L’eredità spezzata – Conto alla rovescia

15 commenti

Cover-EBOOK_Leredita-spezzata

di Igor Salomone

Avreste mai detto che avrei scritto un romanzo?

Chi non mi conosce, cioè il mondo intero, non si porrà questa domanda, naturalmente. Semmai si chederà cosa ci sia di strano: tutti scrivono un romanzo prima o poi. Per questo nessuno ha più tempo di leggerli.

Nella piccolissima nicchia di chi mi conosce, invece, la stragrande maggioranza penserà che anch’io, come tutti, alla fine ho scritto un romanzo. E che sono troppo impegnati a leggere le migliaia di romanzi in circolazione per avere il tempo di leggere il mio.

Resta un’esigua minoranza alla quale a tutti gli effetti la domanda iniziale è rivolta. Di questa esigua minoranza, una parte è composta da tutti quelli che a vario titolo si sono affaticati sui miei saggi pedagogici. Se hanno superato il trauma, forse questo post potrebbe risvegliare la loro attenzione.

Infine, la parte rimanente, oramai un residuo estremamente minoritario, in tutto quatto o cinque persone, è quella che da tempo mi chiede: perchè non scrivi un romanzo?

Ecco, in pratica questo libro è colpa loro. Se volete vi fornisco nomi e indirizzi.

Quindi eccolo qua. O, per lo meno, ecco qua copertina e titolo. Da oggi inizia il conto alla rovescia. Al momento in cui scrivo mancano esattamente 22 giorni 8 ore e 58 minuti. Ma già sono di meno, se volete restare aggiornati tenete d’occhio il countdwon sul mio sito.

Per ammazzare il tempo, oltre a rispondere alla domanda iniziale, mi piacerebbe provaste a indovinare che tipo di romanzo ho scritto. Avete una settimana di tempo prima che lo sveli pubblicando il secondo annuncio e la quarta di copertina.

Per non perdere l’occasione di lanciarmi nel fantastico mondo del book marketing, mi spingo a mettere in palio tre copie del libro che estrarrò tra chi riuscirà a indovinarne il soggetto. Astenersi quelli con cui ne ho già parlato, i primi lettori e i correttori di bozze…

Ho persino aperto una nuova fiammante mail dedicata: eredita.spezzata@gmail.com

Dai, aiutatemi a riempire l’attesa sino al secondo annuncio di mercoledì 21 febbraio! Pubblicherò la quarta di copertina, svelerò qualche elemento della trama e magari, se qualcuno me lo chiederà, potrei persino parlare dei motivi che mi hanno spinto a raccontare questa storia…

************

Fortune al tramonto

5 commenti

di Irene Auletta

Mi dispiace per lei però, devo dirti la verità, mi dispiace tanto anche per te.

Il tono di mia madre non lascia dubbi interpretativi mentre stamane cerca di consolarmi dopo la serata di ieri. Tornata a casa da un impegno di lavoro, trovo i miei genitori e mia figlia in uno stato emotivo, connotabile tra il dispiacere e il senso fisico di impotenza, che quasi riesco a palpare nel  suo spessore.

Non è facile per i nonni gestire nipoti come te e non è facile per te, figlia mia, misurarti con le loro fragilità e i loro limiti che, evidentemente, ti creano difficoltà aggiunte a quelle che già fanno parte del tuo personale zainetto di vita. Anche questo vuol dire misurarsi con la disabilità.

Però, al di là di quello che mi riguarda come madre, devo riconoscere la mia fortuna ad essere ancora accolta come figlia e quel bisogno profondo di trattenere quella cura unica che nessuno dopo di te, mamma, potrà mai più darmi.

Questo fanno le madri, questo mi hai insegnato e ancora oggi mi insegni grazie alle tue parole di anziana che provano a prendersi cura della tua figlia adulta. Mentre mi parli il nodo alla gola mi ricorda cosa ho dovuto trattenere ieri sera preoccupata per voi due, che siete usciti da casa mia con le spalle curve come dopo una bastonata, per mia figlia che ho dovuto accogliere nella sua confusione e per me, inciampata senza alcun preavviso in alcune buche sconnesse della mia vita.

Questo fanno le madri, ti racconto mentre ieri sera continuavi a baciarmi quasi a volerti rassicurare che tutto andava bene e stamane al tuo risveglio, a conferma di quell’amore che ci tiene legate nella gioia del nostro incontro e nella sua inscindibile complessità.

Le fortune hanno sfumature bizzarre e la vita mi continua a spingere verso la ricerca delle loro molteplicità tonalità. Essere figlia è ancora un regalo che posso assaporare e gustare e non posso che dire grazie a te, mamma, per la madre che ogni giorno provo ad essere.

Auguri di meno

2 commenti

di Irene Auletta

Da qualche giorno continua a girovagarmi per la mente un post letto di recente sul tema degli eccessi e, in particolare, dell’eccesso di cura e le sue derive di dipendenza. Sembra sempre impossibile che le “cose buone” se fuori misura possano far male, eppure tutti noi ne facciano esperienza quotidianamente.

Siamo immersi in un’epoca iperbolica dove il tanto impera lasciandoci sovente critici e al tempo stesso travolti e sedotti. L’attuale periodo dell’anno poi pare esaltarne impietosamente le vette tra sfilate di cibi, abiti, profumi, gioielli, giocattoli per bambini e per adulti, luoghi di vacanze e quant’altro la fantasia individuale può proseguire a enumerare.

Il tanto è anche nell’ipocrisia di chi ogni giorno, a parole, valorizza quel meno proprio perchè non lo riguarda e d’altronde sprecare qualche parola per chi sta male, per chi sta attraversando inferni, per chi attraversa la vita con una dotazione veramente ridotta, fa sentire davvero molto fichi.

La tentazione diffusa di farsi sedurre da ciò che non si potrà mai avere rischia di spostare il nostro sguardo dalla bellezza di quello che ci brilla dinanzi agli occhi negando le storie strazianti o molto dolorose di quanti purtroppo, vicini o assai lontani da noi, realmente dinanzi agli occhi hanno poco o nulla.

Per questo nuovo anno auguro a te, figlia mia, di continuare ogni giorno a trasformare quello di cui disponi senza mai smettere di divertirti e di stupirti delle sorprese della vita.

Auguro a me di apprezzare le sfumature di quel meno tanto temuto che da anni mi riempie la vita di tonalità impensabili e di una ricchezza indicibile.

Auguro a tutti quelli che si riempiono di cose o fanno lo stesso con i loro figli, di fermarsi un attimo a mettere ordine per non farsi trascinare nell’oblio dell’abbondanza che, a tradimento e senza avviso, fa perdere il gusto dell’attesa, della conquista, della gratitudine, della sorpresa.

Auguro alla mia vita ancora un po’ di tempo, per gustarmi fino in fondo quella possibilità che, proprio perchè ricercata a volte in pertugi molto oscuri,  mi conferma di continuo il senso di questa vita e della sua straordinaria bellezza.

Zona debambinizzata

Lascia un commento

E7F9D35A-E903-40EE-8C0D-6BAE7324F84E

di Igor Salomone

Quindi, se i bambini al ristorante corrono di qua e di là disturbando gli avventori, la soluzione è semplice: basta frequentare ristoranti (alberghi, resort, villaggi turistici) kidsfree. Geniale! non ci sarei arrivato nemmeno in un milione di anni. Però ci sono arrivati molti gestori che rischiano di prendere due piccioni con una fava: niente casino per il loro clienti e un business, pare, in netta crescita.

Pensare che qualche settimana fa un povero oste veneto è stato linciato su TripAdvisor perchè aveva osato appendere un cartello che invitava le famiglie a mangiare unite attorno ai loro tavoli. Si era persino consultato con uno psicologo per dire loro che la cosa faceva bene alla crescita. Uno slancio pedagogico insospettabile e, ovviamente, inaccettabile. Il figlio è mio e me lo educo io, tu come ti permetti, servimi la pizza e sta buono lì.
Dall’altra ci sono quelli che di bambini in certi posti non ne vogliono proprio sapere. Vuoi perchè li hanno appena lasciati a casa e anelano un po’ di tranquillità, vuoi perchè hanno scelto di non averne, quindi preferiscono evitare di dover sopportare quelli degli altri.

Ma da quando i bambini sono diventati un problema di quiete pubblica?
Per carità, i marmocchi che strepitano, urlano, corrono, si buttano a terra sotto lo sguardo impotente o addirittura compiaciuto dei genitori, irritano anche me. Ma se tutto ciò che potrebbe irritarmi lo espello dai luoghi che frequento, rischio di andare al ristorante da solo.

I bambini sono spesso fuori controllo nei luoghi pubblici, questo è un dato ormai indiscutibile. Del resto lo sono spesso anche all’interno delle mura familiari. Ma è un problema pedagogico, non di ordine pubblico.
I bambini devono imparare a comportarsi secondo le attese sociali nei vari luoghi che frequentano. Ma se devono imparare, vuol dire che non lo sanno ancora fare, dunque è inevitabile che, mentre imparano, siano inopportuni, fuori luogo, scassapalle. Ciò che irrita in realtà non sono loro, ma i genitori che non sembra stiano insegnando loro nulla in proposito. Irrita la sensazione che li lascino semplicemente fare o addirittura che considerino giusti quei comportamenti “perchè sono bambini”. Ma se è così, dovrebbero essere lasciati loro fuori dai ristoranti, non i loro figli.

Invece espellere le persone sgradite è la soluzione più semplice, quella che non chiede di capire, di ascoltare, di imparare e di insegnare. Ed è una soluzione tanto semplice quanto pericolosa.

Oggi evviva il No Kids, domani seguirà il No Handy (sai quanto possono essere sgradevoli i disabili che urlano, o si agitano, peggio magari sbavano e comunque occupano un sacco di spazio con quelle dannate carrozzine?). Infine arriveranno i No Colored che è uguale al “vietato l’ingresso ai negri” di buona memoria, però è politicamente corretto.
Se smarriamo per strada la responsabilità pedagogica collettiva, ci aspetta l’apartheid, però più smart, più cool e, sopratutto, più business oriented.

I am what I am

Lascia un commento

Di Igor Salomone

È una vita che faccio un sacco di cose. Probabilmente per evitare di confondermi con ognuna delle cose che ho fatto. E nemmeno con la loro somma, se è per quello.

Ma il mondo va da un’altra parte e il linguaggio pubblicitario un po’ lo rappresenta, un po’ ce lo porta. Ogni spot, ogni video su YouTube, ogni discorso nei bar o nei giardini pubblici, spinge prepotentemente ognuno a identificarsi con le proprie attività se non, peggio, con i risultati di quelle attività. Viviamo la civiltà della performance. E se per caso quella performance ti viene male sei fregato, non sei più nessuno.

No caro copyrighter, no caro artdirector, contenti per la vostra performance non ho idea di quanto vi rendiate conto della vostra responsabilità nell’uccidere giorno per giorno, da decenni, il senso delle cose. E solo per poterle vendere. Ma io non ci sto. Continuerò a insegnarmi e a insegnare che siamo ben altro rispetto a ciò che facciamo e sappiamo (o non sappiamo) fare. E se volete, posso persino aiutarvi a vendere cose a delle persone, invece che a quei simulacri di esistenza che insistete a chiamare consumatori.

Farfaluna

Lascia un commento

di Irene Auletta

Giornate pesanti di quelle no tutto e contro tutto, condite da sveglie mattutine indicibili. Sara’ il cambio di stagione, il ciclo mestruale, l’adolescenza, le contingenze astrali o l’arrivo di un meteorite?

L’assenza di parole e della possibilità di narrarsi spinge tutti i genitori che attraversano situazioni analoghe a moltiplicare con gli anni il carnet dei quesiti, misurandosi sovente con un senso di frustrante spossatezza.

E poi stamane incrocio un post che parla di fatica, stanchezza e significati possibili e non posso fare a meno di pensare alla nostra.

La mia che ti seguo, e ogni tanto ti rincorro, nel tentativo di capire cosa caspita vuoi dirmi e la tua che, insieme a una reazione molto scocciata, esprime un’insofferenza cresciuta negli anni. In quali categorie rientreranno le nostre fatiche che di sicuro nascondono un amaro retrogusto eroico?

Per fortuna anche questo comportamento segue un andamento a onde e quindi stringo i denti aspettando il successivo movimento di tregua e te lo dico spesso per farci coraggio. Stamane rincaro la dose.

Oggi gonna con il tulle, da te gradito per quel suo spontaneo svolazzare e che nella fantasia mi appare portatore di leggerezza. A volte i giorni sono pesanti amore e bisogna trovare il modo di volare. 

Mentre un po’ ti scappa da ridere e un po’ mi guardi seria, ti chiamo Farfaluna attirando la tua attenzione con quel nome strano.

Per oggi figlia mia ti auguro di sentirti un pochino farfalla lasciando quel peso a terra e qui da me, nelle mie braccia. Un saluto dei nostri prima di avviarmi incontro alla mia giornata e, mentre mi dirigo verso la fermata del treno, mi sento anch’io più leggera contagiata da quelle piccole ali che sento proprio lì, vicino al mio battito.

Geometrie variabili

Lascia un commento

di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Older Entries

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: