Vacanze da favola

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di Irene Auletta

I genitori con figli disabili mi ricordano spesso abili sarti intenti a cucire, ricucire e trovare nuove forme possibili alla loro vita e agli abiti che la stessa gli chiede di indossare nel tempo.

In questi ultimi mesi mi sono ritrovata in svariate occasioni a parlare del senso della vacanza, del lasciar andare, del poter sperimentare esperienze differenti. Per molti genitori pensare i propri figli lontani non è ancora possibile, alcuni ne stanno facendo brevi positive esperienze, altri ancora stanno sperimentando tempi di distanza decisamente più lunghi verso quelle forme di autonomie possibili per persone con disabilità.

Uno dei nodi critici trattati tuttavia riguarda anche la vacanza insieme, genitori e figli e forse proprio qui bisogna ingegnarsi a capire quali forme ritagliare per provare a vivere un’esperienza che mantenga quei tratti vacanzieri, modellati però sulla propria realtà.

Sdraiata al sole nel mio primo giorno di vacanza mi raggiunge l’immancabile pausa musicale che ogni tanto fa capolino sulle spiagge adriatiche.

Quello che potremmo fare io e te

Senza dar retta a nessuno

Senza pensare a qualcuno

Quello che potremmo fare io e te

Non lo puoi neanche credere

……

Io e te, io e te

Dentro un bar a bere e a ridere

Io e te, io e te

A crescere bambini, avere dei vicini

Io e te, io e te

Seduti sul divano

Parlar del più e del meno

Io e te, io e te

Come nelle favole

Il respiro romantico di questo noto cantautore mi raggiunge accompagnando i miei pensieri e non posso fare a meno di pensare a quanto a volte si può essere imprigionati, anche nell’idea di vita da favola.

Io e tuo padre, riemergendo dai nostri silenzi solitari, non perdiamo l’occasione per fare commenti sulla canzone e alla fine ridendo ci diciamo che ci sembra di avere tutto … o quasi!

Certo, la nostra vacanza è molto lontana da quell’idea di relax, riposo, solitudine, dedicarsi tempo tutto per sé, eccetera, eccetera. E’ una vacanza impegnativa, come la nostra vita del resto, che ogni anno cerca di ritagliarsi una forma possibile insieme ad una figlia adulta che ci ricorda ogni giorno cosa vuol dire “crescere bambini”.

Ti guardo in acqua, mentre ti seguo un po’ a distanza come so che piace a te. Penso spesso che solo lì, tra le onde, sei veramente felice e libera di fare quello che vuoi. Ridi, ridi e ridi.

Sei tu la mia favola e già questo profuma di vacanza.

 

Condannati agli ossimori

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di Igor Salomone

Pesante leggerezza. Sento Irene pronunciare queste parole mentre siamo diretti alla volta di un B&B sul lago di Garda, quasi all’inseguimento di Luna che sta veleggiando nello stesso momento verso Caorle per trascorrere le prime vacanze della sua vita senza di noi.
Lontani sì, ma almeno avremo dimezzato la strada.

Difficile dire come ci si sente in questi momenti. Ho costruito le mie fortune pedagogiche sul valore del distacco breve ma intenso che una vacanza lontano dalla famiglia produce per la crescita dei ragazzi e delle ragazze. Ma parlavo di ragazzi e ragazze di sei, sette, otto anni. Mia figlia invece di anni ne ha quasi venti e in valigia porta con sé una lista lunga come la fame di cose che i suoi educatori dovranno fare e un’altra altrettanto lunga delle cose alle quali dovranno prestare attenzione.
Il primo risultato di questa nuova esperienza è aver oggettivato la mole impressionante di gesti quotidiani che implica prendersi cura di lei. Quindi ora siamo più leggeri, molto più leggeri, ma appesantiti da una maggiore consapevolezza.

La scorsa notte, del resto, stava per saltare tutto. Luna è stata male nel sonno, qualcosa è andato storto durante la digestione e tra le due e le tre siamo stati occupati con un Risiko di catinelle, stracci, sciacquoni, docce, spazzoloni, pigiami e lenzuola di ricambio. Non avrei puntato un centesimo sulla possibilità che la mattina Luna riuscisse a partire. Per lo meno sino a quando sua madre le ha strappato una risata imitandola nell’atto di tirar su l’anima. Mi son detto vaffanculo! l’ho imitata anch’io, lei ha riso ancora di più e l’ottimismo si è ridestato, dal profondo direi. Si può essere disperati e di buon umore al tempo stesso.
Mi torna alla mente una conferenza alla quale partecipai qualche anno fa dal titolo Il dolore e la gioia. Raccontai che le emozioni legate all’avere una figlia come mia figlia non sono semplici ambivalenze tra momenti di gioia e fitte di dolore: sono gioia dolente e, qualche volta, dolore gioioso.
Insomma, siamo condannati agli ossimori.

Esistono diversi tipi di leggerezza. C’è la leggerezza come assenza di peso, c’è il sollievo che deriva dal togliersi un peso, c’è infine un modo leggero di portarsi appresso una peso. Oggi sto sperimentando un’altra cosa ancora
Guardo il sole tramontare dietro punta San Vigilio smarrendo lo sguardo in direzione della riva opposta di questo lago sconfinato e sento che la gravità mi è amica, che proprio nel peso va cercata la leggerezza e Luna, con la levità assoluta che l’accompagna in una vita caricata oltre ogni misura, me lo insegna a ogni passo.

Sei andata via così, nonostante quella notte sulla schiena, nonostante noi, nonostante la novità assoluta, ignara di quello che stava per succedere eppure pienamente consapevole. Sei andata via così, con quel tuo splendido sorriso, la felicità nel corpo, una curiosità meravigliata nello sguardo. Sei andata via così e io ho pianto, di felicità e di dolore, di orgoglio e di tristezza, di amore per quel che sei e di amore per ciò che non puoi essere. Quante cose riesci a farmi mettere in una lacrima.

Stasera non tornerai, sarai da una parte e noi da un’altra. A viverci tutti un regalo straordinario che per la maggior parte dei genitori è una tappa obbligata mentre noi abbiamo dovuto volerla con caparbietà e cura. Travolti da emozioni inedite e mai ovvie, spesso contraddittorie, apparentemente impossibili da tenere assieme eppure inestricabilmente mescolate. Siamo condannati, ma è una condanna dolcissima.

 

 

 

Fichi d’India

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fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

Cambiamenti d’aria

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Finestra_aperta_Matisse_580

Prendere distanza dai gesti quotidiani. Allontanarsene un poco. Cercare di dimenticarli, o anche solo di farli uscire dagli occhi, dalle braccia, dalla punta delle dita. Giusto il tempo di quietarne la ripetizione automatica, di assopirne gli echi che si impossessano del corpo come nel Chaplin di Tempi moderni. Anche questo è la vacanza.

Che poi non è che stia per partire alla volta delle cascate Vittoria, a piedi, alla ricerca di Livingstone. Sempre lo stesso agriturismo, da dodici estati, stessa spiaggia, stesso mare. E stessi gesti quotidiani, sveglia, colazione, vestizione, creme solari, viaggio, parcheggio, colazione, mare, sole, riviaggio, preparazione pranzo, pranzo, pennica, scrittura, lettura, svacco, preparazione cena, cena, tv, letto.

Ma non sono gli stessi del resto dell’anno.
Cioè, sembrano gli stessi, ma non lo sono. Ed è sufficiente.
Le routine fanno parte della vita, va bene, ma il problema è da quanto durano e per quanto lo faranno. Anzi, neanche. E’ una questione di futuro anteriore: il problema è quanto saranno durate.
Fare le stesse cose ogni mattina da quindici anni è una cosa, sapere che fra ventanni le avrai fatte per trentacinque, è un’altra. E te lo devi pure augurare, perchè l’alternativa è peggio, molto peggio.
Il punto non sarà non avere abitudini, probabilmente. Per quanto le abitudini mi diano da sempre l’orticaria, ma cambiarle. Anche di poco. Almeno per un poco.
Quando torneremo, sarò pronto a indossare nuovamente quelle che sto lasciando, con un po’ più di respiro.

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