Segni sognati

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di Irene Auletta

“Oggi abbiamo lavorato su alcuni movimenti e Luna ha assaporato la dolcezza dell’alzarsi da terra e del riabbassarsi per sedersi nuovamente”.

Come potrei non apprezzare questo metodo che restituisce alla riabilitazione un carattere che sovente sa di poesia? Ogni volta, osservarti insieme ad Angela, la tua storica insegnante Feldenkrais, mi conferma l’unica direzione per me possibile.

In realtà, da sempre, tu non sei subito molto disponibile a mostrarmi quello che hai sperimentato nel corso della tua lezione e al contrario, appena arrivo a prenderti, sembra divenire urgente il tuo bisogno di andare via da quella situazione.

Poi però, oltre ad avere una fiducia cieca in Angela che da qualche anno e’ diventata anche mia insegnante, mi stupisco sempre di come gli effetti della lezione si mostrino già al rientro a casa e nei giorni successivi. Per un corpo con “goffaggine motoria” gustarsi la dolcezza del movimento e’ un dono assai speciale.

E così, mentre ti racconto che in questi giorni per me un po’ difficili sei proprio riuscita ad aiutarmi e che ce la siamo cavata anche in assenza di babbo, mi guardi negli occhi e con una mano mi sfiori la guancia. Un attimo veloce e delicatissimo che lascia il calore di una carezza appena accennata e attesa da sempre.

La dolcezza assume le forme possibili per ciascuno di noi e oggi questo segno ha reso possibile un sogno. Mi basterà per la vita.

 

Orizzonti gentili

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di Irene Auletta

Arrivo in stazione e ormai per abitudine prendo l’ascensore per evitare inutili fatiche. Un anziano signore che attende insieme a me, mi cede il passo all’entrata e all’uscita.

Gesti cordiali ai quali siamo sempre meno abituati e che fanno riemergere una recente riflessione condivisa con una collega sul bisogno di educare alla gentilezza, proprio partendo dai servizi per l’infanzia e dalle varie agenzie educative.

La mia maestra Feldenkrais lo ripete spesso ma oggi più che mai sento che la sua indicazione sta diventando sempre più anche una mia urgenza. Ho l’impressione che con la scusa di essere spontanei e disinibiti, finiamo con lo smarrire quelle buone regole di educazione a cui mi accorgo di essere profondamente legata.

Senza alcun moralismo mi stufano i linguaggi e i toni sguaiati e mi accorgo che posso tollerarli solo a piccole cose. Essere gentili per me vuol dire anche fare i conti con i propri toni assertivi, frutto di antiche radici educative difficili da eliminare. Per fortuna ho due maestri eccellenti e pazienti che negli anni mi stanno aiutando nella mia personale ricerca. Il mio lavoro aggiunge il suo tocco, sostenendo con riflessioni teoriche quel percorso di ricerca intrapreso.

Ci sorridiamo, con l’anziano signore incontrato in ascensore, di un sorriso che sa di bello. Non importa se la serata e’ piovosa e umida perché io sto guardando altrove, verso orizzonti che permettono di allargare il respiro, quasi a confermare che la via desiderata, e’ proprio in quella direzione.

25 novembre, sempre

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di Irene Auletta

“Le parole a volte si ingolfano, altre si consumano. Altre volte ancora arrivano in ritardo e non servono più a dire quel che volevano.”  (Mi sa che fuori è primavera di Concita De Gregorio)

Ieri ho ascoltato, quasi in religioso silenzio, i vari interventi che si sono alternati nella seduta straordinaria di Montecitorio, nel rispetto delle testimonianze portate da ciascuna donna.

Mentre mi è parso quasi naturale che le voci plurali comprendessero interventi politici o di specialiste impegnate a vario titolo intorno al tema, Contro la violenza sulle donne, ho trovato interessante la scelta di dare la parola anche ad altre donne, esse stesse vittime di violenza. In particolare, ancora una volta, mi hanno colpito i dati snocciolati con attenzione puntuale e le forme crudeli con cui la violenza e’ stata nominata e identificata. Violenza domestica, vendette “amorose”, stalking, omicidi.

Al femminicidio ha fatto eco il figlicidio, anche qui dati inquietanti, come modo di fare violenza alla donna uccidendo il figlio. Quindi uomini che accecati dalla violenza, dimenticano il loro essere padri o comunque, lo fanno passare quasi in secondo piano, uccidendo il proprio figlio per punire la donna. E come madre, rimango in silenzio, immaginando il dolore.

Per me, di fronte ad alcune enormità, è sempre molto difficile esprimere di getto valutazioni e sicuramente, con il passare degli anni, mi sento molto distante da chi sembra avere subito le idee chiare su tutto e un giudizio in punta di lingua pronto per essere espresso.

Dal mio osservatorio di donna e di professionista impegnata in relazioni di aiuto, so bene che le sfumature dell’umano ci costringono ad avvicinarci a pensieri e azioni a volte impossibili anche solo a dirsi. Trovo tuttavia che sia un dato di civiltà e maturità smetterla di utilizzare come lente di comprensione degli eventi complessi e gravi “la caccia al colpevole” e spostare lo sguardo verso la ricerca di responsabilità. Individuali, sociali e culturali.

Oltre ogni ragione ci sono persone, mondi e storie. Provare ad accoglierle e ascoltarle, in tutte le loro sfumature, senza l’urgenza di aggiungere la nostra personale sentenza, può essere un modo per fare cultura, provando a capire e soprattutto, ad assumersi ciascuno la propria responsabilità. Come donne, uomini, professionisti e, soprattutto, adulti.

La violenza sui più deboli e’ ahimè storia assai antica dell’umanità, ma mai come oggi gli adulti sono in scacco rispetto alla loro assunzione di responsabilità. Potremmo partire proprio da qui, per leggere con lenti multifocali la complessità delle storie e degli eventi?

Domande al filo rosso

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di Irene Auletta

Che madre sarei stata? Quante volte in questi anni me lo sono chiesta e, crescendo, la domanda è diventata sempre più dolce e velata di quella malinconia che ha saputo attendere, accarezzando il dolore.

Qualche giorno fa ascoltavo i racconti di alcune colleghe sui figli e figlie adolescenti, sui loro cambiamenti e su quei passaggi di crescita che coinvolgono i genitori lasciandoli sovente con la sensazione di essere passati attraverso una forte perturbazione emozionale e relazionale.

Molti genitori, avendo figli con e senza disabilità, possono forse vivere e sperimentare le differenze possibili e, mi auguro per loro, imparare dalla reciproca esperienza. Non sempre tuttavia ho la sensazione che questo accada e, al contrario, in diverse occasioni ho percepito forte il gusto spiacevole delle occasioni mancate.

Quando mi ritrovo coinvolta in queste chiacchiere tra madri, qualunque sia il tema, difficilmente mi viene chiesto qualcosa forse per delicatezza o forse per la difficoltà a trovare domande possibili per incrociare le storie diverse. Come posso parlare, ad esempio, della tua adolescenza evitando le banalizzazioni che negano gli abissi che separano i nostri figli, provando ugualmente a sentirmi più vicina ad altre madri? Domande sospese e probabilmente è che devono restare.

Al tempo stesso però quel medesimo giorno, ho realizzato che al mio fianco era seduta una collega amica non madre e che neppure a lei nessuno ha rivolto alcuna domanda come se, il fatto di non avere figli, la lasciasse inevitabilmente ai margini di quel confronto. E’ stata brava lei invece, ad intervenire citando la sua adolescenza e la sua esperienza professionale con le madri, facendo intravedere un filo rosso che delicatamente univa i racconti.

Che madre sarebbe stata lei? Chissà negli anni quante volte la stessa domanda è stata sua compagna di viaggio, tra dolcezze, mancanze e malinconie. A volte proprio nelle differenze si rintracciano quesiti simili che rendono le storie assai più vicine di quello che svela l’apparenza.

Mentre scrivo sei qui al mio fianco e quando i nostri sguardi si incrociano mi sorridi con quel sorriso che, attraversando mondi, unisce i nostri battiti.

Eccola qui, la mia risposta.

Vederci meglio

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di Irene Auletta

Faccio fatica quando per strada vedo un gruppo di persone tra cui una disabile adulta in carrozzina sulla quale spicca una bavaglia bianca. Faccio ancora più fatica se, osservando la scena, vedo almeno altri due adulti disabili e degli accompagnatori che mi fanno subito associare il gruppetto “in libera uscita” a qualcuno appartenente ad un Centro Diurno.

Non mi passano inosservati quei toni e commenti, tra il melenso e l’imbarazzato, di chi si rivolge a persone adulte disabili identificandole come bambini, per poi non riconoscere lo scarto con cui davvero, gli stessientrano in relazione con bambini  piccoli presenti, trattandoli come laureandi.

Sono stanca di fare l’antipatica e di sentirmi restituire che forse esagero un po’ da chi temo neppure immagini lontanamente il peso che gli sguardi altrui caricano sulle mie spalle, nel corso di ogni piccola passeggiata con mia figlia.

Ero sull’autobus quando ho visto la prima scena descritta e mi sono chiesta cosa avrei fatto se al posto di quella donna ci fosse stata mia figlia. Mi sono immaginata a scapicollarmi fuori dal bus e a correre verso il gruppo, pretendendo dignità.

Non è facile prendersi cura di persone che, oltre a non collaborare, sovente hanno comportamenti che richiedono interventi continui, come pulire la saliva che esce dalla bocca o sistemare abiti che pare abbiano vita propria.

Io stessa dico spesso a mia figlia che sembra “una scappata di casa” quando dopo averla sistemata con cura me la ritrovo di fronte poco dopo come appena alzata dal letto.  Anche il modo di indossare gli abiti testimonia le differenze dei corpi di alcune persone disabili e, proprio per questo, inseguire l’armonia e bellezza non è cosa facile.

Ma se crediamo che la nostra immagine parli di noi e che la cura della nostra persona veicoli significati, perchè mai lo stesso non dovrebbe valere per persone con disabilità? Non dovrebbe essere questo l’abc del lavoro di molti educatori insieme alla sfida di uscire dai loro centri accompagnando  persone belle e in ordine che insieme agli sguardi di per fortuna non è successo a me raccolgano anche sorrisi per la cura e per le attenzioni?

Io non posso rinunciarci e non ci rinuncerò mai, perchè l’estetica non è stupida superficialità. La parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”.

La cura e l’estetica per me sono amiche care e con loro al mio fianco non mi stancherò mai di guardarti amorevolmente nella speranza che anche estranei,  incrociandoci, possano vederci davvero.

Auguri sognati

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di Irene Auletta

Anche quest’anno nel giorno del tuo compleanno sono lontana.

Ti ho salutato prima di partire e ti ho sussurrato all’orecchio i miei auguri mentre tu, distratta da altri interessi, mi hai lasciata come sempre nel dubbio. Mi hai ascoltata, sentita, capita?

Ogni compleanno un giro di vita importante e questo dei tuoi vent’anni mi raggiunge forte a sancire un altro significativo  passaggio. Guardo le nostre foto più recenti e ti ritrovo ancora , seduta sulle mie ginocchia mentre mi regali quei tuoi  abbracci speciali.

Ogni volta che ti osservo trovo nuove sfumature. Quelle che parlano ancora di una bambina si alternano ad altre che mi trasmettono un’intensità da adulta insieme ad una maturità che, se possibile, mi commuove ancora di più dei tuoi gesti teneramente infantili.

La notte prima della mia partenza hai dormito pochissimo e mi è parso quasi un nostro regalo ritrovarci lì, distese a terra, in quel nostro letto “di fortuna” che ormai ci è diventato familiare e quasi accogliente. Proprio mentre, dopo diverse ore, stai scivolando in un sonno al colore dell’imminente albeggiare, scoppi in una risata cristallina.

Sei ancora qui figlia oppure sei già nel mondo dei sogni? Rispondo ridendo alla tua risata mentre ti dico quanto mi mancherai e quanto mi dispiacerà non esserci proprio il giorno del tuo compleanno. I miei sogni, nella forma dei desideri, ci scaldano in questo nostro abbraccio onirico.

Allora, te li canto sottovoce i miei auguri di tanta salute, di belle esperienze, di tante nuove scoperte, di amore sconfinato, di bellezza sempre, quasi a bilanciare tutte quelle fatiche indissolubili che fanno parte del tuo zaino di vita e che posso solo aiutarti a sostenere.

Ti penso ormai addormentata e a quel punto, proprio mentre anch’io provo ad appisolarmi poco prima che la sveglia ci getti nel nuovo giorno, mi raggiunge un tuo abbraccio leggero a scaldarmi il cuore e a dissipare ogni dubbio.

Buon compleanno amore, cerchiamoci nei sogni.

Benedizioni gratuite

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di Irene Auletta

Tornare in luoghi familiari vuol dire anche incrociare sguardi affettuosi che, più o meno da vicino, ci seguono da anni.

Stamane siamo in acqua, tu che giochi sperimentando sempre con maggiore sicurezza nuove prove di nuoto e io che rimango a distanza di sicurezza, per farti sentire libera ma al tempo stesso per intervenire subito in caso di necessità.

Un paio di signore ci incrociano e subito si complimentano per i tuoi progressi. Ci tengono a dirci che ci vedono da anni su questa stessa spiaggia e che tu, ogni anno, riservi sorprese e miglioramenti.

Poco dopo durante il secondo bagno, mentre ti allontani da riva con tuo padre, una coppia di nonni con nipotino a seguito mi sorride con calore. Che bello vederla così felice, Dio la benedica, ripete più volte la signora che non manca di dirmi che si ricorda di te anni fa, in momenti decisamente meno floridi e sereni.

Mentre la ringrazio, osservo che ti segue con il sorriso a distanza e salutandomi con la mano rinnova benedizioni, per lei e per noi.

Ci sono forme di solidarietà inattese che riescono a portare una brezza leggera che profuma di bellezza e di mare. A volte basta così poco e per oggi abbiamo fatto la nostra scorta di incontri belli. Gli occhi addosso ce li abbiamo quasi sempre ma mentre spesso risultano fastidiosi come una pesante zavorra, oggi sono come queste onde che ti cullano. Fresche, leggere e morbide.

Effetto benedizioni?

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