L’eredità spezzata – Recensioni n° 3 e 4

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di Igor Salomone

Raccolgo in questo post altre due recensioni, pubblicate anche su Amazon che mi hanno lusingato molto.

La prima è di Carmen Laterza, curatrice del sito Libroza.com, persona attenta e professionista precisa che ha curato l’editing del mio romanzo. Di parte direte voi, anche no. Alla fine Carmen non era affatto tenuta né a comprare né a rileggere il mio libro. Figuriamoci a fare una recensione su Amazon.

La seconda è arrivata su Facebook da parte di una persona che non conoscevo, Khoad Hogam. Ho capito poi trattarsi di uno pseudonimo che nasconde un’esperta di psicogenealogia. Sono corso immediatamente ad aggiornarmi e ora sto leggendo uno dei libri della sua fondatrice: La sindrome degli antenati. Ringrazio Khoad per la densità delle sue parole.

Buona lettura.

Una saga familiare appassionante
“L’eredità spezzata” è una saga familiare che appassiona, una storia che si dipana in luoghi ed epoche diverse per scoprire il segreto della famiglia Spadario, il cui nodo principale è il rapporto, profondo ma irrisolto, tra padri e figli. Soprattutto, però, “L’eredità spezzata” è un libro ben scritto, con frasi avvolgenti, scelte lessicali mai banali, salti temporali ben gestiti e un’alternanza di voci e di punti di vista che dimostra tutta l’esperienza dell’autore.
Se questo è il primo romanzo nella produzione letteraria di Igor Salomone, c’è dunque da augurarsi che sia solo il primo di tanti altri.
(Carmen Laterza)

Il filo d’Arianna della psicogenealogia
L’eredità spezzata: travolgente e compatta. Fuga singhiozzante, pause sinistre, vuoti che ne contengono altri, matrioska di significati. Il filo d’Arianna dellapsicogenialogia inoltra in un labirinto di domande, gravido di sensi multipli ed enigmatici come specchi. Un libro da leggere, animico e potente. Con-prende anche dove non si fa capire. Una storia, finalmente. Un ritmo da maestro per consegnarla, inesplosa, testimone di quella corsa che è di ognuno la vita.
(Khoad Hogam)

 

Questa casa non è un albergo

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Di Igor Salomone

Ecco a voi la terza pillola. A questo punto la serie è una realtà. Devo ancora decidere quale sarà la prossima, datemi una mano… Scegliete uno standard nell’elenco alla fine del video,  lavorerò sul più quotato per realizzare la pillola di settimana prossima!

Mi raccomando, condividete. O, se preferite, spacciate. Per una volta che un farmaco è gratis…

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

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Ciao a tutti:

Oggi parliamo di un classico tra gli standard educativi: cioè quelle frasi sentite mille volte, che abbiamo giurato di non ripetere mai,  ma che prima o poi escono inesorabilmente dalla nostra bocca.

Lo standard odierno è: “Questa casa non è un albergo!” Chi non se l’è sentito dire?

Sospetto sia molto antico. Probabilmente i padri del Pelolitico rimbrottavano i figli che rientravano tardi dalla caccia dicendogli: “questa caverna non è un albergo!”…

Viene un momento in cui i figli vanno e vengono da casa.
Durante l’infanzia e la prima adolescenza, la vita di molti ragazzi e molte ragazze ha un inquadramento paramilitare fatto di orari scanditi, accompagnamenti rigidamente organizzati, attività scolastiche ed extra scolastiche infilate in un’agenda più fitta di quella di un top manager.A un certo punto, e nel giro di poco, tutto questo sparisce, si dissolve.

Fino a un certo momento i genitori sanno esattamente dove sono i figli, a far che e con chi. Poi, iniziano a perdere il controllo sul dove sono, poi sul che fanno e infine con chi lo fanno. 

O in un altro ordine, non importa…

Alla fine accade che sanno solo quando i figli entrano ed escono da casa (forse) e il bisogno di non perdere totalmente il controllo, prima che arrivi questo momento, è la ragione del nostro standard pedagogico odierno.

“Questa casa non è un albergo!” quindi, ammonisce i figli affinché provino a stare a casa un po’ di più, o a non usarla solo come un posto dove mangiare/dormire/lavarsi, o a non uscire dalla propria camera solo per mangiare o andarsene, come fosse appunto una stanza d’albergo.

In fondo l’albergo è un posto dove si abita senza occuparsene. Ci pensano gli altri. E sentirsi i camerieri, i receptionist, i cuochi e il personale dei propri figli non è bello.

Se si arriva lì, però, da qualche parte abbiamo cominciato.
E se i nostri figli alla fine pensano che casa nostra sia casa loro e possono farci quello che vogliono, qualcuno deve averglielo fatto credere.Per esempio quando, erano impegnati nella maratona scuola-compiti-palestra-piscina-danza-musica-gare-trasferte e, una volta a casa, nessuno poteva chiedergli altro, perché rimaneva loro il tempo solo per schiantarsi davanti alla play station o di perdersi nei social.

Ma niente paura! nulla è irrimediabile e tutto si puòrinegoziare!

In fondo, una casa è ANCHE un albergo cioè un luogo dove trovare ospitalità e conforto.

Solo che in un albergo ospitalità e conforto sono unidirezionali: chi ospita li offre, chi viene ospitato li riceve. In una casa invece devono essere offertireciprocamente. 
Guai quindi a far sentire i propri figli sempre e solo accuditi. Prima o poi si sentiranno dei semplici ospiti e da tali si comporteranno. Occorre che accudiscano a loro volta e con un ruolo importante non di semplice gregario o di manovalanza. A nessuno piace passare dal ruolo di ospite di un albergo a quello di fattorino.Guai del resto anche a farli sentire a casa solo in camera loro. Eviteranno tutto il resto come la peste. E seguiranno per la loro camera regole completamente diverse da quelle del resto della casa.

Occorre che sentano propri anche altri angoli della casa condivisa, altri “momenti” della vita comune. Ma per riuscirci occorre lasciare che se li prendano, negoziandone la cessione.

Guai infine anche ad abbandonare la casa tutta nelle loro mani. Quando questo succede i genitori non sono destinati a fare gli ospiti, ma il personale di servizio. La sovranità va piano piano condivisa,non ceduta.

 

I figli crescono in una casa che è loro e al tempo stesso non è loro. E’ inevitabile. Ed è importantissimo tenere aperta questa ambivalenza. Perchè è così che si impara  cosa significa abitare una casa insieme ad altri. Ed è così che si impara il sentimento di ciò che chiamiamo “casa” e il senso del convivere sotto uno stesso tetto.

Del resto l’alternativa tra abitare una casa e vivere in un albergo c’è: rinchiudersi soli in un monolocale senza dover rendere conto a nessuno dei calzini sporchi abbandonati sul divano o del tubetto di dentifricio premuto dalla parte sbagliata.

 

Capirai quando sarai grande

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di Igor Salomone

Ecco a voi, con regolarità farmaceutica, la seconda somministrazione delle Pillole pedagogiche. La serie video con alcune riflessioni brevi attorno alle questioni fondamentali dell’educazione quotidiana.

Godetevi il video, quindi, totalmente in autoproduzione e realizzato con il contributo amichevole di chi mi ha aiutato con le riprese e con la correzione dei testi. Se non avete tempo e voglia di seguire il video, oppure non avete preso appunti visionandolo… di seguito trovate il testo della Pillola.

Arrivederci alla prossima che sarà sullo Standard: Questa casa non è un albergo

La pillola precedente, Quante volte te lo devo dire, la trovate invece qui

 

 

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Ciao a tutti
Oggi parliamo dell’antico monito Quando sarai grande capirai e di tutte le sue varianti: Vedrai quando avrai dei figli – Ne riparliamo tra vent’anni – Ho avuto anch’io la tua età 

e simpaticherie del genere.

“Quando sarai grande capirai” è un evergreen tra gli standard educativi, cioè quelle frasi sentite mille volte, che abbiamo giurato di non ripetere mai,  ma che prima o poi usciranno dalla nostra bocca.

Sentirselo dire non è mai piacevole. Dà sempre l’idea che gli adulti non vogliano darti spiegazioni, o che si siano stufati di farlo.

E poi questo far pesare l’esperienza, che fastidio! come se il fatto di esserci già passati conferisca automaticamente la capacità di prevedere cosa succederà a te in futuro. Ma che ne sappiamo del futuro?

Chi ammonisce i figli che solo da grandi capiranno, ha capito davvero quello che gli avevano detto i genitori a suo tempo

E poi, se ora un figlio non è in grado di capire, perchè rimproverarlo se non capisce?

A volte frasi del genere sembrano fatte apposta per chiudere un discorso e far passare la propria volontà senza discussioni.

Mi chiedo però quanto questo monito, mille volte sentito sino a una generazione fa, sia ancora in auge. Voi l’avete dovuto ascoltare? mi piacerebbe sapere se si usa ancora oggi oppure se è caduto in disgrazia e gli ultimi ad averlo ricevuto sono magari gli attuali quarantenni. 

Dai fatemi sapere.

Perché per quanto fastidioso, gettarlo nel dimeniticatoio temo significhi buttare anche qualcosa di buono che perderemmo per sempre.

Per esempio, che non tutte le cose importanti della vita si possano comprendere subito, è una verità delicata e importante. Nel film Capitain Fantastic c’è uno straordinario Viggo Morghensen nei panni di un padre che spiega sempre tutto ai figli indipendentemente dalla loro età e dall’oggetto della spiegazione. Vi consiglio di vederlo.

C’è una scena veloce e surreale nella quale uno dei figli più piccoli, sei anni circa, trova un libro sui campi di concentramento nazisti e chiede al padre perchè tutte quelle persone fossero in pigiama. Il padre in modo estremamente tranquillo gli spiega in dieci secondi la Shoah.

E’ l’immagine di un’abitudine educativa molto diffusa oggi. E anche piuttosto discutibile.

Certo, “capirai quando sarai grande” può anche significare continuare a considerare l’altro piccolo e non in grado di capire per mantenere il potere su di lui. Ma ho l’impressione che riempire di spiegazioni buone per tutte le stagioni i figli, sia il segno di uno smarrimento.

C’è un tempo per e un tempo per. Eliminare i tempi e i passaggi non aiuta.

Occorre accettare che le cose si possono imparare sempre, ma che le capiamo  solo quando è il momento.

Occorre capire che ogni fase della vita getta uno sguardo diverso sulle cose. Ed è questo il bello. Invece di dover rincorrere esperienze sempre nuove rischiando di arrivare a vent’anni avendo già fatto e visto tutto, significa poter    

coltivando così la capacità di stupirci e di meravigliarci

Quindi “capirai quando sarai grande” in fondo è un augurio. Quale augurio migliore si può fare a un figlio se non rassicurarlo 

che diventerà grande…
che avrà sempre qualcosa da capire…
e che il bello della vita è proprio questo?

 

La Legge del guaio

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di Igor Salomone

Un Guaio non è ancora un problema

Incidenti, eventi inaspettati, tragedie improvvise, elettrodomestici guasti, malattie conclamate, tradimenti, unioni spezzate, finanze al collasso, e poi ancora: nubifragi, epidemie, invasioni di cavallette, siccità, terremoti, pioggia sul week end, la squadra del cuore retrocessa, sostanzialmente sono tutti fatti. Che  i più tendono a considerare guai. O anche: sfighe, disastri, contrattempi, punizioni divine, qualcuno persino opportunità.
Chiamateli come volete, ma non sono problemi. Non ancora per lo meno.

Questo è l’incipit della Prima Legge di Dissolvere Problemi. In tutto sono cinque, seguite da una quantità di corollari e varianti. Mi sono divertito moltissimo a formulare le une e gli altri. E’ successo qualche anno fa mentre ero alla ricerca di una via d’uscita dall’onnipresente cultura del problem solving.

Perchè mai. mi chiedevo, dobbiamo a tutti i costi risolvere i problemi e, per di più, farlo in modo efficiente ed efficace? Questa domanda stizzita mi frullava nello stomaco da tempo e sentivo il bisogno di variare il punto di vista.
E se per esempio qualche problema lo si lasciasse in pace dandogli il tempo di togliere le tende per conto suo? E poi, siamo sicuri che quando usiamo la parola “problema” intendiamo tutti la stessa cosa? E, sopratutto, un problema è una cosa da togliere di mezzo o da capire? Cosa succede quando riusciamo a toglierlo di mezzo senza averci capito un tubo?

Alla fine ho capito.

Quando un guaio qualsiasi produce una domanda sul che fare di fronte al guaio, e sopratutto di fronte alle reazioni causate dal guaio, allora il guaio diventa un problema in cerca di una soluzione.

E ho iniziato a rifletterci con le persone in formazione, in supervisione, a lezione e nel laboratorio di Esperienze e connessioni che ho chiamato appunto Dissolvere problemi.

L’anno scorso il fuoco del laboratorio sono stati i Guai, quest’anno sono appunto i Problemi. Due appuntamenti in programma:

6 e 7 aprile a Vanzago (Milano)
4 e 5 maggio a Pesaro

Vi incuriosisce questa ipotesi? avete la vostra da dire? scrivetemi, commentate sui social, oppure iscrivetevi ai laboratori mandando una mail a igor.salomone@me.com

Il resto del programma 2018 di E&C lo trovate qui.

L’eredità spezzata – Recensione n 1

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Ricevo questa bella recensione del mio romano L’eredità spezzata da parte di un’amica di sempre. Compagna in gioventù di militanza e tante battaglie e in età adulta di un percorso professionale e formativo che ha fatto dell’educazione l’ordito comune delle nostre trame esistenziali. Sono felice sia lei a fare da apripista di un percorso che spero accoglierà molte altre voci.
Non preoccupatevi comunque, non ci sono spoiler 🙂. E quei pochi che si intravedevano, li ho censurati…

 

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Ancora una volta
di Nadia Ferrari

C’era una volta un compleanno, un gruppo di persone sconosciute fra loro ma legate dall’amicizia al festeggiato. C’erano ricordi, intrecci, buoni piatti, abbracci. E c’era uno zainetto zeppo, dal quale uscirono “i libroni”, dono sperato quanto inatteso, che mi ha reso felice! C’erano i luoghi in cui ci hai ospitato: piazzale della Vetra, le stradine del centro, del bel racconto e la passeggiata per quella Milano, a cavallo, ancora una volta, tra storie, epoche, affetti.
E ora c’è il romanzo!

Il tuo primo romanzo, Igor, si legge in un fiato, è bello, molto bello! L’ho letto assaporandone tutte le parti nel loro intrecciarsi di tempi: il romanzo infatti attraversa tre generazioni di padri. Il passaggio dei tempi è perfetto, il romanzo scorre avanti e indietro con scioltezza e rigore. I nessi sono chiari. Non da meno sono gli intrecci di sguardi e di ruoli: la storia si dipana tra dimensioni intime/familiari e storico/sociali che narrano contemporaneamente il padre, il figlio, lo scrittore, il pedagogista e l’amico. Mi pare che tu sia perfettamente riuscito a tessere i significati pedagogici che da tempo cerchi di insegnare, senza mai cedere il passo al maestro. Una bella sfida, difficile per te.

La modalità di scrittura e i temi trattati scorrono fluidi tra le pagine, assieme ai personaggi, ben dipinti che quasi sembra di conoscerli, coinvolgendo il lettore intimamente e profondamente nelle vicissitudini di un passato storico patrimonio di tutti e nelle traversie della famiglia Spadario. La guerra fa da sfondo a tutta la narrazione a più livelli. Infatti il romanzo si snoda principalmente nella Milano della seconda guerra mondiale, nella travagliata fase del dopo armistizio dal 43 al 45. In cui comincia, tuttavia, una nuova battaglia, che per una parte sarà quella della Resistenza tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo, collegandosi poi ai primi del ‘900 per poi giungere sino a oggi.

Dentro a questo sfondo si dipanano le traversie di una famiglia di origini siciliane, appunto gli Spadario che, di generazione in generazione per volontà dei padri, e sempre in fuga da un segreto, impediscono ai figli di mettere radici. Meravigliosi i passaggi in cui sottolinei come la cultura famigliare possa porre limiti tanto oscuri quanto fermi alla ricostruzione della genealogia, tanto che il silenzio diviene l’unica possibilità di essere ricordati, dando origine al paradosso che poi attraversa tutta la narrazione:

“… irrompeva in mezzo a loro con quella domanda da non farsi. Una domanda che da ore stavano accuratamente evitando di porsi, cresciuti com’erano nella sottile disciplina dell’evitare domande d’ogni tipo, specie se riguardavano cose di famiglia.”

“Cos’era successo? E cosa era successo al loro papà uscito il giorno prima e non ancora tornato? Questo dicevano i loro sguardi. Questo tacevano le loro bocche. Piccoli, ma avevano già imparato a non fare domande.” (capitolo 1 Scomparso)

La storia vera e il romanzo si intrecciano, regge anche la tensione che hai tenuto sul segreto e regge sino alla fine. Il romanzo racconta della custodia di un segreto familiare maledetto, una vergogna… anch’io serbo dolorosamente questa stessa prerogativa. Una realtà quella dell’occultazione della memoria abbastanza comune alla generazione dei nostri genitori che in generale non hanno voluto o saputo raccontare, perdendo di vista l’importanza e impedendo ai figli di dare forma alla propria identità e sentirsi meno soli. Un tema attuale quindi in cui molti potrebbero riconoscersi. Una realtà che, forse, appartiene ancora largamente anche alla nostra epoca. Io stessa, leggendo, mi sono accorta che perpetuo lo stesso errore.

“… Il vuoto di cui mi hai riempito ha mandato al macello la mia volontà e il mio impegno in innumerevoli trincee. Senza una storia, senza una cultura di riferimento, senza patrimonio, senza conoscenze, ho assaltato alla baionetta la vita che non si è nemmeno presa la briga di falciarmi con la mitragliatrice: si è limitata ad ignorarmi. La volontà e l’impegno non bastano, papà. Ci vuole un’eredità e tu me l’hai negata.” (capitolo 9 L’eredità negata)

Quanti intrecci con quello che siamo e siamo stati ho ritrovato nel racconto. Come sai, anch’io vivo nell’oblio del passato, con forse una responsabilità maggiore: io non ho mai cercato di sapere perché alle poche cose che mi sono state raccontate non ho mai attribuito grande valore. Ancora oggi rimango orfana e fatico a ritrovare segni di una qualsiasi eredità. Identificare un’eredità, soprattutto a livello parentale, richiede un lungo lavoro di riconoscimento delle proprie radici e di riconoscenza per chi ce le ha consegnate. Un lavoro, che come vien ben descritto nel romanzo, passa anche attraverso l’inquietudine di dover accettare i misteri, di provare a violare i terreni dell’indicibile che spesso le famiglie regalano, misurandosi con la custodia dell’ambivalenza… che (si sa) viene poco tollerata dall’animo umano. Lavoro non scontato e certo non esente da fatica.

Infine vorrei dirti del sottile dispiacere che mi ha provocato e poi accompagnato per tutto il libro, la scelta di raccontare parti occulte della Storia. C’è il rischio di identificarsi con Domenico e Angelo tanto da percepire l’adesione al fascismo come scelta giusta e il contrario come rivolta gestita da un manipolo di balordi… In alcuni momenti la narrazione di avvenimenti e contenuti di violenza, per lo più atti individuali, reazioni alla barbarie o addirittura errori, sembrerebbero mettere in risalto “luci e ombre” della Resistenza, questione tuttora bollente. Non ti nascondo Igor il timore di questa deriva, così potrebbe essere interpretato dai più e dai giovani che leggeranno il romanzo.

Ma forse è solo un mio timore e fa parte della personale resistenza a far morire l’unico mondo che i miei genitori sono riusciti a costruirmi attorno per fortuna dalla parte dei “giusti”. Un mondo che so essere fatto di miti e di eccessi, esattamente come il suo contrario, ma che non mi sento di paragonare. Quindi non lascerò che si dissolva facilmente. Preferisco pensare al tuo intento di mettere in risalto i danni che strategie di evitamento hanno prodotto in una parte di mondo che a quel tempo ha scelto di non reagire. O meglio non ha scelto proprio nulla. Nel racconto ci sono segni che vanno in questa direzione e non lasciano dubbi.

“C’era una guerra da dimenticare. Soprattutto c’era da dimenticarsi di essere stati dalla parte sbagliata della Storia e dunque la negazione del passato sembrava avere motivazioni solide” (capitolo 9 L’eredità negata)

Ciò nonostante quest’ultima questione mi turba e resta aperta come curiosità.

Leggendo emerge lentamente e inesorabilmente nell’intreccio complesso delle parti il tema centrale del romanzo che è di tipo squisitamente educativo. Il testo riesce in modo compiuto a tessere una verità conosciuta quanto dimenticata: l’importanza di lasciare agli eredi una testimonianza affinché si possa consegnare una storia, vergognosa che sia, accompagnandoli nella responsabilità di attribuirle un senso. Assumendosi così il compito di comprendere cosa fare della storia che ci si ritrova in mano per poterla riconsegnare al futuro. Unica chance di sopravvivenza.

Emozionante, quanto molto dura, la testimonianza di Domenico (il padre della generazione di mezzo) in tutto l’ultimo capitolo Canto di morte:
“Un uomo deve lasciare un segno di sé, se non vuole limitarsi a essere un fiore.”

Finalmente è uscito!

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di Igor Salomone

Finalmente è uscito. Giusto in tempo per il 19 marzo visto che questa è una storia di padri e figli.

Sto lavorando da anni a questo romanzo, anni di entusiasmi e fatiche, accelerazioni e lunghi periodi di vuoto, dubbi continui e certezze a tratti. Una di queste è che avevo una storia da raccontare. Non delle cose da dire, per quelle scrivo saggi e ne scriverò ancora. Avevo una storia da raccontare e l’ho fatto anche se tutta la mia storia personale mi sussurrava che non ce l’avrei fatta, che costruire teorie pedagogiche o manuali metodologici è una cosa, inventarsi una rete di personaggi e farli muovere su un palcoscenico mentale narrandone la storia, tutta un’altra.

Eppure…

Eppure da oggi quel romanzo è su Amazon in versione cartacea per gli amanti dell’inchiostro, su Amazon e tutte le librerie on line in versione ebook.

E’ stata un’avventura fantastica. Questo è un cliché lo so e dovrei evitarlo se voglio sperare di assomigliare a uno scrittore vero. Ma lo è stata sul serio, e non so come altro dirlo.

Prima di tutto è stata un’avventura fantastica scriverlo. Mi sono aggirato per mesi, anni, nei momenti di maggior pressione creativa, con lo sguardo smarrito di chi si è perso in un mondo diverso da quello abitato dalle persone che ti circondano. Ho già scritto molto nella mia vita, ma questa volta ero inseguito dai miei personaggi che aspettavano dicessi loro cosa sarebbe accaduto nelle prossime righe. E sentire la loro storia prendere forma nella testa, direi che è stato come sballare, se mi fossi mai sballato.

Dopo aver scritto la parola Fine (giuro, nella primissima versione l’ho proprio scritta, è stato un gesto catartico…), è iniziata l’avventura successiva. Pubblicare un libro oggi è la cosa più difficile e più facile del mondo. La più difficile se si tenta di seguire la strada tradizionale dell’editoria. Ho percorso per un po’ questa via, ma ve la risparmio. E’ stato facile, invece, nel momento in cui ho deciso di passare al Self Publishing (rigorosamente in inglese che fa professional, in italiano sembra una cosa di serie b per sfigati).

Ho pubblicato con diversi editori nella mia vita. Con qualcuno ho avuto buoni rapporti, con qualcun altro un po’ meno, ma il risultato è sempre stato, inevitabilmente, lo stesso: il libro una volta in mano loro non era più mio, nessun controllo sulla promozione e sulle vendite, difficoltà di trovarlo nelle librerie e, dopo qualche tempo, ritiro dal mercato.

Ora tutto questo non accadrà più.

Questo romanzo è il primo dei miei libri totalmente in mano mia. Segnalatemi refusi in qualsiasi momento e in qualsiasi momento potrò correggerli. E vi ringrazierò anche pubblicamente. Resterà in giro sin che lo deciderò io. Se volete utilizzarlo per scopi di varia natura in pubblico, potete chiedere direttamente a me. Se vi va l’idea di presentarlo da qualche parte nella vostra città, basta che ci mettiamo d’accordo. E potrò fare come e quando voglio delle promozioni, quindi tenetelo d’occhio.

Certo, non lo troverete nella libreria di quartiere sotto casa e neanche nei grossi book store. Ma che problema è? Chiunque abbia comprato i miei libri in passato li ha dovuti ordinare sia nella libreria di quartiere, sia nei book store. Quindi tanto vale che lo ordiniate direttamente su Amazon. Se poi aveste problemi con gli acquisti on line, potete sempre andare nelle librerie fisiche, ve lo ordineranno loro.

Nel frattempo, ho imparato un sacco di cose.

Il Self Publishing è un mondo. In grande e rapido sviluppo fra l’altro. Ho scoperto che non è sinonimo di dilettantismo. Ci sono fior di professionisti che se ne occupano e io mi sono avvalso di loro (editor, publisher, fotografi ed esperti di book marketing) per creare il libro che da oggi, se lo vorrete, potrà essere fra le vostre mani. Sappiatemi dire se il risultato di tutto questo lavoro, storia a parte, ha qualcosa da invidiare a quello che trovate sugli scaffali delle librerie. 

Mi rendo conto che dopo tutto questo, non ho ancora raccontato nulla del romanzo in sè. Ma credo sia giusto così. Intanto ho parlato di come è nato e di come è arrivato dove è oggi. Di cosa parla, in parte potete trovarlo sulla quarta di copertina, in parte nell’anteprima disponibile su Amazon nella versione Kindle. Ma nei prossimi giorni, entrerò un po’ più nel merito.

Resto in attesa di commenti, recensioni, dubbi e domande. Il mio più grande desiderio dopo aver scritto L’eredità spezzata, è dialogare con chi sceglierà di leggere la storia che ho avuto voglia e bisogno di scrivere.

L’eredità spezzata – Capitolo 1

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Cover-EBOOK_Leredita-spezzata

di Igor Salomone

Mancano ormai solo sette giorni. Ed è il momento di un regalo.

Prima però voglio ringraziare tutti gli amici e le amiche che hanno condiviso i post di settimana scorsa, promuovendo un libro che non hanno letto e del quale sanno poco o nulla. Con una grande attestazione di fiducia e di stima, L’eredità spezzata ha iniziato così a circolare ancora prima della pubblicazione. Dunque, grazie.

A distanza di una settimana dall’uscita, voglio svelare però qualcosa di più. Dopo le suggestioni della copertina e del titolo e dopo le poche righe dedicate al soggetto del romanzo in quarta, resta da scoprire lo stile di scrittura e il mood del racconto. Per questo ho deciso di rendere pubblico in anteprima mondiale il primo capitolo di L’eredità spezzata. Così poi non avrete più scuse: o non vi piace e avrete un buon motivo per non comprarlo, oppure vi piace e sarete costretti ad acquistarlo per vedere come va a finire. Magari anche più copie per vedere se va a finire sempre nello stesso modo. Al limite poi le regalate.

Igor Salomone, L’eredità spezzata, Capitolo 1 Scomparso

Vi auguro una buona lettura. Attendo il vostro parere e le vostre impressioni. Fatelo dove volete, sui social, sul blog, all’indirizzo mail eredita.spezzata@gmail.com , ma fatelo.

Naturalmente siete liberi di scaricarlo, condividerlo, stamparlo, ciclostilarlo, fotografarlo, leggerlo pubblicamente durante un meeting, un corso, un convegno, una manifestazione di piazza, un rito religioso, oppure farci un poster, un ta-tze-bao, un volantinaggio aereo, un video virale e, eventualmente, persino un attacco hacker in stile Anonymus.

Ah, anche un condividi su Fb può andar bene.

Nel prossimo post effettuerò l’estrazione dei fortunati vincitori che si aggiudicheranno le tre copie omaggio messe in palio settimana scorsa. Stay tuned.

A presto

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