Emozioni azzurre

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di Irene Auletta

Ha ragione la mia amica Anna Maria. In alcune esperienze, ritrovandosi in gruppo con altre famiglie, la commozione sale proprio osservandosi. Forse perché ci facciamo reciprocamente da specchio o forse, più semplicemente, perché dietro a ogni silenzio, sorriso, sguardo serio, ci pare di cogliere un’eco assai familiare.

Anche quest’anno e’ successo in questa straordinaria esperienza che è stata la settimana di vacanza TMA (terapia multisistemica in acqua).

Anche quest’anno tu torni un po’provata nel fisico, per le prove non semplici che ti hanno vista protagonista, ma felice, felice, felice. La tua istruttrice e’ stata fantastica e non c’è ringraziamento che trasformi in parole quella gratificazione che ben conoscono i genitori con figli fragili.

Le parole fanno sempre la differenza e qui la sottolineatura e lo scarto con altri contesti e’ stato abissale.

Sentir parlare di tua figlia come tenace, sempre pronta a sperimentare, disponibile a farsi guidare, allegra e sorridente, con grande forza di volontà e “da ammirare”, segna un confine marcato con chi parla (quasi) solo di opposizione, chiusure, stereotipie, testardaggine, limiti.

Il tutto senza condire di alcun buonismo o banalità una condizione di disabilità complessa ma volgendo, in modo forte e deciso, lo sguardo alla persona.

Per me questa e’ la cura che porterò nella mente e nel cuore a ricordo di questi giorni.

Tu, figlia mia, certamente porterai con te, tante risate, divertimento, fatica, avventure, vita in gruppo, affetto, allegria e nuovi incontri.

Guardando i tanti operatori al lavoro mi hanno colpito sempre i gesti gentili, l’accoglienza, la competenza, la disponibilità, la ricerca e la curiosità. Sono merce rara e anche se può sembrare poco, rivolgo a tutti loro un GRAZIE anche muto, da parte tua.

Forse questo, più delle parole, lascia un’eco profonda nel cuore.

Ciò che brilla

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di Irene Auletta

Ci sono giorni in cui la cura si presenta con una veste leggera, come un velo trasparente mosso da un vento quieto. Altri in cui è semplicemente un macigno.

Parlo spesso dell’ambivalenza della cura ma credo che alcune mie riflessioni possano raggiungere con maggiore forza proprio chi, come me, da anni vive in compagnia di quelle cure ricorsive che, destinate a un nostro caro, non ci lasciano mai. 

Per questo motivo ho sempre rifiutato con decisione quell’aggettivo “speciale” che, nei giorni più bui, mi restituisce una sottile presa per i fondelli che trovo insopportabile. Avete presente cosa intendo giusto? Le madri speciali, i figli speciali … Insomma, quelle cose lì!  Io passo, grazie per il pensiero.

Eppure, proprio questa responsabilità che non mi lascia mai, mi spinge a interrogare le fragilità e fatiche dominanti che ormai sembrano circondarci, ovunque volgiamo lo sguardo. Ma cosa sta succedendo? Tutti sempre più affaticati, di corsa, senza energie, quasi schiacciati dalla vita anche quando immagino scenari che potrebbero aprire le porte a ciò che ogni giorno è possibile gustarsi.

In questi giorni, riflettendo sulle mie stesse domande e leggendo le parole di Simone Weil, filosofa, mistica e scrittrice francese, rimango colpita ancora una volta dalle sue riflessioni intorno al tema della sventura individuale e collettiva. Secondo alcuni autori la traduzione italiana di sventura non rende a pieno il denso significato della parola malheur che trattiene a fianco della disgrazia e del guaio anche uno spazio per la scoperta di uno stato d’animo (quasi) romantico.

Non so se questa sorta di retrogusto romantico è quello che ho imparato e continuo a imparare da anni al fianco di mia figlia, ma provo un profondo dispiacere nel vedere tante occasioni non viste o sprecate e penso che ancora una volta la fortuna forse splende proprio laddove un attimo prima brillavano lacrime.

Giorni a casa, dove il Covid ha fermato anche noi, finora scampati al contagio. E’ una gara a chi cura chi e a volte lo sconforto delle forze deboli rischia di farmi perdere il sorriso e quell’energia che non smetti mai di infondermi. Dover curare quando si avrebbe bisogno di essere curati è una dura prova che inevitabilmente fa profilare all’orizzonte scenari di paura.

E così stanotte, (già … perchè in tutto questo il peggioramento del disturbo del sonno e delle crisi non potevano mancare!), ci ritroviamo in quel nostro stare insieme che riempie il silenzio delle nostre narrazioni mute. Mi abbracci più volte e  quel comportamento mi arriva quasi come una sorta di rassicurazione. Con le parole e con la mente ti dico di questi giorni un po’ difficili che ora forse stanno già passando.

Con quello sguardo intenso, maturo e profondo che ti fa Luna, allunghi una mano e posi sulla mia guancia un gesto assai simile ad una carezza gentile e delicatissima.

Questo mi insegnai ogni giorno. Che la fortuna, la bellezza, la speranza, non sono quasi mai dove andiamo cercandole ma , al nostro fianco.

Se l’educazione la fanno tutti

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Di Igor Salomone

Sequel di AAA educatore cercasi

Dunque ci risiamo. C’è chiaramente un’emergenza ponti nel nostro Paese, ma non si trovano gli ingegneri, non ce n’è a sufficienza, molti tra loro hanno cambiato mestiere, altri hanno preferito restare a casa, altri ancora sono semplicemente scomparsi dai radar.
Cosa si può fare in un simile frangente? Pensa che ti ripensa, a qualcuno viene una geniata: assumere avvocati, medici, sociologi, biologi per coprire i posti vacanti: purché laureato, ognuno può dare il proprio prezioso contributo. E poi, dai, che ci vuole per costruire un ponte?

Naturalmente, una quota minima di ingegneri deve esserci per dare le dritte a tutti gli altri dottori convocati nei cantieri, ma non è chiaro se chi ha avuto la geniata, l’abbia poi tradotta in delibere vincolanti. Tipo: assumete chi cavolo volete ma, se il vostro obiettivo è costruire ponti, l’x per cento deve essere di ingegneri.

Il punto è che in un mondo nel quale tutti pensano che i ponti li può costruire chiunque, se gli ingegneri ancora interessati a farlo non sono in grado di dire ciò che solo loro possono fare e gli altri non sono in grado, alla fine tutti faranno tutto, e speriamo che qualche ponte resti in piedi dopo l’inaugurazione.

Dunque, se non si può fare altro perchè mancano i ponti, almeno proviamo a differenziare: da una parte tutti quelli che non saprebbero costruire neppure una capanna di paglia, ma certamente sono in grado di tenerla pulita, di sanificarla, di arredarla in modo carino, di proteggerla dal fuoco, di inserirla in una rete di capanne. E se non lo sanno fare possono imparare in fretta. Dall’altra quelli che la sanno costruire, rimasti però in pochi per farlo, che si concentrano sulla sua struttura, lasciando agli altri i dettagli e supervisionandone l’operato.

Non sarebbe male come idea. Ma occorrono alcune condizioni:

A) la prima è che gli ingegneri abbiano chiaro quale sia il proprio compito specifico e il bagaglio tecnico che possiedono per assolverlo. Senza questa chiarezza che dipende dalle capacità effettive e non dal titolo di laurea, non si capisce perchè tutti i non-ingegneri non possano fare esattamente ciò che fanno gli ingegneri
B) la seconda è che l’impresa costruttrice si assuma la responsabilità di indicare una gerarchia tecnica all’interno del cantiere che stabilisca la priorità del parere ingegneristico su tutte le questioni ingegneristiche
C) la terza è che il mondo-cliente fondi la sua fiducia nei ponti sulle competenze di chi li costruisce e non sulle chiacchiere da bar o da Facebook per le quali uno vale uno e chiunque può sparare cazzate su qualsivoglia argomento allo stesso titolo di chiunque altro

Educatori, organizzazioni e soggetti decisori, saprebbero rispettare queste condizioni? Mi auguro di sì, ma temo di no.

A) l’educazione, a differenza dei ponti, la fa veramente chiunque e chiunque la faccia intesse relazioni educative, presidia regole, trasmette valori, immagina futuri, fa i conti con i passati. Quindi perchè no sociologi, psicologi e quant’altro si presentino al tavolo delle assunzioni? In fondo è semplice, si tratta di farsi pagare (male) per qualcosa che il mondo fa da sempre gratis. Se poi non mi riconosco in questa professione, ma si tratta di parcheggiarmi per qualche anno prima di dedicarmi a tutt’altro, ci può anche stare. E rispondere con il solito ma io c’ho la laurea è veramente triste oltreché inutile. Occorre dire: io so fare questo e questo e tu non puoi e non sai farlo. Ovviamente per poter sostenere questa affermazione occorre sapere cosa si sa fare di diverso che nessun altro può fare. E qui le note si fanno dolenti.

B) le organizzazioni che erogano servizi educativi, scuola a parte in larghissima percentuale costituita da cooperative sociali, vengono da una storia che non ammette gerarchie interne tra operatori. Ogni educatore davvero vale uno e tutti sono chiamati a fare tutto sin dal primo giorno della loro carriera. Come cogliere quindi l’occasione per identificare degli “educatori esperti” specializzati nel far funzionare parti della struttura educativa se siamo ancora alle prese con le uniche differenze interne ammesse: le attitudini laboratoriali da una parte e la referenza per i singoli utenti dall’altra?

c) non potendo cambiare il mondo, l’unica via è cambiare le narrazioni con le quali ci si presenta al mondo, imparando a dire che tipo di educazione si offre in quel particolare luogo educativo non sovrapponibile all’educazione offerta altrove, superando le trite litanie sul benessere e l’autonomia dei singoli utenti, ripetute da tutti e dunque legittimamente recitabili da tutti. Se racconto la stessa cosa sempre e ovunque, non mi posso lamentare che altri raccontino le stesse cose che racconto io, svilendone il valore.

Ma la vedo dura. Temo il prevalere delle spinte rivendicazioniste da parte degli operatori, dei bisogni di sopravvivenza delle organizzazioni e del clima generale di sfiducia e di sospetto nei confronti di tutto ciò che si presenta come competenza.

Nel frattempo sto elaborando da anni, sia in formazione che scrivendo, il quadro delle competenze educative professionali non riducibili all’educazione diffusa che più o meno son capaci tutti a fare. Troppa materia per questo post, però se qualcuno è interessato ad approfondire o anche ad approcciare cosa penso debba saper fare un educatore, sono a vostra disposizione. Scrivetemi, mandatemi messaggi, fatemi interviste, quello che volete. Purché proviamo ad andare a fondo della questione, quell’andare a fondo che permetterebbe di dire con chiarezza non perchè un sociologo o uno psicologo non dovrebbero esssere assunti per fare gli educatori, ma cosa si può chiedere loro e cosa invece deve rimanere in capo all’educatore professionale.

Vacanze e libertà

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di Irene Auletta

Il passaggio di pochi anni talvolta segna svolte e cambiamenti importanti. Seduta intorno a un tavolo con altri genitori, tutte mamme, ascolto lo snodarsi delle informazioni legate alla prossima vacanza estiva che ti vedrà protagonista insieme a educatori e ad altre persone che frequentano il tuo centro diurno.

Riconosco un mio ascolto molto razionale e mi dico che per ora va bene così. Dopo due anni di pausa da questo tipo di esperienze e di fronte alla prossima ripresa, oggi prendo la parola solo per ringraziare della proposta e della bella possibilità offerta ai nostri figli. Faccio parte del gruppo delle madri che ha già vissuto l’esperienza e sento una forte empatia verso le domande e gli sguardi un po’ smarriti e preoccupati di chi si avvicina per la prima volta a questa proposta. 

Anni fa, neppure molti, ero esattamente nella loro stessa posizione con il cuore in subbuglio e l’ansia nei confronti di un salto riconosciuto importante e necessario, ma circondato da tanti timori.

A fine incontro mi ritrovo a condividere una strategia per comunicare a distanza con i nostri figli e poco dopo sono ad aspettarti per il nostro appuntamento del martedì in piscina.

Mi corri incontro come solo tu sai fare, con quel passo incerto solo un po’ accelerato che, in tutta la sua precarietà sembra farti spiccare il volo, sempre gioiosa e felice. Avverto un’emozione nuova e così te la racconto.

Sai che ero qui per parlare della prossima vacanza che farai fra pochi giorni con gli educatori e alcune altre persone del centro? Subito il tuo sguardo si fa attento e così proseguo parlando delle cose belle e delle sorprese che gli educatori hanno in mente per la vostra vacanza. So che comprenderai appieno cosa accadrà solo mentre accadrà e io ti penserò a distanza.

Mi accorgo che parlarne con te apre nuovi canali dove, a fianco della razionalità, inizia a scorrere l’emozione fra un misto di piccole preoccupazioni e il desiderio di pensarti in un’esperienza senza di noi. La commozione in questi casi è spesso un ingrediente immancabile!

Mi sento lontana da quei genitori che parlano di questi passaggi quasi come una “liberazione” perchè io amo molto stare in tua compagnia e, soprattutto, credo che le lontananze siano un bel modo per pensarsi a distanza, per crescere e per ritrovarsi. 

So già che, mentre sarai lontana, ancora una volta la mia compagna di viaggio sarà l’ambivalenza, tra gioia e preoccupazione, spinte verso nuove autonomie e rinnovati timori, ma oggi sento sempre più radicata la consapevolezza dell’importanza di questi passaggi e del loro profondo valore per la tua crescita. Per te, per me e per la nostra relazione.

Nel silenzio del nostro viaggio verso la piscina ascolto il mio battito e mi pare di percepirne un eco con il tuo mentre i nostri occhi si sfiorano. Prima di dirigerti verso la vasca con la tua istruttrice, ti volti e mi abbracci forte mentre nella mente te lo ripeto. 

Vai Luna, nuota e vola …. come sai fare tu!

Acqua e alternative

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di Irene Auletta

Appuntamento in piscina, rituale che si ripete da settembre nella stessa piscina con le stesse due/tre madri che, come me, accompagnano i loro figli, decisamente più piccoli di te, agli incontri di terapia multisistemica in acqua, per gli amici TMA.

In particolare una signora di queste deve averti preso in simpatia e non resiste al suo solito  caloroso saluto che probabilmente rivolgerebbe  esattamente uguale, in tono e parole, se si trovasse di fronte un neonato 

Ciiiiaaaaooooo che bel costumino hai oggi!!!!

Al momento le strategie sperimentare, compreso il trovare modi carini per dire hai ventiquattro anni, non hanno sortito un grande successo e temo che, nonostante la mascherina, in alcune giornate mi siano sfuggiti gli occhi cattivi con qualche scintilla di fuoco. 

Oggi non è una giornata facile. Risveglio molto mattiniero e tremori pazzeschi. Così, per sostenere quel piccolo grande disagio, arriviamo alla nostra metà canticchiando e ricordando l’incontro con Francesca in bici che, mentre eravamo in auto, abbiamo accostato poco fa facendole uno  scherzo.

Ma che faccia hai oggi Luna, sei arrabbiata? Pur sapendo che le parole non sono il tuo pezzo forte, la signora insiste finché io scuoto la testa rispondendo che no, non sei arrabbiata.

Sperando che il messaggio le arrivi forte e chiaro, a cogliere ciò che anche un cieco (oddio forse devo dire non vedente?) forse avrebbe già notato, riprendo in quello che ci stiamo raccontando.

Speriamo che l’acqua ti aiuti a stare meglio ti dico accarezzandoti le mani e facendo quel nostro gesto familiare come a volerti sfilare i tremori. Facciamo che mentre nuoti li lasci scivolare tutti in acqua, che ne dici? 

La signora in questione è li che ci osserva. Secondo me ora ha capito, mi dico soddisfatta.

Dieci minuti dopo arriva il tuo turno e, nello scambio, la signora accoglie suo figlio contenta del suo sorriso. Qui oggi sono tutti arrabbiati, anche quella bambina dice indicandoti e, a quel punto, io mi vorrei davvero buttare in acqua insieme a te e completamente vestita! 

La comunicazione a volte è difficilissima tra chi non ha le parole e chi, pur avendole in dotazione fatica a utilizzarle, sicuramente per difficoltà e per la fatica a stare nel silenzio.

Fatti una bella nuotata amore che mamma, per non farsi del male, va alla ricerca di nuovi possibili orizzonti di senso … se poi sulla via trovassi anche una pozza gelata non sarebbe una cattiva alternativa!

AAA Educatore cercasi

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Di Igor Salomone

Va bene, ora faccio sintesi dei miei quarant’anni di professione pedagogica e dico la mia sulla formazione degli educatori. E’ un bel po’ che manco da questo blog, in realtà è un bel po’ che manco e basta. E può essere pure che questo sia un episodio unico, di quelli che chiudono una serie televisiva strappandola dal pantano narrativo nel quale spesso le saghe, a lungo andare, affondano.
Dunque, pare che la bolla sia esplosa. Gli educatori sono spariti dalla circolazione, i servizi educativi chiudono, o non partono, per mancanza di personale, tutti al capezzale del malato ad analizzare cause ed eziologia del malanno. Semprechè non si tratti in realtà del letto di morte e le litanie in corso non siano orazioni funebri,

Non entrerò nel merito delle polemiche, nè delle dotte analisi, l’ho fatto per decenni e francamente sono stufo. MI limito a cogliere l’occasione per provare a declinare il curricolo che non c’è, dove non abita per altro nessun Peter Pan, e lo farò per brevi e ampie pennellate. Tanto non ascolterà nessuno, ma sono giunto a un’età che non importa chi ascolta quello che hai da dire, importa solo non ti resti nel gargarozzo.

Mi concentrerò invece sul problema della formazione degli educatori, giusto per ricordare a me stesso, e di rimbalzo a tutti quanti, che l’attuale crisi della professione e dei servizi educativi non è solo un problema sindacale o politico o generazionale o vocazionale o quant’altro in questo momento viene chiamato in causa.

L’orgia di professionalizzazione consumatasi negli ultimi decenni, ha fatto credere che un percorso di studi adeguato, ovviamente universitario, avrebbe fornito al lavoro educativo il riconoscimento sociale ed economico che meritava. Mi pare del tutto evidente che questo piano sia miseramente fallito. Il fatto che in Lombardia ben cinque corsi di laurea per educatori professionali (Bicocca, Cattolica, Don Gnocchi, Bergamo e Insubria) non riescano a formare un numero sufficiente di educatori lasciando il mercato scoperto, sarebbe già una prova sufficiente. Aggiungiamoci anche che gli educatori non solo non si trovano ma scappano, o non arrivano proprio in luoghi di lavoro estremamente impegnativi dove vengono pagati meno di una badante, senza alcuna prospettiva di carriera e certamente senza alcuna possibilità di veder migliorare la propria remunerazione. Sin qui i discorsi sulla bocca di tutti.

Ma c’è da considerare anche un altro fattore di crisi, più difficile da nominare: la capacità professionale degli educatori in tutti questi anni non è cresciuta affatto e, per molti versi, è anche peggiorata. Difficile ammetterlo nei convegni, di solito organizzati da quell’Università che avrebbe dovuto far sbocciare queste professionalità. Però non c’è operatore anziano, coordinatore, responsabile delle risorse umane che non borbotti amaramente questa verità sotto gli occhi di tutti. Dunque lo farò io, visto che incontro educatori da quarant’anni, sia nei servizi sia in Università, e un qualche valore di testimonianza posso permettermi di averlo.

Dunque, cosa dovrebbe studiare un educatore per diventare educatore? Secondo me (non faccio altro ormai che scrivere a partire da questo incipit, almeno non tocca di giustificare tesi ovvie appoggiandole a quintali di citazioni altretttanto ovvie o, peggio, di dover dimostrare tesi eventualmente importanti appoggiandole a una letteratura che non le ha nemmeno intraviste) secondo me, dicevo, nel curricolo formativo di un educatore dovrebbero campeggiare:

A) Uno o più percorsi di esperienza ad alta densità corporea. Non importa quali, purchè sin dalla formazione di base si insegni che l’educazione è una questione di postura e che la postura ha sempre a che fare con il corpo

B) Esperienze di teatro. Anche qui di qualsiasi natura, con lo scopo specifico di sviluppare la capacità di muoversi in situazione interagendo con il contesto spazio temporale e con gli altri attori in scena

C) Un intenso training di problem solving, a scolpire indelebilmente l’idea che educare significa affrontare, capire e governare problemi, per trasformarli in occasioni educative

D) Un altrettanto intenso percorso di analisi pedagogica per iniziare a ricostruire le traiettorie educative personali lungo le quali si è definito il processo formativo di ognuno

E) Studi di pedagogia, storia del pensiero pedagogico, antropologia dell’educazione, sociologia dell’educazione, storia dell’educazione, diritto dell’educazione, politiche educative, filosofia ed epistemologia dell’educazione, psicologia dell’apprendimento. Studi da effettuare in un’ottica interdisciplinare finalizzata alla comprensione del fenomeno educativo nella sua genesi

Per intenderci sul piano ponderale: i punti A B e C devono costituire l’ossatura portante della formazione di base, non essere conditi via con qualche laboratorio. Il punto D non va sbolognato rinviando ogni studente a qualche forma di psicoterapia, ma va costruito organicamente nel percorso universitario. Il punto E comprende tutti i saperi scientifici a mio parere necessari per fare l’educatore con una ampia prospettiva culturale dei quali del resto sono già saturi i curricola universitari, ma non dovrebbero superare il terzo del tempo a disposizione e, sopratutto, ognuna di queste discipline va modulata sulla prospettiva particolare che può offrire sull’oggetto educazione che può offrire. Altrimenti restano dei bigini di materie importanti, semplificate per una laurea di serie B.

Il tirocinio, in una prospettiva di questo tipo, potrebbe essere superato, visto che una formazione così delineata non potrebbe che essere caratterizzata da un’altissimo tasso di esperienza pratica. Il superamento del tirocinio, inteso come momenti trascorsi sul lavoro durante il periodo universitario, può aprire la strada a forme di apprendistato, inteso come periodo di entrata al lavoro concentrato sula traduzione nei compiti operativi del sapere acquisito in Università. Inoltre l’istituzione stessa dell’ apprendistato sancirebbe che non basta fare qualche esame per diventare educatori, che occorre invece un congruo periodo di tempo per apprendere le pratiche lavorative concrete dopo gli studi di base. Infine, iniziare una carriera professionale come apprendista educatore, implica creare un percorso di carriera professionale per gli educatori, attualmente inesistente e appiattita sui compiti quotidiani rispetto ai quali tutti hanno la medesima responsabilità e le medesime funzioni, dall’ultimo arrivato sino al senior in servizio magari da decenni.

Per poter realizzare tutto ciò serve una cosa sola: fare spazio. Perchè i curricola universitari sono già sin troppo pieni e non è pensabile pigiarne a forza altri contenuti. In particolare:

A) Tutta una serie di saperi connessi a condizioni specifiche di lavoro, che quindi orientano a questa o quella fascia d’utenza o problematica sociale o modello di intervento, vanno opportunamente posticipate al periodo di entrata in servizio. Studiare un po’ di adolescenza, un po’ di disabillità, un po’ di infanzia, un po’ di alzheimer, un po’ di servizio sociale, non serve a nulla, o per lo meno, serve a molto poco rispetto ai cinque ordini di saperi che ho descritto all’inizio. In compenso porta via un sacco di tempo e a quei cinque ordini vengono dedicate quando va bene scarne ore di laboratorio

B) Vanno invece semplicemente eliminate tutte quelle discipline impartite a mo’ di bigino solo perchè hai visto mai che potrebbero servire tipo, pediatria, neuropsichiatria, genetica, igiene, linguistica, diritto amministrativo, che poi servono senz’altro: servono a creare cattedre per permettere l’inizio di carriere universitarie.

Come promesso, un curricolo formativo molto stringato, andrebbe poi declinato punto per punto. Io sono qui, se qualcuno è interessato ho parecchie idee in proposito. Perdonatemi invece qualche temperie polemica, non ce l’ho fatta a evitarle proprio tutte tutte. Ma vi prego di capirmi, sono un vecchio guerriero stanco di combattere battaglie inutilmente vinte.

Madri, fiori e finestre

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di Irene Auletta

La scena è semplice. Una madre seduta su una panchina legge un libro e al suo fianco c’è una carrozzina. Mentre passo, durante una delle mie camminate al parco, osservo la scena da dietro e quasi mi pare di sentire il respiro di quella donna che ogni tanto alza lo sguardo verso l’orizzonte, poi lo rivolge al suo bambino o bambina e infine torna alle pagine del suo libro.

Ecco, questo è uno di quei frammenti di cui non smetterò mai di sentire la mancanza. Di quei ricordi mancati e impossibili da ricostruire dei miei primi mesi e anni di vita di madre. Troppo dolore, troppa paura, troppa rabbia. Tutto il resto rimane una scena offuscata all’odore dei tanti ospedali che ci hanno visti ospiti per molti anni.

Mentre ti aspettavo è passata una coppia con il loro bambino nel passeggino e ho proprio pensato che a noi questa esperienza è stata negata. Stesso giorno, stesso parco, dove io e tuo padre ci siamo dati appuntamento per un pranzo insieme, di quelli rubati alla nostra vita che a volte rende talmente difficile tutto da farci apparire fantastica l’idea di un pranzo insieme all’aperto. Sì, questo è proprio il ritmo condiviso della nostra storia!

Poi ieri sera succede ancora. Una scena vissuta tante volte negli anni. Inciampi, io non riesco a trattenerti e cadi. Piangi, più per lo spavento che per il male e tuo padre arriva in soccorso con un abbraccio ad accogliere il tuo tremore.

Ma perchè quando ti spaventi ti arrabbi? Così mi raggiunge una domanda che conosco da anni. Il dolore mi fa sempre e ancora quest’effetto, anche se un po’ meno e con meno intensità. Ma come cavolo ho fatto a non riuscire a tenerla? Perchè non sono riuscita ad evitare che cadesse? 

Il tonfo del tuo corpo a terra ogni volta mi da un pizzico forte al cuore insieme al timore che tu possa esserti fatta molto male e così solo dopo riesco a dirtelo che la mamma è proprio fatta così. Lu’ ma hai visto la mamma che tigre? Ora che è passato vieni un po’ qua che ci rassicuriamo. E ancora una volta, per fortuna che c’è babbo! 

Festa della mamma e per me cosa vuol dire? Ogni anno scrivo qualcosa, racconto e mi racconto e così metto insieme pezzetti di storia che certamente condivido con molte altre madri. 

Come madre, so che continuerò a proteggerti finché avrò respiro e lo farò continuando a cercare di darti felicità, bellezza e allegria.  A nutrirmi sempre resiste la fortuna avuta come figlia e forse per questo mi commuovo quando arrivo da mia madre con un mazzo di fiori colorati e le dico che sono per una mamma importante.

Nella confusione della sua mente in questa fase di vita, ci mette un po’ a realizzare e mettere insieme gesti e parole. Sono una mamma fortunata, mi dice dopo un po’, ed è fortunata anche la tua Luna ad averti, non dimenticarlo mai, anche quando non ci sarò più io a ricordartelo. E non dimenticare mai che anche se non te lo sa dire ti vuole un gran bene, proprio come tu ne vuoi a me.

E così, mentre raccolgo tutte le emozioni di questo momento, stringendo al cuore il dono più bello che potessi ricevere, chissà perchè mi viene in mente un noto proverbio campano.

La vita? E’n’affacciata ‘e fenesta!

Volare la libertà

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di Irene Auletta

Figlia mia ti vorrei parlare della libertà.

E’ una parola bellissima che con il suo finale accentato ne ricorda altre importanti come felicità, possibilità, solidarietà.

Ma la sua bellezza non la pone al riparo dalle insidie del nostro tempo.

Come la salute, la forza, la giovinezza, rischia di essere data per scontata per poi riemergere in tutta la sua grandezza quando minacciata o messa in pericolo.

Ti vorrei raccontare che esiste il mondo delle parole a distanza e dei luoghi digitali dove è facile esibire bandiere e megafoni. Ma che poi, quello che attraversiamo ogni giorno, è il tempo della vita che tante volte si misura con la solitudine, con le libertà minacciate, con le solidarietà piccole, piccole. Quasi trasparenti.

Si, la libertà chiede grandezza, ma anche disponibilità e responsabilità e mi piacerebbe davvero tanto che tu, della libertà, ne sentissi più spesso il profumo e il gusto.

Ci sono persone che attraversano storie come la tua e come la nostra, che tutti i giorni si misurano con la sua mancanza e forse proprio per questo, appena ne percepiscono uno spiraglio o una possibilità, si preparano a inspirarla con l’intento di farne una scorta per il momento successivo.

Si, so bene che le celebrazioni non riguardano le piccole storie quotidiane, ma credo che, anche nella Storia, le storie delle persone hanno fatto la differenza, con le loro vicende di umanità.

Ti vorrei raccontare cose grandi senza parole e l’impresa a volte diventa davvero ardua.

Allora, ancora oggi e appena possibile, grazie ad un soffio di vento, te lo dico all’orecchio. Voliamo Luna. Un volo di libertà dalla Luna della terra fino alla Luna del cielo e ritorno.

E mentre il mondo parla della grande libertà, e speriamo continui a farlo con forza, tenacia e resistenza, questa è la nostra piccola libertà di cui non vorrei mai smettere di raccontarti. 

Ogni giorno.

Sorprese

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di Irene Auletta

Con gli anni forse si diventa tutti più distanti da quei rituali festivi che accompagnano altre fasi della vita. Almeno, per me è così.

Ma le sorprese non smettono di piacermi e mi piace raccontarmele per prolungarne il gusto il più possibile. 

E così parto dalla prima, scartata nel nostro viaggio in auto, al sapore di una riflessione sulla fortuna. Io e tuo padre ne parliamo spesso ma oggi aggiungiamo piccoli tasselli. Quanto siamo stati fortunati nella nostra vita? Ma parliamo di una fortuna gratis o di quella che ci siamo costruiti con impegno e fatica?

Chissà, può essere che abbia ragione l’autrice del bel libro Il precipizio dell’amore quando sostiene che certe domande se le pone solo chi attraversa alcune peculiari situazioni di vita.

La seconda sorpresa sei tu mamma e il tempo che oggi abbiamo potuto regalarci, come tue figlie, io e Caterina. Io ne sentivo la mancanza nella pelle e il tuo sorriso, che ogni tanto e’ comparso tiepido come una sera d’estate, mi ha riempito il cuore di bellezza.

Infine, l’ultima tappa della giornata, di nuovo soli noi tre a scoprire quei luoghi che tuo padre riesce sempre a scovare stupendomi. Ma come hai fatto a trovare questo posto? La mia domanda standard da sempre.

Un tratto a piedi lungo il fiume che ti vede curiosa, contenta e protestona, più o meno tutto in egual misura. Beh no dai, oggi protestona meno! 

E così mentre ci avviciniamo alla nostra ultima tappa, ci affianca un’auto e l’autista ci saluta cordialmente facendoci gli auguri. Ma chi sarà, lo conosciamo?

Il dubbio si dissipa ma non la mia curiosità verso questo tizio, gentile e sorridente, che con grande serenità appare noncurante delle auto in coda dietro la sua e decisamente intenzionato a scambiare due chiacchiere.

Forse, percependo il nostro imbarazzo, dice che si è fermato apposta, vedendoci e vedendo il tuo modo di camminare. Mentre ti invita a salutare il suo piccolo cagnolino che affacciato al finestrino sembra un peluche, ci tiene a rinnovarci gli auguri. Io penso che voi siete fortunati, dice salutandoci, ma davvero, con una ragazza così.

Parte salutandoci e ci rendiamo conto che le auto in coda sono di un’unica comitiva, con diversi bambini e ragazzi che, passando ci salutano augurandoci una buona Pasqua, in modo per nulla invadente ma assai gioioso.

Io rimango un po’ basita in uno stato un po’ ebete di strana euforia interrogante. Ci guardiamo chiedendoci cosa avrà voluto dirci e i nostri punti di domanda rimangono nel vento che ci accompagna verso casa.

La giornata e’ quasi conclusa e ci accorgiamo che quella parola ci ha fatto compagnia tutto il giorno,

Fortuna.

Potrebbe essere l’ultima sorpresa. Teniamocela stretta.

Da qui alla prossima Pasqua potremmo averne ancora un gran bisogno.

Nella delicatezza

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di Irene Auletta

Non credo che questo sia un tuo atteggiamento esclusivo e il fatto che tante persone con disabilità vengano definite testarde depone a favore di questa interpretazione.

Certamente tu ci poni una bella sfida quotidiana soprattutto in quei periodi dove la tua posizione o volontà si esprime “contro a prescindere”. Il fatto poi che, per esprimerti, non possa utilizzare la parola ti ha portato negli anni ad elevare ad arte quella capacità di usare il tuo corpo per dirci che non ti va, che non ci pensi nemmeno o forse, semplicemente, che vuoi esserci senza eseguire sempre le nostre indicazioni o la nostra volontà. In particolare, tra i tuoi pezzi forte, ci sono l’inchiodarsi con i piedi al terreno con una forza sorprendente e il buttarsi a terra come must insuperabile. 

Ricettina semplice sentita troppe volte e valida per tutte le stagioni? Comportamento oppositivo! Io non lo posso più sentire.

Come ho raccontato altre volte in questi casi è facile cedere alla tentazione di spingerti, tirarti, farti da contrasto e purtroppo questo stesso comportamento l’ho osservato sovente da parte di genitori e operatori. Capisco che è una reazione spontanea, a volte esasperata da numerosi tentativi di convincimento falliti miseramente ma, ahimè, non funziona.

E così stamane siamo qui, a casa da sole e alla terza mattina di risveglio parecchio mattiniero. Reagisci ad ogni cosa con una tensione e un contrasto e sento che fra poco, se non trovo un’alternativa, mi parte il cipiglio da maresciallo.

In assoluto silenzio mi arrendo ai tentativi verbali e, nell’attesa e nel ricordo, la tua maestra Angela mi viene in aiuto, nel racconto di cosa riesci a fare con lei negli ultimi mesi di lezioni Feldenkrais.

Passano i minuti e non manca molto all’arrivo del pulmino ma provo a non pensarci.  Ci sorridiamo e con un cenno ti invito a quel passaggio fondamentale per prepararci ad uscire di casa. 

Qualche secondo ancora e poi scegli tu e con serenità procediamo nelle infinite cure quotidiane.

Allora te lo dico. Te lo ricordi cosa dice la maestra Angela? Abbiamo fatto tante cose nuove sempre lentamente e nella delicatezza. 

Già, gentilezza e delicatezza, ecco le nostre sfide. Ogni giorno 

PS. Stamane, cosa più unica che rara, il pulmino l’abbiamo aspettato noi! 

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