Genitori e pizzichi

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genitorialità 1

di Irene Auletta

Mi è sempre piaciuto lavorare con i genitori e, posso dirlo con assoluta certezza, ho iniziato a farlo quando ancora non era di moda. Dedicando molto tempo ai servizi per la prima infanzia ho avuto modo di incontrare soprattutto madri che, negli anni, ho imparato a guardare e ascoltare, cogliendo quelle tante sfumature che sovente si perdono in passaggi frettolosi.

Ho visto che ha imparato a fare … Adesso è capace di … Ma è normale se fa questo? Ieri ha detto per la prima volta ‘mamma’ …. Cammina da una settimana. Sono le primissime battute di quell’incontro genitore e figlio che segneranno una storia intensa destinata a crescere, insieme ai suoi protagonisti principali.

Proprio ora, che il dolore si è fatto meno acuto mi accorgo che, anche grazie a questi incontri, negli anni ho raccolto e nutrito comprensione per me e per le madri e i padri che, sin dall’avvio della loro storia iniziano invece a fare i conti con ciò che manca, che è lento, in ritardo e che forse, non accadrà mai.

Ho sempre sostenuto a gran voce che i bambini e i ragazzi disabili sono molto altro di ciò che sanno fare e devo riconoscere che forse mi ha dato forza proprio l’impossibilità di accettare che la meraviglia del nostro incontro e tutta la sua complessità, potesse risolversi in quelle categorie di apprendimento che, appunto, riguardano chi incontra la vita non portandosi nel suo speciale zainetto una qualche disabilità.

La mia esperienza di genitore mi ha chiesto, necessariamente, di interrogare il ruolo e di prendere contatto con qualcosa che conoscono bene le persone che attraversano esperienze analoghe. Nel farlo, e nel confronto quotidiano con la mia ricerca professionale, ho ritrovato quei fili comuni che uniscono, quei toni caldi che accompagnano, quegli sguardi che raccontano incontri. Ho trovato storie di genitori.

Grazie per questo confronto, mi ha detto di recente una madre impegnata in un difficile momento con la figlia diciassettenne. Mi sono sentita davvero molto accolta e compresa. Posso farle una domanda personale … anche sua figlia frequenta il liceo?

A volte alcune domande aprono mondi, altre producono solo un piccolo pizzico al cuore. No, ho risposto, però è una bella maestra di opposizione e ogni giorno mi costringe a imparare qualcosa di nuovo!

Il gusto dei pensieri

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Edu-gusto CARTOLINA ultima

di Irene Auletta

Pronti per iniziare. I bambini portano con sé aria frizzante, in quella loro impazienza di scoprire cosa si cela dietro quella porta chiusa. Gli adulti, più prudentemente, cercano di capire cosa accadrà, visto che hanno appena compreso che oggi la nostra proposta di laboratori prevede adulti e bambini separati nel loro percorso di ricerca.

Mentre i bambini si affidano, con fiducia e curiosità, alle colleghe che vestono i loro speciali panni di scienza-chief , a me il compito di condurre il gruppo di adulti nel loro laboratorio delle scoperte. Si, perché il nostro progetto Edu-gusto, vuole focalizzare proprio l’attenzione su aspetti diversi, con la finalità di far emergere quel complesso dialogo tra leggerezza e profondità, tra divertimento e apprendimento, tra sapori e saperi.

A disposizione dei genitori ingredienti semplici come pane, frutta fresca e secca e biscotti, affinché la riflessione sia accompagnata dalla preparazione di una piccola merenda per i loro bambini. Le mani si orientano subito al lavoro, mentre invito a raccogliere pensieri sparsi. Cosa vi immaginate stiano facendo i vostri figli nell’altra stanza? Cosa vuol dire per voi ritrovarvi insieme a preparare qualcosa per loro e come li pensate in questo momento? Cosa ne dite se mentre un gruppo prepara la merenda l’altro raccoglie i fili di ciò che accade per costruire una storia da raccontare dopo ai bambini?

Il cibo viene subito trasformato e compaiono immagini che invito a nominare, per quelli che potrebbero essere alcuni dei personaggi della nostra storia per i bambini. L’atmosfera è di gioco e, mentre alcuni adulti si fanno guidare nelle scoperte/riflessioni che pian piano prendono forma ed emergono, altri rimangono scettici ad osservare la scena. Sollecitati, rispondono che forse si aspettavano di lasciare i bambini e andare a bere un caffè, forse avevano immaginato di fare qualcosa insieme o forse ancora di aspettarli senza fare nulla. Vuoi dire che è più semplice manipolare cibo che pensieri?

Come dico anche a loro sarà molto interessante vedere cosa accadrà poco dopo quando, come previsto dal nostro progetto, adulti e bambini si incontreranno nuovamente per raccontarsi cosa è accaduto nei singoli laboratori. Gli ingredienti che metto a loro disposizione sono le domande, le curiosità, gli stimoli per alcune riflessioni intorno al tema “educare al gusto” e la possibilità di scoprire insieme che l’incontro con il cibo può essere un modo per approcciare il gusto nelle sue molteplici sfumature.

Nella scena successiva ci ritroviamo insieme, adulti e bambini, uniti dal racconto dell’esperienza, dall’esibizione di quanto i bambini hanno sperimentato e dall’offerta del cibo preparato dai genitori, insieme alla loro storia. I bambini sono seri, emozionati e desiderosi di raccontare le loro molteplici scoperte trattenute, dopo la sperimentazione, sui tanti disegni appesi al muro e che, al termine, potranno portare a casa per continuare a raccontarle ai loro genitori. I genitori, nel clima festoso, sono di fronte alla possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. A loro la scelta di coglierla o meno.

Mentre la sala è vuota e siamo rimaste sole nell’opera della raccolta, del riordino e dello scambio delle prime positive impressioni sulla giornata, lo sguardo rivolto al muro ci rivela che metà dei disegni sono rimasti lì.

Senza sconto

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senza scontidi Irene Auletta

Prima  o poi doveva accadere. Durante la vacanza ci siamo misurati con la tua nuova esperienza di mail di denti che, nonostante le terapie, di notte si risvegliava chiedendoci di inventare quanto possibile per aiutarti a tollerare quel dolore che pareva arrivare come una scheggia impazzita nel cuore del sonno.

Ma come si fa ad aiutarti a capire che ti abbiamo dato quella pastiglietta che fra poco ti farà passare il male? Come rassicurarti? Come dirti abbiamo capito amore ma dobbiamo dargli il tempo di passare un pochino? Quando le parole si svuotano di significato si rimbalza con violenza contro nuove forme di impotenza.

Il dolore senza parole e’ un urlo, a volte disperato. Il dolore senza parole diventa rabbia, protesta e proclama a gran voce un senso di ingiustizia.

In vacanza, e nel nostro agriturismo, le notti movimentate non sono passate inosservate a chi, come noi, ha scelto questo luogo di quiete. E così con tuo padre ci siamo ritrovati a fare quello che non abbiamo mai fatto nei tuoi diciassette anni di vita, vedendoti più volte imprigionata nelle tue stesse reazioni. Sono le due del mattino. Che ne dici se usciamo e andiamo a farci un giro in auto?

A volte ha funzionato e a volte no. A volte mi sono ritrovata tra le braccia una ragazza diventata piccola, piccola che mi chiedeva di essere cullata per potersi calmare. Di fronte all’urlo non si può discutere e solo più tardi possono tornare le parole. Ti sei spaventata tanto amore? Che brutta crisi che hai avuto e che male hai sentito? Il babbo ha fatto la sua magia con questa scatolina da cui esce una dolce musica che ci fa compagnia. Il peggio è passato.

Anche stavolta, di fronte al tuo dolore, osservo colpita l’assenza delle lacrime. Saranno anche queste una forma evoluta di espressione e comunicazione che non ti è dato sperimentare? Ogni esperienza insegna qualcosa di nuovo e nel nostro bagaglio quest’anno sicuramente c’è qualcosa in più, fra le bellezze e le fatiche che fanno della nostra vita, proprio la nostra.

Ehi, bentornata, tutto bene le vacanze? Si, si … Tutto bene, tutto bene!

Fichi d’India

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fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

Prospettive verdiazzurre

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Prospettive verdiazzurredi Irene Auletta

Senti, la fatica così non mi dice niente, se non ne capisco il senso temo di non riuscire a proseguire. Circa ventiquattro anni fa dicevo questa frase mentre facevo cadere a terra uno zaino che mi aveva accompagnato fino a quel momento in quella che era la mia prima vera escursione in montagna. Vabbè che il tipo mi piace parecchio, pensavo, ma a tutto c’è un limite cavolo …. E poi io sono una donna di mare perlamiseria!

Le strade della vita sono così e grazie al mio compagno di viaggio, negli anni a venire, ho imparato ad apprezzare quelle esperienza per me sconosciute, scoprendone inattese possibilità e limiti che … vanno bene così.

Ma sei sicuro che all’andata abbiamo fatto questo sentiero, non lo riconosco? Mi consigli di voltarmi e guardarmi indietro per ritrovare le tracce di quella stessa esperienza fatta poco fa in direzione contraria. Le camminate in montagna sono fonte di continue immagini metaforiche che restituiscono luce a tante altre dimensioni dell’esistenza. Anche la propria vita a volte, guardata nel presente non si riconosce, così come pare di aver smarrito la propria essenza.

Per questa gita parto con uno stato d’animo abbastanza provato dagli ultimi mesi o forse dalla mia stessa vita. Mi piacciono, mentre percorro il sentiero in salita, la sensazione di prendere distanza da questioni troppo calde, il silenzio che alimenta le onde lente dei miei pensieri e l’idea di voltarmi indietro per guardare cosa è accaduto.

Piano piano mi riconosco e mi rimetto in ordine. Fa un po’ bene e un po’ male. Ho perso pezzi che posso recuperare e ho fiducia ma, ogni immagine di quello che vedo, come un fotogramma al rallentatore, mi richiama a stare nel mio sentiero di vita, che è questo e questo rimane.

Mi torna in mente la scena del film Ratatuille quando il famoso critico culinario chiede che gli venga servita della prospettiva. Le nostre vite, troppo spesso schiacciate da un ingombrante quotidiano, rischiano proprio di perdere di vista quel respiro lungo offerto da uno sguardo capace di spaziare, osare ed andare oltre.

Dissi anni fa che la ricerca di senso è un sapore al quale non posso rinunciare. Oggi me lo gusto pienamente con gli occhi rivolti al cielo. Ancora una volta la montagna mi ha insegnato parecchie cose. Su di me.

Meglio il fastidio

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meglio il fastidio

 

di Irene Auletta

Tutti i giorni, più o meno, lo stesso rituale. Varchiamo la soglia del nostro portone e invece di dirigerti verso l’ascensore tenti il passaggio furtivo verso uno scaffale pieno di volantini e giornaletti pubblicitari. La carta in mano, il suo rumore, i suoi colori sono un po’ un gioco e un po’ una stereotipia e quindi non sempre è facile capire il punto del limite, da ridefinire ogni volta.

Dai Luna lascia stare queste carte, te lo dico ogni giorno e poi guarda quelle che hai buttato a terra e che ora dovremo raccogliere! La nuova sostituta della custode che mostra già di averti ben identificata, mi conferma che passare inosservati è praticamente impossibile. Non si preoccupi signora lasci stare che ci penso io, dice con estrema (e per me eccessiva) gentilezza.

Potrei lasciar correre, come faccio tante volte, ma oggi no. Mia figlia ha fatto questo pasticcio e lei lo sistema, ribatto cercando di non apparire ostile alla sua cordialità e al suo sincero dispiacere per l’ingrato compito a cui sto sottoponendo la “povera” fanciulla.

Mi torna in mente quanto accaduto qualche giorno fa con un tuo compagno del Centro. Di fronte al suo tentativo di avvicinarsi per abbracciarmi ho allungato la mano dicendogli che lui è un ragazzo grande  e io una signora e quindi ci si saluta così. Ho aggiunto che lo dico sempre anche a te quando ti accade di non rispettare quel confine fisico importante per definire gli incontri e le relazioni.

L’educatore mi sorride a distanza con un cenno di approvazione che parla di tutte le volte che probabilmente si sente dire non si preoccupi, non mi da fastidio! Ecco, appunto. A parte che questa frase anche risentita a distanza è davvero bruttina, forse bisogna proprio imparare a dire che non è questo il problema. Il messaggio non piacevole da ricevere, ogni santa volta, è la negazione della possibilità di imparare e, soprattutto, il diritto di farlo.

Io, cara figlia, continuo ad insistere per questo, per sostenere il tuo diritto di imparare seppur con i tuoi tempi a volte anche per me indecifrabili. Raccogliamo le carte sparse sul pavimento e alla fine facciamo il patto che una sola puoi tenerla.

In ascensore ti faccio una delle nostre espressioni buffe per scherzare su quanto accaduto poco prima e tu, guardandomi dritto negli occhi, mi restituisci il giornale che hai in mano.

Ecco.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

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