto gruppo di ragazzi e ragazze che immagino attraversi quel luogo tutti i giorni all’uscita da scuola.

Tre ragazze in particolare attirano la mia attenzione. Hanno quell’eta’ che tu non avrai mai pur essendo di certo più piccole di te. Sedute sul bordo del binario ridono e fumano quasi a sfidare quella voce che, annunciando l’arrivo del treno, invita a spostarsi oltre la linea gialla.

Anche loro sono oltre la linea ma nel senso contrario e con i piedi comodamente appoggiati sulle rotaie. Voglia di farsi notare? Di trasgredire o di sentirsi grandi? Si alzano poco prima dell’arrivo del treno e non nascondono un’aria spavalda. Cosa vorranno dire o dimostrare?

Poco dopo una quindicenne o giù di lì, parlando al telefono rende partecipe tutta la carrozza della sua vivace mattinata a scuola non risparmiando a nessun udente medio toni alti, risate, parolacce.

Oddio, sono diventata una donna anziana! Per consolarmi mi dico che sono infastidita solo perché stanca della levataccia e delle ore di lavoro già svolte ma, in cuor mio, so bene che c’è dell’altro.

Immaginarmi quelle ragazze come possibili figlie mi ha fatto provare un profondo senso di inadeguatezza. Che genitore avrei potuto essere? Io che d’istinto sarei andata vicino a quelle estranee dicendo ragazze la smettete di fare le stupide, per favore? Io che ho fulminato con lo sguardo la ragazza megafono?

È solo perché sto invecchiando oppure perché la mia genitorialità tenendomi lontana da certe avventure mi ha anche impedito di imparare e di capire? Mi sento lontana da tanti mondi e ringrazio il mio lavoro che mi permette di continuare a incontrarli, seppur a distanza.

Ringrazio il treno giunto finalmente a destinazione e che mi allontana da alcune sensazioni poco piacevoli.

Infine ringrazio te, grande figlia mia, che mi costringi di continuo a cambiare paia di occhiali per incontrare la vita. Di certo, non mi annoio.

Echi

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di Irene Auletta

Quando diversi anni fa ho iniziato a scrivere post su questo Blog e a rendere pubbliche, anche attraverso altri scritti, alcune peculiari dimensioni riguardanti la mia genitorialità e il rapporto con mia figlia Luna, non avrei mai immaginato di raccogliere nel tempo echi tanto forti e significativi.

Così ieri, nel corso dell’iniziativa realizzata in occasione dell’International Angelman Day, ancora una volta mi hanno sorpreso gli affettuosi saluti e i riferimenti alle parole raccolte attraverso i miei racconti. Chi ha riferito di un’emozione, chi di un particolare riconoscimento, chi di un senso di condivisione profonda.

Torno a casa con il cuore che trattiene memoria di una giornata che negli anni si è confermata sempre ricca, calda, emozionante. Anzi, ogni anno di più, proprio perché si intensificano le relazioni, si intrecciano le storie e si sostengono quegli sguardi che devono fare un pezzetto di strada prima di potersi incontrare.

L’impatto per me non è mai facile e sovente mi chiedo se dietro a quei tanti sorrisi apparentemente sereni battono cuori che, come il mio, ogni tanto perdono qualche colpo. La normalizzazione delle situazioni, che da una parte rende tollerabili relazioni assai complesse e faticose, dall’altra rischia di produrre un’effetto anestesia che, se non consapevole, può trascinare in un’eterna superficie.

Certo sono autentiche le gioie, alcuni momenti di quiete e un respiro che si fa più leggero nella condivisione ma, al tempo stesso, si amplificano anche le tracce di tante storie che, insieme alla mia, percorrono vie tortuose. E proprio queste riconosco mentre incrocio qualche racconto di vita quotidiana raccogliendo occhi pieni di tante emozioni differenti che, ogni giorno, devono trovare il loro equilibrio possibile per attraversare la vita, accettando sempre di sentirsi un po’ in bilico.

Di normale non c’è nulla e di facile neppure ma, se chiudo gli occhi e ripenso a tanti visi, sento che anche tra le onde  ci si può tenere per mano e che il contagio della vicinanza può arrivare come una brezza tiepida, proprio quando ne abbiamo più bisogno.

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