Corpi parlanti

Lascia un commento

di Irene Auletta

Stamane ti saluto dicendoti che starò via qualche giorno ma, come accade spesso, sei troppo presa dall’idea di uscire di casa e neppure mi guardi. Ci ho fatto un po’ l’abitudine alle tue reazioni e ho accettato questo mio problema del saluto, poco in armonia con il tuo essere sempre centrata sul presente che sta per accadere.

Mentre mi dirigo verso l’autostrada mi raggiunge la telefonata di un educatore del tuo Centro che mi chiede come mai non abbiamo inviato lo zaino per la piscina. In un attimo entrambi realizziamo il disguido. Vorrei dire che per stavolta pazienza, ma il caldo pazzesco e il tuo piacere immenso in piscina, mi spingono velocemente ad un’inversione di marcia.

Di corsa recupero lo zaino con l’occorrente e quando arrivo al Centro ti intravedo seduta tra diverse persone in un momento evidentemente di pausa o di passaggio verso altro. Non mi vedi subito e ho giusto il tempo di sentire un piccolo pizzico al cuore quando i tuoi occhi mi raggiungono e, invece di alzarti e venirmi incontro, inizi a saltare sul divano con un ritmo quasi musicale che coinvolge anche braccia e gambe.

Il tuo corpo senza parole, nell’esplosione di emozioni, mi commuove sempre e ogni volta devo contenere l’assalto di quel dolore che rischia di non farmi godere la bellezza dell’incontro. Poco dopo precipiti tra le mie braccia e mi stringi forte mentre tutto il tuo corpo mi racconta tantissimo, in quel silenzio pieno di noi.

Allora ti bisbiglio all’orecchio che torno sabato e che ora ti aspetta la piscina. Divertiti amore, prima non ho fatto in tempo a dirtelo! Fai un po’ fatica a lasciarmi e io mi gusto quel saluto lungo che mi è mancato stamane. La tua risata mi riempie il cuore di bellezza e poco dopo siamo pronte a salutarci. 

Guidando verso la mia meta ti trattengo negli occhi mentre felice ti allontani con il tuo zaino in spalla e, ancora una volta, mi accorgo che la compagnia di quel dolore che non mi lascia mai, diventa sempre più dolce, come possono diventare tutte le emozioni che hanno a disposizione un tempo lungo, lungo per potersi trasformare.

Così è il nostro amore, condannato nel presente, lentissimo in tutte le sue possibilità di imparare e pieno di esplosioni di immenso.

Geni riflessi

Lascia un commento

di Irene Auletta

Chi alla mia età ha ancora i genitori, gode della grande fortuna di continuare a nutrire quel rapporto unico che, a volte, necessita di piccoli ritocchi, di perdoni, di nuovi incontri, di pace.

In questi giorni ho rivisto mio padre in una breve pausa, tra la sua vita a Milano e quella nel paese lucano e, ogni volta, il passare del tempo mi fa ritrovare qualche nuova traccia. Poi il momento non è certo dei migliori, tra il funerale di un cognato e la preoccupazione per una grave malattia del fratello minore. Lo vedo così: il mio gigante d’argilla con tante crepe.

Ci ritroviamo solo noi due perchè non voglio che nessuno della mia famiglia, soprattutto la signorina più ingombrante, occupi tutta la scena e chiacchieriamo come non accadeva da parecchio tempo. Ogni volta che ci avviciniamo al dolore mi vedo riflessa in quell’insegnamento che chiede di stringere i denti e mostrare imperturbabilità o in quelle reazioni di rabbia, a protezione della fragilità.

Però, sono passati tanti anni e ora da anziano ti stai finalmente permettendo di mollare un po’ quelle severe redini dei sentimenti mentre io, beh, ci ho lavorato parecchio. 

Cosi l’emozione pian piano può permettersi di stare nei nostri racconti che, naturalmente, non possono lasciare fuori mia figlia, quell’unica nipote che, solo a nominarla, ti rende subito gli occhi tristi. L’incontro mi nutre e sono felice di questo regalo che mi sono fatta sospendendo tutto il testo.

Sai Papà, penso spesso alla fotuna che, alla mia età, tu e mamma ci siate ancora.

Sembri un attimo assente ma subito replichi: Se proprio di fortuna dobbiamo parlare, quella davvero fortunata è tua figlia ad averti come madre. Detto da te, severo babbo, questa affermazione mi raggiunge pizzicandomi dappertutto. 

Il silenzio riempie il nostro saluto come le lacrime dolciamare nei nostri occhi. I tuoi, verdi, malinconici e velati dal passare degli anni. Nessuno di noi figli ne ha ereditato il colore ma, sulle sfumature della malinconia, mi sa che ti sto raggiungendo. 

Cose piccole cose grandi

Lascia un commento

 

di Irene Auletta

Ieri sei tornata a casa con un occhio gonfio. Cosa è successo? Irritazione, allergia, qualche piccolo incidente? Domande mute le mie, quasi sempre.

Stanotte alle due e mezza siamo in giro per casa. Tu con entrambi gli occhi chiusi nell’incapacità di tenerne uno chiuso e l’altro no, io tra un impacco e un collirio. I gesti di cura, anche quando si muovono come piume, invadono l’altro provocando, come nel tuo caso, un totale non senso di quello che sta accadendo. Lo capisco non solo dalla tua evidente irritazione ma anche dal fatto che, mentre cerco dolcemente di rassicurarti, provi a mordermi con rabbia.

Lo so figlia, come cavolo fai a capire quello che ti sta succedendo e, soprattutto, che dandoti fastidio sto provando a farti star meglio? Le ambivalenze notturne pesano delle loro ombre e così, con questo stato d’animo, attendiamo la luce del nuovo giorno, con tutto l’ingombro di una vita senza parole.

Dopo che sei riuscita a riposare un po’, intravedo qualche sorriso che pian piano lascia lo spazio all’allegria, quella nostra di quando ti faccio certi scherzi da ridere. Nel frattempo scambio qualche messaggio con mamme come me, nella nostra chat del cuore. Il peso della preoccupazione condivisa, diventa subito più leggero.

Giornata di cura tutta per te amore. Sembri proprio aver messo insieme tutti i pezzetti e aver capito cosa sta succedendo. Giri per casa ascoltando musica con le tue cuffie, torni da me e mi abbracci, mentre sbirci i dolcetti che ti sto preparando. Sono magici Luna e dopo starai ancora meglio. 

Anche stavolta il peggio è passato. Ora ci aspetta un pomeriggio tra i fiori a fare il pieno di colori e bellezza. Sempre. Sempre.

RiflettendoCi

3 commenti

 

di Irene Auletta

Il ricordo mi raggiunge forte mentre sto cucinando. Quel gesto, quel movimento, fatto proprio come lo sto facendo io adesso, riflesso in un passato che mi vede spettatrice ad osservare mia madre. Le emozioni  di ieri che ancora oggi si incontrano valorizzando quel filo rosso invisibile ma tenace che ci lega, madre e figlia.

Come posso non pensare, quasi simultaneamente, a che fine faranno i miei gesti? Spariranno con me, perché per te figlia mia sarà impossibile riviverli domani. In questi casi è facile rimanere soffocati dal peso di un’eredità dispersa. I gesti di mia nonna, di mia madre, i miei, sono davvero destinati a morire con me?

Per fortuna l’arte culinaria mi distrae lasciando spazi a recenti memorie di altre narrazioni. Per una serie di coincidenze sono mesi di ricche raccolte nella mia vita professionale. Persone che non vedevo da anni mi raccontano tracce del nostro incontro come importante bussola, mi ricordano maestra, evocano frasi, gesti e progetti che non hanno dimenticato. A volte si scoprono importanti tracce di eredità proprio laddove non si cercano e ancora una volta mi ricordano che spostare lo sguardo, svela sempre possibilità. 

E così oggi, dopo un’intensa e ricca mattina di formazione, io e te ci regaliamo uno di quei nostri momenti insieme che sanno di noi. Facciamo tutto con calma, lentamente, assaporando, insieme al cibo, ogni momento. Tu sei felice di essere libera e io cerco di starti vicina senza ostacolare la tua voglia di esplorare e di curiosare. Sei diventata più sicura nel muoverti anche  fra tante persone e io più attenta a rispettare i tuoi desideri di viverti piccole e importanti autonomie. Stranamente però oggi sei tu che ti allontani ma ogni tanto torni a prendere la mia mano, per poi allontanarti nuovamente.

Che fine faranno i miei gesti figlia mia? La tua mano mi stringe forte riportandomi alla realtà. Gli occhi ti brillano di gioia come sanno brillare solo gli occhi della purezza e in quel momento i miei gesti li ritrovo proprio lì, in quel riflesso.

Il nostro domani, è oggi.

Distanze vicine

Lascia un commento

di Irene Auletta

È sempre bello e importante prendere e andare, che sia per lavoro, studio o vacanza, è mettere distanza. Da un po’ lontano vedo la vita di ogni giorno con differenti sfumature di tanti toni. Provo a non lasciarne indietro nessuno, neppure quelli più difficili da guardare.

La mancanza può essere una possibilità per stare con emozioni intime che hanno bisogno di solitudine e poi, più invecchio e più la solitudine mi piace assai. Saranno anche queste le sfumature dei tramonti?

Intorno mi arrivano notizie di figli all’estero, che si laureano, si sposano, hanno a loro volta figli. È così, mie coetanee mi narrano di mondi per me lontanissimi e, in parte, incomprensibili. Che bello diventare nonna! E poi proprio ora che fra pochi anni sarò in pensione. Cosa? Ma scherziamo, come nonna? Come pensione? Aiuto!

Eccomi lì incatenata a un ruolo di madre che mi ha fatto perdere la trebisonda del tempo. Persa in un accudimento quotidiano con questa figlia un po’ sempre piccola che alla fine mi fa, paradossalmente, sentire una madre sempre “giovane”. Che scherzi bastardi sa fare la vita!

Prima che la malinconia e la tristezza occupino tutto lo spazio, tuo padre interrompe i miei pensieri, avvisandomi che mi state raggiungendo dove sono per farci una gita al lago e poi tornare a casa insieme.

Le distanze iniziano a sfumare e le foto, che immortalano le tue emozioni del viaggio, tra bus e treno,  mi fanno già pregustare quel nostro incontro che dopo qualche giorno di distanza mi fa sentire male in gola, tanto il desiderio di riabbracciarti.

Ed eccoci qui, mai uguali a chi ci circonda, diversamente distanti, tra poco saremo ancora lì a nutrirci occhi negli occhi, mani nelle mani, vita nella vita.

Anche per questa lezione, figlia mia, ti devo ringraziare. La vita è un bel casino, ma può scatenare sempre grandi e bellissime passioni pronte a nutrirne il senso.

Vi aspetto, miei preziosi.

Obiettivo amarsi

Lascia un commento

di Irene Auletta

Non ho idea di cosa sto sognando e credo di essere ancora altrove quando mi accorgo del tuo richiamo notturno. La sveglia impietosa segnala che sono solo le due e mezza e so già che è il mio turno. Io e tuo padre facciamo così, ci alterniamo in base alle giornate e agli impegni di lavoro. Insomma, una sfida a chi può resistere di più e stanotte tocca  a me.

Vista l’ora non abbandono la speranza che tu possa riaddormentati ma dopo tre ore, e in vista del primo chiarore, mi arrendo alla stanchezza e alle attese negate. Tu sei molto insofferente tra stanchezza, irritazione e qualche fastidio non bene identificato e per la prima volta nella tua vita accade che mentre provo a consolarti mi arriva una sberla. 

La mia reazione muta va oltre le parole e di fronte al tuo lamento ci vedo lì, naufraghe nella notte. Freno la mia reazione e ti vedo indifesa quanto me, di fronte a qualcosa che sembra impossibile da gestire diversamente. In più stanotte c’è anche il malessere che aggiunge il suo carico ulteriore.

Realizzo di averti disturbata e che in qualche modo deve uscire anche un po’ di umana rabbia e allora mi allontano dicendoti che capisco di essere stata un po’ invadente.

Il suono della sveglia ci trova così tu più serena e io persa nei miei pensieri malinconici, mentre con ironia penso alle parole di ieri della mia ginecologa e alle “prescrizioni” di vita per la mia età e per coltivare una buona salute. Vabbè, lasciamo perdere.

Per reagire alla stanchezza deciso di accogliere la giornata con la musica e un po’ di ballo e nella ricerca incrocio sul mio iPhone questa bella canzone dei Negramaro proprio mentre cantano 

Ti è mai successo di voler tornare 

A tutto quello che credevi fosse da fuggire 

E non sapere proprio come fare 

Ci fosse almeno un modo uno per ricominciare

Pensare in fondo che non era così male 

Che amore è se non hai niente più da odiare 

Restare in bilico è meglio che cadere 

A me è successo amore e ora so restare

Quando si dice le coincidenze.

Balliamo un po’ e pian piano i nostri corpi provano a incontrare la nuova giornata meno massacrati avviandosi nel mondo, simulando false normalità.

Dai facciamo che ci salutiamo senza odiarci, mi viene da dirti con leggerezza ripensando alla canzone e osservando i tuoi occhi scuri. Forse è anche un invito a me a non odiare alcuni momenti di questa vita e a trovare la forza da continuare a darti e a darci.

Ci abbracciamo forte e prima di salire sul pulmino il tuo viso si illumina in un sorriso bellissimo. Anche per oggi amore, siamo salve. Ci amiamo.

La cura in viaggio

Lascia un commento

di Irene Auletta

In questi giorni il tema della cura mi segue, quasi come affettuoso compagno di viaggio. Ne sto parlando con educatori e insegnanti di vari ordini di scuola e ci sto pensando in relazione al prossimo evento del nostro gruppo Amazzone o Penelope.

In questo momento storico mi sembra un bel segnale riprenderlo e valorizzarlo come oggetto di interesse e curiosità, ancora da esplorare e scoprire, proprio pensando a quelle situazioni dove invece il valore della cura rischia di rimanere offuscato dalle corse della vita e da tutto ciò che finisce per diventare priorità.

Ci pensavo stamane alla trascuratezza come “omissione di determinate forme di attenzione” che ahimè coinvolgono proprio le persone più sensibili o diremmo oggi, più fragili. Mi piace pensare che la cura si possa identificare non solo con la fatica, il sacrificio e la dedizione, ma anche con la passione e la possibilità di riempire un incontro di significati inediti. 

Che poi, lo immaginate che la cura crea dipendenza?

Davanti al mio computer, lontana da casa, sistemo gli appunti per questo ultimo incontro di formazione che oggi pomeriggio mi farà incontrare un terzo gruppo di educatori e di insegnanti. Il tema della cura, intrecciato a quello dell’inclusione e della disabilità, volteggia nella mia mente quando mi arriva una tua foto.

Tuo padre immagina bene quanto proprio oggi mi costi essere distante mentre ti accingi al tuo primo fine settimana lontana da casa, con altri compagni di viaggio. 

Prima di partire ho fatto quello che fanno le madri. Ti ho sistemato il bagaglio, valorizzando quel nuovo trolley da signorina tutto tuo e ti ho abbracciato forte sussurrandoti all’orecchio di divertirti tanto.

Le pressioni di cura, come le ha chiamate Andrea Canevaro, sono una brutta bestia. Ti tolgono il respiro mentre le vivi e ti mancano appena ne prendi distanza. Io, negli anni, ho imparato che ciò che mi manca non è tanto la cura in sé, quanto la costellazione dei gesti che rendono noi due, madre e figlia, quello che siamo.

La cura parla di relazioni e di forme di attenzione che profumano d’amore e per me, oggi, amarti vuol dire imparare a lasciarti andare verso la cura altrui.

Older Entries

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: