Ho voglia di un sogno

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di Irene Auletta

Lei lo sa!

La tua maestra Feldenkrais è stata la prima a reagire così, di fronte al mio racconto delle tue reazioni in queste settimane a casa ma, anche altre persone che ti conoscono, hanno condiviso la medesima impressione.

Evidentemente il rimando si riferisce a quella possibilità di sentire e comprendere gli eventi capace di andare oltre le solite categorie cognitive che purtroppo, ancora oggi, sono l’impietoso termometro di paragone utilizzato per descrivere, insieme alle tue capacità, chi sei.

Mai come in questi giorni ho proprio avuto la conferma che tu lo sai, o perlomeno, hai capito che intorno sta accadendo qualcosa di grande che ci costringe a comportamenti e abitudini che, solo poco tempo fa, avresti fatto fatica ad accettare anche solo per due giorni.

Continuiamo a chiederci cosa possiamo imparare da quello che stiamo attraversando e cosa potremo portarci con noi nell’evoluzione di questo periodo davvero triste e difficile. Io di certo penso a parecchie cose, sia nella mia vita personale che relativamente alla mia professione.

Però, se mi penso come madre, vorrei portarmi un sogno, che potrebbe essere un desiderio o un delirio. La speranza che gli operatori la smettano di chiudersi nella loro visione, incapace di osservare, scoprire e nutrire forme di sapere tanto differenti, insieme all’umiltà di sapersi imperfetti nelle loro conoscenze.

Io personalmente ogni volta, di fronte a te, mi sento così. Non riesco a capire e spesso infatti me lo chiedo. Ma come sei riuscita a cambiare così il tuo comportamento in poco tempo? Da dove nasce quella calma e quella nuova forma di collaborazione? Cosa ti spinge a vivere, anche con una discreta forma di serenità, qualcosa che a me a volte manda un po’ al manicomio? Domande senza risposte, mute come i nostri dialoghi d’amore più belli ma che, ogni volta, mi lasciano consapevole di quel tanto che io non so e non capisco.

E comunque figlia mia sai cosa ti dico? Io questo sogno me lo tengo caro e lo metto proprio ai primi posti della mia lista di quello che non voglio perdere. Se, proprio in questi giorni, non condiamo un po’ la vita con qualche sogno che gusto c’è?

Vie d’uscita

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di Igor Salomone

Non so, sono giorni strani, l’ho già detto? mi sa di sì e probabilmente lo stiamo dicendo tutti. Ognuno cerca di arrabattarsi dentro queste condizioni inedite e difficili. Fuori di qui c’è un bellissimo sabato marzolino, soleggiato e tiepido. Posso accedervi soltanto dal balcone. Meglio che niente, ci sarà pur gente che non ha nemmeno quello. Anche oggi nei palazzi intorno a me vedo un sacco di persone, quasi tutti giovani, che cercano di afferrare uno spicchio di sole come possono. Davanti casa c’è una terrazza grandissima quasi sempre vuota, ci voleva il Coronavirus per riempirla.

Tante esistenze compresse in un po’ di metri quadri casalinghi. Un anno fa avremmo fatto uno dei soliti nostri picnic. Oggi invece, così tanto per farci del male, un bel giorno di digiuno. Quello si può fare anche se si è prigionieri.

Ovviamente passo, come quati tutti, un sacco di tempo al computer o sui vari aggeggi elettronici. Guardo un video su Youtube e sulla destra scorre random la solita lista di video che la piattaforma mi propone con una logica spesso oscura. Oggi la logica è chiarissima: tutti video di qualcuno che ha da dire la sua sulla faccenda. 

Mi stupisce sempre quanta gente ci sia in giro così sicura di sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato. Sopratutto, a onor del vero, cosa è sbagliato. Succede sempre, per la verità, ma in questo momento mi sembra così strano. 

Confesso di non sapere proprio cosa pensare. Siamo confinati in casa perchè era l’unica cosa da fare? Siamo confinati in casa perchè non è stato fatto quello che si doveva fare? Siamo confinati in casa perchè qualcuno vuole provare che effetto fa confinare le persone in casa per giunta con il loro consenso? Siamo confinati in casa perchè così scoppierà una grande crisi economica che permetterà allo Stato di tornare a spendere allegramente i nostri soldi (ho sentito anche questa)? Ammetto la mia incapacità. Non riesco a orientarmi all’interno di tutte queste ipotesi. Forse per questo motivo preferisco semplicemente non occuparmene.

Siamo confinati in casa. Questo è un fatto e lo prendo così com’è, esattamente come prenderei così com’è un terremoto, un’inondazione, una guerra, un’invasione di cavallette (a proposito, che fine ha fatto l’invasione di cavallette che stava devastando il Corno d’Africa e mezza India qualche settimana fa?).

Siamo confinati in casa e le mie energie sono tutte rivolte a farmene qualcosa di questo stato di fatto. Cerco di capire cosa mi sta offrendo questa condizione, non solo quello che mi sta togliendo. E cerco anche di capire il vantaggio eventuale che deriva da ciò che mi sta togliendo. 

Francamente non riesco a provare interesse per le mille discussioni attorno a quello che sta accadendo al mondo, mi interessa molto di più discutere di quello che sta accadendo a me e a ognuno di noi. Perchè da questa situazione, qualsiasi cosa l’abbia provocata, o ne usciremo imparati, o ne usciremo soltanto devastati. 

Crescere è il nome del mazzo di chiavi che stiamo cercando.

Fuori come balconi

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di Igor Salomone

Sono giorni strani.
Una primavera soleggiatissima che si insinua a casa nostra riscaldandoci e rattistrandoci al tempo stesso.

Sbinocolo con mia figlia l’ampio panorama del settimo piano milanese e, intorno a noi, una quantità inusuale di persone affacciate, sedute, sdraiate, spaparanzate, sorprese nel tentativo di afferrare lo spicchio di sole che si intrufola dalle finestre e spalma i balconcini. 

Sono buffi, incastrati come sono in spazi ridottissimi, su sedie appena più piccole del terrazzino esposto su un viale un tempo trafficassimo, ora deserto. Oppure affondati su una qualche seduta, gambe all’aria sul davanzale, appena dietro una finestra che fortunatamente da a ovest. 
E chi li ha mai visti?

Approfitto spesso, in tutte le stagioni, per uscire sui miei balconi filiformi, sia per respirare, sia per prendere una boccata d’aria. Ma tutt’intorno vedo solo finestre chiuse, balconcini vuoti, tapparelle abbassate. Di solito. 
Oggi invece è tornata la vita in quei palazzi. Almeno sulle facciate di quei palazzi. 
Bellissimo. 

Si respira un’aria di resilienza, si coglie il desiderio di godersi anche quel pochissimo che è rimasto. Altro che bagni di sole al parco: un quadrato di luce a tempo sulla pelle diventa una delizia preziosa da centellinare e condividere. Le persone raramente sono fuori da sole. 
Chissà se anche questo permetterà di imparare qualcosa sulla preziosità di ciò che questo mondo ci regala.

Intanto Luna, va bene sbinocolare tutt’in giro, però magari evita di puntare proprio sui dirimpettai che prendono un po’ d’aria. Manca pure che facciamo la figura dei guardoni. 

Videofragilità

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di Nadia Ferrari

Sono ormai due settimane che non ti vedo, due settimane interrotte solo da due video chiamate che, più che riempire una mancanza, l’hanno amplificata. 

Un mezzo che non conosci, un piccolo schermo che ci riprende ma tu sei quasi cieca e perciò non mi vedi. Un dialogo monco, stentato, a singhiozzo, interrotto da cose che non senti, da vuoti silenziosi e da continue ripetizioni ad alta voce. Domande disgiunte dalle risposte che cadono nel nulla e che ti fanno cedere velocemente alla voglia di chiudere ed andartene. 

In più la tua memoria fatica a trattenere il senso di quanto sta accadendo e il perché io non posso essere li con te. Due video chiamate in cui tu non riuscivi ad esserci e non c’ero nemmeno io. Afasica ed ammutolita dall’impotenza di poter avere un contatto, del resto tu fai già tanta fatica ad “esserci” in presenza.

Sono innumerevoli le volte che ho immaginato di perderti cosi senza poterti vedere più, perderti, anche solo con la mente, senza poterti salutare, senza poterti accompagnare. Se il destino o il virus decidesse che questo è il momento. Ecco il mio peggiore pensiero. Lasciarsi nell’impossibilità. 

Io intimamente nutro la fantasia, la speranza, che quando arriverà per me quel momento, il fato mi permetterà di salutare tutti, amici compresi. Vorrei congedarmi dall’esperienza quaggiù, l’unica per me, con il tempo di godere delle testimonianze. Sarebbe bello… 

Il film Le invasioni barbariche lo ricordate? Ecco cosi. 

Ma oggi mi hai chiamato, sempre coadiuvata dalle cure delle care operatrici della RSA e immediatamente alle prime battute ti ho sentito diversa.

  • Mamma come stai?   
  • MALE! hai risposto decisa e con un piglio che poi per mitigare la rabbia hai trasformato in un sorriso. Tu che non sorridi mai.
  • Perché mamma? 
  • Perché non ci sei, hai risposto. 

Sei bella nel video mamma, sei viva, ora so che non mi hai ancora dimenticata. Finalmente mamma, eccomi, sono qui. 

Camminare schivando

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di Igor Salomone

Camminare schivando. Stamattina sono uscito per una puntata furtiva sino alla farmacia più vicina e mi sono ritrovato a camminare schivando. Non di quello schivare i corpi per evitare di sbatterci contro come ho sempre fatto sino a un paio di settimane fa. No. Disegnavo sul terreno una traiettoria improbabile per cercare di passare tangente alle traiettorie altrui a distanza di almeno un metro o anche più, se era possibile. 

Mi sono più volte fermato per lasciare il cammino al mio prossimo non per cortesia, ma per tenere la distanza. Sono sceso dal marciapiede, tanto di auto non ce n’erano, per non passare tra due pedoni già troppo vicini. Al semaforo meno male che eravamo in pochi altrimenti avrei dovuto mettermi in fila all’incrocio precedente. Insomma, una bruttissima sensazione. 

Per non parlare degli sguardi. Di solito per strada non ci si guarda negli occhi e se accade il contatto non supera il mezzo secondo. Ma stamattina di sguardi non ne ho incrociato neppure uno. Testa bassa, bavero alzato, non ti curar di loro ma guarda e passa. Anzi, non guardare proprio.  Bruttissima sensazione.  La fiducia reciproca è il cemento della coesione sociale, che ne sarà quando ci saremo liberati dal virus?

Ho visto però persone, che probabilmente non si erano mai parlate in vita loro, discorrere amichevolmente da un balcone all’altro. A Milano. Non nei quartieri spagnoli di Napoli. E nella stessa Milano ho visto centinaia di persone che dal balcone cantavano, applaudivano tutte assieme, agitavano luci di vario tipo. C’ero anch’io.  E’ facile guardare con supponenza a queste manifestazioni emotive. Però dopo che stamattina ho camminato schivando, ne ho capito il senso. Affacciarsi al balcone o alla finestra di casa propria, il punto di maggior contatto con il mondo lì fuori, è come se volessimo dirci: guardate che non siamo quelli lì che si incontrano evitandosi per strada, o per lo meno non solo quelli. Siamo ancora noi e abbiamo ancora voglia di sentirci insieme. Anzi di più.  

Mi sono chiesto cosa avrei detto a un figlio bambino se mi fossi trovato per strada a camminare schivando insieme a lui. L’avessi fatto insieme a lui avrei sentito tutta la responsabilità del messaggio che stava raccogliendo.  Dunque qual è il messaggio che potrebbe raccogliere? che gli altri sono pericolosi, ovvio, e quindi dobbiamo tenerci alla larga. Un messaggio così vale per sempre, come lo facciamo decadere dopo i tempi del virus?

Ho pensato però, anzi sentito nel corpo, che c’era dell’altro. Cedere il passo, scendere dal marciapiede, tenere le distanze non sono solo un modo per proteggersi dall’altro, sono anche un modo per proteggere l’altro da noi. Perchè  siamo tutti in questo momento reciprocamente pericolosi, e ci tocca proteggerci a vicenda.

Quindi probabilmente direi questo a mio figlio bambino se ne avessi uno. Ma per poterlo fare occorre crederci e per crederci occorre sentirlo nel corpo mentre si cammina schivando.  Alla prima necessità uscirò di nuovo per esercitarmi. 

Galleggiare il tempo

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di Igor Salomone

Mi rimbalza in testa da tutta mattina, è comparsa durante la meditazione e ora sto cercando di capire perchè è stata un’immagine così forte: galleggiare il tempo.

In questa esperienza, appena iniziata, di confino domiciliare, la vittima “0” forse è proprio il tempo. Non credo di aver mai vissuto un’esperienza del genere in tutta la mia vita. Come tutti. E non mi sento di rallegrarmi troppo per la sensazione di rinnovata vicinanza familiare dei primi giorni: il tempo in queste condizioni non passa mai e il problema principale oggi non è cosa riusciamo a fare oggi, ma come reggeremo tutto ciò per tutto il tempo che sarà necessario.

Il paragone con le vacanze non regge. A parte che molti in vacanza hanno ritmi serratissimi se la loro vacanza è un viaggio, magari di quelli organizzati, anche noi che amiamo la spola tra spiaggia e agriturismo, in vacanza viviamo un tempo completamente diverso.

Prima di tutto in vacanza non siamo segregati da nessuna parte. Semmai il problema quotidiano è: restiamo dove siamo oppure oggi per cambiare facciamo una gita? che è il problema esattamente opposto a quello odierno: cosa facciamo oggi che di qua non possiamo muoverci? Poi una vacanza ha una data di scadenza precisa, e ogni giorno in meno è un passo in più verso il ritorno. A tutt’oggi non sappiamo affatto quando il confino finirà e l’attesa non è di tornare a casa, ma di poterne finalmente uscire. Una vacanza è un tempo di sospensione del quotidiano utile a ritornarvi con rinnovato vigore. Noi qui rischiamo la nausea, il rifiuto totale del casalingo quotidiano del quale potremmo smarrire il valore, anziché ritrovarlo.

Certo, la prima esperienza è quella del vuoto, come appunto in vacanza, non sarà un caso se sto cercando di riempirmi di cose da fare. E non credo di essere l’unico. Ma quello che mi sto chiedendo questa mattina è proprio che cosa sia questo vuoto. Per esempio, oggi è domenica, qualcuno che non sia credente e praticante e non abbia deciso di seguire le funzioni in tv se ne sta rendendo conto? Io no. Ieri sera mi sono affacciato al balcone e c’era il deserto  in corso XXII marzo, un silenzio surreale. Di sabato sera. Il panorama era esattamente uguale alle sere precedenti. E alle sere che verranno. 

Il sole non siamo ancora riusciti a fermarlo, quindi per lo meno il ciclo giorno notte scandisce ancora il tempo che passa, ma è l’unico. Viviamo in una sospensione di tutto ciò che creava lo scorrere del tempo, comprese le scadenze dei pagamenti e dei compiti lavorativi. 

Faccio già fatica a dire quando è iniziato tutto ciò, mia figlia è a casa da due settimane (o sono tre…?), i decreti si sono susseguiti con ritmo serrato restringendo il nostro campo d’azione di giorno in giorno e non so già più dire quando è iniziato il confino, cioè quando ho deciso volontariamente di rispettare le regole sul confino.

Più che un tempo vuoto, percepisco un tempo di sospensione, quasi di apnea. Incrociamo amici e conoscenti rigorosamente per telefono o chat e la prima cosa che ci diciamo è: sarà ancora lunga. Ma quanto lunga? come si fa a misurare un tempo senza tempo?

Oggi Irene ha avuto un’idea, facciamo un pic nic in balcone. Tenendo conto che i nostri balconi sono lunghi sei sette metri ma larghi non più di quarantacinque centimetri sarà un’impresa. Ma non importa. Il pic nic per noi da sempre è un segno della settimana che finisce, quindi viva il pic nic!

Mi chiedo quanti trucchi tutti noi ci stiamo inventando per ritrovare il Chronos e se vanno nella direzione di restaurare il più possibile i tratti del tempo conosciuto e ora sospeso, oppure se riescono a inventarsi un tempo nuovo che ci permetterà di imparare qualcosa anche da questa assurda situazione. 

Sto galleggiando il tempo, non nel o sul tempo come vorrebbe la grammatica, sto galleggiando il tempo perchè non sono io che galleggio, ma il tempo. E lo stiamo facendo tutti. Il tempo che galleggia si muove passivo sulle onde e mi trascina con sé. Chissà cosa mi inventerò domani perchè sia domani, non un semplice oggi ripetuto infinite volte.

Vi terrò aggiornato, ma tenetemi aggiornato anche voi. Possiamo aiutarci collettivamente nella ricostruzione del tempo. Tanto, di tempo ne abbiamo.

Chi di bellezza vive

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di Irene Auletta

La vita con te ci è andata giù pesante e, proprio in questi giorni, il fantasma della tua malattia autoimmune torna a bussare alle nostre porte. Ho cercato di tenerlo a bada, di non fargli invadere lo spazio, di non fargli togliere troppa luce ma, le voci dominanti e la realtà, ormai non fanno altro che renderlo sempre più forte e potente.

In questi casi spesso mi chiedo come stai vivendo questo cambiamento. Sei a casa da quasi tre settimane e le nostre possibilità si sono drasticamente ridotte. Tutto quello che adori, cinema, teatro, musei, pranzare all’Ikea, piscina, al momento è fuori dalla lista delle possibilità. E allora cosa ci rimane? 

Come sempre, mentre ti guardo, trovo in te le mie risposte più preziose. Ti sei appena risvegliata da un pisolino mattiniero, dopo uno dei tuoi risvegli notturni. Lo sai che rimarrai ancora a casa con mamma e babbo per diversi giorni? Che parole posso usare? Che faccio ora, parlo di virus, contagio, paure? 

Mai come in questi giorni mi risulta sempre più chiara la differente direzione che possono prendere gli sguardi di fronte a qualcosa di grande e spesso non facilmente comprensibile. Escludendo i complottisti dell’ultima ora sempre pronti a sventolare la loro bandiera, penso a quanti interpretano quello che sta accadendo come un messaggio quasi sovrannaturale, o della natura stessa, di fermarsi, rallentare, ritrovare nuove occasioni e possibilità.

Non posso che condividere alcune di queste riflessioni ma partendo da una differente prospettiva e cioè, più che interpretare l’intenzionalità di segni e segnali, a me piace ascoltarli per capire di quali possibilità nuove possono essere portatori.

Penso che in fondo è un po’ la stessa differenza tra chi pensa che un figlio disabile sia un dono e chi, con dolore, serietà, fatica, amore, instancabile ricerca di felicità, prova a inventarsi e vivere ogni giorno una genitorialità straordinaria, intesa proprio nel senso di fuori dall’ordinario.

E così, torno alle mie domande e stupita ti osservo mentre da giorni non chiedi di uscire, proprio tu che passi il tempo chiedendoci di farlo. Mentre ti racconto percepisco un senso condiviso che va oltre qualsiasi parola e ancora una volta, proprio tu, incapace di intravedere un futuro, mi stai insegnando ogni giorno a gustarci il presente o ancora meglio, proprio questo momento qui.

Ma senti, non è anche bello stare così tanto a casa con mamma e babbo? 

Facciamo le nostre facce innamorate …. e ridiamo, ridiamo.

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