Segni sognati

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di Irene Auletta

“Oggi abbiamo lavorato su alcuni movimenti e Luna ha assaporato la dolcezza dell’alzarsi da terra e del riabbassarsi per sedersi nuovamente”.

Come potrei non apprezzare questo metodo che restituisce alla riabilitazione un carattere che sovente sa di poesia? Ogni volta, osservarti insieme ad Angela, la tua storica insegnante Feldenkrais, mi conferma l’unica direzione per me possibile.

In realtà, da sempre, tu non sei subito molto disponibile a mostrarmi quello che hai sperimentato nel corso della tua lezione e al contrario, appena arrivo a prenderti, sembra divenire urgente il tuo bisogno di andare via da quella situazione.

Poi però, oltre ad avere una fiducia cieca in Angela che da qualche anno e’ diventata anche mia insegnante, mi stupisco sempre di come gli effetti della lezione si mostrino già al rientro a casa e nei giorni successivi. Per un corpo con “goffaggine motoria” gustarsi la dolcezza del movimento e’ un dono assai speciale.

E così, mentre ti racconto che in questi giorni per me un po’ difficili sei proprio riuscita ad aiutarmi e che ce la siamo cavata anche in assenza di babbo, mi guardi negli occhi e con una mano mi sfiori la guancia. Un attimo veloce e delicatissimo che lascia il calore di una carezza appena accennata e attesa da sempre.

La dolcezza assume le forme possibili per ciascuno di noi e oggi questo segno ha reso possibile un sogno. Mi basterà per la vita.

 

Vederci meglio

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di Irene Auletta

Faccio fatica quando per strada vedo un gruppo di persone tra cui una disabile adulta in carrozzina sulla quale spicca una bavaglia bianca. Faccio ancora più fatica se, osservando la scena, vedo almeno altri due adulti disabili e degli accompagnatori che mi fanno subito associare il gruppetto “in libera uscita” a qualcuno appartenente ad un Centro Diurno.

Non mi passano inosservati quei toni e commenti, tra il melenso e l’imbarazzato, di chi si rivolge a persone adulte disabili identificandole come bambini, per poi non riconoscere lo scarto con cui davvero, gli stessientrano in relazione con bambini  piccoli presenti, trattandoli come laureandi.

Sono stanca di fare l’antipatica e di sentirmi restituire che forse esagero un po’ da chi temo neppure immagini lontanamente il peso che gli sguardi altrui caricano sulle mie spalle, nel corso di ogni piccola passeggiata con mia figlia.

Ero sull’autobus quando ho visto la prima scena descritta e mi sono chiesta cosa avrei fatto se al posto di quella donna ci fosse stata mia figlia. Mi sono immaginata a scapicollarmi fuori dal bus e a correre verso il gruppo, pretendendo dignità.

Non è facile prendersi cura di persone che, oltre a non collaborare, sovente hanno comportamenti che richiedono interventi continui, come pulire la saliva che esce dalla bocca o sistemare abiti che pare abbiano vita propria.

Io stessa dico spesso a mia figlia che sembra “una scappata di casa” quando dopo averla sistemata con cura me la ritrovo di fronte poco dopo come appena alzata dal letto.  Anche il modo di indossare gli abiti testimonia le differenze dei corpi di alcune persone disabili e, proprio per questo, inseguire l’armonia e bellezza non è cosa facile.

Ma se crediamo che la nostra immagine parli di noi e che la cura della nostra persona veicoli significati, perchè mai lo stesso non dovrebbe valere per persone con disabilità? Non dovrebbe essere questo l’abc del lavoro di molti educatori insieme alla sfida di uscire dai loro centri accompagnando  persone belle e in ordine che insieme agli sguardi di per fortuna non è successo a me raccolgano anche sorrisi per la cura e per le attenzioni?

Io non posso rinunciarci e non ci rinuncerò mai, perchè l’estetica non è stupida superficialità. La parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”.

La cura e l’estetica per me sono amiche care e con loro al mio fianco non mi stancherò mai di guardarti amorevolmente nella speranza che anche estranei,  incrociandoci, possano vederci davvero.

Auguri sognati

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di Irene Auletta

Anche quest’anno nel giorno del tuo compleanno sono lontana.

Ti ho salutato prima di partire e ti ho sussurrato all’orecchio i miei auguri mentre tu, distratta da altri interessi, mi hai lasciata come sempre nel dubbio. Mi hai ascoltata, sentita, capita?

Ogni compleanno un giro di vita importante e questo dei tuoi vent’anni mi raggiunge forte a sancire un altro significativo  passaggio. Guardo le nostre foto più recenti e ti ritrovo ancora , seduta sulle mie ginocchia mentre mi regali quei tuoi  abbracci speciali.

Ogni volta che ti osservo trovo nuove sfumature. Quelle che parlano ancora di una bambina si alternano ad altre che mi trasmettono un’intensità da adulta insieme ad una maturità che, se possibile, mi commuove ancora di più dei tuoi gesti teneramente infantili.

La notte prima della mia partenza hai dormito pochissimo e mi è parso quasi un nostro regalo ritrovarci lì, distese a terra, in quel nostro letto “di fortuna” che ormai ci è diventato familiare e quasi accogliente. Proprio mentre, dopo diverse ore, stai scivolando in un sonno al colore dell’imminente albeggiare, scoppi in una risata cristallina.

Sei ancora qui figlia oppure sei già nel mondo dei sogni? Rispondo ridendo alla tua risata mentre ti dico quanto mi mancherai e quanto mi dispiacerà non esserci proprio il giorno del tuo compleanno. I miei sogni, nella forma dei desideri, ci scaldano in questo nostro abbraccio onirico.

Allora, te li canto sottovoce i miei auguri di tanta salute, di belle esperienze, di tante nuove scoperte, di amore sconfinato, di bellezza sempre, quasi a bilanciare tutte quelle fatiche indissolubili che fanno parte del tuo zaino di vita e che posso solo aiutarti a sostenere.

Ti penso ormai addormentata e a quel punto, proprio mentre anch’io provo ad appisolarmi poco prima che la sveglia ci getti nel nuovo giorno, mi raggiunge un tuo abbraccio leggero a scaldarmi il cuore e a dissipare ogni dubbio.

Buon compleanno amore, cerchiamoci nei sogni.

Farfaluna

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di Irene Auletta

Giornate pesanti di quelle no tutto e contro tutto, condite da sveglie mattutine indicibili. Sara’ il cambio di stagione, il ciclo mestruale, l’adolescenza, le contingenze astrali o l’arrivo di un meteorite?

L’assenza di parole e della possibilità di narrarsi spinge tutti i genitori che attraversano situazioni analoghe a moltiplicare con gli anni il carnet dei quesiti, misurandosi sovente con un senso di frustrante spossatezza.

E poi stamane incrocio un post che parla di fatica, stanchezza e significati possibili e non posso fare a meno di pensare alla nostra.

La mia che ti seguo, e ogni tanto ti rincorro, nel tentativo di capire cosa caspita vuoi dirmi e la tua che, insieme a una reazione molto scocciata, esprime un’insofferenza cresciuta negli anni. In quali categorie rientreranno le nostre fatiche che di sicuro nascondono un amaro retrogusto eroico?

Per fortuna anche questo comportamento segue un andamento a onde e quindi stringo i denti aspettando il successivo movimento di tregua e te lo dico spesso per farci coraggio. Stamane rincaro la dose.

Oggi gonna con il tulle, da te gradito per quel suo spontaneo svolazzare e che nella fantasia mi appare portatore di leggerezza. A volte i giorni sono pesanti amore e bisogna trovare il modo di volare. 

Mentre un po’ ti scappa da ridere e un po’ mi guardi seria, ti chiamo Farfaluna attirando la tua attenzione con quel nome strano.

Per oggi figlia mia ti auguro di sentirti un pochino farfalla lasciando quel peso a terra e qui da me, nelle mie braccia. Un saluto dei nostri prima di avviarmi incontro alla mia giornata e, mentre mi dirigo verso la fermata del treno, mi sento anch’io più leggera contagiata da quelle piccole ali che sento proprio lì, vicino al mio battito.

Geometrie variabili

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di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Il sapore antico dei gesti

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di Luigina Marone

Stamane sto andando al lavoro in macchina e siccome in questo periodo non c’è traffico, attraverso il paese con molta tranquillità, guardando ciò che accade intorno a me.

Ad un semaforo devo girare a sinistra e come previsto dal codice stradale dovrei far passare i pedoni e quindi dare a loro la precedenza prima di svoltare. Rallento e quasi mi fermo perché  intravedo una mamma con due bambini in attesa di muovere dei passi sulla strada e in una frazione di secondo noto che la mamma mi indica con la gestualità del viso “vai pure”, facendomi intendere che lei con i suoi figli avrebbero atteso e avviato il loro passo dopo di me.

La seguo con lo sguardo anche per ringraziarla della gentilezza e proseguo ad osservare la scena dallo specchietto retrovisore perché mi colpiscono inaspettatamente alcuni gesti piccolissimi e silenti fatti alla figlia piccola, al suo fianco in bicicletta, mentre lei è impegnata a spingere il passeggino con l’altro figlio.

La mia mente parte, sollecitata dal dialogo corporeo di questa madre con la figlia, un cenno del capo, uno sguardo, una mano e un dito che le indicano tempi e modi di procedere per la strada. Percepisco e mi arriva un legame tra loro due, sostenuto proprio da questi gesti, dalle reciproche azioni ed è  proprio questa dinamica di unione che mi cattura.

La scena mi riporta immediatamente alle mie esperienze di educatrice di nido di molti anni fa facendo riaffiorare ricordi di immagini, di tanti gesti silenti visti fare dalle colleghe o dai genitori oppure agiti da me e che, pian piano, riportano alla luce anche la lunga strada delle competenze che necessariamente ho dovuto acquisire nella pratica educativa, per imparare a gestire la crescita dei bambini, la relazione tra di loro e con me. E successivamente acquisire il senso dei gesti come coordinatrice che sostengono l’incontro con le educatrici e con i genitori, proprio analizzando anche quelli che non funzionano e che possono disturbare. Insomma una gestualità che può divenire arte e pratica educativa.

Forse, ripensandoci ora, quello che mi ha colpito stamane, nella semplicità di quei gesti e’ stata la fiducia, l’assunzione dei rischi, la volontà di insegnare alla propria figlia che trapelava da quei gesti tranquilli che parevano spiegarle via via come si va in giro per il mondo. Qualcosa che è oltre al sapere andare in bicicletta per la madre e per la figlia quel lasciarsi condurre nel mondo e seguire, in quell’andare, le indicazioni che la mamma in modo quasi impercettibilmente le comunicava. Insegnamenti che al loro interno sono ricchi di tante sfumature, che vanno ben oltre le mere indicazioni.

Non so perché, ma tutto ciò mi rimanda ad un sapere antico e forse per questo mi emozionano e contemporaneamente sento che è qualcosa che ci sta sfuggendo. Una chiarezza di ruoli, tra madre e figlia, tra chi insegna e chi impara, che porta con sé un armonia.

Gesti silenti, che insegnano ad imparare a vivere!

Il tempo dell’incontro

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di Irene Auletta

Giorni complessi di tempo sospeso, inedite libertà, silenzi assordanti, gioie malinconiche e tanta, tanta mancanza. Stamane al risveglio la casa mi ha accolta piena della tua assenza resa ancora più forte anche da quella di tuo padre. Da quanti anni non mi svegliavo più da sola nella mia casa? Certo, mi accade sovente di viverlo in camere di albergo che mi vedono transitare per motivi di lavoro ma la casa ha un sapore assai differente.

Incredibile come tu riesca a riempire ogni spazio della nostra casa, e della nostra vita, con la tua presenza silenziosa e tante volte anche parecchio ingombrante.

Ti vedo arrivare in quel pulmino con i vetri oscurati dove a fatica identifico il tuo profilo e mi ritrovo curiosa a immaginarmi la tua reazione. Cadrai improvvisamente in un abbraccio presa alla sprovvista oppure mi terrai a distanza per riprendere il ritmo e i tempi necessari alle vicinanze del cuore?

Osservo il tuo corpo che salta sul sedile appena mi vedi e le nostre mani si salutano appoggiandosi al finestrino, dentro e fuori il pullman, con la delicatezza del vetro che ci separa quasi a garantire la gradualità necessaria alle emozioni forti.

Scendi con quell’aria da ragazza, seria ed emozionata. Io rimango ferma e solo il mio sorriso ti racconta quanto solo felice di vederti e quanto mi sei mancata. Ti avvicini molto lentamente e pian piano appoggi la testa vicina alla mia spalla autorizzandomi ad un abbraccio che mi arriva dolcissimo. Nè la corsa, né il rifiuto. Un’onda lieve che profuma di una nuova lentezza.

Verso casa il silenzio ci accompagna e capisco che ora hai bisogno di tempo. La casa ti riaccoglie e tu la riempi di tutta la tua bellezza, prima di crollare in un sonno che ti concederò solo per qualche minuto di riposo, a prevenzione di una prossima notte insonne.

Ti guardo riposare e finalmente torno a sentire quel pezzo di cuore che ti ha aspettata con un po’ di apprensione ma tanto felice per la tua inedita esperienza di libertà. Ti è piaciuto volare figlia? I sorrisi, a volte, raccontano mondi.

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