Liberi di ingegnarsi

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La nostra vasca da bagno è situata sotto una finestra, con un davanzale interno che finora hai visto solo come possibile appoggio per il tuo equilibrio durante la doccia. Domenica mattina, nel tempo lungo di quei passaggi di cura che provo a rendere morbidi per rispettare i tuoi tempi, già con indosso l’accappatoio temporeggi e, per la prima volta, ti appoggi al davanzale fino a sedertici sopra sperimentando varie possibilità anche per contrastare il possibile scivolamento.

Io ti osservo a distanza cercando di non interferire ma al tempo stesso pronta ad esserci in caso di bisogno. Cosa c’è di strano in questa scena? Ci sono voluti più di vent’anni per poterla intravedere e a te per trovare un interesse diverso e per provare altro. Anche questa è la disabilità.

Tenacia, speranza e fiducia sono gli ingredienti indispensabili per qualsiasi piccolo o grande cambiamento. Lo sanno bene tanti genitori e tanti operatori che ogni giorno, anche dopo anni, riescono a sorprendersi per quell’inatteso che arriva a far intravedere uno spazio per imparare che, se nutrito, ascoltato e visto, può rappresentare uno luogo aperto alle possibilità di crescere.

Spesso le persone con disabilità, soprattutto quelle che vengono definite gravi o gravissime, mostrano davvero tanti aspetti della loro personalità che possano risultare in un contrasto fortissimo e difficili da comprendere.

Tu, figlia mia, sei capace di sorprendermi ogni giorno con le tue espressioni da adulta, con il tuo ascolto raffinato, con il tuo essere presente sempre, proprio in quel momento. Ma sei anche la stessa persona che si perde nei suoi comportamenti stereotipati, che ancora oggi per esprimersi si butta a terra ovunque, che ogni tanto è in un altrove irraggiungibile.

Il rischio di arrendersi o di banalizzare è sempre alle porte e, per anni, ho sofferto ogni volta che qualcuno ti ha descritta solo per una parte, spesso utilizzando parole a me lontane e respirato di fronte a chi ha saputo vedere le altre sfumature che sei. 

Tutti i genitori hanno bisogno di sentirsi raccontare i loro figli dal mondo e purtroppo se la narrazione non riesce ad andare oltre i paragrafi di alcune competenze e prestazioni standard (ma poi per chi?), sono tanti quelli che alla fine rischiano di rimanere emarginati e di gettare la spugna.

Io spero di continuare resistere e, per tale motivo, continuo a scrivere e a raccontare con la speranza di infondere in tanti altri la stessa forza e direzione. Forse dietro alcune definizioni dobbiamo avere il coraggio di chiedere provando ad andare oltre. Cosa intendi quando dici oppositiva? Cosa vuol dire testardo? E perchè dici capisce quando gli fa comodo?

Forse, ma sono abbastanza certa che sia così, tante parole per gli operatori e per i genitori hanno davvero un peso assai diverso e credo che nella bilancia complessa e difficile delle relazioni sia necessario continuare a provare a trovarsi a metà strada. 

Le parole svelano mondi di significati e solo insieme, genitori e operatori, possiamo intravedere nuovi sentieri per incontrare, stare e pensare tante condizioni di vita che, ogni giorno, hanno diritto di essere viste e rispettate.

Anche per oggi un nuovo mantra. 

Per me, per te, per tanti altri.

Il conforto della cura

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di Irene Auletta

Il tema della cura mi è diventato negli anni assai caro e, come ho avuto modo di dire in una recente conversazione, questa non è stata una scelta ponderata e saggia, ma un’esigenza di sopravvivenza.

La cura ricorsiva, che va ben oltre i primi anni di vita dei bambini piccoli, è quella destinata ad accompagnare la vita finché dura la vita stessa. O peggio, può interrompersi con la morte della persona soggetto delle nostre cure o arrendersi all’inevitabile passare degli anni che restituisce in un pacchetto assai grezzo, l’incapacità di andare oltre e l’esigenza di passare il testimone.

Non dico nulla di originale e molti genitori come me, soprattutto in vista del passare degli anni, si pizzicano mente e cuore, per non guardare in viso una realtà che solo a intravederla provoca un dolore immenso e tanta paura.

Certo, anche come professionista, credo nei futuri di vita autonoma, nelle realtà del dopo di noi durante noi, ma la strada da fare è ancora lunga e assai tortuosa e ho idea che per molti di noi, pur puntando sulla longevità, sia davvero un tempo di attesa insostenibile. 

Ma, rimandando questo tema a momenti migliori o semplicemente più maturi, il mio parlare di cura oggi, occupandomene da anni, è fortemente ancorato alla storia del presente e vuole essere un invito alla vita migliore possibile, alla possibilità di trasformare un fardello assai impegnativo in un’interessante possibilità, alla ricerca continua di modalità per stare nella condizione imposta da un proprio caro che necessita cure ricorsive, senza sentirsi schiacciati dalla vita e dalle sue svolte un po’ bastarde.

Nel mio lavoro con genitori di figli adulti disabili, ho raccolto tante storie di insofferenza, fatica, frustrazione che sicuramente umanamente esigono di essere ascoltate, onorate e rispettate. A livello educativo però sento anche il bisogno di provare ad accompagnare altrove, come suggerisce proprio l’etimo della parola Educazione, per far intravedere altre ricerche possibili offrendo sguardi capaci di trovare scie di leggerezza nelle fatiche, intesa e intimità nelle cure più impegnative, significati che, oltre l’idea del flagello, restituiscano alle relazioni di cura la sua strapotenza d’amore. E perchè no, ogni tanto, anche di divertimento?

Rileggendo alcuni testi fondamentali, come ogni tanto mi accade, ho ritrovato proprio di recente Winnicott e la sua teoria per cui “è naturale in una madre la sua preoccupazione materna primaria che si basa sull’empatia e non sulla comprensione razionale. Nella primissima fase dopo la gravidanza il bambino non esiste da solo, ma solo in quanto strettamente legato alla madre che se ne prende cura, poi progressivamente, attraverso processi maturativi passa dalla non integrazione all’integrazione, diventa un’unità”.

Ecco, il passaggio più difficile, per molti genitori con figli disabili, è proprio quello di andare oltre in ogni passaggio di crescita del figlio, senza rimanere intrappolati nell’eterna cura di un bambino piccolo. Ci vuole tanta forza e coraggio per permettere alla relazione di cura di crescere con i suoi protagonisti, accompagnando gradualmente l’infanzia, poi l’adolescenza e giungere infine alla adultità.  

Quella preoccupazione materna primaria, per non scivolare in trame non sane, né per il genitore, né per il figlio, necessita di tanta consapevolezza e della straordinaria forza dei padri, per diventare grande. 

Forse solo così la via della crescita può rimanere una strada percorribile.

Forse solo così, con grande sorpresa, si può trovare conforto anche nella cura.

Sarà la pioggia d’estate o Dio che ci guarda dall’alto

Sarà che non esci da mesi, sei stanco e hai finito e respiri soltanto

Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio

Quel conforto che ha che fare con te

Quel conforto che ha che fare con te

Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio

E tanto, tanto, troppo, troppo, troppo

Troppo amore

(Il conforto, Tiziano Ferro)

Universi morbidi

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di Irene Auletta

A volte anche la scrittura ha bisogno di prendersi una pausa quando le parole hanno necessità di ritrovare uno spazio di quiete, per riposarsi e pensarsi. E così, pensando alla necessaria pausa delle mie parole di questi ultimi mesi, mi è tornato alla memoria l’invito ripetuto, della tua e mia maestra Feldenkrais, di cercare la morbidezza.

In fondo la morbidezza non riguarda solo il corpo ma coinvolge anche le emozioni, i sentimenti e quello che poi riusciamo a giocarci nelle nostre relazioni. Io assomiglio parecchio a mio padre e quando vivo un dolore o un forte disagio mi guardo sovente, nell’angolino della vita, a limare mente e cuore, a renderli appuntiti e spigolosi. Anche questa è un’eredità.

Accorgersene è probabilmente la nostra differenza più grande e, in una recente passeggiata, ho avvertito di nuovo quel sentore morbido che permette alla vita di fluire diversamente. Le cose da affrontare rimangono le stesse ma le loro forme, diventando più rotonde, permettono di respirare diversamente e di guardarne inedite prospettive.

Me lo insegni ogni giorno figlia, quando la rigidità dei gesti, delle posizioni e dei comportamenti può spingere esattamente nella stessa direzione conducendo ad un inevitabile insuccesso e dispiacere per entrambe. Allora il gesto gentile, il tono moderato, il silenzio, l’attesa o la sdrammatizzazione di uno scherzo ci aiuta a cambiare il passo e il sorriso che compare giustifica il senso di quell’ennesima ricerca. 

Giorni strani questi della fine di un lungo anno, per me e per tanti altri affatto facile. Giorni in cui si salutano maestre, si pensano nuove speranze per il futuro vicino e lontano, si cercano pertugi di piccole scintille che non facciano smarrire la propria e unica via.

Stiamo vivendo momenti difficili, per molti individui e per l’umanità e non posso che augurarmi, e augurare, di avviarsi verso il nuovo anno accompagnati dallo spirito della ricerca, consapevoli che proprio in quegli spazi morbidi è sempre possibile gustarsi ciò per cui gli occhi possono ancora brillare di curiosità.

Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.Stephen Hawking

Tienimi la mano

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Potevo non fare questa citazione?

di Irene Auletta

Maledette ossessioni e stereotipie!

Dopo anni di rapporto con la disabilità questo è uno degli aspetti che ancora oggi mi crea più difficoltà. Ne ho già parlato altre volte di come un genitore può sentirsi travolto da comportamenti che lasciano impotenti e che spesso, proprio per il loro essere evidentemente fuori da tanti schemi, riportano in primo piano il tema del controllo delle proprie reazioni.

Ci credo davvero che si impara ogni giorno a vivere con la disabilità e ogni giorno si impara qualcosa di più su di sé e sulla relazione che ci vede coinvolti in prima persona, come genitori … ma anche come operatori non sarebbe malaccio!

Ogni tanto perdo le staffe e il mio cipiglio autoritario esce dai binari e allora il muro contro muro mi lascia, oltre che sofferente e dolorante, anche totalmente perdente, sperduta e sconfortata. Oggi per fortuna no.

Mentre siamo in auto, ti contengo con fermezza rispetto ad un (per me assai fastidioso!) comportamento che da settimane è tornato a fare capolino ma, essendo serena e tranquilla, ti propongo di trovare insieme una soluzione rinforzando il fatto che sei grande e che, seppur so di chiederti una cosa molto difficile, tu sei forte e ce la puoi fare.

Dopo un primo “testa a testa” e diversi tentativi falliti ti ripropongo, come accaduto altre volte in passato, di aiutarti tenendoti le mani. Non deve essere una forzatura o un atto brusco e quindi cerco di dosare con te la misura.

Funziona e pian piano ti dico che posso lasciarti, che ce la fai anche da sola. Ma tu non molli e ogni volta vieni a riprenderti la mano che stringi forte tra le tue, invertendo completamente il gesto iniziale. Ora tu tieni me e ogni volta mi guardi serena e contenta di quel nuovo nostro tenersi.

Per un tempo che rimane in pausa il silenzio si riempie solo di quel gesto e io sento che fa bene a te e fa bene a me. Come tante altre volte non abbiamo bisogno di parole e mi gusto quel nostro dialogo muto che come una carezza ci fa sentire vicinissime a raccontarci il nostro amore.

Attimi.

Anche questo ho imparato con te, figlia mia.

La vita è fatta di attimi.

Riflessi del cuore

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di Irene Auletta

I gesti di cura raccontano storie e le mie, negli ultimi tempi, si intrecciano di continuo tra quelle che mi riguardano come madre e quelle di figlia. 

Ciao amore, così mi accoglie mia madre che è sempre stata dolce e accogliente nei gesti e nelle relazioni ma asciutta nelle parole, così come la sua educazione le ha insegnato e così come oggi sono un po’ anch’io, grazie alla sua eredità.

Oggi la dolcezza, nelle onde di una memoria sempre più sfumata, emerge con una nuova forza anche nelle parole e la tenerezza mi raggiunge risvegliando nuovi sorrisi e nuovi dolori quotidiani.

La perdita dei genitori anziani a volte avviene così, lentamente, e ogni volta mi pare un nuovo invito a rinventare incontri possibili.

Ti scelgo gli indumenti da indossare e ti coinvolgo sugli abbinamenti e sulla scelta dei monili. Ma quella collana a tre giri ce l’ho ancora, che dici è troppo? Eh mi sono fatta proprio vecchia, sono confusa amore.

Crack … il cuore e le sue crepe tengono forte e ti seguo cercando di essere gentile e rispettosa così come ho imparato e continuo a imparare ogni giorno come madre. Il gesto di cura non dovrebbe mai perdersi nell’automatismo dell’aiuto e da anni metto a tema questi contenuti con genitori ed educatori, trovando ogni volta nuovi spunti anche per me, perchè so bene che quello di cui parlo è assai difficile nelle cure ricorsive, quelle di cui da anni parla Andrea Canevaro.

Quante volte, nella mia veste professionale, ho esibito l’intreccio esistente nella cura di bambini piccoli, disabili e anziani? Oggi mi ritrovo a incarnarlo e il ruolo che rivesto nelle differenti relazioni, di madre o di figlia, mi chiede di riconoscere posizioni differenti che si incontrano in un unico cuore.

Ma un rossetto ti sei ricordata di portarmelo? Si mamma ho scelto questo per te, rosa perlato, il tuo preferito. Ma secondo te alla mia età posso ancora mettermelo?

Sempre mamma, sempre. Ridi, rido e ridiamo insieme passandoci il rossetto che ci mettiamo davanti allo stesso specchio riflesse in un momento unico, che esiste  solo ora.

Non servono parole. Eccolo lo spazio dove continueremo a incontrarci ogni volta che sarà possibile … fino alla fine dei giorni.

Giorni dei ricordi

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di Irene Auletta

Sistemando alcuni cassetti a casa dei nonni ho trovato questa foto. 

Erano già giorni di sospetto e di paure ma nulla poteva farci presagire quello che sarebbe accaduto e che, negli anni a venire, ci saremmo trovati ad affrontare.  Eri una piccola gnoma già allora, degna del successivo nomignolo e perfetto per te, di signorina Minu

Ci hai regalato una gamma di sentimenti che non hanno lesinato in tutte le possibili sfumature e oggi siamo qui a festeggiare una piccola donnina che ogni giorno ci rende fieri. Sempre tra gioie e dolori, tra luci e ombre, tra paure e speranze. Ma sempre qui, al tuo fianco

Ci sono stati anni in cui il numero ventiquattro pareva un orizzonte irraggiungibile e ora mi sento di festeggiarlo con gratitudine.

Insieme ai regali che pian pian scarteremo, fatti come sempre di esperienze che speriamo possano donarti felicità, come ogni anno mi piace regalarti pensieri che mi auguro, in qualche modo e attraverso incomprensibili energie, arrivino al tuo cuore.

Che dici se ti regalo qualcosa di ciò che ho imparato?

Con te ho imparato che la “lista delle cose fare” rischia di essere infinita se non si ha il coraggio di fermarsi per guardare insieme un film.

Ho imparato che l’assenza delle parole, nella loro continua mancanza, possono farci cercare strade sempre nuove per raccontarci la nostra storia

Ho imparato che i limiti fanno male ma che, aiutando a cambiare prospettiva, possono offrire spettacoli inediti.

E così, ho imparato a dirti buon compleanno, anche in silenzio, ma senza rinunciare all’allegria

Auguri a te, mia preziosa e figlia delle scoperte, che la vita continui a farti brillare gli occhi di meraviglia

Auguri Luna mia 

Giornate mute

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di Irene Auletta

Ieri giornata difficile, di quelle di cui non amo parlare perchè in questo sono molto in sintonia con mia figlia. Per me il dolore è una storia muta e forse, proprio per questo motivo, tante volte la lettura e la scrittura, come accadeva al Barone di Münchhausen, mi hanno salvata portandomi altrove, di fronte a inediti orizzonti.

Mentre ci prepariamo per andare dai nonni la vocina interiore mi suggerisce che forse non è il momento giusto per farlo, ma io insisto, sperando di sbagliarmi, perchè spesso uscire cambia la dinamica e un po’ di ombre si dissolvono. Ma ieri, non è stato così.

A casa dei nonni non volevi neppure entrarci e tutto il tempo che siamo rimaste è stato una continua richiesta di andare, con la tenacia e l’insistenza che solo chi non ha parole a volte sa esibire in modo così sorprendente ed estenuante.

Mio padre voleva parlarmi di qualcosa in merito a cui aveva bisogno di aiuto e di un consiglio, mia madre, persa nella confusione che abbiamo portato con la nostra visita, tu che non demordevi un attimo e io con quello stato d’animo che tanti genitori come me conoscono bene, tra smarrimento e senso di non farcela.

Alla fine decido di lasciare tutto e portarti via. Andiamo Luna, vado solo un attimo a salutare la nonna. Vicina a mia madre provo a raccontarle perchè oggi è una giornata No. Le dico quanto mi dispiace per il caos e per il fatto di non poter restare ancora un po’ a farle compagnia.

Mia madre ormai parla pochissimo ed è sempre più stanca nei suoi passaggi tra diversi mondi. Mentre le sto accarezzando le mani i nostri occhi si incontrano in silenzio e poco dopo arriva, proprio lei e sempre lei, appena riesce.

Vai tranquilla, ora Luna ha bisogno di te e non dimenticarlo mai, Luna è importante.

Il tono della parola importante mi arriva forte e delicato, come richiamo a quella cura che mia madre, e insieme a lei mia nonna, sua madre, hanno saputo trasmettermi in tanti anni, con grande leggerezza e amore.

Vado mamma, anche se non riesco a dirti che mi sento spezzata, tra figlia e madre, che il cuore mi fa male e che vorrei rimanere qui a farmi consolare dal tuo silenzio.

Poco dopo, in auto, mi aspetta un altro silenzio e pian piano ti racconto cosa è successo, che ora passa e che insieme possiamo superare anche questa brutta giornata. Ora arriviamo a casa e forse troviamo già babbo che dici? Ci facciamo aiutare anche da lui?

Ti lascio nelle braccia di tuo padre ed esco a camminare un po’. L’aria frizzante della sera mi calma e guardando le prime luci della città ho una piccola ma radicata certezza.

Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

Memoriando

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Il navigatore oggi mi ha fatto una sorpresa. Nella zona dove ancora oggi abitano i miei genitori e dove sono cresciuta, mi capita di tornarci spesso ripercorrendo quasi in automatico le stesse vie. 

Stamane una serie di lavori in corso mi ha costretto a diverse deviazioni in percorsi apparentemente estranei che pian piano sono tornati ad essere familiari.

E’ vero … qui abitavano gli zii!! … E quest’altra vita cosa mi ricorda? Oddio il mio primo tirocinio .. ma che anno era? Possibile che siano già passati quarant’anni … aiuto! E così, procedendo, i luoghi fisici accompagnano l’emersione di volti, episodi, ricordi ed emozioni.

Poco dopo mi ritrovo a raccontarlo ai miei genitori e a condividere alcuni passaggi. Mia madre ascolta con uno sguardo un po’ spento e quasi assente che ogni tanto scoppia in un sorriso bellissimo. Me lo tengo lì vicino al cuore e proseguo nella mia narrazione.

Mia figlia mi ha aiutato a costruire dialoghi lenti, semplici con pause di silenzio e questo mi fa sentire a mio agio. 

Mamma riemerge con ricordi datati e ogni volta mi dice ma tu te lo ricordi? Si mamma ricordo tutto e oggi lo faccio anche per te permettendoti di spulciare qua e là quello che è possibile.  Di fronte a domande specifiche mi muovo tra luci e tenebre e un paio di volte mia madre mi interrompe. 

E’ fortunata Luna … E’ fortunata. Anch’io lo sono mamma non dimenticarlo mai, dico evitando che la voce si rompa troppo.

E mentre mio padre insiste per accompagnarmi all’auto mi coglie alla sprovvista. Ma tu come stai?  Che strano, credevo di aver risposto anche prima … o no?

Bene papà, tutto bene. 

Si, si, tu stai sempre tutto bene ma io lo so che spesso stai sulle montagne russe. Tieniti forte, figlia mia.

E così parto. Con il cuore ricco e pesante, pieno di tanto e di una rinnovata preziosa indicazione.

Mi tengo forte.

Attese, speranze e germogli

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di Irene Auletta

Ci sono giorni in cui la cura ricorsiva mi soffoca e non appena sulla mia personale bilancia di resistenza si aggiunge qualcosa, mi capita di “dare un po’ di matto”. In questi tempi mi basterebbe anche solo una piuma in aggiunta a rendermi poco tollerante verso qualsiasi richiesta e con questo stato d’animo mi avvio verso casa dei miei genitori per aiutarli a sbrigare alcune faccende che richiedono aiuto.

In auto, mentre andiamo, ti avviso del programma e così quando la nonna ci chiede se ci fermiamo a pranzo subito parte la risposta programmata. Non vogliamo dare impiccio, tu non stai bene da diversi giorni, io ho del lavoro in sospeso  … e via di questo passo. Mi ferma il silenzio e lo sguardo dispiaciuto dei miei genitori che subito mi fa nascere domande nuove. Ma cosa devo fare di così urgente che non possa essere rimandato? Cosa mi sta succedendo in questo periodo? Ma perchè non ci fermiamo Luna, cosa ne dici? 

Subito cambia l’organizzazione e il clima, insieme al sorriso dei miei genitori che già mi ripaga di qualsiasi costo possibile. Mentre trascorro del tempo con loro mi ritrovo a gustarmi quell’essere figlia che mi permettere di mettere un po’ di quiete in alcuni terremoti dell’anima e inizia a farmi intravedere sfumature che troppo spesso rischiano di rimanere sullo sfondo.

La cura, sovente viene riconosciuta solo in ciò che comporta nel suo darsi e, molto più raramente, apre spazio a quanto permette di raccogliere. Lo vivo da anni come madre e proprio ora me lo sto riassaporando come figlia. Travolti dalla vita, l’affanno rischia di prendere il sopravvento e proprio la cura, che chiede pause, tempi lenti e ascolto, può diventare un’inattesa alleata per rinnovati equilibri.

Il pranzo e il pomeriggio mi cullano in questa consapevolezza e qualche giorno dopo mi ritrovo a pensare a quelle parole della cura che, quando riguardano te, figlia mia, mi mandano al manicomio. Accettazione, opposizione, testardaggine, “farlo apposta”, rifiuto, provocazione. Mi fermo perchè mi faccio già male, ogni giorno.

Ieri, in occasione di una giornata aperta in un asilo nido che seguo e conosco da anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi, ancora una volta, sui temi della cura, con educatrici esperte e di grande professionalità. Con loro ho auspicato che nel prossimo futuro possa nascere un confronto, proprio su queste tematiche, con gli educatori che lavorano nell’area della disabilità. Quanto avrebbero da insegnare e da raccontare e forse, potrebbe anche nascere un’interessante e reciproca contaminazione. Chissà!

Di una cosa però sono certa ed è la consapevolezza, sempre più forte e radicata, che la qualità e la cultura della cura fanno davvero un passo avanti ogni volta che gli operatori, ma anche gli stessi genitori, si fermano a riconoscere quanto possono raccogliere, aggiungendo parole e significati nuovi.

Il peso, le fatiche, la complessità, la continua ricerca di nuove strategie non è necessario buttarli nel cestino ma possono essere guardati con un nuovo atteggiamento e soprattutto con la voglia e il desiderio di cercarne, per ciascuno di essi, sfumature di nuove luci che sostengano e indichino la via della ricerca, per nuovi incontri di cura. 

Con questo stato d’animo intravedo la strada lunga che ancora mi aspetta come genitore ma, a fianco ad essa, sento il respiro leggero di nuovi progetti che possono andare, oltre la mia storia personale, a immaginare nuovi futuri possibili. 

La cura li aspetta.

Battiti

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di Irene Auletta

Devi scegliere tra il dolore e la rabbia. Ogni tanto tuo padre arriva con le sue frasi lapidarie che mi costringono a una frenata brusca, soprattutto quando vengo travolta da quella valanga emotiva che, quando ti riguarda, diventa rovinosa slavina. Ma come si fa?

Ci lavoro da anni e non posso negare i piccoli-grandi traguardi raggiunti, ma in alcuni momenti mi sento come nel gioco del Monopoli e mi ritrovo di nuovo nella casella di partenza. Avete presente quell’indicazione del gioco, a dir il vero un po’ sadica, che indica di ritornare  al via e ripartire dall’inizio? 

Tante volte la vita sembra essere lì a dirti lo stesso, che non hai sbattuto abbastanza forte la testa contro quella difficoltà o quel problema, che non hai incontrato a sufficienza i tuoi limiti o forse, come nel mio caso, che ancora devi aggiungere un pezzo a quella danza bizzarra e crudele in cui ti eserciti da anni, tra dolore e rabbia.

Per me sono sempre state fortemente intrecciate e anni fa una maestra me le indicò come le due facce di una medesima medaglia. 

Lo so bene che in alcuni momenti la tua disabilità rompe un fragile equilibrio e arriva forte come uno schiaffo in faccia, a farsi notare in tutta la sua complessità. In quel momento torna tutto, insieme a me, alla casella di partenza. Le stereotipie, le chiusure, le comunicazioni impossibili, le tensioni, l’urlo muto che chiede aiuto. 

E io sempre lì, che pian piano cado in ginocchio a struggermi impotente. La disabilità vince per un attimo perchè è più forte di me, si svela senza maschere e con la sua forza prova a smantellare tutte le postazioni di tregua e quiete costruire in anni di lavoro tenace, fatto di amore , ricerca, comprensione e … tanto dolore.

Fra poco verrò a prenderti per accompagnarti al tuo corso in piscina. Mai come in questi ultimi mesi i nostri viaggi in aiuto, diretti verso le tue esperienze attivate proprio nel tentativo di offrirti nuove possibilità, sono momenti preziosi di incontro e intensità. Sto pensando alla storia che voglio raccontarti nella speranza che il mio cuore da medicare mi orienti verso strade possibili per incontrarti in quello spazio di quiete che permette di accogliere, comprendere e nutrire nuove occasioni.

Io non mi arrendo figlia e le ginocchia, sbucciate tante volte, guariranno anche stavolta e, mentre accompagno gentilmente la rabbia in quella stanza a lei riservata da molti anni, mi accingo a dare un nuovo tempo anche al cuore.

Sorrido all’immagine di me che, impugnando una mazza da baseball, si scatena nelle peggiori fantasie possibili. Forse fra poco ti racconterò anche questo per ridere insieme e riprenderci un po’ di quella leggerezza che sa fare miracoli, proprio lì, al ritmo di quel battito, tuo e mio.

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