Sordità oppositiva

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di Irene Auletta

Ne parlavo ieri con una giovane collega e in questi ultimi anni mi ritrovo a farlo spesso, proprio nel tentativo di capire. Valanghe di diagnosi stanno invadendo la scuola. Dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, disturbo oppositivo provocatorio. Sicuramente ce ne sono altri che dimentico ma il piatto mi pare già sufficientemente ricco.

Non entro assolutamente nel merito delle valutazioni fatte dagli specialisti ma, come pedagogista, non posso non interrogare il fenomeno (ormai viste le dimensioni, di questo si parla!) e chiedermi quale contributo posso portare insieme a chi, come me, attraversa luoghi e incontri educativi.

Quando poi alcuni linguaggi e definizioni ricorrono anche in ambienti assai differenti, come ad esempio quelli che riguardano l’area della disabilità, infantile e adulta, il sospetto che ci sia qualcosa da riguardare nell’educazione mi raggiunge in modo abbastanza significativo e pungente.

Per essere ancora più chiara, ho come la sensazione che quello che valutiamo come disturbo possa essere solo un possibile punto di partenza per ripercorrere una strada a ritroso alla ricerca di ciò che lo ha provocato, insomma, farsi una domanda che vada ad osservare ciò che accade in quell’incontro, in quello scambio, in quella relazione.

Stamane, come sovente accade quando sono io ad accompagnarti a prendere il pulmino che passa a prenderti sotto casa, fai resistenza e dici no nell’unico modo in cui puoi farlo, utilizzando il corpo. Ti impunti, resisti e fai forza per tentare di contrastare l’indicazione di andare in quella direzione.

Ma mi trovi preparata e con un atteggiamento che un po’ ti spiazza. Ti ricordi cosa ha detto ieri la nonna quando hai tentato di fare così anche con lei? Ti aspetto amore, perchè non si tirano neppure i ciucci! Sembra che la nonna abbia dato voce ai miei pensieri quando, non di rado, vedo educatori comportarsi esattamente così.

Lo dico con un po’ di enfasi per sdrammatizzare e non pormi in nessun modo in contrasto. Scoppi a ridere mentre l’assistente “sorda” a quello che sta accadendo continua ad invitarti a salire definendoti “bravissima e leggera come una piuma, quando non ti opponi”.

Respiro, respiro, respiro e provo a diventare sorda anch’io. Mentre ci abbracciamo per l’ultima volta ti bisbiglio nell’orecchio i nostri segreti per un’ultima risata di buona giornata.

Siamo proprio sicuri che la creatività che costringe alcune relazioni a interrogarsi, ogni giorno, per sostenere l’amore e l’educazione, non possa diventare esempio, contagio e possibilità per tutte quelle altre situazioni che rischiano di soffocare nella loro stessa definizione di normalità?

Che abito sei?

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di Irene Auletta

Mi ha sempre affascinato la bella immagine utilizzata dal sociologo canadese Erving Goffman quando afferma che “la vita sociale si divide in palcoscenico (front region) e in retroscena (back region): quando siamo sul palcoscenico dobbiamo fare una performance, in queste situazioni tendiamo ad osservare certe regole e mostriamo un nostro lato diverso”.

Ecco, intendo proprio questo quando parlo di abiti e di ruoli.

Qualche giorno fa ho avuto un bel confronto con Martina Zardini a proposito del mio ultimo post e qualcosa potete leggerlo nei commenti che si siamo scambiate quel giorno stesso. Ciò che scrivevo rispetto alla percezione di trasparenza del mio ruolo di madre, in quella peculiare circostanza, non avrei mai potuto neppure pensarlo se la medesima scena si fosse svolta sul palcoscenico professionale che attraverso ogni giorno, incontrando operatori socioeducativi e genitori.

Ne parlavo proprio di recente in un seminario di formazione e, dopo molti anni,  alcuni interrogativi ritornano ancora puntualmente. Ma per accogliere maggiormente l’altro che è in difficoltà non dovremmo per un po’ toglierci quell’abito professionale? Possiamo essere veramente empatici e accoglienti con il ruolo che ci divide? Se ho fatto tale scelta professione è perché sono questa persona, come faccio a lasciarla fuori dall’incontro di lavoro?

Gli equivoci che si accavallano e affastellano, in relazione a tali tematiche, sono sempre un’importante occasione formativa e non raramente le teorie di Goffman mi vengono in aiuto, soprattutto in questo momento storico caratterizzato da parecchia confusione rispetto a luoghi e confini, ruoli e relazioni, pubblico e privato. Lo smarrimento del senso del limite che oggi mi pare raggiunga forte bambini e ragazzi durante la loro crescita, passa inevitabilmente attraverso quella parte del mondo adulto che oggi osservo, sempre più spesso, in equilibrio precario nel mare in burrasca delle relazioni e della vita stessa.

In un contesto professionale mi pare più che pertinente accogliere le domande e i bisogni altrui in quel nostro incontro orientato proprio da tali richieste ed esigenze. Se lo stesso però accade anche e non occasionalmente, con colleghi a volte quasi sconosciuti e in merito a loro vicende personali, non posso fare a meno di chiedermi cosa ha prodotto la fragilità e l’indebolimento di importanti confini relazionali per me, per l’altro e per il nostro incontro.

Ma la smetti di parlare solo di africani?! Lo racconta un educatore nel corso del seminario, restituendo che anche i suoi amici non ne possono più di sentirlo parlare sempre e solo del suo lavoro e dei suoi problemi nel centro di accoglienza dove opera da diversi anni. Non è facile, è vero.

Noi che facciamo questo lavoro però abbiamo un’importante occasione in più per riprenderci in mano, nella professione e nella vita, il valore del contenimento, del rispetto dei luoghi e della pertinenza dei significati, della preziosità degli spazi di incontro e di quell’ascolto che può essere anche una musica leggera e non sempre un rock urlato nei timpani. Forse, anche questa può essere una possibilità per non rendere l’altro trasparente.

Potremo così riconoscere e condividere che non sempre la travolgente urgenza di dire ha il valore di comunicare e di incontrare gli altri. Come direbbe Angela, la mia insegnante Feldenkrais, mettiamoci comodi nel corpo e nelle relazioni e, senza fretta, prendiamoci tutto il tempo necessario.

Vuoi dire che vedremmo orizzonti nuovi riscoprendo che l’altro esiste veramente?

Ali piccole piccole

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La-Luna-Foto-dal-film-04di Irene Auletta

Mettetevi in piedi e ascoltatevi, facendo attenzione alle vostre spalle e in particolare alle scapole. Provate a camminare e mantenete la vostra attenzione sempre sulle scapole. Come le sentite, come si muovono e in che rapporto le sentite con lo sterno?

Ecco. Le lezioni Feldenkrais hanno sovente un avvio molto simile, che differisce nelle parti peculiari a cui rivolgere l’attenzione del momento dell’ascolto del proprio corpo che precede l’avvio della lezione stessa. Ogni tanto Angela, la nostra insegnante, ci pone quei semplici quesiti che riescono a farmi sentire quasi catapultata da un altro pianeta.

Dunque, ho idea di quali siano le scapole e anche della loro collocazione ma, sentirle mi risulta davvero parecchio difficile, anche se so che dovrebbero essere proprio lì. Tra noi del gruppo commentiamo sottovoce la nostra “sordità” certe che la fine dell’incontro ci lascerà, ancora una volta, stupite della scoperta, insieme alla nuova e diversa percezione del nostro corpo.

Mentre sono sdraiata a terra, con le braccia aperte lateralmente, l’immagine della croce mi raggiunge fin troppo velocemente. Ma va? Tornando all’ascolto delle scapole, seguendo le indicazione dell’insegnante, ecco che arrivano altre due immagini. Il libro Notti al circo e il film Maleficent, che mostrano entrambi, come protagonista, una donna alata che passa parecchi guai. Nel libro appare sin dalle prime scene come un fenomeno da baraccone e nel film subisce quella metamorfosi che la trasforma nella donna crudele che caratterizza la trama, proprio quando il suo amore la tradisce rubandole le ali.

L’immagine delle ali è sempre associata all’idea della libertà e del volare ma, nei due ricordi evocati dalla memoria, mi appare ancor più nitidamente il legame con la possibilità di sognare. Si vede bene nel film Maleficent dove, priva di ali, la protagonista abbandona sogni e speranze e viene travolta dalla sua stessa crudeltà.

Come vi sentite al termine di questa lezione? Come respirate ora e quali differenze percepite nelle spalle e nell’intera cassa toracica?

In macchina, nei giorni seguenti, mi sorprendo a ripetere mentalmente, e non solo, alcuni movimenti che di certo mi rendono parecchio buffa e insolita ai possibili sguardi esterni. Trattengo ancora la percezione delle mie scapole che mi appaiono come ali minuscole.

Ecco un’altra buona ragione per proseguire in un percorso di apprendimento dedicato al corpo.

Non perdere di vista i sogni.

Tempi sordi

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tempi sordidi Irene Auletta

Sempre più spesso mi trovo circondata da domande sospese che mi interrogano rispetto alla difficoltà crescente di accorgersi che nella comunicazione esiste anche qualcun’altro. Commenti inappropriati, dichiarazioni cieche, totali disattenzioni all’interlocutore in una crescente concentrazione verso il proprio discorso.

Ciascuno di noi viene toccato, e a volte ferito, dalla disattenzione altrui e può essere che, dentro lo stesso meccanismo comunicativo, faccia anche lui la medesima cosa senza alcuna consapevolezza e in totale buona fede.

Ma cosa possiamo fare per allertare i sensi e l’attenzione? Come possiamo aiutarci dandoci segnali di allarme che orientino noi stessi e gli altri verso comunicazioni più attente e rispettose? Cosa ci succede nei nostri incontri quotidiani? Parliamo tanto di ascolto e altrettanto se ne scrive ma poi l’impressione è di essere travolti da un’ondata di individualismo sfrenato che forse non risparmia nessuno e che conferma quasi ogni giorno l’urgenza di intraprendere strade differenti.

Liberandomi da atteggiamenti giudicanti e moralisti, vorrei avere a disposizione qualcosa che, come gli occhiali dati in dotazione per assistere a proiezioni cinematografiche in tre dimensioni, offrisse nei vari incontri visioni e prospettive differenti. Qualcosa che segnali l’impertinenza, nelle sue differenti totalità.

Ciao cara …. ti abbraccio!  Allarme giallo. Non ci conosciamo quasi e siamo all’interno di una relazione professionale.

I figli sono una grande gioia e forse la cosa più bella che può capitare. Allarme rosso. Hai di fronte una persona che desidererebbe tanto averne (e tu lo sai!) ma non riesce o non può averne.

Simpatici davvero gli handicappatini! Allarme rosso vermiglio. Te lo ricordi vero che la signora che hai di fronte, amica o collega che sia ha una figlia disabile?

Non vedo proprio l’ora di staccare la spina e andare in vacanza a rilassarmi! Allarme blu cobalto. Stai parlando con qualcuno che ti sta raccontando delle sue fatiche e del fatto che non solo non fa vacanze da anni, ma che ogni giorno si arrabatta per capire come sbarcare il lunario e garantire alla sua famiglia una vita almeno decente?

E, via discorrendo su questa via, ognuno potrebbe sbizzarrirsi a partire da sè e dai propri incontri quotidiani. Educarsi a tacere e a non scivolare nelle ovvietà e nelle banalità, potrebbe essere un’ottima tappa di partenza.

Oggi voglio godermela tutta, curandomi nel silenzio.

Parliamo di gradi

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parliamo di gradi 1di Irene Auletta

Ne parlavo giusto qualche giorno fa con una collega, di noi che per professione ci troviamo ad accogliere persone mentre attraversano vicende spesso non facili della loro vita. Nello specifico, la protagonista del nostro scambio, era una signora. La conosciamo da anni e da pochissimi giorni ha perso il marito per una malattia che, molto velocemente, ha scombinato le carte dell’esistenza familiare.

Indubbiamente siamo persone e quando incontriamo sentimenti, emozioni, vicende umane sappiamo che dobbiamo fare i conti con quanto risuonano in noi. Ce lo hanno insegnato sin dai primi anni dei nostri studi e l’attenzione al coinvolgimento emotivo dell’operatore, mi ha seguita in tutto il mio percorso di studi, con un bisogno, ancora assai primitivo, di provare a ridefinirne forme, significati e confini.

Quello che ho imparato, in tanti anni di professione e di vita, è che ciascuno di noi si trova a fare i conti con quanto gli accade e con tutte le sfumature delle emozioni, dalla gioia che allarga il cuore, al dolore che ti piega in ginocchio. Ho imparato che, nell’incontro con l’altro, i confini sono importanti anche rispetto ai sentimenti altrimenti, come su una tavolozza, i colori rischiano di mischiarsi l’un l’altro, facendo perdere il tono di ciascuno.

Così accade per il dolore. Quante volte, trovandoselo di fronte si fugge, si nega, si ironizza con battute ciniche? Accade anche che, di fronte a quello altrui, il proprio prenda il sopravvento e finisca per soffocare il tentativo dell’altro di raccontarsi.

“Sai mi è appena accaduta una cosa molto triste, qualche giorno fa ho perso una persona cara”. 

“Come ti capisco, anche io lo scorso anno ho perso mio padre …..”  e qui  sovente il discorso rischia di procedere per la propria strada, smarrendo completamente quella del nostro interlocutore e quello che forse voleva provare a condividere.

L’ascolto non è mai semplice, ma ascoltare un dolore è quasi un impresa, perchè quello che dobbiamo imparare a fare è rispettare il nostro e chiedergli di mettersi per il momento da parte, per poter accogliere quello altrui. Altrimenti i colori si mischiano. Di chi è il dolore, il mio o il tuo?

Io lo capisco da quanto scotta e per questo utilizzo spesso la metafora della temperatura nelle relazioni e nei sentimenti. Il dolore di quella signora per lei è bollente e io, che le sono vicina e sento solo l’eco del calore, nel nostro incontro posso provare a lasciare aperto un pertugio perchè possa filtrarne un po’ di frescura. Questo non vuol dire non farsi toccare, rimanere freddi o insensibili o mettere un muro. Vuol dire rispettare lo spazio emotivo dell’altro e sapere che a volte bisogna essere capaci di rimanerne sulla soglia, proprio per provare ad essergli in qualche modo di aiuto.

Quando ieri ho fatto l’ultimo colloquio con le insegnanti di mia figlia, che l’hanno seguita per nove anni, si è riacceso il calore che mi accompagna da mesi. Quello si che è il mio fuoco e trovarmi vicine persone che, con poche parole, lo hanno rispettato e lo rispettano, mi aiuta a trovare le mie strade per respirare nelle nicchie di fresco.

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