Tenerezza e inferno

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di Irene Auletta

3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Avrei voluto scrivere qualcosa direttamente ieri ma per me e’ sempre difficile esprimere pensieri “a comando” e di fronte a giornate che sembrano un sollecito a non dimenticare o a non perdere di vista importanti condizioni di vita.

Grazie a occasioni come questa, credo sia importante continuare a chiedersi cosa vuol dire vivere accanto a persone con disabilità e, pensando a me e a molti genitori che incontro, vedo emergere racconti ricchi di tante zone di luce che non negano, né nascondono, le ombre che si attraversano ogni giorno. 

“Ci sono giornate in cui l’inferno è a portata di mano” scriveva qualche giorno fa Manuela, una mamma che incontra ogni giorno questo tema, nella relazione con suo figlio. Chi condivide esperienze analoghe di sicuro sentirà in tale affermazione echi assai familiari e quella sensazione di morsa allo stomaco che a volte, andando oltre il dolore, ti lascia sfiancata dalla fatica.

Come mi è capitato spesso di dire, esiste un livello di fatica che è difficile da immaginare per chi osserva dall’esterno e non tanto per l’esperienza in sé, quanto per la crudele ritualità con cui si ripete per anni. Bambini piccoli, persone care malate o genitori anziani, possono chiamare alla stessa condizione legata proprio alla cura ricorsiva. Ma in tutte queste situazioni, con differenti sfumature e stati d’animo, si intravede una fine. Qui, molto spesso no.

Di fronte alla disabilità di un figlio, gli anni che passano sottolineano per molti genitori la fisiologica preoccupazione di avere sempre meno energie per affrontare i variegati bisogni di cura dei propri figli, siano essi legati all’aspetto fisico o a quello più prettamente relazionale. Spesso ci sono entrambi.

Nell’incontro con te, figlia mia, come vedo nello sguardo e nei gesti di tante persone che condividono la mia stessa esperienza, ho bisogno di riempire sempre l’altro piatto della bilancia con quella tenerezza che non smette di riservarti un posto speciale nel mio cuore. La tenerezza, secondo la filosofa Luigina Mortari, è capace di far nascere e crescere l’anima di chi scegliamo di curare con amore sensibile e spirituale. Richiede tanta generosità, rispetto, per la persona che curiamo e per la vita, capacità di tenere la giusta vicinanza/distanza, di dare speranza e fiducia.

L’inferno che a volte sbarra la strada può farci precipitare nell’abisso del cuore e solo la tenerezza può salvarci. 

Ti osservo mentre accogli sulla lingua i fiocchi di neve che qualche giorno fa ci hanno fatto una sorpresa inattesa e ridi, ridi, ridi. Con quella risata che, pur stonando con la tua età anagrafica, o forse proprio per questo, mi riempie d’amore. Nella tua vita ti ho vista tante volte precipitare e ogni volta riemergere più forte.

La tenerezza è sempre lì, pronta a consolarci e vivendo al tuo fianco ho imparato a prendermene cura. Ogni giorno.

Il mito del Benessere e il consumismo dell’anima

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Mamma…quando finirà il MannaggiaVirus?”

“Marco…non so quando finisce il MannaggiaVirus…, nessuno lo sa, ma di certo finirà come finiscono tutte le brutte storie….

Con questo episodio iniziamo una nuova serie dedicata all’analisi dei miti dell’educazione. Iniziamo con quello, diffuso e dominante, del Benessere, entrato in crisi profonda a causa della pandemia. Come dobbiamo affrontare le domande di rassicurazione dei nostri figli?

E, some sempre, cosa impariamo sull’educazione nel tentativo di dar loro una risposta?

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Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Riprendiamoci la scena educativa: Sterilità vs Contaminazione

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Siamo nel pieno di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.

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La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative Pillole pedagogiche

Con questo episodio inizia un ciclo sulle grandi narrazioni educative, o meglio, sull'Educazione. Oggi parleremo della Pax pedagogica, ovvero quella diffusissima narrazione con molti varianti che vuole l'educazione come una cosa buona o, se non lo è, per lo meno bonificata.Inizia inoltre con questo episodio una rubrica che nei nostri piani dovrebbe accompagnare ogni puntata del podcast., riprendendo i temi dell'episodio con un taglio differente e con un rilancio agli ascoltatori. Inoltre sarà condotta da un'altra voce, quella di Delia Oddo, una delle allieve del Laboratorio di consulenza pedagogica che ne cura il testo e la lettura.
  1. La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative
  2. Programmi futuri del Podcast + ultima parte intervista sul libro Secondo me
  3. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – seconda parte
  4. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – prima parte
  5. Travolti dalle soluzioni. Imparare e insegnare a stare nei problemi

Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Scimmie pedagogiche e voglia di podcast

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Questo è un episodio speciale dedicato ad alcune domande degli ascoltatori. Parleremo del perchè io abbia questa mania del come è fatta l’educazione, da dove nasce per arrivare a capire che senso ha avuto scegliere un podcast per continuare a farlo. Continuare, perchè questa compulsione mi insegue da tutta la vita.

In ogni caso questo epiodio è il primo a essere interamente dedicato a delle domande. Pensatele, formulatele e inviatemele, pazientemente risponderò a tutte in un altro episodio speciale.

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Virus, viri, civitas – Il fascino discreto dell’educazione civica

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In questo episodio mettiamo a fuoco i cambiamenti imposti dalla pandemia alla nostra sensibilità educativa. Dopo decenni di sbornia individualistica che ha orientato i nostri progetti educativi o al benessere o alle competenze personali, torna l’enfasi sulla responsabilità collettiva.

Era ora, grazie Covid. Ma cosa ce ne faremo?

Ricordo che potete lasciare i vostri commenti qui oppure sulla mia pagina Facebook o anche su Telegram @igorsalomone

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Per i like che vi ho chiesto per la mia partecipazione al festival del podcasting questi i link:

https://festivaldelpodcasting.it/ il sito del festival
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#StandardPedagogici: i podcast dedicati alla ricerca sul senso dell’esperienza educativa.

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di Igor Salomone

Siamo al terzo degli standard pedagogici analizzati in questo podcast.

Uno standard forse un po’ obsoleto, ma che nasconde ancora nel suo intimo un senso profondo dell’esperienza educativa umana: il suo trasmettersi prima di tutto come esperienza educativa. 

Ma chi ti ha insegnato l’educazione è anche il titolo di un libro del 2012 libro di Giorgio Prada, un amico che non potevo non citare. Milano, Angeli Edizioni. Lo trovate a questo link:https://www.amazon.it/insegnato-leducazione-Genitori-sulla-educativa/dp/8856848317

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Il bello di te

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di Irene Auletta

Chissà quanti genitori sono orgogliosi dei propri figli come lo siamo noi?

La domanda di tuo padre mi raggiunge, non come sorpresa, mentre parliamo di te, raccontandoci quello che osserviamo, i cambiamenti, particolari inediti, nuove speranze.

Per qualche giorno mi rimane a girovagare nella mente e ogni tanto ritorna a fare capolino, confermandomi che di sicuro anche molti altri genitori lo sono. Ma allora perchè torna a incuriosirmi? Il nostro è un orgoglio differente? Sia chiaro, non migliore o peggiore, ma differente?

In effetti non mi capita raramente di raccogliere testimonianze di orgoglio ma forse, pensandoci un po’, mi pare che tanti genitori possano rischiare, più di noi, di rimanere inconsapevolmente intrappolati, nelle reti-mito delle prestazioni e delle competenze. Penso che sia facilmente riconoscibile quell’orgoglio che sboccia di fronte a qualcosa che si materializza in un fare, in un’azione, in un pensiero. Che bella cosa hai fatto, detto o pensato! 

Eccola qui la nostra differenza. Noi possiamo molto, ma molto raramente, essere orgogliosi per ciò che fai, ma lo siamo costantemente per ciò che sei. O almeno, abbiamo imparato ad esserlo. Al tempo stesso, non rischiamo la delusione di quelle attese malriposte, che possono essere un peso non indifferente per qualsiasi figlio.

Gli amori fragili sono spesso i più forti, anche nella tenacia della ricerca, forse perchè si nutrono di fili d’essenza al gusto dello straordinario. Devo ammettere, sinceramente, che la dimensione delle “cose esibite” mi manca e credo mi mancherà sempre senza però nulla togliere a questa forma differente di quel sentimento che quasi accarezza la gola quando si chiama orgoglio.

Essere orgogliosi nel limite, parente stretto della delusione, pare quasi qualcosa di impossibile anche solo da dire e di sicuro, per me, è un percorso di ricerca che mi accompagna altrove, dove non avrei mai scelto di andare, dove devo quasi ogni giorno rianimare la fiducia, dove spesso vorrei richiudermi per scomparire dalla pesantezza degli sguardi altrui.

Ma, stare in questa ricerca, vuol dire anche riemergere nello stupore, ispirare la bellezza dell’inatteso e soprattutto, godersi ogni infinitesimale frammento di possibilità, con un respiro pieno di orgoglio.

Si, di te lo siamo eccome.

Fase 2. Escono?

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https://www.spreaker.com/episode/26831397

di Igor Salomone

“Che ragazzi e ragazze siano tutto sommato restati a casa senza particolari problemi, mostrando un grande spirito di adattamento, è una buona o una cattiva notizia? Certamente è un dato interessante che ci permette di vedere lati insospettati dei nostri figli e delle nostre figlie. Ma in questo episodio di PIllole pedagogiche, ne discuterò gli aspetti problematici. Aspetti che ancora una volta ci chiedono di capire come è fatta l’educazione per capire cosa farcene in questo frangente.”

Ecco l’episodio 7 di Pillole pedagogiche. Buon ascolto.

Liberi di restare a casa

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di Igor Salomone

Mi è capitato di vedere questo video su Youtube. Commovente certo ma, non me ne vogliano gli animalisti, la prima cosa che ho pensato in un impeto di antropocentrismo è stata a noi tutti e alla nostra prossima uscita dalla clausura domestica. Fuori! correre, saltare, spintonarsi l’un l’altro, rincorrersi, giocare a rimpiattino. Se qualcuno non ha un desiderio irrefrenabile del genere, lanci una pietra digitale al mio indirizzo ip. Sì certo, non sarà subito così, niente spintoni però, per il resto, restando a distanza di sicurezza…

La seconda cosa che mi è capitata ieri durante una gita fuori porta (di casa mia) alla volta dell’edicola collocata rigorosamente entro i 200m previsti e ancora in vigore, incontro una coppia di amici che non vedevo da mesi. Ovviamente. Abbracci mimati, parole che faticano ad attraversare le mascherine, orecchie che si tendono per carpire le voci mezzo soffocate e tanti racconti a condensare in poco tempo tutto l’accaduto da due mesi a questa parte. Dai, alla fine è bello anche così.

Poi chiedo loro dei due figli, 13 e 17 anni. Mi dicono che sono stati bravissimi, si sono adattati senza particolare difficoltà alla clausura. Sono impegnatissimi sui social e sulle piattaforme didattiche. Non vedranno l’ora di uscire, chiedo con un pensiero fugace alle mucche del video. No. Risposta secca. Stanno bene così. Anche prima aggiungono e così tutti i loro compagni. Non escono volentieri di casa e se lo fanno è per andare a fare questa o quella attività. Infatti, ciò che gli manca veramente è il tennis…

Ho sentito in questi mesi diverse volte dire che bambini e ragazzi “si sono comportati in modo sorprendente” in questa circostanza. Ora mi chiedo se è una buona o una cattiva notizia. O, per lo meno, comincio a intravederne il lato preoccupante. Sopratutto perchè quello che mi hanno detto i miei due amici è che non si tratta di paura, ma di abitudini già consolidate prima dell’epidemia. 

Ovviamente noi ci siamo dati all’amarcord. Una vita trascorsa in piazza, su una panchina o sul muretto, prima le ore a giocare in cortile, in ogni caso senza i genitori tra i piedi e fuori di casa. Che accidenti è successo nel giro di una generazione? Che ruolo ha l’educazione in tutto ciò?

Direi che è un ottimo argomento per la settima Pillola pedagogica. Quindi, a mercoledì! Per chi ancora non lo sapesse troverete il nuovo episodio del podcast qui

Respiri di settembre

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di Irene Auletta

Siamo solo a metà settembre ma sempre più spesso raccolgo commenti che sottolineano riprese già in affanno, settimane molto impegnative e periodi pieni.

Mi sono imposta lentezza al rientro dalle vacanze e forse per questo mi colpiscono questi commenti tanto orientati alla rincorsa di mille cose da fare, che poi, inevitabilmente, qualcuna ne rimane sempre fuori.

Qualche giorno fa, mentre ho rischiato per l’ennesima volta di perdere la coincidenza per ritardo del Freccia Rossa, complici i tacchi, mi sono imposta il mantra della mia maestra Feldenkrais, “velocemente ma senza fretta”. Forse sto invecchiando ma tutto questo affanno da tempo  lo sopporto poco e soprattutto ho maggiore consapevolezza del fatto che mi toglie, oltre al respiro, il piacere dei piccoli particolari di quanto mi circonda. 

Prima della partenza ci siamo guardate insieme il finale del film che ti sei gustata al rientro dal Centro. Mezz’ora tutta per noi, immerse in quel nulla pieno del tanto che ho messo in valigia come compagnia fino al giorno successivo. Il silenzio del nostro amore mi ha insegnato a rallentare per ascoltare e a tacere per sentire.

Ma secondo lei mia figlia, con questa grave disabilità, quando non ci sarò più sentirà la mia mancanza? mi ha chiesto qualche tempo fa una madre che probabilmente neppure immagina quanto la sua domanda mi riguardi.

Il ricordo di questo incontro riemerge, quando meno me l’aspetto, a pizzicarmi gli occhi e, mentre ragiono sulla lentezza, penso che forse la strada è proprio quella di non perdersi occasioni preziose per donarsi quel tempo che lascia segni nella carne e nel cuore. Mi piace pensare che il ricordo rimarrà in quelle sensazioni che l’esperienza ha reso possibili e questo, nella tristezza, come un magico unguento arriva a curare le ferite.

Poco dopo, un sorriso si affaccia a salvarmi da un attacco di malinconia quando ferma al semaforo sento un ragazzo dire: signori e signore aspettate un attimo a mettervi il cappotto, siamo ancora in estate! 

Si, andiamo piano penso, che le tracce della memoria, come i semi più sensibili, hanno bisogno di cure, calore e tempo. E, solo allora mi accorgo che, lentamente, ho ripreso a respirare.

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