L’umano e la condivisione della sofferenza

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Stralcio del mio intervento al convegno del 19 ottobre scorso F@reDiversamente a Lainate. Trovate tutti i riferimenti qui.

Triangoli calciopedagogici

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C’è un campo di calcio a Bonassola – racconta un signore seduto in prima fila – troppo piccolo per avere un bordo campo con relative linee. Beh, dico fra me e me, in effetti è persin difficile pensare che in quel paesino arroccato sulle coste delle Cinque Terre possa esercì spazio per giocare a pallone. Salvo doverlo recuperare tra gli scogli dopo ogni tiro teso. Dunque – continua il nostro amico – non esisteva il fallo laterale. Cerco di capire dove voglia andare a parare. Mi stuzzica quell’incipit, ma non riesco proprio a intuire che c’entri con quello che stavamo dicendo.

Franco Bomprezzi e io dialogavamo da un’oretta attorno al mio libro, Con occhi di padre, durante la presentazione milanese di ieri alla libreria Odradek. Franco aveva appena letto quel lungo passaggio che inizia con “Hai fatto caso, Luna, che strano universo ti si è stretto attorno?”(p- 108) seguito dal lungo elenco degli incontri che segnavano allora e in gran parte segnano ancora la sua/nostra quotidianità. Voleva sottolineare che la disabilità, alla fine, è questo: relazione. Vale per tutti noi, ovviamente. Ma l’esperienza della disabilità rende evidente ció che potremmo rischiare di dimenticarci. Io ne avevo approfittato per dire che le relazioni creano un mondo e il mio ruolo di padre è ricomparso, dopo anni di oblio, quando ho iniziato a occuparmene, di quel mondo, dandogli la possibilità di esistere e prendendomene cura.

Lui, il padre-spettatore-uomo, continua con la partita a Bonassola raccontando che, al posto delle linee laterali, c’era un muro. Un muro che i giocatori utilizzavano per il dribbling, facendovi rimbalzare la palla quando dovevano scartare un avversario. Inventandosi una sorta di calciosquash. Questo mi fa venire in mente – conclude – che noi siamo abituati  ad agire sempre in linea diretta. Soprattutto con i figli. Invece si tratta di triangolare con il mondo. Come a Bonassola.

Fantastico…

Grazie, padre-spettatore-uomo. Non potevi regalarmi un’immagine piú convincente per cercare di dire quello che sto cercando di dire da anni sul ruolo paterno. Come ti ho detto ieri, la userò. Iniziando da qui e aggiungendo che il calcio bonassolese insegna anche un’altra cosa: il mondo va triangolato per quello che è, non per quello che si vorrebbe fosse o secondo le prescrizioni dettate dalle regole ufficiali. Ed è esattamente in questo modo che è possibile trasformarlo, abitandolo.

Grazie ancora a tutti. E alla prossima…

Con occhi di padre alla libreria Odradek di Milano

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Beh, pubblicare questo invito il giorno della Festa della mamma non è male no….? comunque sono contento di questa nuova presentazione. L’ultima fatta a Milano è stata nel 2006, la seconda subito dopo l’uscita del libro. Ricordo una serata intensissima e con più di cento persone. Ricordo un grandissimo abbraccio collettivo. Ricordo Charmet, invitato a presentare il libro, stupito da un pubblico così numeroso e anche dalla fitta partecipazione: dopo diciotto interventi (18) abbiamo dovuto chiudere perchè ci stavano buttando fuori dalla sala Lazzati…

Sono passati molti anni, e anche parecchia acqua sotto i ponti. Giovedì sera parlerò del libro con Franco Bomprezzi e sarà ancora una volta un’esperienza nuova. Spero in una partecipazione numerosa anche questa volta. E poi ricordo a chi nel caso fosse sfuggito, che il libro è nuovo non solo perchè edito da Erickson, ma anche perchè ci sono parti nuove inedite.

 

Nata dislibera

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Ci sono cose che van fatte tutti i giorni. Anche più volte al giorno. Non tutte piacevoli, anzi, la maggior parte, vogliamo dirlo? sono una gran rottura di palle. Il fatto che si debbano fare non le rende necessariamente più attraenti. Verità elementare che ha corso legittimo sino a quando riguarda noi stessi. Quando ha da essere applicata all’altro, cambia colore e diventa facilmente un pippone pedagogico.

Sono una quantità talvolta esasperante le cose che mia figlia deve fare ogni giorno e che non ce n’è: vanno fatte punto e basta. Si aggiunga che praticamente tutte le cose che deve fare non è in grado di farle da sola, dunque gli obblighi sono sempre due: di fare le cose che si devono fare e di farsele fare da qualcun altro. In genere sua madre o io. O magari sua madre e io. Due/quattro mani addosso per adempiere  all’ovvio ripetitivo e sgradevole. Che so, prendere le medicine che, per definizione, fanno schifo.

Dai, su, lo sai che devi farlo come tutti i giorni, non serve opporsi, facciamo il doppio della fatica e alla fine le prendi lo stesso. Dunque? tanto vale  che fai la brava, così ce la caviamo in fretta tutti e due (tre). In effetti, ormai, è esattamente ciò che accade quasi sempre. Mia figlia si sorbisce un cocktail farmacologico diuturno, mane e sera, da più di dieci anni, nella maggior parte delle occasioni senza batter ciglio. Però a volte. Come ieri mattina.

Ieri mattina opposizione da manuale. Testa voltata, mani a stropicciare gli occhi che non centra nulla il prurito agli occhi ma interpone il braccio tra te e la sua bocca, labbra serrate, sguardo di sfida. Uno, due, tre, ics tentativi di convincerla in uno, due, tre, ics modi diversi. Alla fine lotta corpo a corpo. Ovviamente vinco io. Vinco io?

Visto? è servito a qualcosa? alla fine le hai prese lo stesso le medicine e in più ho dovuto costringerti, valeva la pena? a giudicare dalla sua espressione sembrerebbe proprio di sì. Qualcosa non torna. Quando mi impongo con la forza, solitamente sfoggia la sua miglior interpretazione della ragazzina-offesa-e-mortificata. Invece, a medicine ingurgitate, ieri mattina mi guardava con quel suo mezzo sorrisino e gli occhi furbetti. Com’è che sei contenta? che ti ho obbligato a fare quello che non volevi fare? non può essere. Non ti ci vedo nei panni della masochista. E allora cosa sorridi sotto i baffi mannaggia a te!

Poi, terminate le operazioni mattutine, ti accompagno al pulmino in attesa sotto casa e, mentre aspettiamo l’ascensore, capisco. Ti guardo ancora una volta, mi sorridi e capisco. Meglio tardi che mai. Alla fine, se è obbligatorio fare qualcosa e se quel qualcosa qualcuno ti costringe a farlo, mica significa doversi sempre sottomettere senza un fiato. Ci si può anche opporre, si può negare il proprio sì va bene, evitando di far pensare sia comunque scontato. Figlia mia, rifiutandoti di essere scontatamente  consenziente, con quel tuo sorriso sbarazzino e testardo hai insegnato qualcosa a me e ti sei presa beffe della tua dis-libertà.

Storia di un amore speciale

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E’ una delle migliori recensioni di Con occhi di padre da quando è uscito nel 2006 a oggi. Non conosco l’autrice e, anzi, se qualcuno sapesse indicarmi un riferimento mi piacerebbe ringraziarla personalmente. Comunque decisamente una persona che si ha letto con molta attenzione, si è documentata e sa di cosa sta parlando. Grazie Elena De Sanctis de Le conquiste del lavoro. Se non leggeste bene l’articolo riprodotto in foto, potete trovarlo qui.

Il bel gioco…

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E’ andata così. Di ritorno dal primo picnic stagionale in quel dell’Idroscalo, decido di inoltrarmi con mia figlia in uno di quei viottoli laterali che portano a ridosso della pista. Aeroporto di Linate, ovviamente. E’ domenica, non un gran traffico, ma da questa postazione si possono ammirare i panciuti alati sia quando atterrano, sia quando si inerpicano verso il cielo. Doppio spettacolo insomma.

Balzo giù dall’auto e mi metto di vedetta per cogliere in lontananza l’arrivo della prima vittima. Eccolo! apro la portiera di Luna e la faccio scendere dicendole guarda! guarda! arriva… Lei butta fuori le gambe, si alza, si avvicina alla recinzione, traguarda l’alato in arrivo, agita le braccia in segno di divertimento poi si gira verso di me, mi prende per la manica, si volta e mi riporta verso l’auto…

Ok, era stato uno spunto potente per iniziare il libro su noi due, ma non è che potessi marciarci per l’eternità. Da quella prima volta sono passati quasi dieci anni, bello papà, grazie, ma anche no. Insomma, o cambio gioco o bisognerà che iniziamo a salirci su quei benedetti aerei.

Zigulì. Il derby tra cinici e buonisti

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Zigulì è un libro interessante, ne ho già parlato nella recensione pubblicata qui. Ma “Zigulì” inteso come il dibattito che il libro ha scatenato in Rete e sui mass media, è ancora più interessante.

Ha fatto bene l’autore a dire le cose come stanno. E’ ora di finirla con il buonismo che nasconde le cose dietro le belle parole. No, non è accettabile tanta cattiveria. Cattiveria? ma che cazzo dici. Ma sai di che stai parlando? come fai a dire questo di un uomo che vive cose del genere? Insomma, posso capire la rabbia, ma alla fine come si fa a dire certe cose del proprio figlio? ma se c’è un sacco d’amore in quelle parole! insomma, sì tra le righe si legge, ma è soprattutto uno sfogo personale, il libro l’ha scritto per se stesso… Ma và! a me è servito leggerlo, un bel pugno nello stomaco, ma adesso so cosa vuol dire. Io per fortuna no, ma certe cose a esserci dentro! Insomma noi genitori in quelle condizioni sappiamo bene cosa vuol dire, ma non c’è solo quello, i figli così sono un’esperienza unica, un dono…Per favore piantiamola, meno male che qualcuno senza ipocrisie ha detto quello che sento da anni e non ho mai osato dire. Che coraggio incredibile ha mostrato. Ma poi cosa succede? scriveranno un libro i due figli sani….?

I toni sono più o meno questi. Un derby all’ultimo respiro. Chi vincerà? I politicamente corretti, i sensibili, quelli che l’amore può tutto (buonisti visti dalla parte opposta), oppure i realisti, i disincantati, i fieri del dire pane al pane e vino al vino (cinici per gli altri)? Al momento a onor del vero i cinici sembrano in leggero vantaggio. L’ola sugli spalti sembra dire un “civoleva” galattico indirizzato alla curva sud dove i “ma insomma” sono attestati e resistono.

I media del resto fanno la loro parte. Anzi, l’hanno indetto il derby a iniziare da quel lontano articolo sul Corriere della sera e passandosi la palla, è il caso di dirlo, da una rete all’altra, da un settimanale all’altro. A La vita in diretta, dove mi hanno invitato proprio per parlare di Zigulì, la raccomandazione era di controbilanciare quelli che il figlio disabile è un dono e l’amore basta e avanza. Poi io mi sono chiamato fuori e da bordo campo ho cercato di dire altro. Ma quando è in corso un derby, chi vuoi che se lo fili uno che non sta né da una parte né dall’altra?

Speriamo comunque che la partita finisca presto e che Il calcio minuto per minuto ne esaurisca la coda. Così magari possiamo parlare d’altro. Tipo ad esempio di cosa significa per un genitore incontrare la disabilità di un figlio. E’ la stessa cosa per un padre e per una madre? o è diverso? E come, e perchè è diverso? e cosa permette di capire dell’essere genitori? e se non è diverso, perchè la disabilità del figlio precede tante separazioni? E i fratelli e le sorelle? O ancora: un’esperienza del genere cosa combina ai propri interessi, alle proprie amicizie, al proprio lavoro? Chiude molte dimensioni, ovvio, ma quali apre? Che trasformazioni di sè, del proprio modo di amare e di stare al mondo un figlio disabile, nel bene e nel male, richiede e rende possibili? E che trasformazioni chiede alle emozioni e alle responsabilità di tutti quelli che stanno attorno?

Insomma, ho il sospetto che si debba andare oltre l’empatia che Zigulì (il libro) stimola, rimettendo a posto le pance e sdoganando il cervello per cercare di capire. L’empatia sarà una gran bella cosa ma, rimpallata e amplificata dai media, prima avvicina e poi allontana nuovamente. Ci volete credere che ho una figlia disabile e mi sono scoperto anch’io a pensare “meno male che a me non sono toccate cose del genere”…? Come dice lo stesso Massimiliano Verga, alla fine c’è sempre un figlio handicappato più handicappato del tuo. E quella della sfiga, non mi pare una bella gara. Anche perchè, di solito, vince chi la perde.

Buona discussione a tutte e a tutti.

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