Geometrie variabili

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di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Incontri gentili

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di Irene Auletta

Scendiamo a prendere il pulmino che ogni mattina passa a prenderti per accompagnarti al centro diurno che frequenti e stamane riusciamo a farlo con netto anticipo proprio per evitare attese anche a chi aspetta, dopo di noi, lo stesso passaggio. Di solito siamo gli ultimi e quindi anche un piccolo ritardo lo viviamo con più serenità ma in questi giorni è cambiato il giro.

Forza Luna non possiamo arrivare tardi e secondo me già ci aspettano giù!  Rituali del mattino che conoscono bene i genitori dei bambini piccoli e che per noi rimangono un costante appuntamento con il nuovo giorno che inizia.

Grazie signora per essere così in anticipo purtroppo in questi giorni che la collega è in ferie abbiamo dovuto anticipare di cinque minuti. Spero proprio che non vi abbiamo creato problemi. La gentilezza dell’autista che continua a scusarsi mi colpisce così come quella della sua collega incontrata per tutto l’anno. Persone attente, cordiali e sempre disponibili ad un sorriso.

Lo racconto sovente degli incontri belli e delle tante persone positive che abbiamo incontrato in questi anni insieme a te. Forse abbiamo imparato, e lo facciamo ogni giorno, a non farci troppo toccare da quella facile critica, accompagnata da un costante malcontento, ormai male incurabile dei nostri giorni.

Penso alla lezione Feldenkrais di qualche giorno fa e a quel lavoro che ha coinvolto bocca e mascella, spesso tirati o serrati nell’incontro con il mondo. In quel percorso di ricerca di morbidezza del corpo trovo ogni giorno vie possibili per relazioni gentili.

Può essere, figlia mia, che quella bocca morbida a volte non perfettamente chiusa evochi tanto facilmente il tuo ritardo. Ma quando è pronta a schiudersi in un sorriso è contagiosa e, per chi lo sa cogliere, diventa un buongiorno che profuma di primavera.

Il risveglio della morbidezza

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di Irene Auletta

Iniziate ad ascoltarvi, provate a fare questo movimento, fate molto lentamente. Inizio della lezione Feldenkrais di qualche giorno fa, uguale a tante altre nel suo incipit e che, ogni volta, pare suggerire il recupero di quell’attenzione sovente smarrita verso l’ascolto del proprio corpo.

Pausa dalle frenesie quotidiane, diventata per me indispensabile anche come interessante crocevia di emozioni ed esperienze, tra fuori e dentro quell’incontro. Arrivo alla lezione carica di diverse tensioni e di quella durezza nascosta dalle parole ma rintracciabile perfettamente negli occhi. Quella durezza peculiare che nasce dalle preoccupazioni e da quel senso di impotenza che ogni tanto viene a salutarmi quando penso a te.

E così, dopo pochi ma intensi passaggi Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, nomina parole perfette che diventano unguento magico per il cuore che pizzica. Stasera con queste sequenze andremo a recuperare quella morbidezza che, proprio partendo dal corpo, può rivolgersi al resto di noi e a quanto ci circonda.

Forse l’insegnante non ha utilizzato esattamente queste parole ma io le ho intese così e in un attimo ho sentito il bisogno di indebolire un pochino quella corazza che, strato su strato, ogni tanto più che proteggermi rischia di asfissiarmi.

E mentre l’insegnante guida nella ricerca dei movimenti e dei nuovi apprendimenti, penso al mio stomaco contratto di questi giorni, ai pensieri che ogni tanto si fermano in gola, a quel ripetere tante volte tutto bene grazie mentre vorrei ruggire. Accade sempre meno, ma accade ancora.

Il corpo cede e permette all’anima di accomodarsi in uno spazio senza troppi spigoli. I motivi delle tensioni recenti perdono un po’ dei loro contorni bui e inizio a percepire nuove sfumature possibili.

Ci salverà la morbidezza amore. Te lo sussurro in quel nostro abbraccio che mi fa passare tutto.

Morbididentro

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269583di Irene Auletta

Bellissima lezione Feldenkrais quella dell’altra sera. Angela, la nostra insegnante, ci anticipa che faremo un lavoro con piccoli rulli, da lei appositamente confezionati, da utilizzare stando sdraiati sulla schiena, prima a sostegno del collo e poi tra le scapole. Prima di iniziare la lezione Angela ci invita come sempre all’ascolto del corpo e di alcuni particolari. Come sentite la testa e la distanza tra il collo le spalle? E le scapole riuscite a sentirle? Domande che possono sembrare banali solo a chi non ha idea di quanto sia importante e potente un lavoro che coinvolge il corpo e la ricchezza che ogni volta può emergere, unitamente ad un grande benessere condito di piccole scoperte.

Nella prima fase della lezione,  l’esperienza del rullo sotto il collo sembra far sperimentare a gran parte dei presenti sensazioni piacevoli, di riposo e di “star bene”. Poco dopo Angela ci chiede di posizionare il rullo tra le scapole e, accogliendo i primi commenti, anticipa che la posizione può risultare come una provocazione che invita, a volte con un po’ di fatica o disagio, alla ricerca di un nuovo adattamento.

Pensate a come questa provocazione per il corpo può ricordare anche quelle che tante volte ci troviamo ad affrontare nelle nostre vite! La mente mi parte a fare connessioni e in effetti penso che così come ora il corpo prova a trovare modi differenti per adattarsi a quanto “impone” una nuova postura, così tante volte abbiamo bisogno di darci tempo per adattarci alle provocazioni della vita e dovremmo imparare sempre di più a concederci tempo per farlo.

Angela invita a cercare nel corpo, e in particolare nel torace e nelle spalle, zone di morbidezza orientandoci verso quella inconfondibile sensazione che fa sentire morbidi dentro. Esattamente il contrario di quanto accade di fronte alle tensioni, alle difficoltà, alle paure e alle preoccupazioni. Il corpo si irrigidisce e sovente lo stesso accade anche alle azioni e reazioni, alle risposte e al modo di affrontare quella situazione.

E non dimenticatevi di respirare! Quel respiro che subito tratteniamo di fronte alla difficoltà e che spinge esattamente dalla parte opposta della ricercata morbidezza.  Mi capita sovente di confrontarmi con madri provate, anche fisicamente, dal rapporto con figli disabili che ripropone ogni giorno quell’impegno fisico che nella maggior parte dei casi evolve dopo i primi anni di vita. Altro che provocazione!

E allora la strada può essere quella di prendersi cura di se’ per accogliere morbidamente anche l’altro. Lo sperimento quasi tutti i giorni perchè ogni volta che non ci urtiamo con le nostre reciproche rigidità, il nostro incontro sa di bellezza.

Spalle parlanti

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spalle parlanti

 

di Irene Auletta

Ogni volta le lezioni Feldenkrais si prestano ad andare oltre a quello che accade nell’incontro, a creare fili e connessioni tra le diverse dimensioni dell’esistenza, a offrire spunti e riflessioni per intrecciare diversi sguardi sulle esperienze. Però, quelle che esplorano il lavoro sulle spalle, sono tra le mie preferite e, più di tutte, evocano scenari variegati che mi accompagnano nei giorni successivi. E’ ricorrente pensare che le spalle sostengono pesi e fatiche, tanto da nominarle di frequente in molti comuni modi di dire ma Angela, la nostra insegnante, ci riserva sempre piccole sorprese.

Le spalle sono come un archivio delle tensioni e dei conflitti e stasera andrete a sentire quei muscoli, sempre in tensione, che ne impediscono il riposo. Il bello del lavoro sul corpo per me non è tanto, o solo, guarire dalle posture errate ma aumentare quella consapevolezza che aiuta e orienta nel percorso di ricerca. Mi capita sovente di sperimentare come, in determinate situazioni di tensione, fermarsi e respirare, può aiutare a prendere quel minimo di distanza che permette di intravedere altre strategie possibili.

E’ così che accade, ridi serena fino a due minuti prima, mentre in auto torniamo dal Centro in compagnia della musica e poi, già nelle vicinanza di casa, inizia quella protesta che a volte trasforma il tragitto dal posteggio a casa, in una vera avventura. Come accade a chi non ha parole, il tuo corpo prende sovente posizioni decise. Vale per tutte le tue comunicazioni che vanno dagli abbracci che stritolano a quell’impuntarsi puntuale, esattamente a metà dell’attraversamento, sulle strisce pedonali. Di recente mi è accaduto di osservare comportamenti analoghi in altri bambini e ragazzi, con le tue stesse caratteristiche. Madri o padri che sembrano impegnati nel tiro alla fune con figli che faticano a esprimere diversamente la loro volontà o desiderio.

E siamo lì, di ritorno verso casa e tu, dopo vari tentativi per convincerti ad andare oltre, ti aggrappi ad un cancello decisa a non muovere un altro passo. Scene così che puntualmente si ripetono ogni giorno e più volte al giorno, possono davvero mandare al manicomio. Decido di aspettare in silenzio, faccio un respiro profondo e mi accorgo che le mie spalle sono contratte quasi a farmi male. Cosa posso andare a sfogliare ora in questo mio personale archivio?

Mentre ti guardo osservo che anche la tua postura è decisamente in tensione nell’atto di resistere. Sai cosa abbiamo fatto l’altra sera con Angela? ti dico mentre ti accarezzo la schiena. Restiamo qui un momento finché non passa, non abbiamo premura! Ripenso alla lezione e pian piano le spalle mi sembrano un po’ più leggere mentre, poco dopo, una mano posata sul braccio, mi volta verso il tuo sguardo. Ora si che possiamo andare, mi dici in silenzio, senza alcuna esitazione.

Grazie figlia che mi costringi a fermarmi e ad ascoltarti.  Tu non hai parole e mamma è sorda!

Mamma apprendista

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note e silenziodi Irene Auletta

Siamo in auto e subito, come ogni mattina, mi chiedi di ascoltare la musica. Ti piace tanto e non mi dai neppure il tempo di accomodarmi mentre le tue mani hanno già toccato tutti i pulsanti possibili.

La tua immancabile faccia appoggiata, quasi spalmata, al finestrino, in questi ultimi tempi è stata sostituita da quella che a me pare una strana e innaturale postura, che porta tutto il corpo quasi a voler aderire alla portiera.

Stai seduta bene, guarda che sei tutta storta, cosa fai rannicchiata così contro la portiera? Come sempre domando a te per chiedere a me. Cosa vorrà dire questo tuo comportamento che di certo si allontana parecchio dall’immagine della ragazzina “a modo” seduta comodamente a fianco della mamma?

Eri piccina quando, attratta dalle altalene, distribuivi equamente il tuo piacere tra il farsi dondolare dal seggiolino e il rimanere in piedi con l’orecchio premuto contro le sbarre di ferro della loro struttura. Strana bambina, sembravano sottolineare ogni volta gli sguardi altrui di adulti e bambini. Poi un giorno ho messo il mio orecchio vicino al tuo e ho scoperto un mondo inesplorato di suoni e di vibrazioni. Ecco cosa stavi ascoltando tesoro, è bellissimo!

Al termine di una lezione Feldenkrais la nostra insegnante ci invita ad ascoltare i cambiamenti del corpo, prima e dopo la seduta. Stupitevi e meravigliatevi di tutti i piccoli cambiamenti che, attraverso questo nuovo ascolto, vi permetteranno di trattenere nuovi apprendimenti.

Così oggi, ferma al semaforo, provo a imitarti e di nuovo il mio corpo scopre i tuoi segreti. La musica attraverso gli altoparlanti, va oltre le orecchie, si diffonde nelle portiere e, attraverso le vibrazioni che si possono ascoltare standoci appoggiate, racconta di nuove melodie. Mi guardi e ridi quando capisci che alla fine, ho smesso di parlare, ho provato e ti ho raggiunto, anche solo per un attimo, nel tuo mondo.

Stupore e meraviglia, scoperta e possibilità. Ma come ho fatto a non arrivarci prima?
Ogni giorno imparo qualcosa e tu cara figlia, pazientemente, mi aspetti.

Quando si dice cuore.

Terra che accogli

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cammino-sulla-spiaggiadi Irene Auletta

Ci sono lezioni Feldenkrais, durante le quali continuo a stupirmi di quanto accade, meravigliandomi delle trasformazioni messe in luce da nuove forme di ascolto del corpo.

Rimanendo sdraiate sulla schiena, ascoltate l’appoggio del vostro corpo a terra. Angela, la nostra insegnante, ci guida in un sentiero di ascolto che a partire dai talloni giunge fino alla sommità della testa. Il corpo, prima e dopo la lezione, incontra sempre belle trasformazioni e coglierle diventa occasione di apprendimento.

Durante la lezione sento gli spigoli ammorbidirsi pian piano fino a cogliere una piacevole sensazione di terra morbida. Il pavimento sembra diventare sabbia e con gli occhi dell’immaginazione mi pare di vedere l’impronta lasciata dal mio corpo supino.

Ed eccoci di nuovo di fronte ad uno dei nostri scambi non facili. Io che ti chiedo di fare qualcosa e tu che mi dici no con quel tuo corpo disteso sul pavimento che non intende offrirsi a nessuna collaborazione. Siamo appena rientrate a casa e mi accorgo di non aver neppure tolto le scarpe. I tacchi di certo non mi facilitano nel movimento e quindi parto proprio da lì per provare a mettermi comoda e a prendermi il tempo per incontrarti. Penso alle fatiche della cura continua e a me che preferisco condividere ciò che intravedo da pertugi di luce.

Supina sul pavimento mi guardi curiosa, attenta ai miei movimenti come ad ascoltare anche i rumori dei miei pensieri. Mi sdraio al tuo fianco e dopo qualche minuti recito con enfasi terra, terra che accogli portaci l’energia per alzarci come ci insegna Angela, la nostra maestra!

Vedo comparire un mezzo sorriso dietro quella tua espressione da temporale. Insisto e nel frattempo mi diverto a sbirciare le tue buffe espressioni. Poco dopo siamo in piedi abbracciate.

Domani magari non funzionerà ma per stavolta ci siamo risparmiate una battaglia. Grazie terra!

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