Venti dell’anima

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di Irene Auletta

L’avete saputo di Federico? A volte le domande sembrano creare ponti per potersi parlare e per dare voce a quel racconto che attendeva paziente di essere condiviso. Lo scorso anno quando ho incrociato lo sguardo di questa madre non ho avuto bisogno di conferme.

Ci siamo ritrovate per diversi anni sulla stessa spiaggia scambiandoci delicati sorrisi, unite dalla nostra stessa peculiare esperienza di maternità. Ma lo scorso anno quel filo mi ha raggiunto subito strappato e la conferma della morte del bambino e’ arrivata a dire di quel dolore già preceduto da qualsiasi parola. Io non ho osato dire nulla, ne’ lo scorso ne’ quest’anno, anche se i nostri occhi, incontrandosi, si sono comunicati parecchie sfumature.

Oggi la spiaggia e’ quasi vuota e solo in pochi non hanno rinunciato di farsi accarezzare da un vento forte e caldo. Il momento ideale per far arrivare vicino quella domanda, come una vela che unisce destini e sorti. La madre racconta e si commuove e le lacrime riempiono senza pudore anche i miei occhi. Il dolore, la mancanza, la voglia di arrendersi e la forza ritrovata, ogni giorno, nella presenza degli altri figli.

Tuo padre porge delicatamente quella domanda che immagino lì in attesa prima di sentirla. Ma avere altri figli non ti aiuta? Sai, noi che abbiamo una sola figlia spesso ci facciamo questa domanda. Forse madri e padri, di fronte a quesiti analoghi, hanno risposte differenti e solo nella tenacia di questo confronto si può trovare un respiro di vera vicinanza.

Il cuore spezzato che continua ostinatamente a battere, il senso incolmabile di perdita e quel vuoto che toglie il fiato. Per quella madre gli altri figli sono una storia “a parte” diversi da quell’amore speciale. Nulla da dire, solo da ascoltare e, quando accadono incontri così forti, mi accorgo di respirare piano quasi che anche il mio respiro possa disturbare.

Le parole devono poter volare nel loro tempo maturo e forse oggi anche le emozioni si sono un po’ riempite di leggerezza piena di aria di mare. Auguro a quella madre di continuare a crescere nel suo percorso e nella sua ricerca, perché il tempo possa farle intravedere ciò che mi pare ancora sepolto nell’ombra.

Oggi ho compreso ancora di più perchè la parola accettazione mi raggiunge sempre più estranea, vuota e sovente stucchevole, sia che si parli della peculiarità dei nostri figli sia che si parli della loro perdita. In casi analoghi, e nelle loro molteplici sfumature, il dolore non può essere “accettato” ma deve poter trovare un suo luogo dove accomodarsi, dove potersi ammorbidire con il passare del tempo e dove non manchi la possibilità di prendersene cura. Insieme al figlio ancora al tuo fianco oppure insieme al suo intramontabile ricordo.

Né bambini, né bambine

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identità di genere

 

di Igor Salomone

Un bambino in Canada non risulta all’anagrafe né maschio né femmina. Pare sia la prima volta nel mondo. La madre dice che non vuole scegliere per lui/lei quale dovrà essere il suo genere, quindi è riuscita a far aggiungere ai suoi documenti una bella “U” che sta per unidentified accanto ai più classici e internazionali M e F. Questa sarebbe la notizia e sta girando in rete in questi giorni in modo virale per l’interesse che la cosa suscita.
La questione in realtà, ho scoperto, è piuttosto complessa. Sesso, genere e orientamento sessuale non sono la stessa cosa, quindi in realtà quella madre non ha voluto indicare il sesso del/della figlio/figlia alla nascita per non pregiudicare la scelta di genere futura. Se vi interessa approfondire la questione potete leggere questo post. Fine della notizia, almeno per come gira in Rete.

La notizia che ha colpito me, invece, è un’altra. In nome dell’autodeterminazione del figlio/a, un genitore non sceglie ciò che dovrà scegliere lui/lei in futuro. E’ possibile compiere una scelta del genere? No. Sul piano educativo non esistono le non-scelte perchè non scegliere qualcosa per i propri figli è una scelta e, come tutte le scelte, è gravida di responsabilità.

Ci sono un sacco di cose che i miei genitori hanno scelto di non scegliere al posto mio, ad esempio l’identità religiosa, e gliene sarò eternamente grato. Mi hanno concesso una libertà straordinaria attraverso i vuoti educativi, grazie cioè a tutto quello che non mi hanno insegnato. Una libertà che ha avuto i suoi costi, ovviamente, ho trascorso l’intera vita a giustificare il mio totale disinteresse per il tifo calcistico, dato che in casa mia, oltre alla religione, un altro grande assente era il pallone.
Non credo però che l’identità di genere sia neanche lontanamente paragonabile a quella religiosa o da curva sud.

Quel/quella bambino/a come si riferirà a sé quando inizierà a parlare? Sopratutto, come parleranno a lui/lei i suoi genitori? e come dovrebbero parlarle/gli nonni, zii, amici, vicini di casa, educatori, insegnanti? Si può costringere un/una bambino/bambina a entrare in guerra con i pronomi proprio nel momento in cui sta per definire una delle primissime e fondamentali identità: quella linguistica? E si può francamente costringere l’intero mondo che lo/la circonderà a parlare una neolingua, oltretutto decisamente brutta? Le lingue non si costruiscono a tavolino e, sopratutto, non si può decidere di parlarne una propria, incomprensibile ai più.
O meglio, si può deciderlo benissimo, e quella madre l’ha fatto. Quello che non si può fare è spacciare questa decisione per un atto di libertà nei confronti di chi questa scelta dovrà subire.
E questa è la notizia.

L’autodeterminazione è un valore sacrale e va pensata con estrema attenzione sul piano educativo, cercando, se possibile, di evitare pasticci. L’idea che l’autodeterminazione si sviluppi facendo decidere qualsiasi cosa ai bambini sin dalla più tenera età, dal colore della pastasciutta al sesso, è una delle più grandi bufale pedagogiche contemporanee.
L’autodeterminazione è una conquista, non una gentile concessione e, come tutte le conquiste, si deve misurare con dei vincoli dati. Il sesso è uno di questi. Nasci maschio, nasci femmina, nasci con entrambi i sessi, nasci senza sesso, il mondo ti deve mettere di qua o di là. Ma non perchè è così sulle carte di identità, perchè è così che sono strutturate le lingue, almeno quelle indoeuropee, e se vuoi entrare nella comunità dei parlanti, e degli scriventi, devi essere collocato in un genere. Dopo, la sensibilità educativa ti aiuterà a tenere aperte o meno le prospettive e tu, quando sarà il tempo potrai decidere se tenere o cambiare questa identità iniziale. Si può pensare di non dare un nome a un bambino perchè magari potrebbe non piacergli? o magari di non assegnarlo ai suoi genitori, che potrebbe più avanti volerne degli altri?

La responsabilità educativa risiede proprio nella difficile e compromettente pratica del decidere per l’altro, sapendo distinguere tra le decisioni necessarie e quelle che non lo sono. Sarei curioso di seguire nel tempo quella madre per vedere quante decisioni imporrà nel tempo a suo/sua figlio/figlia a partire dalla scelta del nido e poi del tipo di scuola, per non parlare dei regimi alimentari, delle appartenenze religiose o politiche, delle regole di comportamento in pubblico.
La capacità di scegliere è forse la facoltà più delicata e importante e dobbiamo impararla rischiando, sbagliando, lottando, fallendo, pagando. Per riuscirci abbiamo bisogno di basi solide di scelte già fatte da altri che facciano da perno ai nostri movimenti di emancipazione.
Far scegliere ai bambini ciò che deve scegliere il mondo adulto, significa invece caricarli di una responsabilità schiacciante e insostenibile. E significa fare confusione tra ciò che un genitore deve scegliere e ciò che potrebbe anche evitare di imporre.

 

Boss nella culla

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di Igor Salomone

Bel film Baby boss. Uno di quelli che dal trailer ti sembra un po’ stupidino, ci vai giusto perchè piove e tua figlia tutti gli altri li ha già visti. E invece ti stupisce sin dalle prime sequenze.

E’ sapiente il modo in cui il regista (lo stesso di Madagascar e Megamind) immerge sin dall’inizio lo spettatore nel fantastico ed eroico mondo immaginario del protagonista-narratore, che non è il Boss, ma suo fratello maggiore, quello che lo vede piombare inaspettato e indesiderato nel “triangolo perfetto” primogenito-madre-padre, facendolo a pezzi.

Il film è una cipolla e va sfogliato strato per strato. In battuta il tema è la fatica di un figlio di accettare l’arrivo di un fratello. Molto ben descritta, gustosa e divertente. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. C’è molta immaginazione nel racconto del bambino in crisi da abbandono affettivo, costretto a dividere l’amore con il nuovo arrivato, un amore in quantità limitata che il baby per sua natura consuma a piene mani lasciandone pochissimo a chi era arrivato prima di lui (“Sei vecchio!” gli dice il baby parlante).

Ma tra le pieghe dell’immaginario infantile si intravedono fatti estremamente concreti. Una casa che si trasforma radicalmente saturando ogni angolo con la presenza del neonato e dei mille oggetti che riempiono il mondo familiare dopo il suo arrivo. Due genitori perennemente in corsa (fantastica la sequenza in cui il ragazzino se ne sta attonito in mezzo al corridoio mentre madre e padre entrano ed escono dalle stanze sotto forme di scie tipo Flash Gordon con le braccia cariche di biberon, giochini, pannolini, pappe, tutine). Geniale la festa dei neonati trasformata in un meeting. Estremamente efficace la descrizione di una coppia genitoriale che trasforma il nuovo arrivato nel centro di gravità attorno al quale ruota ogni cosa. Nel Boss della situazione, appunto. E qui le reazioni del bambino più grande vanno sullo sfondo, il punto è cosa succede agli adulti quando perdono il senso della misura, lasciando che una cosa importante come la nascita di un nuovo figlio, trasformi il proprio mondo come se esistesse solo il figlio nuovo.

Ma ancora non siamo andati al cuore più profondo della storia che il film racconta.
Evitando gli spoiler, si può dire che l’intera narrazione attorno alla quale si snoda la pellicola è una sorta di spystory, in perfetta congruenza con l’immaginario del figlio maggiore, il cui esito è salvare il mondo dalla messa in commercio di un nuovo tipo di cagnolino destinato a mettere in crisi non i fratelli maggiori, ma l’esistenza stessa dei bambini: un cucciolo costruito per restare sempre un cucciolo e non crescere mai.

Perchè il vero problema dei bambini, è che smettono di essere tali nel giro di pochi anni, trasformandosi in antipatici e brufolosi adolescenti che fanno rimpiangere i tempi delle coccole e dell’affetto incondizionato. E il desiderio genitoriale rischia di trasfigurarsi in una sindrome di Peter Pan alla rovescia in cui la fantasia di restare bambini in eterno migra dal bambino all’adulto, mettendo a rischio, come racconta il film, non solo e non principalmente la salute mentale dei figli, ma la loro stessa esistenza e con essa il mondo.

Per fortuna però, sembra dirci questo film, i bambini esistono e la loro voglia di crescere assieme ci salverà.

Addio Luchino

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In morte del comandante Maino

“Mi faresti parlare un’oretta con i tuoi?”, mi avevi chiesto una quindicina d’anni fa quando ancora giravi per le scuole a parlar di Resistenza.
“Sto preparando una lezione sull’8 settembre che devo fare nei prossimi giorni, e vorrei provarla”
Ero a Torre degli alberi, la tua reggia di sempre immersa in una collina densa di serenità in tutte le stagioni, e conducevo uno dei tanti seminari per aspiranti consulenti pedagogici che in quegli anni tenevo alla “Costantina”. Proprio a due passi da casa tua.
Ti avevo conosciuto anni prima, poco più che ottantenne, praticamente un giovanotto, appena reduce da una frattura al femore che ti eri procurato cadendo da una moto. L’incidente ti aveva lasciato solo un incedere leggermente zoppicante, per il resto eri attivo e forte come una roccia. Sapevo già del tuo passato partigiano, ma non avevamo ancora avuto occasione di parlarne, anzi, di sentirtene parlare.
Quel giorno mi cogliesti alla sprovvista. I “miei”, come li avevi chiamati, erano reduci da due giornate intense di lavoro seminariale che li aveva occupati anche la sera precedente, quindi chiedergli di occupare un’altra sera mi preoccupava. Temevo non avrebbero retto o che si sarebbero defilati. Del resto nessuno di loro sapeva chi fossi e chi ha voglia di ascoltare, dopo una giornata di duro lavoro, vecchie storie ingiallite dal tempo?
Poi parlasti, e i volti un po’ scettici e un po’ seccati che ti stavano fissando si trasformarono con la stessa rapidità con la quale raccontasti il crollo del tuo mondo all’indomani dell’8 settembre 1943. Stupore, rabbia, commozione, ammirazione, il gruppo era una tavolozza di emozioni che annodava le gole e inumidiva gli occhi. La tua voce salda, profonda, autorevole, le parole dirette, chiare che snocciolavano fatti impensabili eppure accaduti, la tua postura in mezzo a noi e radicata in in un altro mondo, avevano sospeso il tempo. Non avevamo idea di quanti minuti-ore-anni fossero trascorsi, ma quando terminasti ci sentimmo tutti più piccoli, molto più piccoli.
“Secondo voi può andar bene?”, ci chiedesti alla fine. Non ricordo cosa rispondemmo.
Quel giorno ho imparato molto sulla dignità. Sulla dignità che va raccontata e sulla dignità del racconto. Ho anche imparato molto sulla responsabilità che convoca ognuno di noi sempre, anche e sopratutto davanti al tracollo di ogni punto di riferimento, quando non c’è più nessun Re e nessun Dio a cui dar conto delle proprie scelte e rimane solo la tua coscienza. Ho imparato molto, infine, sulla solidarietà capace di oltrepassare le barriere ideologiche, sociali, di lignaggio e che ti spinge a fare il tuo dovere quando hai deciso quale sia il tuo dovere.
Sei stato un Maestro, Luchino e anche se sono ormai molti anni che non ci frequentiamo, mi mancherai. Mi mancherà sapere che un uomo come te è comunque lì da qualche parte a condividere il senso di questo mondo faticoso e difficile. Mi mancherai e farò del mio meglio per raccogliere quel che posso della tua eredità.

Con gratidudine e affetto
Igor

Premure preziose

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Green summer meadow at sunset full of dandelions . Nature background.

di Irene Auletta

Non ti stancare! Proprio tu che non ti sei mai risparmiata nulla nella vita, in questi ultimi anni me lo ripeti in modo sempre più insistente. Chissà cosa intravedi attraverso quella figlia che ti sfreccia davanti agli occhi muovendosi qua e  là in un modo per te, oggi, troppo veloce?

Solo a guardarti mi fai girare la testa mi hai detto alcune volte mentre altre, il tuo sguardo preoccupato mi segue mentre rincorro la vita. Eppure anche tu non sei stata meno energica e di certo la tua storia non ti ha permesso grandi pause ma forse, dalla prospettiva degli anni, stai assaporando il gusto e il piacere di quella lentezza che conduce dolcemente smettendola di farti sentire spintonata verso l’impetuoso presente.

Ripenso ad una recente conversazione avvenuta in treno con una signora di sicuro più giovane di te e più anziana di me. Quel riconoscersi in una tappa della vita dove l’inevitabile  rallentare permette di gustarsi altri paesaggi. La signora in questione mi racconta dei viaggi che fa per l’Italia diretta a trascorrere qualche giorno con i suoi figli distribuiti in diverse regioni del nord.

Ora finalmente in pensione posso permettermelo e mi gusto il piacere di un riposo fatto di ciò che più mi piace. Incredibile come scambi così banali siano del tutto ignari di ciò che possono attivare nella mente di chi li raccoglie. Forse neppure ci si immagina di quanto le nostre normalità possano essere per altri orizzonti irraggiungibili e paurosi e, con il mio migliore sorriso di circostanza, cerco di cacciare il fondo alla scena tutte le ombre che improvvisamente mi affollano i pensieri.

Accompagnata da quel lento dondolio del treno, continuo a ripensare al tuo invito a proteggersi un poco, a risparmiare energie e a non esagerare sapendo che, mentre lo faccio, sto sicuramente eccedendo in qualcosa. La nostalgia è già pungente come quella malinconia che svela l’inevitabile.

Come si fa a non stancarsi quando la vita ti pone di fronte a certe avventure? Come continuare a prendersi cura di chi ogni giorno reclama bisogni precisi non smettendo di cercare, al tempo stesso, luoghi di riposo e di ricarica con altri che si prendano cura di te?

Ce lo rammentiamo spesso, noi madri impegnate in storie fatte così, il nostro bisogno di non trascurarci che è un richiamo a quella cura di cui noi stesse abbiamo necessità per continuare a stare vicine ai nostri figli.

Non ti stancare! Nessuno dopo di te mi guarderà più allo stesso modo e ancora mentre sei qui, sento già il doloroso vuoto della perdita.

Non aver paura dei camion bianchi

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“Papà, i camion bianchi sono cattivi?”
“Perché pensi che i camion siano cattivi?”
“Solo quelli bianchi!”
“Va bene, e perché i camion, quelli bianchi, sono cattivi?”
“Me l’ha detto Matteo, che un camion bianco ha ucciso tanti bambini”
“Ne hai visti molti da quando siamo partiti? di camion bianchi, intendo dire”
“Sì…”
“Hai avuto paura?”
“Sì! Pensavo che magari ci venivano addosso”
“Ed è successo?”
“No dai papà, se succedeva eravamo già morti!”
“Sai cosa facciamo? li contiamo. Quanti ne saranno già passati sino ad ora? dieci? venti? dai facciamo venti. Eccone uno là! Ventuno!”
“Ventidue! e guarda dopo il pulman, ventitré!…vale anche se è un po’ bianco e un po’ nero?”
“No no, stiamo cercando quelli cattivi e quelli cattivi sembra siano bianchi…”
“Ma perché quel camion bianco ha ucciso tante persone?…ventiquattro!”
“Matteo ti ha raccontato che quel camion andava in giro tutto da solo…?”
“No…”
“E secondo te?”
“C’era il guidatore”
“Allora sarà stato il guidatore quello cattivo, no? Guarda là! venticinque”
“Sì, sì…ma perché ha ucciso tanti bambini?”
“Di quanti colori vedi i camion?”
“Tanti! guarda là! rosso, e quello è grigio…là là, ce n’è uno tutto nero!”
“Quindi un uomo cattivo che vuole uccidere tante persone potrebbe guidarne uno di qualsiasi colore, non pensi?”
“…”
“Mica è necessario averne un bianco per fare quella cosa orrenda che ti ha raccontato Matteo, non ti pare…?”
“…quindi potrebbe esserci un uomo cattivo su ognuno dei camion che abbiamo incontrato da quando siamo partiti…?”
“Certo! in ogni camion di ogni dimensione! Vedi? quello è enorme, col rimorchio, di quelli che piacciono a te. Quello dietro invece è piccolino, un furgone più che altro, ma se ci investe fa lo stesso di quello grosso grosso”
“Anche quella macchina che sta arrivando velocissima!”
“Giusto! se ci fosse un uomo cattivo su quella macchina saremmo in pericolo lo stesso!”

“Si va bene, papà, ma perché un uomo cattivo uccide tante persone con un camion o un’auto?”
“Perché odia, figlia mio. Odia così tanto tutti da voler uccidere chiunque, senza neppure sapere chi sta uccidendo e quanto dolore provoca”
“Anch’io una volta ho odiato tantissimo un bambino che mi aveva rubato il mio gioco preferito…sono una bambina cattiva…?”
“A tutti capita di odiare, anche a me. Pensa che qualche volta ho odiato persino te…sai quando non dormivi mai la notte.? sapessi quanto ti ho odiato in quel periodo…”
“Allora sei cattivo anche tu?”
“Non so, non credo, quel bambino che hai odiato è ancora vivo? Si? e del resto sei viva anche tu, giusto? Quindi odiare non ci fa diventare cattivi per forza. Forse quell’uomo è diventato cattivo perché non è riuscita a passargli come è capitato a me con te e a te con quel bambino. Sai, l’odio è terribile, ma immagina di provarlo tutti i giorni un giorno dopo l’altro per tanto tempo…”
“Che brutto papà! non riuscirei a respirare!”
“Forse è proprio quello che è successo a quell’uomo cattivo che guidava il camion bianco. Forse non riusciva più a respirare per tutto l’odio che provava ed è diventato un assassino”
“Allora dobbiamo stare attenti a respirare…?”
“Sì, forse sì. L’importante non è odiare, ma smettere il più in fretta possibile, perché quando odi ti vengono in mente i pensieri più terribili e feroci”
“E’ vero, avrei voluto fargli delle bruttissime cose a quel bambino quando mi ha rubato il gioco…”
“E ti sei sentita cattiva per averlo pensato vero?”
“Sì”
“Però non le hai fatte quelle cose, giusto? è questo il punto: non si è buoni se non si hanno pensieri brutti, si è buoni se ai pensieri brutti non seguono azioni cattive”

“Ma papà, sono tanti gli uomini che non smettono di odiare?”
“Non so, nessuno li ha mai contati. Proviamo a farlo noi!”
“Come si fa…?”
“Prendi tutti i camion che abbiamo incontrato oggi, bianchi, gialli, neri, di tutti i colori. Prendi anche tutte le auto grosse che correvano impazzite. Poi pensa a tutti i camion e le auto che abbiamo incontrato ieri e l’altro ieri e l’anno scorso, insomma sino a quando ti ricordi. Quanti saranno stati?”
“Centinaia! No! milioni! Centinaia di milioni…?”
“Magari così tanti no…però, insomma, moltissimissimi! più di quanto non si riesca a contarne. E quanti di questi camion e di queste auto ci sono venuti addosso?”
“Quella volta che ci hanno tamponato…?”
“No, quella non conta, mica l’aveva fatto apposta. Sarà stato distratto quel guidatore, ma non era certo cattivo”
“Allora…nessuno…”
“Vedi? io non so quanti siano gli uomini che non smettono di odiare e diventano cattivi, però io e te sappiamo che le persone normali, che magari odiano più volte nella loro vita ma poi respirano e gli passa e non trasformano i loro brutti pensieri in azioni cattive, sono molte ma molte di più e le incontriamo tutti i giorni, in ogni momento, dappertutto, senza che ci facciano del male. E senza che noi facciamo del male a loro”
“Allora non siamo in pericolo?”
“…”

“Siamo in pericolo papà…?”
“…ti ricordi di quella volta che stavi correndo sul muretto e sei inciampata? sei caduta e hai battuto la testa. Un po’ di ghiaccio e ti è passato tutto. Però hai battuto la testa per terra a pochi centimetri dal bordo del marciapiede. Io e la mamma eravamo terrorizzati quando abbiamo visto che per pochissimo non hai picchiato contro lo spigolo…”
“Vi siete anche arrabbiati tanto…”
“Eravamo spaventatissimi… comunque è andata bene e sapessi quante volte nella vita ci va bene e sfioriamo soltanto un grave pericolo. Perché nella vita i pericoli ci sono sempre, a volte dipende da noi stare attenti ed evitarli, altre volte invece ci capitano e possiamo solo sperare di uscirne senza farci troppo male. Però il più delle volte, nelle vita, stiamo tranquilli e non ci accade nulla. Gli uomini cattivi che non smettono di odiare sono un pericolo raro come cadere da un muretto. Anzi, molto, molto più raro”
“Ma perché papà quell’uomo cattivo con il camion bianco ha ucciso tante persone?”
“Non ne abbiamo appena parlato…? perché odiava e non riusciva a smettere…”
“Sì va bene, ma è morto anche lui. Io non ho mai pensato di vendicarmi del bambino che mi ha rubato il gioco morendo anch’io!”
“Hai ragione, se uno vuole vendicarsi deve restare vivo per godersi la vendetta, giusto?”
“Giusto!”
“Ma quell’uomo non voleva vendicarsi, voleva spaventare, spaventare non quelli che ha ucciso, ma tutti gli altri che sono rimasti vivi e hanno visto quello che ha fatto”
“Io mi sono spaventata tanto…”
“Appunto, era questo il suo scopo: spaventarci tutti…però ora noi siamo in macchina e stiamo andando a fare una gita. Fra qualche giorno saremo al mare e andremo in spiaggia a vedere i fuochi artificiali. Quando torneremo andremo al cinema e poi alle feste di quartiere e in metropolitana e in mille e mille posti dove ci sarà tantissima gente attorno a noi che fa le stesse cose che facciamo noi”
“Tutte persone che respirano…?”
“Sì, che respirano…Quello che vogliono gli uomini cattivi che uccidono tante persone, invece, è spaventarci per farci diventare come loro”
“Io non voglio diventare come loro!”
“E allora odia chi vuoi, persino quegli uomini tremendamente cattivi, ma poi fattela passare. E continua a vivere la tua vita come se non esistessero. E’ questa la punizione più grande che possiamo infliggergli: continuare a vivere la nostra vita indifferenti al loro odio”
“Ma a me spiace che si sentano così…”
“Ecco, così è ancora meglio, si chiama compassione quella che provi. Ed è il miglior rimedio all’odio. E alla paura. Che tu sia indifferente o compassionevole nei confronti delle azioni cattive degli uomini che odiano, quello che conta è che tu continui a fare la tua vita. Perché ogni altra tua reazione, scappare, nasconderti, odiarli con forza, maledire la loro stirpe, chiedere la loro morte, rinunciare ad andare dove vorresti andare e a fare le cose che vorresti fare per evitare il rischio di incontrarne qualcuno, li farebbe vincere. E tu non vuoi che gli uomini che odiano vincano, vero…?”
“No papà!”
“E perché?”
“Perché non voglio smettere di respirare”

Infogames

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Post di quattro anni fa esatti. Ripescato dal fondo della classifica degli articoli più letti. Perfettamente in tema con il dibattito di questi giorni sull’ottusità delle grandi organizzazioni

Cronachepedagogiche

Call center. Luogo immaginario accessibile per via telefonica. Con buon impegno e dopo un percorso estremamente impegnativo tra scelte multiple, cancelletti, asterischi, linee che cadono, è talvolta possibile conferire con un essere umano che, quasi certamente, ti spiega come fossi un bambino che hai sbagliato strada, mandandoti da un’altra parte. Il che, in soldoni, significa tornare ai blocchi di partenza e ricominciare tutto da capo. Sembrerebbe un videogame a livelli crescenti di difficoltà, ma più che altro è la versione telefonica degli uffici di qualsiasi mostro burocratico.

Per lo meno non ti muovi da casa tua.

Ma l’aspetto più interessante, sul piano antropologico naturalmente, è cosa l’umano eventualmente raggiunto di solito dice dell’umano che avevi raggiunto in precedenza: che ti ha detto cose sbagliate. Ho avuto la fortuna di assistere al top level di questo sport estremo quando un terzo umano, dopo aver liquidato i primi due in modo sbrigativo, mi…

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