Zona debambinizzata

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di Igor Salomone

Quindi, se i bambini al ristorante corrono di qua e di là disturbando gli avventori, la soluzione è semplice: basta frequentare ristoranti (alberghi, resort, villaggi turistici) kidsfree. Geniale! non ci sarei arrivato nemmeno in un milione di anni. Però ci sono arrivati molti gestori che rischiano di prendere due piccioni con una fava: niente casino per il loro clienti e un business, pare, in netta crescita.

Pensare che qualche settimana fa un povero oste veneto è stato linciato su TripAdvisor perchè aveva osato appendere un cartello che invitava le famiglie a mangiare unite attorno ai loro tavoli. Si era persino consultato con uno psicologo per dire loro che la cosa faceva bene alla crescita. Uno slancio pedagogico insospettabile e, ovviamente, inaccettabile. Il figlio è mio e me lo educo io, tu come ti permetti, servimi la pizza e sta buono lì.
Dall’altra ci sono quelli che di bambini in certi posti non ne vogliono proprio sapere. Vuoi perchè li hanno appena lasciati a casa e anelano un po’ di tranquillità, vuoi perchè hanno scelto di non averne, quindi preferiscono evitare di dover sopportare quelli degli altri.

Ma da quando i bambini sono diventati un problema di quiete pubblica?
Per carità, i marmocchi che strepitano, urlano, corrono, si buttano a terra sotto lo sguardo impotente o addirittura compiaciuto dei genitori, irritano anche me. Ma se tutto ciò che potrebbe irritarmi lo espello dai luoghi che frequento, rischio di andare al ristorante da solo.

I bambini sono spesso fuori controllo nei luoghi pubblici, questo è un dato ormai indiscutibile. Del resto lo sono spesso anche all’interno delle mura familiari. Ma è un problema pedagogico, non di ordine pubblico.
I bambini devono imparare a comportarsi secondo le attese sociali nei vari luoghi che frequentano. Ma se devono imparare, vuol dire che non lo sanno ancora fare, dunque è inevitabile che, mentre imparano, siano inopportuni, fuori luogo, scassapalle. Ciò che irrita in realtà non sono loro, ma i genitori che non sembra stiano insegnando loro nulla in proposito. Irrita la sensazione che li lascino semplicemente fare o addirittura che considerino giusti quei comportamenti “perchè sono bambini”. Ma se è così, dovrebbero essere lasciati loro fuori dai ristoranti, non i loro figli.

Invece espellere le persone sgradite è la soluzione più semplice, quella che non chiede di capire, di ascoltare, di imparare e di insegnare. Ed è una soluzione tanto semplice quanto pericolosa.

Oggi evviva il No Kids, domani seguirà il No Handy (sai quanto possono essere sgradevoli i disabili che urlano, o si agitano, peggio magari sbavano e comunque occupano un sacco di spazio con quelle dannate carrozzine?). Infine arriveranno i No Colored che è uguale al “vietato l’ingresso ai negri” di buona memoria, però è politicamente corretto.
Se smarriamo per strada la responsabilità pedagogica collettiva, ci aspetta l’apartheid, però più smart, più cool e, sopratutto, più business oriented.

I am what I am

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Di Igor Salomone

È una vita che faccio un sacco di cose. Probabilmente per evitare di confondermi con ognuna delle cose che ho fatto. E nemmeno con la loro somma, se è per quello.

Ma il mondo va da un’altra parte e il linguaggio pubblicitario un po’ lo rappresenta, un po’ ce lo porta. Ogni spot, ogni video su YouTube, ogni discorso nei bar o nei giardini pubblici, spinge prepotentemente ognuno a identificarsi con le proprie attività se non, peggio, con i risultati di quelle attività. Viviamo la civiltà della performance. E se per caso quella performance ti viene male sei fregato, non sei più nessuno.

No caro copyrighter, no caro artdirector, contenti per la vostra performance non ho idea di quanto vi rendiate conto della vostra responsabilità nell’uccidere giorno per giorno, da decenni, il senso delle cose. E solo per poterle vendere. Ma io non ci sto. Continuerò a insegnarmi e a insegnare che siamo ben altro rispetto a ciò che facciamo e sappiamo (o non sappiamo) fare. E se volete, posso persino aiutarvi a vendere cose a delle persone, invece che a quei simulacri di esistenza che insistete a chiamare consumatori.

Farfaluna

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di Irene Auletta

Giornate pesanti di quelle no tutto e contro tutto, condite da sveglie mattutine indicibili. Sara’ il cambio di stagione, il ciclo mestruale, l’adolescenza, le contingenze astrali o l’arrivo di un meteorite?

L’assenza di parole e della possibilità di narrarsi spinge tutti i genitori che attraversano situazioni analoghe a moltiplicare con gli anni il carnet dei quesiti, misurandosi sovente con un senso di frustrante spossatezza.

E poi stamane incrocio un post che parla di fatica, stanchezza e significati possibili e non posso fare a meno di pensare alla nostra.

La mia che ti seguo, e ogni tanto ti rincorro, nel tentativo di capire cosa caspita vuoi dirmi e la tua che, insieme a una reazione molto scocciata, esprime un’insofferenza cresciuta negli anni. In quali categorie rientreranno le nostre fatiche che di sicuro nascondono un amaro retrogusto eroico?

Per fortuna anche questo comportamento segue un andamento a onde e quindi stringo i denti aspettando il successivo movimento di tregua e te lo dico spesso per farci coraggio. Stamane rincaro la dose.

Oggi gonna con il tulle, da te gradito per quel suo spontaneo svolazzare e che nella fantasia mi appare portatore di leggerezza. A volte i giorni sono pesanti amore e bisogna trovare il modo di volare. 

Mentre un po’ ti scappa da ridere e un po’ mi guardi seria, ti chiamo Farfaluna attirando la tua attenzione con quel nome strano.

Per oggi figlia mia ti auguro di sentirti un pochino farfalla lasciando quel peso a terra e qui da me, nelle mie braccia. Un saluto dei nostri prima di avviarmi incontro alla mia giornata e, mentre mi dirigo verso la fermata del treno, mi sento anch’io più leggera contagiata da quelle piccole ali che sento proprio lì, vicino al mio battito.

Geometrie variabili

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di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Venti dell’anima

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di Irene Auletta

L’avete saputo di Federico? A volte le domande sembrano creare ponti per potersi parlare e per dare voce a quel racconto che attendeva paziente di essere condiviso. Lo scorso anno quando ho incrociato lo sguardo di questa madre non ho avuto bisogno di conferme.

Ci siamo ritrovate per diversi anni sulla stessa spiaggia scambiandoci delicati sorrisi, unite dalla nostra stessa peculiare esperienza di maternità. Ma lo scorso anno quel filo mi ha raggiunto subito strappato e la conferma della morte del bambino e’ arrivata a dire di quel dolore già preceduto da qualsiasi parola. Io non ho osato dire nulla, ne’ lo scorso ne’ quest’anno, anche se i nostri occhi, incontrandosi, si sono comunicati parecchie sfumature.

Oggi la spiaggia e’ quasi vuota e solo in pochi non hanno rinunciato di farsi accarezzare da un vento forte e caldo. Il momento ideale per far arrivare vicino quella domanda, come una vela che unisce destini e sorti. La madre racconta e si commuove e le lacrime riempiono senza pudore anche i miei occhi. Il dolore, la mancanza, la voglia di arrendersi e la forza ritrovata, ogni giorno, nella presenza degli altri figli.

Tuo padre porge delicatamente quella domanda che immagino lì in attesa prima di sentirla. Ma avere altri figli non ti aiuta? Sai, noi che abbiamo una sola figlia spesso ci facciamo questa domanda. Forse madri e padri, di fronte a quesiti analoghi, hanno risposte differenti e solo nella tenacia di questo confronto si può trovare un respiro di vera vicinanza.

Il cuore spezzato che continua ostinatamente a battere, il senso incolmabile di perdita e quel vuoto che toglie il fiato. Per quella madre gli altri figli sono una storia “a parte” diversi da quell’amore speciale. Nulla da dire, solo da ascoltare e, quando accadono incontri così forti, mi accorgo di respirare piano quasi che anche il mio respiro possa disturbare.

Le parole devono poter volare nel loro tempo maturo e forse oggi anche le emozioni si sono un po’ riempite di leggerezza piena di aria di mare. Auguro a quella madre di continuare a crescere nel suo percorso e nella sua ricerca, perché il tempo possa farle intravedere ciò che mi pare ancora sepolto nell’ombra.

Oggi ho compreso ancora di più perchè la parola accettazione mi raggiunge sempre più estranea, vuota e sovente stucchevole, sia che si parli della peculiarità dei nostri figli sia che si parli della loro perdita. In casi analoghi, e nelle loro molteplici sfumature, il dolore non può essere “accettato” ma deve poter trovare un suo luogo dove accomodarsi, dove potersi ammorbidire con il passare del tempo e dove non manchi la possibilità di prendersene cura. Insieme al figlio ancora al tuo fianco oppure insieme al suo intramontabile ricordo.

Né bambini, né bambine

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identità di genere

 

di Igor Salomone

Un bambino in Canada non risulta all’anagrafe né maschio né femmina. Pare sia la prima volta nel mondo. La madre dice che non vuole scegliere per lui/lei quale dovrà essere il suo genere, quindi è riuscita a far aggiungere ai suoi documenti una bella “U” che sta per unidentified accanto ai più classici e internazionali M e F. Questa sarebbe la notizia e sta girando in rete in questi giorni in modo virale per l’interesse che la cosa suscita.
La questione in realtà, ho scoperto, è piuttosto complessa. Sesso, genere e orientamento sessuale non sono la stessa cosa, quindi in realtà quella madre non ha voluto indicare il sesso del/della figlio/figlia alla nascita per non pregiudicare la scelta di genere futura. Se vi interessa approfondire la questione potete leggere questo post. Fine della notizia, almeno per come gira in Rete.

La notizia che ha colpito me, invece, è un’altra. In nome dell’autodeterminazione del figlio/a, un genitore non sceglie ciò che dovrà scegliere lui/lei in futuro. E’ possibile compiere una scelta del genere? No. Sul piano educativo non esistono le non-scelte perchè non scegliere qualcosa per i propri figli è una scelta e, come tutte le scelte, è gravida di responsabilità.

Ci sono un sacco di cose che i miei genitori hanno scelto di non scegliere al posto mio, ad esempio l’identità religiosa, e gliene sarò eternamente grato. Mi hanno concesso una libertà straordinaria attraverso i vuoti educativi, grazie cioè a tutto quello che non mi hanno insegnato. Una libertà che ha avuto i suoi costi, ovviamente, ho trascorso l’intera vita a giustificare il mio totale disinteresse per il tifo calcistico, dato che in casa mia, oltre alla religione, un altro grande assente era il pallone.
Non credo però che l’identità di genere sia neanche lontanamente paragonabile a quella religiosa o da curva sud.

Quel/quella bambino/a come si riferirà a sé quando inizierà a parlare? Sopratutto, come parleranno a lui/lei i suoi genitori? e come dovrebbero parlarle/gli nonni, zii, amici, vicini di casa, educatori, insegnanti? Si può costringere un/una bambino/bambina a entrare in guerra con i pronomi proprio nel momento in cui sta per definire una delle primissime e fondamentali identità: quella linguistica? E si può francamente costringere l’intero mondo che lo/la circonderà a parlare una neolingua, oltretutto decisamente brutta? Le lingue non si costruiscono a tavolino e, sopratutto, non si può decidere di parlarne una propria, incomprensibile ai più.
O meglio, si può deciderlo benissimo, e quella madre l’ha fatto. Quello che non si può fare è spacciare questa decisione per un atto di libertà nei confronti di chi questa scelta dovrà subire.
E questa è la notizia.

L’autodeterminazione è un valore sacrale e va pensata con estrema attenzione sul piano educativo, cercando, se possibile, di evitare pasticci. L’idea che l’autodeterminazione si sviluppi facendo decidere qualsiasi cosa ai bambini sin dalla più tenera età, dal colore della pastasciutta al sesso, è una delle più grandi bufale pedagogiche contemporanee.
L’autodeterminazione è una conquista, non una gentile concessione e, come tutte le conquiste, si deve misurare con dei vincoli dati. Il sesso è uno di questi. Nasci maschio, nasci femmina, nasci con entrambi i sessi, nasci senza sesso, il mondo ti deve mettere di qua o di là. Ma non perchè è così sulle carte di identità, perchè è così che sono strutturate le lingue, almeno quelle indoeuropee, e se vuoi entrare nella comunità dei parlanti, e degli scriventi, devi essere collocato in un genere. Dopo, la sensibilità educativa ti aiuterà a tenere aperte o meno le prospettive e tu, quando sarà il tempo potrai decidere se tenere o cambiare questa identità iniziale. Si può pensare di non dare un nome a un bambino perchè magari potrebbe non piacergli? o magari di non assegnarlo ai suoi genitori, che potrebbe più avanti volerne degli altri?

La responsabilità educativa risiede proprio nella difficile e compromettente pratica del decidere per l’altro, sapendo distinguere tra le decisioni necessarie e quelle che non lo sono. Sarei curioso di seguire nel tempo quella madre per vedere quante decisioni imporrà nel tempo a suo/sua figlio/figlia a partire dalla scelta del nido e poi del tipo di scuola, per non parlare dei regimi alimentari, delle appartenenze religiose o politiche, delle regole di comportamento in pubblico.
La capacità di scegliere è forse la facoltà più delicata e importante e dobbiamo impararla rischiando, sbagliando, lottando, fallendo, pagando. Per riuscirci abbiamo bisogno di basi solide di scelte già fatte da altri che facciano da perno ai nostri movimenti di emancipazione.
Far scegliere ai bambini ciò che deve scegliere il mondo adulto, significa invece caricarli di una responsabilità schiacciante e insostenibile. E significa fare confusione tra ciò che un genitore deve scegliere e ciò che potrebbe anche evitare di imporre.

 

Boss nella culla

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di Igor Salomone

Bel film Baby boss. Uno di quelli che dal trailer ti sembra un po’ stupidino, ci vai giusto perchè piove e tua figlia tutti gli altri li ha già visti. E invece ti stupisce sin dalle prime sequenze.

E’ sapiente il modo in cui il regista (lo stesso di Madagascar e Megamind) immerge sin dall’inizio lo spettatore nel fantastico ed eroico mondo immaginario del protagonista-narratore, che non è il Boss, ma suo fratello maggiore, quello che lo vede piombare inaspettato e indesiderato nel “triangolo perfetto” primogenito-madre-padre, facendolo a pezzi.

Il film è una cipolla e va sfogliato strato per strato. In battuta il tema è la fatica di un figlio di accettare l’arrivo di un fratello. Molto ben descritta, gustosa e divertente. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. C’è molta immaginazione nel racconto del bambino in crisi da abbandono affettivo, costretto a dividere l’amore con il nuovo arrivato, un amore in quantità limitata che il baby per sua natura consuma a piene mani lasciandone pochissimo a chi era arrivato prima di lui (“Sei vecchio!” gli dice il baby parlante).

Ma tra le pieghe dell’immaginario infantile si intravedono fatti estremamente concreti. Una casa che si trasforma radicalmente saturando ogni angolo con la presenza del neonato e dei mille oggetti che riempiono il mondo familiare dopo il suo arrivo. Due genitori perennemente in corsa (fantastica la sequenza in cui il ragazzino se ne sta attonito in mezzo al corridoio mentre madre e padre entrano ed escono dalle stanze sotto forme di scie tipo Flash Gordon con le braccia cariche di biberon, giochini, pannolini, pappe, tutine). Geniale la festa dei neonati trasformata in un meeting. Estremamente efficace la descrizione di una coppia genitoriale che trasforma il nuovo arrivato nel centro di gravità attorno al quale ruota ogni cosa. Nel Boss della situazione, appunto. E qui le reazioni del bambino più grande vanno sullo sfondo, il punto è cosa succede agli adulti quando perdono il senso della misura, lasciando che una cosa importante come la nascita di un nuovo figlio, trasformi il proprio mondo come se esistesse solo il figlio nuovo.

Ma ancora non siamo andati al cuore più profondo della storia che il film racconta.
Evitando gli spoiler, si può dire che l’intera narrazione attorno alla quale si snoda la pellicola è una sorta di spystory, in perfetta congruenza con l’immaginario del figlio maggiore, il cui esito è salvare il mondo dalla messa in commercio di un nuovo tipo di cagnolino destinato a mettere in crisi non i fratelli maggiori, ma l’esistenza stessa dei bambini: un cucciolo costruito per restare sempre un cucciolo e non crescere mai.

Perchè il vero problema dei bambini, è che smettono di essere tali nel giro di pochi anni, trasformandosi in antipatici e brufolosi adolescenti che fanno rimpiangere i tempi delle coccole e dell’affetto incondizionato. E il desiderio genitoriale rischia di trasfigurarsi in una sindrome di Peter Pan alla rovescia in cui la fantasia di restare bambini in eterno migra dal bambino all’adulto, mettendo a rischio, come racconta il film, non solo e non principalmente la salute mentale dei figli, ma la loro stessa esistenza e con essa il mondo.

Per fortuna però, sembra dirci questo film, i bambini esistono e la loro voglia di crescere assieme ci salverà.

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