Lo vedi che la cosa è reciproca?

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furio2di Irene Auletta

Ve la ricordate la citazione di Carlo Verdone in una delle sue scene comiche tra le più amare ed esilaranti? Ecco, oggi ho evocato proprio quella, pensando a me come genitore.

Ho sempre immaginato che nei tuoi e nostri confronti potesse scattare una sorta di pregiudizio e di certo, avere a che fare con me e con tuo padre, nei nostri panni di genitori, non deve essere facile. Purtroppo per te, questo ti tocca.

Ma in questi giorni, proprio nel confronto con operatori che hai già incontrato o potresti incrociare sulla tua strada, mi sono resa conto del potere inverso del mio pregiudizio.

La cosa, parlando di servizi per la disabilità e di operatori, mi riguarda in modo molto forte e quando si incrocia con la mia storia di madre fa scintille. Forse per le tante storie incontrate, per le esperienze deludenti, per la paura di vederti riflessa laddove non vorrei mai.

Ne parlavo proprio oggi con Fiorella, una mamma che, come me, si è cimentata con il suo doppio ruolo nei panni di insegnante, misurandosi quotidianamente con le idee, i pensieri, i gesti e le considerazioni relative all’inserimento dei disabili nella scuola.

Devo riconoscere che gli anni di professione mi hanno insegnato a prendere distanza e a trattare quei commenti lapidari e giudicanti sulle persone, mi hanno fatto scoprire molte sorprese affatto prevedibili ad un primo sguardo superficiale, mi hanno dato la possibilità di incontrare molte esperienze ricche, importanti e di alta qualità.

Però, ora che i servizi li sto incontrando come genitore, so che devo trovare un nuovo equilibrio e non è strano che tuo padre, su tali aspetti, sia decisamente più sereno. Se avevo bisogno di un ulteriore conferma sulle nostre differenti visuali, eccola.

Solo di recente ho iniziato a non considerare la mia professione come un ulteriore handicap della nostra storia e ora so che, proprio grazie ad essa, posso orientare diversamente il mio sguardo e, anche solo per un attimo, mettere a riposo quell’emozione sconsiderata che mi fa tua madre. Quello che da questa prospettiva è possibile vedere a volte fa male ma, molto spesso, restituisce anche nuovi spiragli di luce e di possibilità.

Proprio quelli voglio continuare ad attraversare per tutelare te e il tuo diritto di imparare ma anche per proteggere me, da quelle derive che il dolore può trasformare in vite piene di astio e rancore.

Oro pedagogico

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Japanese-antiques-003di Irene Auletta

Come mi ha detto uno specialista qualche anno fa, mio figlio è come un vaso rotto e non potrà mai essere altrimenti.

Così, durante una supervisione un’educatrice, mentre racconta delle sue difficoltà a dialogare con la madre del bambino che segue in un intervento di sostegno scolastico, ricorda le parole della signora. Nel corso dell’incontro provo a condurre la riflessione intorno ai significati celati in questa frase che, evidentemente, la madre ha trattenuto con alcuni accenti non difficili da evincere nella complessa situazione che viene riportata nell’incontro.

Ogni volta che mi trovo a trattare situazioni analoghe, cerco di concentrare lo sguardo non tanto su chi all’origine può aver fatto una determinata affermazione ma su come l’ha ricevuta e assorbita il destinatario. Ma cosa vorrà dire per una madre sentirsi dire che il figlio è come un vaso rotto?

Purtroppo non siamo giapponesi e ho la sensazione, che in questa circostanza, siamo parecchio distanti dalle metafore evocate da quella loro pratica kintsugi che utilizza oro e argento per la riparazione di oggetti in ceramica andati distrutti, valorizzandone e aumentandone così il valore.

Nel racconto dell’educatrice sembra che tutti gli adulti che ruotano intorno a questo bambino, specialisti, insegnanti, educatori, ne vedano solo le fratture, le imperfezioni, le mancanze. Le ferite non sembrano affatto impreziosite da oro e argento ma solcate ogni volta da quel giudizio aspro che pone, figlio e genitori, di fronte allo sguardo impietoso di chi pare aver smarrito il suo orizzonte professionale.

Non è facile comprendere quello che ogni giorno incontro nella mia pratica professionale perché ogni tanto mi sembrano più smarriti coloro che dovrebbe sostenere relazioni di aiuto che gli stessi destinatari. Forse siamo un po’ tutti andati in frantumi in questo momento storico che sembra incapace di riconoscere il valore dell’imperfezione come peculiarità dell’umano.

Proviamo a trovare un po’ di luce in questo racconto pieno di ombre, dico rivolgendomi all’educatrice e all’intero gruppo dei presenti. La prossima volta suggerirò di cercare direttamente oro e argento e vuoi vedere che mi invento l’orafo pedagogico?

Eredità saporite

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favedi Irene Auletta

Presa da un non abituale raptus da vera massaia, mi ritrovo a pulire fave fresche immaginandone una zuppa per la sera. In un attimo i pensieri che sono altrove vengono rapiti da una piccola emozione che passa attraverso le mie mani all’opera. Cosa mi ricorda questa gesto? Mia madre, di ritorno dal mercato, intenta a parlare con me e mia sorella. Me la rivedo proprio lì, seduta su quella sedia e con un contenitore in grembo.

Pensando alla potenza del ricordo e all’emozione scaturita da un piccolo gesto, non posso fare a meno di pensarmi come madre. Che fine faranno i miei gesti, le mie espressioni e quegli sguardi che non posso rintracciare nei tuoi occhi?

Stamane, ferma ad un semaforo, ho visto sfilare davanti alla mia auto un gruppo di giovani disabili accompagnati da alcuni adulti che ho immaginato essere i loro educatori o assistenti. E’ un attimo che gola e stomaco vanno per i fatti loro, lasciandomi con gli occhi pungenti.

Ma forse alcune reazioni parlano di una scarsa accettazione, dice una collega, riferendosi ad un episodio analogo in cui la madre in questione non è riuscita a trattenere l’emozione. Ormai, per mia fortuna, tante affermazioni che sento fare da operatori di vario genere, hanno trovato ottime vie per scivolarmi addosso senza lasciare tracce. Quelle relative al tema dell’accettazione però, riescono ancora a farmi sentire pizzichi in tutto il corpo.

Cosa vuol dire accettare? Che dovrei essere contenta del fatto che fra dieci anni in quel gruppo potrebbe esserci anche mia figlia? Che qualcuno dovrà sempre occuparsi di lei e che un giorno dovrò fare i conti con il fatto di non riuscirci più io? Se solo quegli operatori capissero cosa vuol dire emozionarsi mentre si mondano delle verdure, sentirei di lasciare mia figlia in un futuro meno spaventoso!

Per consolarmi ti chiamo. Mamma indovina cosa ho appena comprato e preparato per cena? lo sai che ti pensavo mentre le pulivo? Mi sono ricordata di quando …. Ridiamo un po’ di tutto e niente e pian piano il magone si allontana.

Mi organizzo per venire a prenderti e mi tornano in mente le risate che ci siamo fatte stamattina, mentre ti accompagnavo al centro. Di certo non mi ricorderai nei tuoi gesti ma sappi che, se la fortuna ci accompagna, non ho intenzione di andarmene tanto presto da quel suono cristallino.

Tanto per cominciare stasera ti regalo un gusto e un sapore della nonna. E’ questa la mia e la nostra preziosa eredità. Ogni giorno, ce la facciamo bastare.

Glossite o provochite?

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glossite o provochite?di Irene Auletta

Da quando sei nata mi ritrovo spesso a preoccuparmi per ciò che devi affrontare e al tempo stesso penso sovente a quanto ti/ci è stato risparmiato. Se poi per caso ogni tanto rischio di sedermi sugli allori ci pensa la vita a darmi una bella scampanellata facendomi suonare qualche promemoria di allerta.

Tipo quando, in occasione di una forte sciatalgia conseguente ad una caduta, hai passato tre settimane in sedie a rotelle, facendoci scoprire che i pochi gradini di accesso al nostro portone di casa sembravano l’Everest mentre allo stesso tempo tu, goffa e incerta come sempre, dopo la guarigione ci sei apparsa assai atletica nella capacità di salirli da sola, senza alcun aiuto. Graziesignoregrazie.

Ma sei proprio sicura della sindrome? mi disse anni fa una madre con una figlia tua compagnia di avventura. Mi sembra strano soprattutto guardandole la bocca. Ricordo ancora bene il mio pensiero grato di allora, e ancora oggi attuale, rivolto al paziente lavoro di Angela la tua maestra Feldenkrais e alla cura che ha sempre avuto per quei particolari che fanno la differenza. Avevi solo tre anni quando mi chiese di portare una merenda dopo la seduta perché voleva osservarti mangiare e deglutire per capire meglio il lavoro da fare sulla mascella, la bocca e soprattutto la lingua, la cui protrusione veniva spesso citata tra i sintomi della tua sindrome genetica, insieme alla scialorrea. Per i non addetti ai lavori, mi riferisco a quel comportamento che è facile osservare in tanti bambini disabili e che si mostra con bocca aperta, lingua prominente e perdita di saliva.

Cosa ti succede tesoro che da qualche giorno sputi spesso? Con una luce improvvisiamo il gioco del dentista ma non riesco ad osservare nulla che giustifichi questo tuo atteggiamento. Però la cosa pian piano peggiora e così mi ritrovo a chiedere aiuto all’educatrice del centro che frequenti. Si signora, evidentemente siamo di fronte ad un bel comportamento provocatorio. L’unica cosa è non darle troppa attenzione! E così passano i giorni facendomi confrontare con uno degli aspetti per me più difficili da accettare e che avevo annoverato tra quelli che mi/ci erano stati graziati.

Dopo qualche settimana ci viene in soccorso una bella febbre alta accompagnata da una forma influenzale che si manifesta con una forte glossite. Sempre per i non addetti ai lavori, un’infiammazione della lingua che ne porta gonfiore e aumento della produzione di saliva. Graziesignoregrazie.

Ogni volta mi stupisco della banalità di chi si trova di fronte ai tuoi comportamenti, ogni volta ne scrivo e ogni volta continuerò a risultare antipatica. La straordinaria capacità di banalizzare i comportamenti che non si comprendono dovrebbe essere annoverata nel curriculum di tanti professionisti che ho incontrato e, che so per certo, hanno incontrato quasi tutte le famiglie con figli disabili con cui ho avuto, e ho ogni giorno modo, di confrontarmi.

Tenace tu, testarda io, andiamo avanti così. Graziesignoregrazie!

Testardi, tenaci o coraggiosi?

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braveIrene Auletta

Da tanti anni, di fronte al racconto di bambini o ragazzi con qualche tipo di disabilità, ritrovo l’aggettivo testardi ricorrere con grande puntualità ed è praticamente immancabile soprattutto laddove il problema riguarda in modo significativo limitazioni gravi nell’area comunicativa e del linguaggio.

Non solo ne parlano i genitori, ma gli stessi educatori, insegnanti, terapeuti spesso attingono a questa definizione per dare senso a qualche comportamento. Nei casi peggiori non mi è neppure mancata la stupida affermazione “bisognerebbe capire se ci è o ci fa!”.

Se devo essere sincera la storia non mi quadrava neppure anni fa ma oggi mi lascia assai perplessa soprattutto perché definendo un aspetto caratteriale o del comportamento si rischia di lasciarne totalmente sullo sfondo l’origine non genetica, ma ambientale e quindi educativa.

Provate a immaginarvi fin dalla nascita in un mondo che vi invade di parole mentre voi ne avete pochissime e a volte nulla, pensate ad un bisogno anche elementare che non riuscite a far comprendere e, se poi ci addentriamo nell’area dei sentimenti o delle emozioni, che dire?

La cosa poi altrettanto bizzarra è che quando non si parla di testardaggine molto spesso compaiono commenti come apatico, poco motivato all’apprendimento, tranquillo, buono. Da quando la testardaggine, l’ostinazione a esserci o la tenacia sono diventati aspetti problematici o negativi nel percorso di crescita?

Di certo la difficoltà è dell’adulto che non riesce a capire, a trovare strategie alternative o, semplicemente, a gestire comportamenti che, come possono, chiedono ascolto, rispetto della persona, possibilità di scelta.

Rivedo in modo nitido la nostra fotografia del presente che, lungi dall’essere collegata alla tua adolescenza, da anni si ripropone con impeccabile puntualità. Vuoi farti valere, esprimere il tuo dissenso, una protesta, un malessere, un desiderio e allora cosa fai? Hai scoperto che il tuo corpo può compensare l’assenza di parole ed eccoti seduta o sdraiata a terra ogni volta che vuoi dirci qualcosa, preferibilmente in mezzo alla strada, in qualche negozio o in un parco.

E noi annaspiamo, ci guardiamo suggerendoci con gli occhi nuove possibilità, usiamo la nostra autorevolezza che ogni tanto assume i toni severi dell’autorità. Le più recenti strategie ci sostengono con l’utilizzo delle nuove opzioni offerte dai moderni smartphone: FaceTime, piccoli video o foto per anticiparti e renderti visibile quello che ti stiamo proponendo o provando a farti capire. Insomma, di tutto e di più e forse, incrociandoci, appariamo un po’ marziani, in una nostra bolla peculiare che nei momenti critici si nutre solo della possibilità di riuscire a resistere, mentre tu non molli nel tuo tenace tentativo di affermare la tua esistenza.

Mi piaci figlia quando sei così anche se mi poni di fronte a difficoltà che mi sembrano a volte insormontabili. Tu prosegui con coraggio per la tua via e io continuerò a fare del mio meglio per provare a capire e per aiutarti a trovare strade alternative e a non soccombere.

 

Cesti e cestini

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cesti e cestinidi Irene Auletta

Pensate mai a quelle frasi ricorrenti che vi piacerebbe non sentire più o gettare  in un virtuale cestino dei luoghi comuni? Ce ne sono una serie che mi sembrano assai frequenti anche attraversando differenti contesti.

Attirano in particolare la mia attenzione quelle che restituiscono una grande confusione di confini e significati tra la vita personale e quella professionale.

La priorità è la mia famiglia! è tra le più gettonate e resiste stoica a tutte le mode. Poi ci sono quelle di contorno che parlano con esasperazione di grandi fatiche, persone sempre più stressate, rabbie e frustrazioni per scarsi riconoscimenti professionali o economici e via discorrendo in un personale elenco che ciascuno può arricchire a partire dalla propria realtà.

L’atteggiamento trasversalmente comune, in queste circostanze, mostra un andamento che oscilla tra il depressivo e l’aggressivo con tendenze al lamento costante e alla rivendicazione a oltranza, per qualsiasi cosa. Ho la sensazione che proprio i professionisti impegnati nelle relazioni educative e di aiuto siano tra i più colpiti da questi sintomi e da una forma di incontinenza comunicativa che osservo tra il preoccupato e il curioso, anche alla ricerca di opportune e necessarie contromisure.

Poi, per fortuna, arrivano le sorprese.

Sono in pensione da diversi anni ma ora mi sento veramente stanca e annoiata. Ho insegnato per tanti anni e non sentivo mai la fatica. Il lavoro era la mia energia e l’incontro con i ragazzi era per me un continuo stimolo.

Scambio in ascensore con una signora che abita nel mio palazzo e che incrocio spesso costruendo piccole storie a puntate relative alle nostre scelte professionali. Pensando  al suo ultimo commento riconosco che la differenza la fa proprio la passione ed è quella che si sente nelle relazioni che trasmettono buona energia e quella voglia di interrogare anche le difficoltà e le fatiche, alla ricerca di nuove possibilità.

Ma come si fa ad insegnare la passione? mi chiede una giovane insegnante mentre parliamo proprio di tale questione.

Si possono insegnare la curiosità, la fiducia, il rispetto, l’ottimismo, la speranza, l’allegria, l’amore per il sapere? Possiamo immaginare la fatica come portatrice di nuove risorse e il dolore come occasione per dare anche senso alle nostre esistenze?

Quando le mie risposte saranno negative di certo non sarò più qui a scriverne. Per ora, mi sa che impacchetto un po’ di queste domande e ne faccio cesti natalizi!

Disabilità di chi insegna

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sfumaturedi Irene Auletta

Girovagando nel web mi colpisce uno scambio tra alcune persone che immagino essere sia genitori di figli disabili che insegnanti. Si parla di integrazione scolastica, di fatiche, di insegnanti di sostegno che cambiano di continuo. Molte polemiche e poca sostanza ma, proprio mentre sto per passare oltre, mi trattiene una domanda.

A volte ho proprio l’impressione che le diverse insegnanti incontrate da mio figlio abbiano sempre dovuto prima imparare loro cosa fare e poi, quando arrivava il momento buono, se ne andavano. Possibile che rispetto alla disabilità sia così difficile capire quali proposte fare ai ragazzi a scuola o nei vari centri? 

In fondo, prosegue un’altra voce attiva nella conversazione, le insegnanti dovrebbero essere preparate ad insegnare cose ben più difficili.

Ecco cosa mi ha colpito. Proprio quella parola lì, difficile.

Non posso fare a meno di pensare ad aule di sostegno, o centri per ragazzi disabili, dove, soprattutto in passato, mi è capitato di osservare giochi e materiale didattici assai simili a quelli che in tanti anni di esperienza ho avuto modo di incrociare in molti servizi per la prima infanzia.

So bene che la differenza non la fa il materiale in sè ma come gli insegnanti o  gli educatori lo utilizzano, ma non posso fare a meno di pensare che il problema, forse, sta proprio nel rapporto tra facile e difficile. Pensando, attraverso un pensiero che banalizza, che il ragazzino disabile abbia bisogno di fare qualcosa di più facile, rispetto agli altri suoi coetanei senza difficoltà, ho l’impressione che si commetta il medesimo errore di una nota storiella zen.

Una mosca tenta di uscire dalla finestra continuando a sbattere contro l’anta chiusa. Se solo si spostasse di poco potrebbe uscire da quella adiacente aperta. Ma la mosca, non lo sa.

Il problema non è semplificare le abilità altrui ma attivare un processo di scoperta e ricerca rispetto a quelle della persona che si ha di fronte, alle sue abilità e possibilità. Rendere più facili compiti a volte impossibili, non vuol dire accogliere la diversità dell’altro ma schiacciarla sempre di più all’interno di un confronto impossibile da sostenere, perdendo l’occasione di insegnare e imparare qualcosa di nuovo. Ora che ci penso, mi pare che questa considerazione valga anche per molti altri ragazzini senza alcuna disabilità.

Abbiamo urgente bisogno di insegnanti ed educatori con diverse abilità. Ci sono tanti ragazzi più fortunati di altri, ma sarebbe anche ora di smetterla di affidarsi alla fortuna. Troppo facile, no?

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