Inclusivi a seconda

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di Igor Salomone

Sono al parco, in panchina. Sia concretamente sia in senso metaforico. Ci sono momenti in cui la vita ti mette in panchina, e allora non resta che osservare gli altri giocare. E fa un gran bene.

Sono in sette, dodici-tredici anni, quattro maschi e tre femmine. Stanno giocando con un pallone a un po’ di tutto, sono bellissimi. C’è anche il calcio nel loro repertorio, non è che siano dei grandi atleti, anzi, appaiono piuttosto impacciati ma si impegnano, tutti, moltissimo. Per un po’ squadre miste, poi le ragazze decidono maschi contro femmine. Porte improvvisate con i cappotti, cellulare rigorosamente in tasca da tirar fuori per immortalare qualcosa, ogni tanto qualcuno sparisce poi torna da non capisco dove. Vanno avanti così per un’ora, a tratti mi commuovono per quello che sono: non più bambini non ancora ragazzi.

Giocano e sudano assieme per tutto il tempo, non si mollano, non litigano, qualcuno più bravo non fa pesare la sua maggiore competenza, sono competitivi ovviamente, ma non escono mai dalle righe del gioco, maschi e femmine dentro uguali e a pieno titolo. Insomma riescono a farmi commuovere impalato e sorridente su quella panchina. E’ bello vederli e respirarne la vitalità felice che esprimono in ogni gesto.

Poi arriva lui. Allampanato, più alto di una spanna, sui diciotto anni o forse più, del tutto fuori luogo già nel modo con il quale lo vedo avvicinarsi al gruppetto di giocatori e giocatrici che, nel frattempo, si era messo in cerchio per scambiarsi la palla in stile pallavolo. Penso, ahia, è troppo vicino, ora cerca di intrufolarsi. Normalmente uno di quell’età e così diverso fisicamente girerebbe al largo da quei ragazzini, ma capisco subito anche da sue certe strane gestualità che quel ragazzo non appartiene alla “normalità”. Infatti stringe lo spazio e chiede candidamente se può giocare.

Nessuna risposta. Verbale per lo meno. Perchè il gruppo, al contrario, inizia a costruire risposte corporee visibilissime: si stringe, chiude i varchi, evita di passare palla all’intruso, riguadagna spazio man mano che il nuovo arrivato preme. E nessuno molla, come facevano poco prima per andare a fare qualcosa d’altro o per cambiare gioco. Si limitano a serrare i ranghi.

Iniziano a piacermi un po’ meno.

Su quella panchina ora friggo, vedo quel povero ragazzo che non si scoraggia, insiste, cerca di crearsi uno spazio nel cerchio con molta delicatezza, va a recuperare la palla, ma non serve a nulla. Fuori era e fuori resta, con mia grande sofferenza.

Poi la palla fugge un po’ più lontano giungendo sino ai miei piedi. Questa volta una ragazzina batte sul tempo l’infelice escluso e tenta il recupero avvicinandosi molto alla mia panchina. Io raccolgo la palla, non gliela lancio come lei si aspetta, gliela porgo e la costringo quindi ad arrivare a un metro da me. Col braccio teso faccio per dargliela, ma d’improvviso le chiedo: se non volete che giochi con voi, perchè non glielo dite? Lei, stupita dal fatto che le parlassi e imbarazzata dalle mie parole mi risponde che se lo glielo dicevano ci restava male.

Perchè, le domando ancora, secondo te invece la vostra indifferenza lo fa star bene? poi le riconsegno la palla.

Ok, non è andata esattamente così. La palla non è mai passata nelle mie mani, anche questa è una bella metafora. E non avendo la palla non ero in gioco, a meno di non entrare a gamba tesa. Avrei però voluto fortemente andasse così.

Spero solo che quei ragazzini e ragazzine, così belli, così bravi a giocare assieme, così pronti a includere tutte le differenze interne alle loro relazioni, intercettino prima o poi qualcuno che insegni loro che non si può essere inclusivi a intermittenza, a seconda dei casi. O per lo meno, che si può pur scegliere chi includere e chi no, ma che questa scelta comporta anche assumersene apertamente e con coraggio la responsabilità, e la decenza di non prendere in giro chi si mette pazientemente in fila aspettando una risposta che non arriva mai.

I bambini ci guardano

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di Irene Auletta

Ho parlato molte molte del peso degli sguardi e della fatica di farci i conti ogni giorno ma in questi ultimi giorni mi hanno colpito in modo particolare gli sguardi dei bambini, anche molto piccoli. All’inizio ho pensato che fosse solo una coincidenza ma poi, incuriosita da alcune osservazioni ricorrenti, ho iniziato a farci caso con maggiore attenzione.

Ora, è cosa certa. Anche i bambini nel passeggino vengono raggiunti dalla tua diversità. Si fermano attenti a osservarti, curiosi di quella curiosità infantile, senza giudizio o pregiudizio. Già nel giro di pochi anni, il loro sguardo non mi pare più così limpido ma diventa carico di quelle domande che si intravedono senza neppure troppe censure nelle espressioni dei grandi.

Ieri ci siamo regalati il primo picnic della stagione, all’aperto e sempre un po’ isolati nella nostra bolla che, in verità, esisteva ben prima della pandemia.  Mentre siamo all’interno del parco, nel percorso verso la nostra meta, un papà passa in bici con la sua bambina, di non più di quattro o cinque anni, seduta nel seggiolino posteriore. Ci passano a fianco diverse volte e ogni volta la bambina non ti stacca gli occhi di dosso e quasi si contorce sul seggiolino per non perderti di vista fino all’ultimo istante per lei possibile, mentre il babbo si allontana pedalando.

Una, due, tre volte. Sarà pure una bambina ma oggi mi scoccia in modo particolare e così metto in atto alcune delle strategie inventate negli anni, forse per proteggere più me che te.

Però, poco dopo, non posso fare a meno di continuare a pensarci e la mia anima pedagogica continua a chiedersi cosa riescano a cogliere i bambini e perchè, sin da così piccini, siano tanto attratti dalla differenza. Forse per parlare di inclusione dovremmo partire proprio da lì, da quegli sguardi innocenti, da quella curiosità, da quella voglia di capire.

Forse, così facendo, potremmo sperare in un mondo più leggero anche per noi, che ci faccia passare felicemente inosservati. Forse.

Te lo racconto addolcendo tutte le parole tra noi possibili e come sempre ti curo e mi curo, ti guardo e mi guardo. Per oggi il verde e l’azzurro sono nostri amici. Per oggi, può bastare.

Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

La cura in viaggio

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di Irene Auletta

In questi giorni il tema della cura mi segue, quasi come affettuoso compagno di viaggio. Ne sto parlando con educatori e insegnanti di vari ordini di scuola e ci sto pensando in relazione al prossimo evento del nostro gruppo Amazzone o Penelope.

In questo momento storico mi sembra un bel segnale riprenderlo e valorizzarlo come oggetto di interesse e curiosità, ancora da esplorare e scoprire, proprio pensando a quelle situazioni dove invece il valore della cura rischia di rimanere offuscato dalle corse della vita e da tutto ciò che finisce per diventare priorità.

Ci pensavo stamane alla trascuratezza come “omissione di determinate forme di attenzione” che ahimè coinvolgono proprio le persone più sensibili o diremmo oggi, più fragili. Mi piace pensare che la cura si possa identificare non solo con la fatica, il sacrificio e la dedizione, ma anche con la passione e la possibilità di riempire un incontro di significati inediti. 

Che poi, lo immaginate che la cura crea dipendenza?

Davanti al mio computer, lontana da casa, sistemo gli appunti per questo ultimo incontro di formazione che oggi pomeriggio mi farà incontrare un terzo gruppo di educatori e di insegnanti. Il tema della cura, intrecciato a quello dell’inclusione e della disabilità, volteggia nella mia mente quando mi arriva una tua foto.

Tuo padre immagina bene quanto proprio oggi mi costi essere distante mentre ti accingi al tuo primo fine settimana lontana da casa, con altri compagni di viaggio. 

Prima di partire ho fatto quello che fanno le madri. Ti ho sistemato il bagaglio, valorizzando quel nuovo trolley da signorina tutto tuo e ti ho abbracciato forte sussurrandoti all’orecchio di divertirti tanto.

Le pressioni di cura, come le ha chiamate Andrea Canevaro, sono una brutta bestia. Ti tolgono il respiro mentre le vivi e ti mancano appena ne prendi distanza. Io, negli anni, ho imparato che ciò che mi manca non è tanto la cura in sé, quanto la costellazione dei gesti che rendono noi due, madre e figlia, quello che siamo.

La cura parla di relazioni e di forme di attenzione che profumano d’amore e per me, oggi, amarti vuol dire imparare a lasciarti andare verso la cura altrui.

Includiamoci per mano

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di Irene Auletta

Ho sempre pensato che la storia dei figli condizioni fortemente il modo di essere genitori e in questi giorni, proprio la ripresa delle scuole, sembra sottolineare quella linea di demarcazione che sovente crea un abisso fra le differenti realtà.

Se da una parte, la ripresa delle esperienze anche nei passaggi fra i vari ordini di scuola sancisce la crescita, il cambiamento e le evoluzioni offerte dalle nuove possibilità, dall’altra la parola inclusione arriva come un macete.

Certo ci sono anche tante esperienze positive e molto ricche che è importante non smettere mai di raccontare e riconoscere, ma purtroppo, forse la maggioranza dei genitori si misura ancora con i mille problemi legati all’inserimento di bambini o ragazzi con disabilità.

Negli anni mi è parso di osservare un cambiamento importante di fronte a disabilità meno complesse che, paradossalmente e in modo assurdo, segna un ulteriore e beffarda differenza anche tra chi vive allo stesso modo una condizione di disabilità. 

Ascoltando commenti di tanti genitori, in questi giorni mi raggiungono sgomento, fatica, frustrazione e rabbia. Chi deve attendere l’arrivo dell’insegnate di sostegno, chi deve rimanere nei paraggi della scuola per prendersi cura del figlio in caso di bisogno, come ad esempio cambiare il pannolino o portarlo in bagno, chi la scuola può guardarla solo da lontano perchè per il proprio figlio, in barba a tutti i diritti allo studio, non c’è posto.

Come direbbe la mia maestra Feldenkrais, non dimentichiamoci di respirare.

Proprio a quei genitori che in questi giorni stanno attraversando strade piene di sassi vorrei dedicare queste mie parole e l’invito a non smettere di respirare. Seguire figli disabili a volte è una bella sorpresa, a volte è difficile, a volte difficilissimo.

Non soccombere alla fatica e al senso di isolamento, reale e culturale, è una sfida quotidiana che negli anni si può imparare a “perfezionare” per non ammalarsi, non inacidirsi e per non escludersi dal mondo. Tra genitori che vivono le medesime esperienze ci si può sostenere, confortare e consolare anche ricordandosi di brindare in occasione delle tante storie positive.

Forse nella scuola il progetto di inclusione ha ancora tanta strada da fare ma, sul fronte dei genitori, ritrovo sovente una grande solidarietà che mi auguro possa aumentare sempre di più medicando la dannosa naturale tendenza al desolato sconforto, figlio di tanta rabbia e dolore, e nutrendo con cura strategie per rivendicare diritti e possibilità di vita migliore.

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