Il Dio delle cose minuscole

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sul filo della luna

di Irene Auletta

Sono anni che ci muoviamo alla ricerca di quelle piccole autonomie che ti permettano di stare meglio nella relazione con gli altri e, soprattutto, di poter determinare frammenti nelle storie che ti circondano.

Su questo fronte purtroppo abbiamo raccolto davvero pochissimo. In tutti questi anni è sicuramente cresciuta la tua curiosità, il desiderio di provare e sperimentare senza smettere mai di coltivare nei nostri vasi speciali i toni della meraviglia e dello stupore.

Su alcune dimensioni però dobbiamo riconoscere di essere ancora ai blocchi di partenza. Non c’è verso di farti fare qualcosa su richiesta o di farti attivare comportamenti spontanei su questioni legate alle tue piccole autonomie. Prendi pure quello che vuoi in frigo. Vai in bagno quando hai bisogno. Mi passi la maglietta?

Noi insistiamo tenacemente ma ci muoviamo smarriti di fronte alla scarsa chiarezza di alcune tue comunicazioni. Tanto appari presente, attenta, consapevole in talune circostanze, tanto in altre sembri abitare quel pianeta lontano, lontano di cui porti il bellissimo nome.

E così, in questi giorni riesci a stupirci attivando in due particolari occasioni quel comportamento spontaneo che abbiamo provato a suggerirti infinite volte. Tuo padre mi racconta che qualche giorno fa, mentre lui era in un’altra stanza, hai aperto il frigo, preso uno yogurt e ti sei seduta a tavola …. Ad aspettarlo? Stasera vai in bagno spontaneamente mentre io sto facendo altro e mi chiami per esprimermi chiaramente un tuo bisogno.

Ti sorrido senza enfatizzare troppo e nel frattempo mi accorgo che il cuore mi batte all’impazzata. Accadrà ancora domani? È scattato qualcosa di nuovo? Vuol dire che stai iniziando ad agire anche in queste occasioni quella tenacia e perseveranza che ti contraddistinguono sin dai primi giorni di vita?

Non importa mi dico, mentre ringrazio non so neppure chi di questa piccola grande novità. Forse qualcuno si prende a cuore anche tali enormità che agli occhi dei più appaiono minuscole e stasera, il suo sguardo è rivolto a noi.

Paradisi a termine

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Di Igor Salomone

Calda, scrosciante, bollente. Casca sulla mia testa e cola lungo i capelli, il collo, le spalle, giù giù sino ai piedi. Sembra che lo scarico della vasca la chiami a raccolta per prendere la rincorsa e tornare sempre più bollente a percorrere un altro giro, e poi un altro e un altro ancora.

In realtà non è così, l’acqua che mi massaggia caldissima è sempre nuova e sempre nuovamente riscaldata dal preziosissimo amico che se ne sta in cucina dentro un armadietto, in paziente attesa, ora dopo ora, minuto dopo minuto, che un rubinetto da qualche parte lo svegli dal suo torpore. Quando ci riesce, perché talvolta lo scaldabagno non si risveglia affatto ed è in quel momento che mi accorgo del lusso incredibile al quale sono ormai abituato.

Acqua, tanta, calda quanto voglio e per quanto tempo voglio. Torno dalla corsa mattutina e non aspetto altro. Forse vado a correre proprio per la doccia che viene dopo. Inizio a temperatura media, giusto il tempo di abituare la pelle, poi gradualmente spingo il miscelatore verso il rosso, e spingo e spingo. La temperatura arriva al limite dello scorticamento e indugio. Mamma quanto indugio! Ci resterei tutta mattina lì sotto. Shampoo, insaponatura, risciacquo…indugio. Tento una prima sortita, freddo, torno indietro. E chi mi scolla di qui?

Mi vengono in mente i deserti, le popolazioni assetate, il riscaldamento globale. Dai, l’acqua è una risorsa rinnovabile, non è che proprio la sprechi. Il gas no però, ma quanto vuoi che ne stia consumando? Mi sento in colpa per una frazione di secondo. Una colpa istantanea, talmente veloce che non me ne accorgo nemmeno, lavata immediatamente via dallo scroscio magico che mi sta cullando in un tripudio di calore umido.

Va bene, adesso però mi faccio violenza ed esco. Questo penso: mi faccio violenza. In quel mentre arriva mio padre. Nella mia testa ovviamente, lui è morto ormai da un’eternità. “Violenza? in che senso? ti prendi a pugni per uscire dalla doccia?” “…no, in effetti no, è un modo di dire, sta a significare che mi devo imporre di fare qualcosa che non vorrei fare ma che devo fare” “Ah si? mi sembrava di averla sempre chiamata volontà…”.

Già, la maledetta volontà, da quando si è trasformata in “farsi violenza”? In realtà io non voglio stare indefinitamente sotto la doccia bollente, lo desidero. Voglio e desidero, desidero e voglio: fortunatamente sono due cose diverse, altrimenti non mi godrei mai una doccia bollente, oppure ci annegherei sotto.

Chiudo il flusso di magia, indosso l’accappatoio ed esco dalla vasca. Dovrò scrivere qualcosa su questa storia del “farsi violenza”, ho l’impressione nasconda la fantasia di poter eliminare il conflitto tra i propri desideri e le proprie scelte.

Donne

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donnedi Irene Auletta

Mi ha colpito molto questo post recuperato in rete grazie all’indicazione di un’amica. Sarà che non sono più una giovane madre o sarà che di alcuni temi ho iniziato ad occuparmene circa trent’anni fa, ma l’ho trovato poco stimolante e forse anche poco utile, pensando a quelle giovani madri che invece proprio oggi si trovano a vivere l’attualità della questione. Che il pediatra illustri il valore dell’allattamento al seno non è di certo una novità e francamente trovo anche abbastanza datato il discorso pedagogico che in qualche modo mi pare sottolineare più quella libertà di scelta che sposta lo sguardo sull’identità di un femminile alla ricerca della sua essenza, che verso il delicato e complesso dialogo tra i diversi ruoli.

L’articolo tuttavia rimane solo uno spunto e, al di là di quello che riporta o di ciò che io sono riuscita a trattenere, offre interessanti suggestioni per provare a trattare un tema antico cercando di rintracciare possibili nuovi punti di vista. Tra le altre cose, la lettura mi ha subito fatto collegare ad un altro dato molto attuale che vede un gran numero di donne orientate verso quella che, anni fa, veniva definita come medicalizzazione del parto. Mi riferisco sia alla scelta del parto cesareo che alla richiesta di interventi anestetici, decisi preventivamente. Inutile dire, credo, che sono escluse da queste considerazioni tutte quelle situazioni dove tali interventi risultano necessari e imprescindibili per la salute della donna e del bambino.

Raccogliere delle domande può aiutarci, ancora una volta, sia a sospendere giudizi sterili che ad aprire nuove riflessioni. Come vede oggi una donna il momento del parto e come si prefigura quello successivo dell’allattamento al seno? Con quali rappresentazioni si avvicina a queste esperienze e trasformazioni che andranno a dare nuove forme alla sua vita? E’ ancora possibile porsi quesiti pedagogici circa l’attraversamento di nuove esperienze?

Da madre ho fatto scelte personali che sono il mio ricordo più prezioso e forse le uniche, per molti anni successivi, che hanno permesso la realizzazione di quello che allora erano i miei desideri. Lo stesso rispetto rivolgo alle scelte individuali di ciascuna donna. Come pedagogista invece, non posso che interrogarmi rispetto a quello che avverto come crescente bisogno di organizzare un’esperienza così importante, lasciando meno spazio alla scoperta, ai nuovi apprendimenti, alla curiosità dell’imprevisto e alla possibilità di trovare, anche nel dolore e nella fatica, nuovi significati per la propria esistenza.

Se il parto naturale è diventato solo un incontro gratuito con il dolore e l’allattamento al seno un impiccio che costringe la donna a rituali forzati e limiti di libertà, forse le scelte più recenti sono perfette. Io ho ancora parecchi dubbi e credo che proprio le differenze permettano quel respiro culturale che consente al vecchio e al nuovo di incontrarsi insegnandosi reciprocamente qualcosa. La scelta di partorire con diverse modalità non parla della stessa esperienza, così come non lo è l’allattamento al seno o quello artificiale. Il che non vuol dire subito etichettarle come giuste o sbagliate, belle o brutte. Vuol dire, al contrario, non buttare via il valore delle differenze, riconoscendole e nominandole.

L’importante tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, o tra i diversi ruoli che attraversano l’esistenza, dovrebbe davvero arricchirsi di quelle molteplici sfumature che caratterizzano i diversi ruoli delle donne. Andiamo avanti tutti troppo veloci alla ricerca di quelle situazioni più facili, meno dolorose, più efficienti o efficaci, più alla moda che, temo, portino un po’ a banalizzare le scelte come tutte uguali. Io credo nel valore delle differenze, ce lo diciamo tante volte, ma forse è più difficile farle entrare nelle nostre vite, trovandogli senso e significato.

Come donne, nel rispetto di quello che siamo, dovremmo sul serio continuare a parlare di questo facendoci dono delle nostre scelte differenti, delle diverse esperienze e di quelle molteplici domande che ogni giorno possono dare sapore alla vita, se la smettono di essere solo un macigno etico.

Bambini separati

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bambini separatidi Irene Auletta

Nel mio  lavoro, mi imbatto di frequente in provvedimenti del Tribunale per i Minorenni o in accordi sanciti di fronte ad un Legale in seguito alla separazione dei coniugi e alla regolamentazione della loro nuova organizzazione di vita come genitori.

In realtà, i nuovi accordi e la ricerca di un equilibrio inedito, dovrebbero porre al centro dell’attenzione i bisogni dei bambini, unitamente ai loro diritti, ma a volte mi sorge qualche dubbio.

Di recente una madre separata mi ha descritto la sua organizzazione mensile, insieme a quella dell’ex marito e del figlio di otto anni e, a metà descrizione, mi ero già persa. Prima settimana dal … al …  con la mamma, dal …  al … con il papà. Seconda settimana dal … al … con la mamma e dal … al … con il papà …. e così a ripetersi per quattro settimane in un’alternanza di giorni e orari che francamente, per essere seguiti correttamente,  credo richiedano l’utilizzo di un’agenda. I non addetti ai lavori potrebbero chiedersi perchè si giunge a tali follie quotidiane e, in realtà, la risposta è abbastanza semplice. Gli adulti, in questi casi che non sono poi così eccezionali, risultano incapaci di accordi, mediazioni, ricerca condivisa di altri equilibri e valutazioni circa il senso delle nuove scelte di vita per i loro figli e per loro stessi.

Un padre mi racconta che il figlio di nove anni protesta spesso dicendo, io non sono il vostre pacchettino, decidetevi con chi devo stare!

Difficili quesiti che di certo non si possono affrontare con immaginarie bacchette magiche, luoghi comuni o banalizzazioni della reale complessità.

Mi dico di frequente che il problema non sono le risposte giuste, ma la ricerca di nuove domande e, in casi come questi, parto da qui per orientare il mio sguardo mentre mi accingo ad aiutare e sostenere genitori che stanno attraversando momenti di grande confusione e disorientamento.

Se tutti tornassimo a farci più domande prima di decidere o di affermare il nostro pensiero, forse ridurremmo i tanti fastidiosi punti esclamativi che accompagnano, spesso con un filo di arroganza, molte delle nostre comunicazioni quotidiane. Quando ascolto, non so quali sono le soluzioni migliori e auspico di trovarle insieme alle persone che ho di fronte o al mio fianco, come colleghi. Non è sempre facile, perchè per ciascuno urge il bisogno di far valere il proprio punto di vista e io non sono certo esente da tali tentazioni.

Anni fa i figli dei genitori separati venivano definiti bambini con la valigia. Oggi mi piacerebbe che iniziassimo a condividere il senso dei viaggi.

Riforma o rivoluzione?

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riforma o rivoluzionedi Irene Auletta

Mi e’ piaciuto molto  ieri sera quest’incipit di Massimo Gramellini e i significati che hanno veicolato le sue considerazioni.

Pensandomi reduce dalla prima assemblea di Dedali, una novella associazione culturale, ho trovato parecchi intrecci possibili con la nostra mission: promuovere, sostenere e sviluppare le competenze educative.

Si, perché tutti noi che a vario titolo ci occupiamo di educazione, come professionisti, come genitori o semplicemente come adulti, abbiamo bisogno di continuare a chiederci cosa questo momento storico sta insegnando ai bambini e ai ragazzi.

Quali valori trascinano con se’ la crisi, il senso di precarietà perenne, lo smarrimento di senso costante o, per contro, un unico senso sventolato come l’ unico e il vero.

Chissà se qualche docente ha immaginato di far ascoltare ai suoi alunni i discorsi dei neoeletti presidenti alla Camera e al Senato, cogliendo l’occasione per aprire una discussione oltre che per insegnare un punto di vista altro sulle nostre istituzioni tanto infangate dagli eventi che si rincorrono ogni giorno e vengono urlati nelle nostre orecchie dai vari media?

Insegnando il diritto si insegna la vita. Mi ricordo quest’affermazione di una mia docente delle superiori che credo di aver compreso solo anni dopo ma che mi ha colpito tanto da ricordarmene ancora oggi.

Cosa insegna l’astensione? Io non l’ho mai capito, perché per me assumersi la responsabilità non corrisponde a nessuna scheda  bianca anzi, ho sempre trovato l’astensione a una decisione un atto molto ambiguo, seppur legittimo.

E pensare che ogni giorno e sempre più precocemente chiediamo ai bambini, ancora molto piccoli, di scegliere al nostro posto. Vuoi la pasta rossa o quella verde? Le scarpe o gli stivali? Andare al cinema o al parco? Ne parlavo proprio qualche sera con un gruppo di genitori. Educare alla scelta e’ un passaggio importante e delicato e, proprio per questo, e’ fondamentale non bruciarne precocemente le tappe, pena il suo fallimento.

Ai bambini dovremmo insegnare che per loro astenersi e’ un valore perché sono i grandi che hanno la responsabilità di alcune scelte e il dovere di portarne il peso che ne consegue. Dovremmo insegnargli che diventando grandi gli chiederemo pian piano di scegliere, sperando che sapranno farlo, sapranno cambiare idea e, soprattutto, che non avranno paura a dire prima sbagliavo.

 

Etica del discorso pubblico

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discorso pubblico

Questo post di un mio amico, Giuseppe Pinto e a seguire la lettura della lunga riflessione di Wu Ming sul Movimento 5 stelle e la sua natura, mi hanno spinto a una riflessione sulla responsabilità, intesa non come colpa, ma come virtù.

Giuseppe ha parole piuttosto graffianti nei confronti di chi si fa coinvolgere in questi giorni nel dibattito sul da farsi, dopo il risultato elettorale. Paragona i discorsi che si intrecciano all’abitudine di discutere della Nazionale di calcio nei bar come se tutti fossimo dei commissari tecnici. Un discorrere saccente e del resto irresponsabile, che tanto non è nei bar che si decide la formazione, però ci si predispone al successivo e liberatorio “l’avevo detto”.

C’è qualcosa di vero in quel che dici, Giuseppe. Sopratutto perchè dietro i discorsi pubblici c’è sempre una serie di rimozioni che si consolidano proprio a causa del gran vociare. E anche perchè il discorso pubblico tende sempre a orientarsi attorno a due tre idee guida, solitamente superficiali, che impediscono ogni approfondimento.

Come dice Wu Ming nel suo intervento, sguardi differenti sono impediti o osteggiati alla radice. Domande di fondo, stigmatizzate come seghe mentali dei soliti intellettualoidi. Reazioni di questo tipo, di matrice inequivocabilmente di destra, sdoganate come giusta indignazione popolare.

C’è qualcosa che non mi torna però caro Giuseppe e caro Wu Ming. Figurarsi se il sottoscritto pensa che approfondire le analisi sia uno sterile esercizio da saccenti che bisognerebbe una volta per tutte mandare a lavorare. Mi sono buttato a capofitto nelle vostre parole seduto sulla panchina del parco a godermi questo primo sole preprimaverile con mia figlia appena tornata da scuola. Ho sussultato leggendo che considerare il conflitto sempre e comunque un problema creato dall’altro è di destra. Lo vado insegnando da anni in ogni luogo, compresi quelli educativi pieni di benpensanti di sinistra. E mi sono contorto nel cogliere il rischio di trasformare la responsabilità in un’arma contundente pronta a colpire chiunque non se la assuma.

Ma.

Ma ho capito che le dotte analisi mi danno fastidio non quando sono dotte, ma quando restano analisi.

Se mi avventuro nell’arena del discorso pubblico, sento il dovere di dire cosa penso si debba fare, verso dove andrebbero orientate le scelte, quali rischi è necessario assumersi, quali problemi affrontare e in che ordine. Se non lo faccio, arrivare nel bel mezzo della piazza urlando “qui fa tutto schifo” o appoggiarsi a un lampione tenendo un lungo sermone sulle contraddizioni, sui presupposti storicoletterariofilosoficosocioantropologici della situazione attuale e sull’intero scenario di falsi miti  prodotti dalle ideologie imperanti, sono sostanzialmente la stessa cosa.

Con la differenza che chi arriva dicendo “qui fa tutto schifo” si porta dietro milioni di persone e il tizio appoggiato al lampione resta solo. Anche se magari, sul piano delle analisi, la penso come lui.

Caro Giuseppe e caro Wu Ming, io voglio analisi profonde, articolate e del tutto non ovvie. Ma voglio anche sentirmi e sentir dire “allora proverei a far così”. Anche a costo di dire immani idiozie che rischiano di essere smentite nel giro di pochi giorni. Perchè nel discorso pubblico, la responsabilità da assumersi e quella di aver avuto torto scegliendo.

Democrazia last minute

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Questo è un appello rivolto a quel 10% di persone che, pare, deciderà tra oggi e domani se e chi votare. Sembra anche che questi elettori “last minute” tendano a seguire i consigli delle persone che conoscono e delle quali hanno più fiducia. Dunque è per questo che scrivo e mi rivolgo a loro. Lo faccio cercando di smontare tre luoghi comuni molto diffusi.

a) TANTO NON CAMBIA NULLA. Che è come dire a che serve che io mi scomodi per andare a votare? SBAGLIATO. Non posso ovviamente assicurare che le cose cambieranno in meglio, ma quello che è certo è che possono andare peggio. Molto peggio. Dunque se il migliore dei casi è che restino come sono,  tanto vale andare a votare. E votare per lasciarci alle spalle questi ultimi vent’anni che sono stati sicuramente il peggio della nostra democrazia. Sino ad ora…

b) TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO. Ovvero voto quelli che dicono le cose come stanno e non sono compromessi con il passato. So bene che non possono governare a sto giro, ma intanto andranno in Parlamento a fare un bel po’ di casino e impediranno un governo inciucio, cambieranno la legge elettorale, torniamo a votare e allora sì che cambieremo finalmente le cose!! SBAGLIATO ANCHE QUESTO: se si vogliono fare le rivoluzioni si tirano fuori le palle in prima persona, si imbracciano le armi e si va in piazza. Per lo meno è una roba più veloce. Ma fare i rivoluzionari per procura fa ridere non fosse che se dovremo tornare alle urne nel giro di un anno, ci sarà da piangere. Molto da piangere. E per tutti, a partire dai più deboli. Abbiamo bisogno di un governo stabile e di un governo che segni una differenza importante con i dodici anni che abbiamo alle spalle.

c) NON MI RAPPRESENTA NESSUNO. Ovvero non c’è un solo partito o candidato nel quale io mi possa riconoscere, VERO, e nessuno di quelli che andrà in Parlamento mi rappresenterà, FALSO. Quelli che siederanno in Parlamento rappresenteranno tutti, compresi  quelli che non hanno votato. Voteranno leggi, governi, riforme, magari anche quelle costituzionali, e lo faranno in nome del Popolo Italiano. In democrazia non si può scegliere se essere o meno rappresentati, MA DA CHI. E questo povero Paese ha bisogno di essere rappresentato da qualcuno che sia meglio del peggio che ha nelle sue viscere. Almeno un po’.

Dunque, e questo è davvero il mio ultimo accorato appello, andiamo a votare e votiamo per evitare di affossare il nostro prossimo futuro.
Igor Salomone

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