Figli miei ricordiamoci di imparare

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Mercoledì alle 18.30, come ormai consuetudine ogni due settimane, il Salotto Pedagogico è aperto a tutti con la collaborazione del laboratorio di consulenza pedagogica.

Il tema caldo sarà: Figli miei, ricordiamoci di imparare – ovvero le cose sulla vita che questo periodo difficile e straordinario potrebbe insegnarci

Ormai moltissimi si stanno cimentando nelle previsioni di cosa diventeremo, il punto è chiedersi cosa dobbiamo imparare ora

Viscere e cuore

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di Irene Auletta

Ci sono espressioni che negli anni hanno finito con il crearmi spesso disagio e che mi spingono a fermarmi ogni volta che le incontro. Solo ad esempio ne cito due ricorrenti. Te lo dico di pancia e Io non ho peli sulla lingua. Spesso queste due espressioni sono inserite in un contesto di significato che pare dare valore assoluto alle comunicazioni senza filtro e non troppe mediate da una riflessione intermedia. Che questo sia un valore, mi lascia con qualche dubbio.

Ultimamente, anche grazie all’aiuto della mia maestra Feldenkrais sto ragionando, e lavorando, sulla modalità di “prendere le cose di petto” e sulle conseguenze che questo atteggiamento ha sul nostro corpo. Nonostante le conoscenze, molti di noi sottovalutano quello che accade al corpo in relazione al nostro modo di affrontare la vita e, purtroppo, il tema torna tristemente alla ribalta quando il corpo urla attraverso blocchi fisici o malattie.

Le scoperte che faccio lavorando sul mio corpo non possono non intrecciarsi con lo stesso lavoro fatto da mia figlia e tante volte tra di noi avverto quel filo silenzioso fatto di esperienze condivise. So che, durante le tue lezioni, rimani lì ferma ad ascoltare cosa ti accade e che negli anni hai sviluppato un ascolto sempre più profondo. Chissà che nome darebbero a questa capacità gli esperti di diagnosi funzionali? 

Noi due non abbiamo le parole per condividere e allora i nostri corpi devono ingegnarsi per raccontarsi e, di nuovo, tu mi diventi maestra.

Sveglie molto presto ci ritroviamo nel buio nella notte, come ahimè ci succede non di rado. Sdraiata a terra recupero movimenti delle lezioni Feldenkrais e ti invito a stenderti al mio fianco. Dopo avermi osservata un po’, apparentemente distratta e disinteressata,  arrivi vicina. Pochissime parole intrecciano gesti e respiro e così ci prendiamo cura della nostra insonnia.

Quando ti allontani il mio corpo riposa e penso che dovremmo davvero ascoltare le nostre viscere ma per poter tacere e poter dar tempo al pensiero di maturare prima di investire l’altro, magari in modo inopportuno. Mi hanno insegnato che affrontare le cose in un certo modo vuol dire essere forti e invece, nel silenzio di questi anni, ne sto scoprendo le molteplici fragilità che parlano di costi eccessivi.

Sapersi ascoltare, nella mente e anche nel corpo, può dare spazio a quella comunicazione che per molti di noi sa di orizzonti lontani. Togliendomi le parole mi hai costretta tante volte al silenzio e proprio lì mi aiuti, ogni volta, a risentire quel battito che, guardandoci negli occhi, trova nuove vie per raccontarci.

Tenerezza e inferno

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di Irene Auletta

3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Avrei voluto scrivere qualcosa direttamente ieri ma per me e’ sempre difficile esprimere pensieri “a comando” e di fronte a giornate che sembrano un sollecito a non dimenticare o a non perdere di vista importanti condizioni di vita.

Grazie a occasioni come questa, credo sia importante continuare a chiedersi cosa vuol dire vivere accanto a persone con disabilità e, pensando a me e a molti genitori che incontro, vedo emergere racconti ricchi di tante zone di luce che non negano, né nascondono, le ombre che si attraversano ogni giorno. 

“Ci sono giornate in cui l’inferno è a portata di mano” scriveva qualche giorno fa Manuela, una mamma che incontra ogni giorno questo tema, nella relazione con suo figlio. Chi condivide esperienze analoghe di sicuro sentirà in tale affermazione echi assai familiari e quella sensazione di morsa allo stomaco che a volte, andando oltre il dolore, ti lascia sfiancata dalla fatica.

Come mi è capitato spesso di dire, esiste un livello di fatica che è difficile da immaginare per chi osserva dall’esterno e non tanto per l’esperienza in sé, quanto per la crudele ritualità con cui si ripete per anni. Bambini piccoli, persone care malate o genitori anziani, possono chiamare alla stessa condizione legata proprio alla cura ricorsiva. Ma in tutte queste situazioni, con differenti sfumature e stati d’animo, si intravede una fine. Qui, molto spesso no.

Di fronte alla disabilità di un figlio, gli anni che passano sottolineano per molti genitori la fisiologica preoccupazione di avere sempre meno energie per affrontare i variegati bisogni di cura dei propri figli, siano essi legati all’aspetto fisico o a quello più prettamente relazionale. Spesso ci sono entrambi.

Nell’incontro con te, figlia mia, come vedo nello sguardo e nei gesti di tante persone che condividono la mia stessa esperienza, ho bisogno di riempire sempre l’altro piatto della bilancia con quella tenerezza che non smette di riservarti un posto speciale nel mio cuore. La tenerezza, secondo la filosofa Luigina Mortari, è capace di far nascere e crescere l’anima di chi scegliamo di curare con amore sensibile e spirituale. Richiede tanta generosità, rispetto, per la persona che curiamo e per la vita, capacità di tenere la giusta vicinanza/distanza, di dare speranza e fiducia.

L’inferno che a volte sbarra la strada può farci precipitare nell’abisso del cuore e solo la tenerezza può salvarci. 

Ti osservo mentre accogli sulla lingua i fiocchi di neve che qualche giorno fa ci hanno fatto una sorpresa inattesa e ridi, ridi, ridi. Con quella risata che, pur stonando con la tua età anagrafica, o forse proprio per questo, mi riempie d’amore. Nella tua vita ti ho vista tante volte precipitare e ogni volta riemergere più forte.

La tenerezza è sempre lì, pronta a consolarci e vivendo al tuo fianco ho imparato a prendermene cura. Ogni giorno.

Il mito del Benessere e il consumismo dell’anima

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Mamma…quando finirà il MannaggiaVirus?”

“Marco…non so quando finisce il MannaggiaVirus…, nessuno lo sa, ma di certo finirà come finiscono tutte le brutte storie….

Con questo episodio iniziamo una nuova serie dedicata all’analisi dei miti dell’educazione. Iniziamo con quello, diffuso e dominante, del Benessere, entrato in crisi profonda a causa della pandemia. Come dobbiamo affrontare le domande di rassicurazione dei nostri figli?

E, some sempre, cosa impariamo sull’educazione nel tentativo di dar loro una risposta?

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Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Riprendiamoci la scena educativa: Sterilità vs Contaminazione

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Siamo nel pieno di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.

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La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative Pillole pedagogiche

Con questo episodio inizia un ciclo sulle grandi narrazioni educative, o meglio, sull'Educazione. Oggi parleremo della Pax pedagogica, ovvero quella diffusissima narrazione con molti varianti che vuole l'educazione come una cosa buona o, se non lo è, per lo meno bonificata.Inizia inoltre con questo episodio una rubrica che nei nostri piani dovrebbe accompagnare ogni puntata del podcast., riprendendo i temi dell'episodio con un taglio differente e con un rilancio agli ascoltatori. Inoltre sarà condotta da un'altra voce, quella di Delia Oddo, una delle allieve del Laboratorio di consulenza pedagogica che ne cura il testo e la lettura.
  1. La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative
  2. Programmi futuri del Podcast + ultima parte intervista sul libro Secondo me
  3. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – seconda parte
  4. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – prima parte
  5. Travolti dalle soluzioni. Imparare e insegnare a stare nei problemi

Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Scimmie pedagogiche e voglia di podcast

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Questo è un episodio speciale dedicato ad alcune domande degli ascoltatori. Parleremo del perchè io abbia questa mania del come è fatta l’educazione, da dove nasce per arrivare a capire che senso ha avuto scegliere un podcast per continuare a farlo. Continuare, perchè questa compulsione mi insegue da tutta la vita.

In ogni caso questo epiodio è il primo a essere interamente dedicato a delle domande. Pensatele, formulatele e inviatemele, pazientemente risponderò a tutte in un altro episodio speciale.

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Virus, viri, civitas – Il fascino discreto dell’educazione civica

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In questo episodio mettiamo a fuoco i cambiamenti imposti dalla pandemia alla nostra sensibilità educativa. Dopo decenni di sbornia individualistica che ha orientato i nostri progetti educativi o al benessere o alle competenze personali, torna l’enfasi sulla responsabilità collettiva.

Era ora, grazie Covid. Ma cosa ce ne faremo?

Ricordo che potete lasciare i vostri commenti qui oppure sulla mia pagina Facebook o anche su Telegram @igorsalomone

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Per i like che vi ho chiesto per la mia partecipazione al festival del podcasting questi i link:

https://festivaldelpodcasting.it/ il sito del festival
https://www.instagram.com/p/CE1yLqmC-8C/ la pagina Instagram per i LIKE

#StandardPedagogici: i podcast dedicati alla ricerca sul senso dell’esperienza educativa.

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di Igor Salomone

Siamo al terzo degli standard pedagogici analizzati in questo podcast.

Uno standard forse un po’ obsoleto, ma che nasconde ancora nel suo intimo un senso profondo dell’esperienza educativa umana: il suo trasmettersi prima di tutto come esperienza educativa. 

Ma chi ti ha insegnato l’educazione è anche il titolo di un libro del 2012 libro di Giorgio Prada, un amico che non potevo non citare. Milano, Angeli Edizioni. Lo trovate a questo link:https://www.amazon.it/insegnato-leducazione-Genitori-sulla-educativa/dp/8856848317

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Il bello di te

3 commenti

 

di Irene Auletta

Chissà quanti genitori sono orgogliosi dei propri figli come lo siamo noi?

La domanda di tuo padre mi raggiunge, non come sorpresa, mentre parliamo di te, raccontandoci quello che osserviamo, i cambiamenti, particolari inediti, nuove speranze.

Per qualche giorno mi rimane a girovagare nella mente e ogni tanto ritorna a fare capolino, confermandomi che di sicuro anche molti altri genitori lo sono. Ma allora perchè torna a incuriosirmi? Il nostro è un orgoglio differente? Sia chiaro, non migliore o peggiore, ma differente?

In effetti non mi capita raramente di raccogliere testimonianze di orgoglio ma forse, pensandoci un po’, mi pare che tanti genitori possano rischiare, più di noi, di rimanere inconsapevolmente intrappolati, nelle reti-mito delle prestazioni e delle competenze. Penso che sia facilmente riconoscibile quell’orgoglio che sboccia di fronte a qualcosa che si materializza in un fare, in un’azione, in un pensiero. Che bella cosa hai fatto, detto o pensato! 

Eccola qui la nostra differenza. Noi possiamo molto, ma molto raramente, essere orgogliosi per ciò che fai, ma lo siamo costantemente per ciò che sei. O almeno, abbiamo imparato ad esserlo. Al tempo stesso, non rischiamo la delusione di quelle attese malriposte, che possono essere un peso non indifferente per qualsiasi figlio.

Gli amori fragili sono spesso i più forti, anche nella tenacia della ricerca, forse perchè si nutrono di fili d’essenza al gusto dello straordinario. Devo ammettere, sinceramente, che la dimensione delle “cose esibite” mi manca e credo mi mancherà sempre senza però nulla togliere a questa forma differente di quel sentimento che quasi accarezza la gola quando si chiama orgoglio.

Essere orgogliosi nel limite, parente stretto della delusione, pare quasi qualcosa di impossibile anche solo da dire e di sicuro, per me, è un percorso di ricerca che mi accompagna altrove, dove non avrei mai scelto di andare, dove devo quasi ogni giorno rianimare la fiducia, dove spesso vorrei richiudermi per scomparire dalla pesantezza degli sguardi altrui.

Ma, stare in questa ricerca, vuol dire anche riemergere nello stupore, ispirare la bellezza dell’inatteso e soprattutto, godersi ogni infinitesimale frammento di possibilità, con un respiro pieno di orgoglio.

Si, di te lo siamo eccome.

Fase 2. Escono?

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https://www.spreaker.com/episode/26831397

di Igor Salomone

“Che ragazzi e ragazze siano tutto sommato restati a casa senza particolari problemi, mostrando un grande spirito di adattamento, è una buona o una cattiva notizia? Certamente è un dato interessante che ci permette di vedere lati insospettati dei nostri figli e delle nostre figlie. Ma in questo episodio di PIllole pedagogiche, ne discuterò gli aspetti problematici. Aspetti che ancora una volta ci chiedono di capire come è fatta l’educazione per capire cosa farcene in questo frangente.”

Ecco l’episodio 7 di Pillole pedagogiche. Buon ascolto.

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