Durezza leggera

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durezza leggeradi Irene Auletta

La scena non cambia mai da anni e si ripropone periodicamente con urticante puntualità. Mentre stiamo uscendo dal centro che frequenti, incrociamo una signora mai vista che definisco un’operatrice di qualche genere grazie ad un cartellino che intravedo al termine di una “collana” di fettuccia colorata, che porta al collo. La vostra giornata è finita? State andando a casa? Gli interrogativi, accompagnati da un sorriso ebete e da una vocina in falsetto, mettono a dura prova le mie espressioni verbali e non, soprattutto nelle giornate in cui empatizzo con una tigre in gabbia proprio a causa di come funzionano alcuni servizi e di quello che intravedo, tristemente, nel tuo futuro.

La prima lezione Feldenkrais, dopo la pausa delle vacanze natalizie, mi trova bisognosa di occuparmi del mio povero corpo messo a dura prova dalle proteste senza parole che ogni tanto sembrano trasformarsi in incontri di lotta libera. Mentre siete sdraiati a terra provate a concentrare la vostra attenzione sul contatto tra la testa e il pavimento. Forse è un contatto duro, riuscite a sentire la differenza tra contatto esterno ed interno? Le domande dell’insegnante mi ricordano spesso una speciale bussola che prova a riorientare l’ascolto, proprio lì e in quel momento.

La differenza tra le due percezioni di peso e di contatto mi fa pensare a come possiamo incontrare il mondo, e quanto ci accade, provando a distinguere dentro e fuori, per ammorbidirne l’impatto e prendere quella distanza che serve per proteggerci e per proteggere le nostre persone più care.

All’inizio, testa e pavimento sembrano due forze che si oppongono, concentrate in una forte pressione che svela anche una grande fatica percepita a livello delle doloranti spalle. Al termine della lezione, come sempre accade, corpo e stato d’animo viaggiano insieme più leggeri, capaci di volgere a ciò che incontrano uno sguardo meno severo, grazie al nuovo apprendimento.

Vorrei rispondere alla signora che ne ho piene le scatole delle comunicazioni che ci raggiungono come se fossimo dementi, delle domande ripetute in modo stereotipato per paura di stare in quel silenzio pieno di sguardi e di racconti muti, dell’aggressività che mi raggiunge, anche se inconsapevole o non voluta, ogni volta che il mio Io si smarrisce in un Voi non meglio identificato.

La testa però mi ha insegnato che può incontrare il pavimento in modo differente, quasi delicato, e con questo pensiero ci allontaniamo abbracciate. Per oggi, basta sfide.

Quelli che ce la fanno sempre

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paperinikOgni volta, prima di fare qualcosa mi misuro con le solite domande ormai familiari e quasi amiche. Posso fare questa cosa con te? Sarai in grado di affrontarla? Io, sarò in grado di gestire le tue reazioni se tutto non andasse “liscio? Ce la faccio? Sono dell’umore giusto? E tu, sei dell’umore giusto? Questioni forse difficili da immaginare dall’esterno, che però sono la nostra abitudine

Ieri, dopo averci pensato, ho valutato che si, ci potevi venire con me dal concessionario, visto che ti avevo già raccontato dell’idea di cambiare la macchina della mamma e che anche questo poteva essere un modo per coinvolgerti in questo piccolo cambiamento.

Mi accorgo che formulo questo pensiero proprio mentre al contempo mi rivedo, dopo anni, a dirti che non possiamo prendere una macchina qualsiasi ma dobbiamo andare verso la nostra. Eppure sono convinta che sai riconoscere la mia auto e quella di tuo padre ma è come se la cosa non influenzasse minimamente la tua tendenza a dirigerti quasi sempre verso un veicolo diverso. Il concetto di proprietà è lontano da noi anni luce.

Ci andiamo al concessionario e tu sei bravissima e molto paziente, fino alla fine. Uno dei venditori ci tiene ad accompagnarci alla nostra auto.

Vi apro volentieri la portiera, dice.
Non si preoccupi, ce la facciamo benissimo, rispondo chissà perchè istintivamente.
Non ho dubbi, aggiunge il tipo, la mia è solo una gentilezza.

Sarà per suo cordiale sorriso o per la comprensione autentica che leggo nel suo sguardo che mi ritrovo a pensare alla mia risposta. Rifletto su questo strano automatismo comunicativo e lo riconosco appartenente ad un certo tipo di femminile impegnato nella cura di qualcuno o nell’assunzione di compiti particolari. Ce la faccio benissimo, tutto bene, non ho bisogno di aiuto. A volte queste frasi sembrano esibite come un valore.

Io ho capito nel tempo che per me queste affermazioni funzionano quasi come pillole rassicuranti. Mi vedo intenta a bilanciare quei sentimenti quotidiani, da anni compagni di viaggio. La paura di non farcela, di non riuscire a sostenere la fatica. Il senso di smarrimento e la ricerca di libertà ancora possibili. Il confronto con le mie incapacità e con i miei limiti.

Mi richiami a te con la voce. Mi ero persa, vagando in questi miei pensieri.

Senti, lo sai che la macchina che abbiamo appena scelto mi ricorda un personaggio di un cartone animato? Mi ascolti attenta. Cosa ne dici possiamo chiamarla la macchina di Paperinik? Mi guardi seria con quei tuoi silenzi pieni di mondi che mi fanno sentire abitante di un’altra galassia. Oppure, visto che siamo due ragazze, potremmo chiamarla …. Paperinikka come ti pare?

Sorridi subito e accenni un consenso visibile solo alla nostra storia. Adesso, è davvero nostra.

Respiro mentre mi accorgo che siamo arrivate a casa senza incidenti di percorso. Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

E poi di nuovo il cielo

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e poi di nuovo il cielodi Irene Auletta

Ieri sera ero davvero stanchissima e ho dovuto ricordarmi diverse volte il benessere che provo al termine di ogni lezione Feldenkrais, per spingermi a vincere la fatica di uscire di casa e andarci.

Angela, la nostra insegnante, anticipa il lavoro che ci stiamo accingendo a fare dicendoci che la serata sarà l’avvio di una serie di incontri dedicati al camminare e ai diversi modi di farlo. Ci chiede di fare particolare attenzione alla posizione della testa e i primi movimenti incontrano una tensione nel collo che, nei giorni peggiori, mi provoca quei classici giramenti di testa che conoscono bene quanti soffrono di problemi di cervicale.

Non ho voglia di avere nausea anche stasera, come la volta scorsa e così mi accorgo che resisto un po’ a eseguire i primi movimenti e le indicazioni dell’insegnante. Chissà quante volte nel mio lavoro di formatore ho tematizzato le resistenze al cambiamento e, soprattutto, ad una proposta che chiede in prima battuta di misurarsi con quella che, almeno in apparenza, risulta più come un’ulteriore fatica che una ritrovata leggerezza.

Il mio bisogno di coerenza tra ciò che dico e quanto pratico mi spinge a provare, avvicinandomi alla tensione del collo, piano piano. Sono giorni in cui mi ritrovo spesso a pensare alle fatiche, al modo di viverle e dargli forma.

Proprio qualche giorno fa in un seminario rivolto alle educatrici dei servizi per la prima infanzia ho avuto modo di restituire loro un aspetto che negli anni ha preso una forma per me sempre più chiara. E’ vero che per le educatrici con tanti anni di esperienza alle spalle sono necessari alcuni correttivi per affrontare al meglio il loro lavoro con i bambini molto piccoli, rispetto alle fatiche fisiche e psicologiche che ogni giorni si ritrovano ad affrontare. Però lo è altrettanto l’innegabile carica di energia e vitalità che gli stessi rendono possibile con il loro essere. Ti ricordi di come è invecchiata di colpo quella collega che dopo anni di lavoro al nido ha chiesto di essere trasferita in biblioteca? mi dice un’educatrice che conosco da tempo. E di certo non si riferisce solo all’aspetto fisico.

Racconto di come qualche giorno prima in occasione di un’incontro presso una scuola per l’infanzia, ho incrociato nel corridoio una bambina che canticchiava tra sè e che mi ha rallegrato l’intera giornata.

E così torno a sentire il mio collo, la testa e il suo essere allineata con la colonna. Me ne rammento stamane mentre mi concedo una piccola passeggiata. Che strana sensazione. La posizione della testa è davvero diversa, lo sguardo spazia davanti a me e intorno a quanto mi circonda.

Per oggi basta asfalto, mi regalo solo cielo.

 

Bon ton

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mcdonalds1-537x402Come si sta seduti a tavola? Composti, naturalmente. E sarebbe una fortuna. Poterlo fare, intendo dire.

Sono anni che il mio ginocchio destro ha rinunciato al suo posto vicino al sinistro, in linea verticale sotto il piatto, tra la forchetta e il coltello. Lì dovrebbe stare secondo il bon ton e anche, a dire il vero, per i più elementari principi ergonomici.

Lui no. Lui, il mio ginocchio destro, si rifiuta sempre più spesso di mettersi al riparo, magari sperando persino nell’allungo della gamba. Sì, figurati, l’allungo. E quando mai. No. Meglio restarsene piegato con quell’angolazione assurda protesa a ore due, che tanto non ci deve restare mica molto. E’ un attimo e il sinistro, quello più scemo che invece si ostina a comportarsi come se nulla fosse, viene trascinato a forza fuori dall’intimo riparo nel quale credeva di potersi accomodare.

E io sono di nuovo in piedi, senza neppure aver avuto il tempo di scaldare il cuscino.

Da quando sedici anni fa è entrata Luna nella mia vita, in pratica non mi siedo a tavola, mi ci intrufolo in semiclandestinità. Certo, potrei mangiare direttamente in piedi, ma vuoi mettere il bello di stare tutti attorno al desco familiare per consumare la cena insieme, come si conviene a una famiglia normale? Poi in realtà l’unica che consuma la cena seduta insieme è mia figlia. Noi, più che altro, le turbiniamo attorno.

Ma non è il caso di farne una tragedia. Se voglio recuperare l’antica sensazione del convivio, del pasteggiare con ritmi accettabili conversando, dell’aver in tavola ciò che serve, dell’alzarsi infine tutti assieme dopo l’ammazzacaffè, mi basta infilarmi nel più vicino McDonald.

Evviva i compiti

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evviva i compitidi Irene Auletta

Da quando ci siamo trasformati in individui lamentosi che vivono in attesa del fine settimana o di tutte le pause festive più o meno lunghe che scandiscono il passare dei giorni durante l’anno?

E’ di oggi lo scambio telefonico con un collega che di fronte alla mia risposta a suo dire stranamente allegra mi chiede “non mi dici anche tu che stavi meglio fino a qualche giorno fa?”. Gli dico che sto bene anche nel rientro al lavoro che a dir la verità mi piace altrettanto quanto la pausa e dall’altro capo del telefono mi raggiunge il suo commento accompagnato da una sonora risata. Per fortuna qualcuno dice anche qualcosa di positivo sul rientro al lavoro!

Ma perchè no, mi chiedo? Sia ben chiaro che anche a me piace la vacanza, quell’ozio gustoso che scandisce le giornate senza affanni e tutto ciò che mi fa definire proprio quei giorni lì, giorni di pausa. Detto questo però, trovo gusto anche nel riprendere la mia attività lavorativa, l’incontro con i colleghi e con tutto ciò di cui mi occupo durante l’anno.

Forse sono fortunata perchè faccio un lavoro che mi piace ma ho l’impressione che dietro tante frasi ormai stereotipate ci sia anche lo zampino di mode che trovo assai fastidiose, dalle quali tento di sfuggire. Mi riferisco all’attesa frenetica del venerdì, a quel dover sempre fare qualcosa nel fine settimana, a quella smania di “staccare”, come si usa dire, che ogni tanto fatico a comprendere nel suo senso più complessivo e complesso.

Mi viene da fare subito l’associazione con la questione dei compiti scolastici che, sempre più spesso, stanno assumendo un ingombrate e pesante spazio nelle vite di genitori e figli.

Penso ai tanti racconti di bambini della scuola per l’infanzia che attendono con ansia il passaggio alla scuola primaria proprio per poter fare i compiti “come i grandi” e alla facilità con cui il mondo adulto rischia di trasformare la curiosità in fatica, la scoperta in pesantezza, la voglia di provare e sperimentare in tempo rubato ad altro di più bello e interessante.

Ne parla bene Daniel Pennac nel suo bel libro Come un romanzo e forse proprio da lì dovremmo ripartire per capire quanto ci può essere di bello anche nella fatica, che l’impegno può dare un valore aggiunto all’ozio e che i compiti possono aprire la porta al magico mondo del sapere e, perchè no, alle future scelte lavorative.

Mio padre, nella sua semplicità, ha sempre sostenuto con molta enfasi l’importanza dei compiti e lo spazio ad essi dedicato. Forse ancora oggi non sa che così facendo mi ha aiutato a trovare quella strada che porta all’amore per il sapere e al lavoro che ho scelto di fare.

A voi la scelta.

Alzometro

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Ne voglio uno. Se esiste, ne voglio uno. Anzi, due: uno per me e uno per mia moglie. Così posso misurare  quante maledette volte io e lei ci alziamo da dove siamo seduti (o sdraiati) per andare dietro a Luna.

Luna si siede, noi ci sediamo, lei si alza, uno di noi si alza per controllare dove va. Luna si deve alzare per una delle mille necessità quotidiane, entrambi ci alziamo: uno per farla alzare, l’altro per preparare quel che serve. Luna resta seduta, vuole una cosa: se riusciamo a farla stare seduta, uno si alza e gliela procura. Altrimenti lei si alza perchè vuole una cosa, di conseguenza ci alziamo tutte e due: uno per prenderle ciò che vuole, l’altro per aiutarla a risedersi…

E pensare che ho sempre odiato alzarmi. Preferisco aspettare, fare tutto ciò che c’è da fare e poi, solo poi, sedermi (o sdraiarmi). Con Luna quel “poi” è dopo che si è addormentata. Forse. Da quanti anni va avanti questa storia? Da quando ha iniziato a camminare, certo, quindi abbastanza tardi. Per fortuna. Ma la faccenda non sembra avere un tempo di scadenza.

E’ questo il problema per certi genitori: il punto non è la fatica, il punto è che non finisce.

Per questo voglio un alzometro. Se c’è lo voglio anche elettronico dotato di memoria e capace di calcolare le statistiche. Hai visto mai che riesca sul medio termine a effettuare risparmi di scala sulla fatica, ottimizzando i cicli di seduta-alzata-riseduta?

“Assegno di accompagnamento”, così si chiama la cifra mensile che mia figlia percepisce in virtù della sua condizione di persona con disabilità. Ci sono momenti in cui percepisco il significato esatto del termine “accompagnamento”. Non è una metafora è esattamente quello che occorre fare.

Se avessi un alzometro, potrei anche calcolare a quanti centesimi ho diritto ogni volta che mi alzo per occuparmi di te, figlia mia. Però non funziona a cottimo, perciò tieni presente che se mi fai alzare meno volte, le volte che comunque mi alzerò varranno di più…

Scusate, ora devo alzarmi.

Spalle per volare

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spalle per volare 1di Irene Auletta

Succede così ogni volta. Arrivo alla lezione Feldenkrais, pronta alla sorpresa del viaggio che ci aspetta e a farmi accompagnare nella nuova scoperta da Angela, la nostra insegnante. La proposta della serata riguarda un lavoro sulle spalle e io la ringrazio mentalmente per la scelta, consapevole di trascinarmi da qualche giorno un peso e un dolore ad una spalla in particolare.

E’ fin troppo ricorrente l’immagine dei corpi reclinati per il peso degli eventi e di certo ciascuno potrebbe provare a dare un nome alle fatiche che sente di portarsi proprio sulle spalle, all’interno di un’invisibile ma pesante gerla esistenziale.

Avete in mente cosa portano le nostre spalle? Stasera proveremo proprio a dedicarci più attenzione.

Il lavoro ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi e consapevolezza del nostro corpo per terra e nello spazio. I movimenti sono sempre delicati e tanto più profondi quanto lenti.

Mi piace l’invito a riconoscere la direzione dello sguardo che, anche ad occhi chiusi, segue sempre una sua traiettoria. Le spalle pesanti sono sovente accompagnate dagli occhi che guardano a terra o comunque verso il basso. Un senso di chiusura, di protezione, di isolamento che, quasi inconsapevolmente, si finisce con lo scegliere in tanti momenti della vita. Come non pensare ai nostri stati d’animo più faticosi e a quelli che incrociamo, immaginando di fotografare corpi che si spostano a fatica, pesanti e poco disponibili all’incontro.

Penso alla donna alata di Notti al circo e alla ricerca di una leggerezza possibile. L’ho citata proprio qualche giorno fa durante una supervisione proponendo al gruppo di operatori un cambio di prospettiva e una differente direzione dello sguardo.

Alla fine della lezione le braccia sono molto più presenti e le mie spalle decisamente meno doloranti.

Come si fa a sopportare questa fatica? Ma tu come fai?

L’immagine riflessa dalle vetrine a volte è impietosa e allora ci vuole proprio un atto di volontà. Stasera le spalle possono fare di meglio.

Per un momento, basta essere schiacciate dai pesi. Il vento fa uno strano effetto. Le spalle posso essere più libere e insieme all’armonia del movimento delle braccia, mi fanno pensare al volo.

Da qui la prospettiva è un po’ diversa. Respiro.

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