Senza sconto

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senza scontidi Irene Auletta

Prima  o poi doveva accadere. Durante la vacanza ci siamo misurati con la tua nuova esperienza di mail di denti che, nonostante le terapie, di notte si risvegliava chiedendoci di inventare quanto possibile per aiutarti a tollerare quel dolore che pareva arrivare come una scheggia impazzita nel cuore del sonno.

Ma come si fa ad aiutarti a capire che ti abbiamo dato quella pastiglietta che fra poco ti farà passare il male? Come rassicurarti? Come dirti abbiamo capito amore ma dobbiamo dargli il tempo di passare un pochino? Quando le parole si svuotano di significato si rimbalza con violenza contro nuove forme di impotenza.

Il dolore senza parole e’ un urlo, a volte disperato. Il dolore senza parole diventa rabbia, protesta e proclama a gran voce un senso di ingiustizia.

In vacanza, e nel nostro agriturismo, le notti movimentate non sono passate inosservate a chi, come noi, ha scelto questo luogo di quiete. E così con tuo padre ci siamo ritrovati a fare quello che non abbiamo mai fatto nei tuoi diciassette anni di vita, vedendoti più volte imprigionata nelle tue stesse reazioni. Sono le due del mattino. Che ne dici se usciamo e andiamo a farci un giro in auto?

A volte ha funzionato e a volte no. A volte mi sono ritrovata tra le braccia una ragazza diventata piccola, piccola che mi chiedeva di essere cullata per potersi calmare. Di fronte all’urlo non si può discutere e solo più tardi possono tornare le parole. Ti sei spaventata tanto amore? Che brutta crisi che hai avuto e che male hai sentito? Il babbo ha fatto la sua magia con questa scatolina da cui esce una dolce musica che ci fa compagnia. Il peggio è passato.

Anche stavolta, di fronte al tuo dolore, osservo colpita l’assenza delle lacrime. Saranno anche queste una forma evoluta di espressione e comunicazione che non ti è dato sperimentare? Ogni esperienza insegna qualcosa di nuovo e nel nostro bagaglio quest’anno sicuramente c’è qualcosa in più, fra le bellezze e le fatiche che fanno della nostra vita, proprio la nostra.

Ehi, bentornata, tutto bene le vacanze? Si, si … Tutto bene, tutto bene!

Fichi d’India

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fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

Salita alle ciliegie

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scala di ciliegedi Irene Auletta

Ci sono mattine che iniziano più faticosamente di altre. Mi sa che l’ascensore non funziona, ci annuncia tuo padre prima di uscire. Il nostro settimo piano, che ci piace molto per prospettive e panorami, in questi casi si rivela un problema non da poco.

Siamo già un po’ in ritardo e non posso rallentare più di tanto la discesa. Provo, alternandole, diverse strategie ma quando finalmente arriviamo al piano terra, io sono esausta e tu piagnucoli con quella tua espressione che dipinge a tinte variegate, rabbia e sconforto.

Durante il viaggio verso il Centro quasi non mi guardi e quando provo ad avvicinarmi mi respingi con decisione. Va bene Luna, purtroppo la nostra giornata non è iniziata bene ma speriamo che vada meglio! Ti lascio mentre, evidentemente rasserenata, ridi con uno dei tuoi educatori preferiti. Io invece mi porto dietro tensione e anche il dispiacere per aver perso le staffe di fronte alla tua continua ostinazione e opposizione. So bene che è umano e che a volte non è possibile fare altrimenti ma quando le giornate iniziano così, rimangono un po’ così.

Purtroppo il danno è parecchio serio e la cosa non si risolverà prima di due o tre giorni. Se va bene. Così mi accoglie la custode, mentre passo da casa, prima di venire a prenderti. Mentre lei, pensando a te, sta esprimendo tutta la sua solidarietà, la mia mente è già altrove. Qui ci vuole qualcosa di speciale.

Quando arrivo a prenderti ti dico che purtroppo la nostra ascensore non funziona ancora. Ma cosa vuol dire per te? Perché non possiamo fare quello che facciamo tutti i giorni? Che significati dai a quel cartello rosso che provo a indicarti dicendoti che l’ascensore è rotto? Ti ho convinto a scendere velocemente dall’auto promettendoti una sorpresa. La parola “sorpresa” per te è sempre fonte di curiosità. Quando arriviamo vicino all’ascensore ti indico il cartello e poi mi dirigo verso la scala, sbirciando vistosamente dentro un piccolo sacchetto appeso al mio braccio.

Caspita Luna, guarda che belle queste ciliegie! Cosa ne dici di fare un gioco? Ogni piano tre ciliegie …. ti piace l’idea? Ogni piano una sosta, un’attesa, un gusto e così si arriva a casa di buon umore. Per sette piani, circa venti minuti. Cosa potrò inventarmi per domattina?

Per stasera è fatta. Godiamoci questa risata con la lingua rossa!

#occupateveneunpovoi

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Agrodolce
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Come sta la bambina? Gia sentirselo chiedere da un armadio umano con un look da buttafuori, fa un certo effetto. Ma “bambina” in che senso? Insomma, bambina mica tanto, rispondo, va per i diciotto anni. Questo fatto che tua figlia appaia ancora una bambina, alla fine è una fregatura: te ne devi occupare a tempo pieno ma, in fondo, è piccola no? Piccola un cazzo. A parte che ha ormai superato abbondantemente i quaranta chili e dunque non posso più fare quello che facevo quando era una tenera infante, tipo prenderla in spalla se era stanca o incazzata, e riportarla a casa. Resta che lei sarà “piccola” agli occhi dei più, ma io sono certamente più vecchio. Diciott’anni più vecchio. E sono stati diciotto anni di addormentamenti, veglie notturne, levatacce precoci, vestimenti, svestimenti, terapie, docce, spazzolini, igiene intima, accompagnamenti, riordini e una montagna di altre cose che non voglio nemmeno ricordare.

E’ un dono. Ci risiamo. Pensavo di aver chiuso la partita a pagina 69 del mio libro, ma evidentemente non è così. “E’ un dono” mi ripete con un sorriso incongruentemente dolce mister muscolo. Sono in ascensore, non posso scappare, non c’è il tempo per chiedergli di argomentare e non posso picchiarlo: non c’è spazio ed è troppo grosso. Rispondo “mettiamola così…”, sperando di non colludere troppo, ma anche di mettere un freno alla faccenda. Invece lui rilancia: “e lei è fortunata”. In effetti nel mio libro parlavo del culo che avrei avuto nell’incontrare una figlia come mia figlia. Ora a quanto pare il culo l’ha avuto anche lei. Che famiglia di Gastoni!

Cogliendo il mo sguardo perplesso, il mio ingombrante compagno di viaggio borbotta che il discorso sarebbe molto lungo, a dire che non può spiegare, che mi fidassi: io ho avuto un dono e lei è fortunata. “Guardi, non c’è problema, se vuole aiutarmi a capire l’origine di questa sua bizzarra tesi, abbiamo tutto il tempo che vuole, perché tra vent’anni saremo ancora qui, io a godermi il regalo e lei a gloriarsi per la felice sorte che la vita le ha riservato”.

Avrei voluto rispondergli così, all’amico anabolizzato. Però, come al solito, mi è venuta troppo tardi. In compenso ho deciso in quell’esatto momento che avrei fondato un nuovo movimento. Un movimento potenzialmente di massa, lanciato verso una trasformazione radicale dei paradigmi dominanti, destinato a cambiare una volta per tutte il modo di pensare l’universo handicap, ma che può pure restare un mio movimento personale senza seguaci, tanto fa lo stesso. Quel che conta è dire ciò che va detto attorno a tutte le narrazioni edulcorate e bonificanti che mielizzano l’atmosfera che poi mi tocca respirare.

Quindi, signori convinti che un figlio disabile sia una prova, un mandato, una missione, un dono, una fortuna, oppure che i figli sono sempre figli e che più o meno i problemi sono uguali per tutti, o anche che ognuno ha i suoi guai e non si possono fare paragoni, #occupateveneunpovoi e poi ne riparliamo.

L’umano e la condivisione della sofferenza

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Stralcio del mio intervento al convegno del 19 ottobre scorso F@reDiversamente a Lainate. Trovate tutti i riferimenti qui.

Splendide emozioni

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emozioni-bolleIrene Auletta

Scena familiare. Un ragazzo scappa fuori dall’aula e due educatrici lo seguono per convincerlo a rientrare. Lui si oppone con il  corpo e forse temendo di non farcela, si contrappone inginocchiandosi e poi sdraiandosi per terra. Quante volte ho visto questa scena e infatti quel ragazzo potresti essere tu, con la differenza che, al confronto, tu sembri molto più piccola sia per altezza che per stazza. Le educatrici cercano di convincerlo a parole, poi con i gesti e dopo poco il ragazzo cede, si alza e rientra in classe.

Accidenti all’assenza di parole che chiede al corpo di sostituirle con un codice ignoto ai più.

Nel frattempo ti vedo arrivare con l’educatrice al tuo fianco e appena mi vedi acceleri con quel tuo incedere tutto particolare che ti fa apparire sempre molto instabile e al tempo stesso quasi saltellante. E’ l’ultimo giorno di centro estivo e per te sembra essere stata una buona esperienza. Nel frattempo arriva anche tuo padre e a quel punto la tua felicita’ e’ a mille.

L’educatrice ci saluta e nel congedarsi ci tiene a dirci anche a nome delle sue colleghe, che stare con te e’ stato un piacere perché sei una “ragazza splendida”. Io, che quando si parla di te mi commuovo per ogni virgola, abbozzo un sorriso con gli occhi lucidi.

So bene che i ragazzi come te chiedono anche tante fatiche e forse proprio per questo apprezzo molto l’accento posto sul piacere di un incontro che ti vede protagonista, senza di noi, con persone conosciute da poche settimane.  Quando mancano le parole non e’ facile incontrarsi in una storia nuova e anche stavolta hai affrontato una prova da aggiungere nel tuo bagaglio di vita e io me sono felice.

Ti guardo mentre usciamo e salutiamo per sempre quel luogo che per tanti anni ti ha accolto e che da oggi farà parte del tuo passato. Tu ridi ma appena saliamo in macchina accenni quel tuo modo di lamentarti che sembra un pianto. Chissà cosa pensi e come potrai rappresentarti e vivere questo nuovo passaggio.

Fa troppo caldo per queste domande. Sai che ti dico amore, andiamo a farci un bagno in piscina! Ridi felice perché la proposta ti piace un sacco. I momenti belli vanno gustati fino in fondo e, in questo, noi siamo diventati grandi esperti.

Parliamoci d’amore

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fotodi Irene Auletta

Qualche giorno fa, un anziano signore chinato al bordo della strada ha attirato la mia attenzione. Cercando di destreggiarsi con la sua stampella, il signore si muoveva goffamente vicino ad un cespuglio di rose che costeggiava la pista ciclabile. Pensando ad un malore, stavo giusto valutando di fermarmi per chiederglielo, quando l’ho visto rialzarsi dalla posizione assunta e, quasi furtivamente, nascondere la rosa raccolta all’interno di un giornale tenuto sotto il braccio.

Chissà per chi ha raccolto quella rosa. Me lo sono immaginato arrivare a casa e consegnarla con amore a sua moglie, alla figlia che lo accudisce o alla badante che si prende cura di lui. Chissà.

Quando raccolgo dai genitori le fatiche che incontrano con i loro figli, mi piace sempre riprendere le dimensioni legate all’affetto che li lega a loro e al bisogno di non seppellirlo sotto le prescrizioni educative, le mille cose da fare e che riempiono il nostro quotidiano, saturandolo quasi completamente.

Io sono fortunata. Me lo chiedi tu, figlia mia, di rallentare, di fermarmi. Me lo chiedi tu abbracciandomi forte e parlandomi del tuo amore, intenso come sovente solo l’amore senza parole sa essere.

Attraversiamo tutti giorni assai cupi, colmi di preoccupazioni per il presente e per il futuro. Rischiamo di essere travolti in massa dalle mancanze, da ciò che abbiamo perso, dalle nostre fatiche e dal vezzo, che mi pare molto moderno, di fare continui elenchi di quanto ci affatica la vita e tutto quello che abbiamo da fare.

Io ho sempre più spesso voglia di dire stop. Ho voglia di gustarmi quello che ho e di cui mi posso nutrire, restituendo valore a quel quotidiano che non smette di regalarmi risate, condivisioni, scambi di esperienze, incontri inattesi, affetto e amore.

E tutto il resto allora non esiste? Vuol dire che sono davvero un’inguaribile ottimista o, come qualcuno potrebbe pensare, una persona superficiale, che non si lascia toccare dalle durezze dell’esistenza? Sono un’ingenua romantica, poco attenta ai toni scuri che dipingono il nostro tempo?

Qualche giorno fa, Jacopo Fo salutando la madre Franca Rame, ha speso parole d’amore ricordando ciò per cui ha vissuto e lottato. Gioie e dolori, fatiche e preoccupazioni, si possono attraversare in tanti modi lasciando differenti tracce nelle nostre esistenze.

Grazie a te, che da anni mi aiuti, io so bene qual’è la strada che voglio continuare a seguire.

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