Sognandoti

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di Irene Auletta

Ed eccomi, per la seconda volta in vent’anni, a parlare pubblicamente di te e di me. Del nostro primo incontro e di quella storia che insieme stiamo costruendo, continuando a narrarla. 

Il contesto si rivela da subito caldo e accogliente e anche la platea mista di genitori ed operatori, risulta attenta e disponibile all’ascolto e a quel rimando di dialoghi ed emozioni che pian piano danno vita all’incontro.

Il moderatore entra immediatamente in sintonia con il clima e conduce  il dialogo a due, quello tra me e un padre invitato come me a testimoniare della sua esperienza, allargando alla platea pensieri e parole, quasi a formare quei cerchi concentrici provocati da un sasso lanciato nello stagno.

Raccontiamo delle nostre esperienze, differenti ma capaci di riconoscersi in tanti passaggi di vita, la nostra e quella dei nostri figli e mi stupisco della serenità che mi accompagna mentre osservo negli sguardi dei presenti l’effetto dei nostri racconti. 

Non penso che mi troverò tanto spesso ad attraversare contesti analoghi ma già mentre lo scrivo penso che da anni, silenziosamente, ti porto come me, parlando di te e di me e intrecciando l’esperienza della vita con quella professionale. Solo non lo faccio in modo così esplicito come oggi, mentre il pubblico mi guarda, come mamma di Luna.

Al termine dell’incontro diversi genitori mi avvicinano raccontandomi della loro storia e dei loro figli, quasi a volermeli presentare con un brevissimo racconto o con poche parole. 

Mentre l’ascoltavo mi sono ritrovata in tanti passaggi ma per l’emozione non sono riuscita ad intervenire, mi dice una mamma. Ho ripensato anch’io alla nascita di mia figlia, venticinque anni fa, ma mi fa ancora troppo male parlarne.

Penso a quando, ormai circa dieci anni fa, ho iniziato a scrivere di questa mia avventura e di come nel tempo questa possibilità è diventata quasi terapeutica per me e per diverse persone che assiduamente leggono i miei scritti. Un’altra mamma, lì in veste di operatrice, mi racconta di come pur avendo una figlia quasi tua coetanea ma senza alcun problema, si è ritrovata nelle mie riflessioni che le hanno anche permesso di pensare a quanto sovente finisce con l’essere più attenta alle cose che la figlia fa a discapito di quello che è.

Si figlia mia, di te ho raccontato proprio questo. Di quanto è stato crudele vederti descritta tante volte per tutto ciò che non sai fare e di quanto la tua bellezza, ostinatamente, ha saputo farsi largo per mostrare ogni giorno ciò che sei. 

La strada non è stata mai facile e temo che continuerà ad essere tale ma mentre penso a te oggi, scopro tanta leggerezza possibile, di quella che piace a noi due che sa guardare molto seriamente all’allegria per incontrare la vita.

Ma cosa hai pensato quando ti hanno comunicato la diagnosi?

Penso, e lo racconto, al titolo di quella bellissima poesia di Danilo Dolci, Ciascuno cresce solo se sognato.  E così penso al mio sogno infranto di allora e a quello che ancora oggi nutro e mi nutre, prendendosi cura di noi. E allora lo dico, mentre un sorriso si allarga nel cuore. 

Oggi sogno Luna, tutti i giorni.

Non sono mica tuo fratello

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di Igor Salomone

E siamo alla quarta Pillola.

Intanto voglio ringraziare tutti gli amici che hanno voluto condividere questo video e questo post. Spero che andando avanti con la serie il numero delle condivisioni possa aumentare

Un grazie particolare va poi all’amico Franco Bastari. A partire dai suoi suggerimenti, ho fatto qualche piccola modifica scenica e di regia. Al di là di quello che riesco a dire, di certo sto imparando molto sul mezzo. Spero che i cambiamenti rendano più fruibile il video. Io sicuramente mi sto divertendo parecchio.

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

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Ciao a tutti.

Questa pillola pedagogica, apre forse la serie degli standard desaparesidos. Anzi, lancio da subito un appello: chi di voi lo usa ancora?

E’ bene saperlo perchè potreste rientrare in un programma di protezione delle specie pedagogiche in via di estinzione.

Gli standard pedagogici, ovvero quei modi di dire, quelle frasi ripetitive che da figli abbiamo sentito più e più volte, in alcuni casi si insediano  nella mente e nel cuore per poi uscire a parti invertite dalla nostra bocca anche contro la nostra volontà. In altri casi, invece, appaiono scorie ormai smaltite di un passato irripetibile. Come, forse, il nostro standard odierno:

Non sono mica tuo fratello!

Non sono mica tuo fratello, perdonatemi la versione lombarda ma gli standard suonano spesso con accento locale, serve a rimettere i figli al loro posto.

Insomma, cos’è tutta questa confidenza? Abbassa i toni, giù le mani, modera il linguaggio. Insomma, impara a stare al mondo.

Che in effetti è un altro standard e ne parleremo in una prossima occasione.

Mi vengono in mente le immagini di quelle leonesse prese d’assalto dai loro cuccioli, viste innumerevoli volte tra una puntata di Quark e un documentario di Attenborough.

Le leonesse lasciano che i piccoli le mordicchino e le zampettino  sino al momento in cui con un ruggito, neanche troppo convinto, indicano ai pargoli un limite da non superare.

Facciamo così anche noi: Non sono mica tuo fratello! è uno di quei ruggiti.

Ci sono però in giro molti adulti presi d’assalto anche da un solo marmocchio, che potrebbe avere tipo da zero a 25 anni. Si lasciano tirare, spingere, assordare, perseguitare, trattare a male parole senza riuscire a trovare un argine alla sua furia.
Vien da pensare che il ruggito di quella leonessa, pacato e tutto sommato amorevole, sia andato perduto, sostituito da una lamentazione piagnucolosa e sconfitta,
dai, ma perchè fai così, smettila ti prego, per favore…

o, in altri casi, da scatti d’ira improvvisa e incontrollata che possono sfociare anche in atti di violenza estrema.

Certo, ruggire ai propri figli non sembra bello. Però non è bello neppure farsi sbranare da loro. Non è bello per i genitori e non è bello per i figli.

In fondo, Non sono mica tuo fratello, indica una presa di distanza. Significa che non siamo sullo stesso piano, che io sono sopra e tu sei sotto. Un modo per dire chi comanda, insomma. Possiamo giocare, possiamo discutere, ma alla fine decido io.

E tutto ciò, per la sensibilità pedagogica contemporanea, puzza di un autoritarismo stantio, improponibile.

La prossimità tra genitori e figli è aumentata di molto negli ultimi decenni. Più prossimità fisica, più cura del corpo affidata a entrambi i genitori, attenzione alle emozioni, marcatura stretta, giochi e attività condivise. Tutto questo riduce le distanze, ed è anche sollecitato da tutti ridurle. Poi però è più difficile ristabilirle.

La domanda quindi è: se siamo arrivati al punto di dire Non sono mica tuo fratello, cosa ha fatto pensare che potessimo esserlo?

Se non siamo fratelli, vuol dire che siamo qualcos’altro. Ma ribadire che siamo genitori, o per lo meno, adulti, oggi non basta più, perchè i rovesci educativi delle generazioni passate ci hanno lasciato con un ruolo di genitore, e di adulto, parecchio offuscati, con scarsa autorevolezza e del tutto privi di sex appeal.

Per essere qualcosa d’altro rispetto ai fratelli dei nostri figli, occorre avere uno spaziotempo da adulti diverso da quello condiviso con i figli, e al quale i figli non possano accedere.

E occorre  lasciare che i figli abbiano uno spaziotempo loro al quale non possiamo accedere noi.

Uno spazio tempo caratterizzato da discorsi, regole e persino luoghi  che appartengono agli uni e dal quale gli altri sono esclusi. E’ una questione di rispetto, non di egoismo e gelosia. E di responsabilità.

Senza il presidio di queste differenze, invece, il rischio diffuso è la colonizzazione unilaterale dello spaziotempo adulto da parte dei ragazzi e delle ragazze che inizia in tenerissima età con l’occupazione armata del letto coniugale.  Da lì in poi la strada è tutta in discesa.

Non si può parlare di qualsiasi cosa in qualsiasi momento con chiunque.
L’ambiente domestico non è una sala giochi globale tutta da usare a proprio piacimento.
La relazione familiare non è solo adulto-bambino ma anche bambino bambino e adulto adulto,
E queste sono tutte cose che vanno imparate.
E insegnate.

Assumendosi la responsabilità e anche, perchè no, la fierezza d’essere adulti.

Se non siamo fratelli, quindi, vuol dire che siamo qualcos’altro, ovvero io tuo padre/tua madre e tu mio/nostro figlio/a,

ma questa condizione deve essere visibile nelle cose che facciamo e diciamo e nel modo in cui le facciamo e le diciamo, altrimenti si riduce all’esibizione muscolare quando cerchiamo obbedienza.
E quasi sempre fallisce.

 

L’eredità spezzata – Recensioni n° 3 e 4

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di Igor Salomone

Raccolgo in questo post altre due recensioni, pubblicate anche su Amazon che mi hanno lusingato molto.

La prima è di Carmen Laterza, curatrice del sito Libroza.com, persona attenta e professionista precisa che ha curato l’editing del mio romanzo. Di parte direte voi, anche no. Alla fine Carmen non era affatto tenuta né a comprare né a rileggere il mio libro. Figuriamoci a fare una recensione su Amazon.

La seconda è arrivata su Facebook da parte di una persona che non conoscevo, Khoad Hogam. Ho capito poi trattarsi di uno pseudonimo che nasconde un’esperta di psicogenealogia. Sono corso immediatamente ad aggiornarmi e ora sto leggendo uno dei libri della sua fondatrice: La sindrome degli antenati. Ringrazio Khoad per la densità delle sue parole.

Buona lettura.

Una saga familiare appassionante
“L’eredità spezzata” è una saga familiare che appassiona, una storia che si dipana in luoghi ed epoche diverse per scoprire il segreto della famiglia Spadario, il cui nodo principale è il rapporto, profondo ma irrisolto, tra padri e figli. Soprattutto, però, “L’eredità spezzata” è un libro ben scritto, con frasi avvolgenti, scelte lessicali mai banali, salti temporali ben gestiti e un’alternanza di voci e di punti di vista che dimostra tutta l’esperienza dell’autore.
Se questo è il primo romanzo nella produzione letteraria di Igor Salomone, c’è dunque da augurarsi che sia solo il primo di tanti altri.
(Carmen Laterza)

Il filo d’Arianna della psicogenealogia
L’eredità spezzata: travolgente e compatta. Fuga singhiozzante, pause sinistre, vuoti che ne contengono altri, matrioska di significati. Il filo d’Arianna dellapsicogenialogia inoltra in un labirinto di domande, gravido di sensi multipli ed enigmatici come specchi. Un libro da leggere, animico e potente. Con-prende anche dove non si fa capire. Una storia, finalmente. Un ritmo da maestro per consegnarla, inesplosa, testimone di quella corsa che è di ognuno la vita.
(Khoad Hogam)

 

Questa casa non è un albergo

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Di Igor Salomone

Ecco a voi la terza pillola. A questo punto la serie è una realtà. Devo ancora decidere quale sarà la prossima, datemi una mano… Scegliete uno standard nell’elenco alla fine del video,  lavorerò sul più quotato per realizzare la pillola di settimana prossima!

Mi raccomando, condividete. O, se preferite, spacciate. Per una volta che un farmaco è gratis…

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

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Ciao a tutti:

Oggi parliamo di un classico tra gli standard educativi: cioè quelle frasi sentite mille volte, che abbiamo giurato di non ripetere mai,  ma che prima o poi escono inesorabilmente dalla nostra bocca.

Lo standard odierno è: “Questa casa non è un albergo!” Chi non se l’è sentito dire?

Sospetto sia molto antico. Probabilmente i padri del Pelolitico rimbrottavano i figli che rientravano tardi dalla caccia dicendogli: “questa caverna non è un albergo!”…

Viene un momento in cui i figli vanno e vengono da casa.
Durante l’infanzia e la prima adolescenza, la vita di molti ragazzi e molte ragazze ha un inquadramento paramilitare fatto di orari scanditi, accompagnamenti rigidamente organizzati, attività scolastiche ed extra scolastiche infilate in un’agenda più fitta di quella di un top manager.A un certo punto, e nel giro di poco, tutto questo sparisce, si dissolve.

Fino a un certo momento i genitori sanno esattamente dove sono i figli, a far che e con chi. Poi, iniziano a perdere il controllo sul dove sono, poi sul che fanno e infine con chi lo fanno. 

O in un altro ordine, non importa…

Alla fine accade che sanno solo quando i figli entrano ed escono da casa (forse) e il bisogno di non perdere totalmente il controllo, prima che arrivi questo momento, è la ragione del nostro standard pedagogico odierno.

“Questa casa non è un albergo!” quindi, ammonisce i figli affinché provino a stare a casa un po’ di più, o a non usarla solo come un posto dove mangiare/dormire/lavarsi, o a non uscire dalla propria camera solo per mangiare o andarsene, come fosse appunto una stanza d’albergo.

In fondo l’albergo è un posto dove si abita senza occuparsene. Ci pensano gli altri. E sentirsi i camerieri, i receptionist, i cuochi e il personale dei propri figli non è bello.

Se si arriva lì, però, da qualche parte abbiamo cominciato.
E se i nostri figli alla fine pensano che casa nostra sia casa loro e possono farci quello che vogliono, qualcuno deve averglielo fatto credere.Per esempio quando, erano impegnati nella maratona scuola-compiti-palestra-piscina-danza-musica-gare-trasferte e, una volta a casa, nessuno poteva chiedergli altro, perché rimaneva loro il tempo solo per schiantarsi davanti alla play station o di perdersi nei social.

Ma niente paura! nulla è irrimediabile e tutto si puòrinegoziare!

In fondo, una casa è ANCHE un albergo cioè un luogo dove trovare ospitalità e conforto.

Solo che in un albergo ospitalità e conforto sono unidirezionali: chi ospita li offre, chi viene ospitato li riceve. In una casa invece devono essere offertireciprocamente. 
Guai quindi a far sentire i propri figli sempre e solo accuditi. Prima o poi si sentiranno dei semplici ospiti e da tali si comporteranno. Occorre che accudiscano a loro volta e con un ruolo importante non di semplice gregario o di manovalanza. A nessuno piace passare dal ruolo di ospite di un albergo a quello di fattorino.Guai del resto anche a farli sentire a casa solo in camera loro. Eviteranno tutto il resto come la peste. E seguiranno per la loro camera regole completamente diverse da quelle del resto della casa.

Occorre che sentano propri anche altri angoli della casa condivisa, altri “momenti” della vita comune. Ma per riuscirci occorre lasciare che se li prendano, negoziandone la cessione.

Guai infine anche ad abbandonare la casa tutta nelle loro mani. Quando questo succede i genitori non sono destinati a fare gli ospiti, ma il personale di servizio. La sovranità va piano piano condivisa,non ceduta.

 

I figli crescono in una casa che è loro e al tempo stesso non è loro. E’ inevitabile. Ed è importantissimo tenere aperta questa ambivalenza. Perchè è così che si impara  cosa significa abitare una casa insieme ad altri. Ed è così che si impara il sentimento di ciò che chiamiamo “casa” e il senso del convivere sotto uno stesso tetto.

Del resto l’alternativa tra abitare una casa e vivere in un albergo c’è: rinchiudersi soli in un monolocale senza dover rendere conto a nessuno dei calzini sporchi abbandonati sul divano o del tubetto di dentifricio premuto dalla parte sbagliata.

 

Capirai quando sarai grande

2 commenti

 

di Igor Salomone

Ecco a voi, con regolarità farmaceutica, la seconda somministrazione delle Pillole pedagogiche. La serie video con alcune riflessioni brevi attorno alle questioni fondamentali dell’educazione quotidiana.

Godetevi il video, quindi, totalmente in autoproduzione e realizzato con il contributo amichevole di chi mi ha aiutato con le riprese e con la correzione dei testi. Se non avete tempo e voglia di seguire il video, oppure non avete preso appunti visionandolo… di seguito trovate il testo della Pillola.

Arrivederci alla prossima che sarà sullo Standard: Questa casa non è un albergo

La pillola precedente, Quante volte te lo devo dire, la trovate invece qui

 

 

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Ciao a tutti
Oggi parliamo dell’antico monito Quando sarai grande capirai e di tutte le sue varianti: Vedrai quando avrai dei figli – Ne riparliamo tra vent’anni – Ho avuto anch’io la tua età 

e simpaticherie del genere.

“Quando sarai grande capirai” è un evergreen tra gli standard educativi, cioè quelle frasi sentite mille volte, che abbiamo giurato di non ripetere mai,  ma che prima o poi usciranno dalla nostra bocca.

Sentirselo dire non è mai piacevole. Dà sempre l’idea che gli adulti non vogliano darti spiegazioni, o che si siano stufati di farlo.

E poi questo far pesare l’esperienza, che fastidio! come se il fatto di esserci già passati conferisca automaticamente la capacità di prevedere cosa succederà a te in futuro. Ma che ne sappiamo del futuro?

Chi ammonisce i figli che solo da grandi capiranno, ha capito davvero quello che gli avevano detto i genitori a suo tempo

E poi, se ora un figlio non è in grado di capire, perchè rimproverarlo se non capisce?

A volte frasi del genere sembrano fatte apposta per chiudere un discorso e far passare la propria volontà senza discussioni.

Mi chiedo però quanto questo monito, mille volte sentito sino a una generazione fa, sia ancora in auge. Voi l’avete dovuto ascoltare? mi piacerebbe sapere se si usa ancora oggi oppure se è caduto in disgrazia e gli ultimi ad averlo ricevuto sono magari gli attuali quarantenni. 

Dai fatemi sapere.

Perché per quanto fastidioso, gettarlo nel dimeniticatoio temo significhi buttare anche qualcosa di buono che perderemmo per sempre.

Per esempio, che non tutte le cose importanti della vita si possano comprendere subito, è una verità delicata e importante. Nel film Capitain Fantastic c’è uno straordinario Viggo Morghensen nei panni di un padre che spiega sempre tutto ai figli indipendentemente dalla loro età e dall’oggetto della spiegazione. Vi consiglio di vederlo.

C’è una scena veloce e surreale nella quale uno dei figli più piccoli, sei anni circa, trova un libro sui campi di concentramento nazisti e chiede al padre perchè tutte quelle persone fossero in pigiama. Il padre in modo estremamente tranquillo gli spiega in dieci secondi la Shoah.

E’ l’immagine di un’abitudine educativa molto diffusa oggi. E anche piuttosto discutibile.

Certo, “capirai quando sarai grande” può anche significare continuare a considerare l’altro piccolo e non in grado di capire per mantenere il potere su di lui. Ma ho l’impressione che riempire di spiegazioni buone per tutte le stagioni i figli, sia il segno di uno smarrimento.

C’è un tempo per e un tempo per. Eliminare i tempi e i passaggi non aiuta.

Occorre accettare che le cose si possono imparare sempre, ma che le capiamo  solo quando è il momento.

Occorre capire che ogni fase della vita getta uno sguardo diverso sulle cose. Ed è questo il bello. Invece di dover rincorrere esperienze sempre nuove rischiando di arrivare a vent’anni avendo già fatto e visto tutto, significa poter    

coltivando così la capacità di stupirci e di meravigliarci

Quindi “capirai quando sarai grande” in fondo è un augurio. Quale augurio migliore si può fare a un figlio se non rassicurarlo 

che diventerà grande…
che avrà sempre qualcosa da capire…
e che il bello della vita è proprio questo?

 

La Legge del guaio

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di Igor Salomone

Un Guaio non è ancora un problema

Incidenti, eventi inaspettati, tragedie improvvise, elettrodomestici guasti, malattie conclamate, tradimenti, unioni spezzate, finanze al collasso, e poi ancora: nubifragi, epidemie, invasioni di cavallette, siccità, terremoti, pioggia sul week end, la squadra del cuore retrocessa, sostanzialmente sono tutti fatti. Che  i più tendono a considerare guai. O anche: sfighe, disastri, contrattempi, punizioni divine, qualcuno persino opportunità.
Chiamateli come volete, ma non sono problemi. Non ancora per lo meno.

Questo è l’incipit della Prima Legge di Dissolvere Problemi. In tutto sono cinque, seguite da una quantità di corollari e varianti. Mi sono divertito moltissimo a formulare le une e gli altri. E’ successo qualche anno fa mentre ero alla ricerca di una via d’uscita dall’onnipresente cultura del problem solving.

Perchè mai. mi chiedevo, dobbiamo a tutti i costi risolvere i problemi e, per di più, farlo in modo efficiente ed efficace? Questa domanda stizzita mi frullava nello stomaco da tempo e sentivo il bisogno di variare il punto di vista.
E se per esempio qualche problema lo si lasciasse in pace dandogli il tempo di togliere le tende per conto suo? E poi, siamo sicuri che quando usiamo la parola “problema” intendiamo tutti la stessa cosa? E, sopratutto, un problema è una cosa da togliere di mezzo o da capire? Cosa succede quando riusciamo a toglierlo di mezzo senza averci capito un tubo?

Alla fine ho capito.

Quando un guaio qualsiasi produce una domanda sul che fare di fronte al guaio, e sopratutto di fronte alle reazioni causate dal guaio, allora il guaio diventa un problema in cerca di una soluzione.

E ho iniziato a rifletterci con le persone in formazione, in supervisione, a lezione e nel laboratorio di Esperienze e connessioni che ho chiamato appunto Dissolvere problemi.

L’anno scorso il fuoco del laboratorio sono stati i Guai, quest’anno sono appunto i Problemi. Due appuntamenti in programma:

6 e 7 aprile a Vanzago (Milano)
4 e 5 maggio a Pesaro

Vi incuriosisce questa ipotesi? avete la vostra da dire? scrivetemi, commentate sui social, oppure iscrivetevi ai laboratori mandando una mail a igor.salomone@me.com

Il resto del programma 2018 di E&C lo trovate qui.

L’eredità spezzata – Recensione n 1

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Ricevo questa bella recensione del mio romano L’eredità spezzata da parte di un’amica di sempre. Compagna in gioventù di militanza e tante battaglie e in età adulta di un percorso professionale e formativo che ha fatto dell’educazione l’ordito comune delle nostre trame esistenziali. Sono felice sia lei a fare da apripista di un percorso che spero accoglierà molte altre voci.
Non preoccupatevi comunque, non ci sono spoiler 🙂. E quei pochi che si intravedevano, li ho censurati…

 

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Ancora una volta
di Nadia Ferrari

C’era una volta un compleanno, un gruppo di persone sconosciute fra loro ma legate dall’amicizia al festeggiato. C’erano ricordi, intrecci, buoni piatti, abbracci. E c’era uno zainetto zeppo, dal quale uscirono “i libroni”, dono sperato quanto inatteso, che mi ha reso felice! C’erano i luoghi in cui ci hai ospitato: piazzale della Vetra, le stradine del centro, del bel racconto e la passeggiata per quella Milano, a cavallo, ancora una volta, tra storie, epoche, affetti.
E ora c’è il romanzo!

Il tuo primo romanzo, Igor, si legge in un fiato, è bello, molto bello! L’ho letto assaporandone tutte le parti nel loro intrecciarsi di tempi: il romanzo infatti attraversa tre generazioni di padri. Il passaggio dei tempi è perfetto, il romanzo scorre avanti e indietro con scioltezza e rigore. I nessi sono chiari. Non da meno sono gli intrecci di sguardi e di ruoli: la storia si dipana tra dimensioni intime/familiari e storico/sociali che narrano contemporaneamente il padre, il figlio, lo scrittore, il pedagogista e l’amico. Mi pare che tu sia perfettamente riuscito a tessere i significati pedagogici che da tempo cerchi di insegnare, senza mai cedere il passo al maestro. Una bella sfida, difficile per te.

La modalità di scrittura e i temi trattati scorrono fluidi tra le pagine, assieme ai personaggi, ben dipinti che quasi sembra di conoscerli, coinvolgendo il lettore intimamente e profondamente nelle vicissitudini di un passato storico patrimonio di tutti e nelle traversie della famiglia Spadario. La guerra fa da sfondo a tutta la narrazione a più livelli. Infatti il romanzo si snoda principalmente nella Milano della seconda guerra mondiale, nella travagliata fase del dopo armistizio dal 43 al 45. In cui comincia, tuttavia, una nuova battaglia, che per una parte sarà quella della Resistenza tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo, collegandosi poi ai primi del ‘900 per poi giungere sino a oggi.

Dentro a questo sfondo si dipanano le traversie di una famiglia di origini siciliane, appunto gli Spadario che, di generazione in generazione per volontà dei padri, e sempre in fuga da un segreto, impediscono ai figli di mettere radici. Meravigliosi i passaggi in cui sottolinei come la cultura famigliare possa porre limiti tanto oscuri quanto fermi alla ricostruzione della genealogia, tanto che il silenzio diviene l’unica possibilità di essere ricordati, dando origine al paradosso che poi attraversa tutta la narrazione:

“… irrompeva in mezzo a loro con quella domanda da non farsi. Una domanda che da ore stavano accuratamente evitando di porsi, cresciuti com’erano nella sottile disciplina dell’evitare domande d’ogni tipo, specie se riguardavano cose di famiglia.”

“Cos’era successo? E cosa era successo al loro papà uscito il giorno prima e non ancora tornato? Questo dicevano i loro sguardi. Questo tacevano le loro bocche. Piccoli, ma avevano già imparato a non fare domande.” (capitolo 1 Scomparso)

La storia vera e il romanzo si intrecciano, regge anche la tensione che hai tenuto sul segreto e regge sino alla fine. Il romanzo racconta della custodia di un segreto familiare maledetto, una vergogna… anch’io serbo dolorosamente questa stessa prerogativa. Una realtà quella dell’occultazione della memoria abbastanza comune alla generazione dei nostri genitori che in generale non hanno voluto o saputo raccontare, perdendo di vista l’importanza e impedendo ai figli di dare forma alla propria identità e sentirsi meno soli. Un tema attuale quindi in cui molti potrebbero riconoscersi. Una realtà che, forse, appartiene ancora largamente anche alla nostra epoca. Io stessa, leggendo, mi sono accorta che perpetuo lo stesso errore.

“… Il vuoto di cui mi hai riempito ha mandato al macello la mia volontà e il mio impegno in innumerevoli trincee. Senza una storia, senza una cultura di riferimento, senza patrimonio, senza conoscenze, ho assaltato alla baionetta la vita che non si è nemmeno presa la briga di falciarmi con la mitragliatrice: si è limitata ad ignorarmi. La volontà e l’impegno non bastano, papà. Ci vuole un’eredità e tu me l’hai negata.” (capitolo 9 L’eredità negata)

Quanti intrecci con quello che siamo e siamo stati ho ritrovato nel racconto. Come sai, anch’io vivo nell’oblio del passato, con forse una responsabilità maggiore: io non ho mai cercato di sapere perché alle poche cose che mi sono state raccontate non ho mai attribuito grande valore. Ancora oggi rimango orfana e fatico a ritrovare segni di una qualsiasi eredità. Identificare un’eredità, soprattutto a livello parentale, richiede un lungo lavoro di riconoscimento delle proprie radici e di riconoscenza per chi ce le ha consegnate. Un lavoro, che come vien ben descritto nel romanzo, passa anche attraverso l’inquietudine di dover accettare i misteri, di provare a violare i terreni dell’indicibile che spesso le famiglie regalano, misurandosi con la custodia dell’ambivalenza… che (si sa) viene poco tollerata dall’animo umano. Lavoro non scontato e certo non esente da fatica.

Infine vorrei dirti del sottile dispiacere che mi ha provocato e poi accompagnato per tutto il libro, la scelta di raccontare parti occulte della Storia. C’è il rischio di identificarsi con Domenico e Angelo tanto da percepire l’adesione al fascismo come scelta giusta e il contrario come rivolta gestita da un manipolo di balordi… In alcuni momenti la narrazione di avvenimenti e contenuti di violenza, per lo più atti individuali, reazioni alla barbarie o addirittura errori, sembrerebbero mettere in risalto “luci e ombre” della Resistenza, questione tuttora bollente. Non ti nascondo Igor il timore di questa deriva, così potrebbe essere interpretato dai più e dai giovani che leggeranno il romanzo.

Ma forse è solo un mio timore e fa parte della personale resistenza a far morire l’unico mondo che i miei genitori sono riusciti a costruirmi attorno per fortuna dalla parte dei “giusti”. Un mondo che so essere fatto di miti e di eccessi, esattamente come il suo contrario, ma che non mi sento di paragonare. Quindi non lascerò che si dissolva facilmente. Preferisco pensare al tuo intento di mettere in risalto i danni che strategie di evitamento hanno prodotto in una parte di mondo che a quel tempo ha scelto di non reagire. O meglio non ha scelto proprio nulla. Nel racconto ci sono segni che vanno in questa direzione e non lasciano dubbi.

“C’era una guerra da dimenticare. Soprattutto c’era da dimenticarsi di essere stati dalla parte sbagliata della Storia e dunque la negazione del passato sembrava avere motivazioni solide” (capitolo 9 L’eredità negata)

Ciò nonostante quest’ultima questione mi turba e resta aperta come curiosità.

Leggendo emerge lentamente e inesorabilmente nell’intreccio complesso delle parti il tema centrale del romanzo che è di tipo squisitamente educativo. Il testo riesce in modo compiuto a tessere una verità conosciuta quanto dimenticata: l’importanza di lasciare agli eredi una testimonianza affinché si possa consegnare una storia, vergognosa che sia, accompagnandoli nella responsabilità di attribuirle un senso. Assumendosi così il compito di comprendere cosa fare della storia che ci si ritrova in mano per poterla riconsegnare al futuro. Unica chance di sopravvivenza.

Emozionante, quanto molto dura, la testimonianza di Domenico (il padre della generazione di mezzo) in tutto l’ultimo capitolo Canto di morte:
“Un uomo deve lasciare un segno di sé, se non vuole limitarsi a essere un fiore.”

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