Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

La cura in viaggio

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di Irene Auletta

In questi giorni il tema della cura mi segue, quasi come affettuoso compagno di viaggio. Ne sto parlando con educatori e insegnanti di vari ordini di scuola e ci sto pensando in relazione al prossimo evento del nostro gruppo Amazzone o Penelope.

In questo momento storico mi sembra un bel segnale riprenderlo e valorizzarlo come oggetto di interesse e curiosità, ancora da esplorare e scoprire, proprio pensando a quelle situazioni dove invece il valore della cura rischia di rimanere offuscato dalle corse della vita e da tutto ciò che finisce per diventare priorità.

Ci pensavo stamane alla trascuratezza come “omissione di determinate forme di attenzione” che ahimè coinvolgono proprio le persone più sensibili o diremmo oggi, più fragili. Mi piace pensare che la cura si possa identificare non solo con la fatica, il sacrificio e la dedizione, ma anche con la passione e la possibilità di riempire un incontro di significati inediti. 

Che poi, lo immaginate che la cura crea dipendenza?

Davanti al mio computer, lontana da casa, sistemo gli appunti per questo ultimo incontro di formazione che oggi pomeriggio mi farà incontrare un terzo gruppo di educatori e di insegnanti. Il tema della cura, intrecciato a quello dell’inclusione e della disabilità, volteggia nella mia mente quando mi arriva una tua foto.

Tuo padre immagina bene quanto proprio oggi mi costi essere distante mentre ti accingi al tuo primo fine settimana lontana da casa, con altri compagni di viaggio. 

Prima di partire ho fatto quello che fanno le madri. Ti ho sistemato il bagaglio, valorizzando quel nuovo trolley da signorina tutto tuo e ti ho abbracciato forte sussurrandoti all’orecchio di divertirti tanto.

Le pressioni di cura, come le ha chiamate Andrea Canevaro, sono una brutta bestia. Ti tolgono il respiro mentre le vivi e ti mancano appena ne prendi distanza. Io, negli anni, ho imparato che ciò che mi manca non è tanto la cura in sé, quanto la costellazione dei gesti che rendono noi due, madre e figlia, quello che siamo.

La cura parla di relazioni e di forme di attenzione che profumano d’amore e per me, oggi, amarti vuol dire imparare a lasciarti andare verso la cura altrui.

Includiamoci per mano

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di Irene Auletta

Ho sempre pensato che la storia dei figli condizioni fortemente il modo di essere genitori e in questi giorni, proprio la ripresa delle scuole, sembra sottolineare quella linea di demarcazione che sovente crea un abisso fra le differenti realtà.

Se da una parte, la ripresa delle esperienze anche nei passaggi fra i vari ordini di scuola sancisce la crescita, il cambiamento e le evoluzioni offerte dalle nuove possibilità, dall’altra la parola inclusione arriva come un macete.

Certo ci sono anche tante esperienze positive e molto ricche che è importante non smettere mai di raccontare e riconoscere, ma purtroppo, forse la maggioranza dei genitori si misura ancora con i mille problemi legati all’inserimento di bambini o ragazzi con disabilità.

Negli anni mi è parso di osservare un cambiamento importante di fronte a disabilità meno complesse che, paradossalmente e in modo assurdo, segna un ulteriore e beffarda differenza anche tra chi vive allo stesso modo una condizione di disabilità. 

Ascoltando commenti di tanti genitori, in questi giorni mi raggiungono sgomento, fatica, frustrazione e rabbia. Chi deve attendere l’arrivo dell’insegnate di sostegno, chi deve rimanere nei paraggi della scuola per prendersi cura del figlio in caso di bisogno, come ad esempio cambiare il pannolino o portarlo in bagno, chi la scuola può guardarla solo da lontano perchè per il proprio figlio, in barba a tutti i diritti allo studio, non c’è posto.

Come direbbe la mia maestra Feldenkrais, non dimentichiamoci di respirare.

Proprio a quei genitori che in questi giorni stanno attraversando strade piene di sassi vorrei dedicare queste mie parole e l’invito a non smettere di respirare. Seguire figli disabili a volte è una bella sorpresa, a volte è difficile, a volte difficilissimo.

Non soccombere alla fatica e al senso di isolamento, reale e culturale, è una sfida quotidiana che negli anni si può imparare a “perfezionare” per non ammalarsi, non inacidirsi e per non escludersi dal mondo. Tra genitori che vivono le medesime esperienze ci si può sostenere, confortare e consolare anche ricordandosi di brindare in occasione delle tante storie positive.

Forse nella scuola il progetto di inclusione ha ancora tanta strada da fare ma, sul fronte dei genitori, ritrovo sovente una grande solidarietà che mi auguro possa aumentare sempre di più medicando la dannosa naturale tendenza al desolato sconforto, figlio di tanta rabbia e dolore, e nutrendo con cura strategie per rivendicare diritti e possibilità di vita migliore.

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