Venticinque

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di Irene Auletta

Quest’anno per il tuo compleanno, pensando alle parole e ai pensieri che mi piace dedicarti da anni, ho scelto di farmi guidare dalle domande che pongo spesso ai genitori che incontro nel mio lavoro e di fartene dono.

Da parecchio tempo infatti, sentendo i ruoli genitoriali sovente schiacciati dalla quotidianità, mi piace chiedere di raccontarmi caratteristiche belle dei loro figli, esperienze divertenti degli ultimi periodi, qualcosa che li ha riempiti di orgoglio, insomma, una raccolta da destinare a quel contenitore virtuale che tante volte nominiamo per non perdere di vista la bellezza.

Direi che l’esercizio può diventare ancora più interessante e arricchente quando, per molti e differenti motivi, si attraversano momenti di fatica o di difficoltà.

Allora inizio!

Tra le tue più belle caratteristiche non posso non citare il tuo sorriso, che appare sempre pieno di quella tenerezza al profumo di stupore che, quando sfocia nella risata canterina, diventa talmente contagioso da regalare felicità.

Mi piace molto anche il tuo sguardo serio e quella forza che non demorde nel tentativo di esprimere sempre e appena possibile la volontà, con tanta pazienza per l’ignoranza del mondo che ti circonda, spesso talmente attaccato ai propri codici comunicativi da apparire totalmente sordo ai tuoi richiami. 

La tua tenacia mi piace, mi affatica, mi diverte, mi addolora, mi dispera e mi riempie di orgoglio. Avete presente quando si parla di concetti polisemici, cioè portatori di diversi significati?

E che dire della tua allegria che mi restituisce ogni volta il mio più grande successo educativo? Forse allegra lo saresti stata comunque di tuo ma mi racconto che c’è tanto di quello che non ho mai smesso di trasmetterti come modalità per stare al mondo e per sostenere i tanti fardelli del tuo zaino di vita. La tua allegria mi arriva spesso come gli zampilli di quelle fontane che, rinfrescandoti, ti strappano un momento di piacere e di respiro ampio.

L’orgoglio di madre mi ricorda una calda mantella che raccoglie tutto come in un abbraccio che assomiglia tanto a quelli che mi insegni ogni giorno e che, nel tempo, sono diventati tra le più intense comunicazioni del nostro amore. Hai avuto pazienza con me, venendomi a prendere in quella zona di gelo dove mi ero rintanata per sopportare il dolore e sei stata grande, anzi grandiosa, nel riportarmi alla luce.

E poi mi divertono tantissimo quei tuoi gesti che amplifichi sapendo che mi fai sorridere. Quando strizzi gli occhi facendo una faccia buffa, quando sembri sfottermi di fronte al mio insistere di farmi capire facendo si o no con la testa, quando tu stessa sembri stupirti di qualcosa che si avvicina tantissimo ad uno scherzo. Il limite è sempre lo scarto che può esserci tra la tua reale intenzione e la mia interpretazione ma gli anni ci hanno insegnato a riderne quando ti dico, sai cosa c’è? ma chissenefrega se non era proprio così, se ci stiamo divertendo!

E così siamo arrivati a venticinque e la figlia che sei si è accomodata in tutta la nostra scena familiare, senza lasciare più alcuna traccia di quello che avrebbe potuto essere. Il mio desiderio sei tu, perchè ora lo so davvero bene, nel cuore e nella mente, che non sei tu, ma sono io, a non essere spesso alla tua altezza.

Auguri figlia meraviglia!

Eredità luccicose

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di Irene Auletta

Entro in ascensore e riflessa nello specchio incrocio una signora bionda con gli occhi di mia madre. Anche mamma ha avuto i capelli biondi per molti anni, sino a quando una grave malattia l’ha costretta ad arrendersi al bianco.

Ed eccomi li, colta in quel particolare che ho fuggito per anni. Non avrei mai voluto avere quegli occhi che, lontani da sguardi indiscreti, mostravano sempre un filo di malinconia e sovente apparivano persi in chissà quale pensiero o preoccupazione del momento. Quegli stessi occhi però, brillavano quando scoppiavi in una delle tue risate che ai miei occhi ti rendevano bellissima. Ogni tanto, tra le tante ombre della tua vita al tramonto, mi sembra di scorgerne ancora piccole ma tenaci tracce. 

Le nostre due vite e storie di madri si sono intrecciate su tante esperienze comuni e allora, guardandomi allo specchio, quasi te lo vorrei dire ad alta voce. Eccoci qua mamma, ci ritroviamo anche in questo scambio di sguardi e, per mia fortuna, hai saputo insegnarmi tanta bellezza e il frizzante gusto per l’allegria.

Chissà tu, figlia mia, cosa vedi quando mi guardi e quanto riesco a far prevalere le luci che brillano tenendomi tutto il resto nel mio giardino?

Domande mute le mie, come le tue risposte impossibili. Però, mentre ti guardo, il bello che spero di regalarti ogni giorno lo vedo proprio lì, riflesso nei tuoi occhi puri, incapaci di fingere o di mentire. 

E’ in quel momento che lo penso. Ce l’abbiamo fatta mamma. La vita ci ha fatto e continua a farci parecchi sgambetti ma noi, forse proprio per questo, abbiamo scoperto che il bello di imparare a brillare è condividere quella luce con chi più amiamo.

Il resto, per dirla con Ebenezer Scrooge*, tutte fandonie!

*personaggio principale del racconto Canto di Natale, scritto da Charles Dickens nel 1843.

Medicamenti al profumo di un sorriso

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Al Museo delle Illusioni

di Irene Auletta

Ieri sera, richiamata dal pianto di un neonato, mi sono persa ad osservare una scena che si svolgeva sul terrazzino di fronte alla mia finestra.

La mamma sta cercando di allattare un bambino che mi pare avere pochi giorni di vita e mentre lui si stacca e piange forte, come solo i neonati riescono a fare,  intorno a lei si muove una piccola di circa due anni intenta a giocare con un carrellino e con le sue bambole.

Quel pianto mi ricorda un altro pianto, il tuo, che da subito mi è parso strano, inconsolabile, difficile da contenere e accogliere. Poi all’età di tre mesi è improvvisamente scomparso e da lì, è proseguita la nostra avventura. Ogni volta che provavo a raccontarlo ai diversi specialisti mi sentivo addosso uno sguardo scettico che pian piano mi ha fatto smettere di dirlo. Ma non di sentirlo e pensarlo.

Quel pianto mi è rimasto nella carne e stasera mi permetto di accoglierlo e cullarlo come ho fatto con te per tanti, tanti anni e come, ancora oggi, soprattutto quando non stai bene, sembri chiedermi con quel tuo modo di rifugiarti tra le mie braccia.

Di strada ne abbiamo fatta parecchia e ad ogni passo, con le tante sbucciature, ho provato a trattenere quello che stava accadendo per provare a imparare qualcosa per il passo successivo. Condividerlo con altri genitori e operatori, seppur quasi sempre non in modo esplicito, ha reso possibile una tessitura preziosa che tra poco si avvicinerà ai venticinque anni.

Ma tu guarda cosa può scatenare un pianto!

Te lo racconto stamane mentre ci stiamo preparando per il consueto appuntamento con il pulmino, ma te lo racconto nel nostro modo. Poche parole e la fiducia nella forza di quel filo che ci lega, quasi a creare piccoli ponti tra le nostri menti e, soprattutto, tra i nostri cuori.

Buona giornata figlia. Oggi mi rimane impresso quel sorriso che mi dedichi  sempre e che negli anni, sempre di più, si è trasformato in un medicamento al profumo di Luna.

Quanto di più simile a un bacio

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di Irene Auletta

Non mi piace parlare di fortune o sfortune perché sono categorie a me distanti, ma di certo la vita a fianco di una persona con una disabilità come la tua, definita gravissima (anche questa categoria poi mi lascia abbastanza tiepida!), attiva i sensi e permette di guardare la vita da particolari prospettive.

Stamane mi ha profondamente toccato il post dell’amica Fiorella che si rivolge ad un’ipotetica coetanea in condizioni di vita evidentemente differenti dalla sua e cioè lontana da quelle pressioni di cura che fanno parte in modo imprescindibile della nostra vita.

Chi di noi, non più giovanissima (ma non solo!), non si misura in modo forte con i timori e i tremori rivolti al futuro? Cosa farcene di tante preoccupazioni che a volte stringono il cuore fino a togliergli il respiro?

Ognuno di noi, madre o padre, ricorre alle sue strategie, come il sorriso malinconico di cui parla Fiorella e che mi pare di riconoscere anche per affinità e vicinanze che ci legano.

A me piace costruirmi possibilità e cercarne piccoli bagliori di luce in ogni pertugio. Di fronte al tuo silenzio cerco la musica dei suoni assenti oppure di quelli che gioco a riprendere nella nostra intima melodia e, di fronte ai tuoi gesti, invento nuovi vocabolari di senso che tante volte forse servono più a me che a te. Di certo nutrono la nostra relazione d’amore.

E così in questi giorni torna, ma in modo più delicato e gentile, quello schioccare di labbra che ripeti in alcune particolari occasioni. A volte ti ritrovi vicino alla mia guancia e mi arriva con una bella intensità proprio quello. Quanto di più vicino a un bacio.

Le genitorialità come la mia, senza volerne negare la complessità, possono avere una marcia in più perché, potendo dare pochissimo “per scontato” e raccogliendo piccoli semi di quanto in condizioni differenti forse neppure si percepisce, affinano i sensi e il gusto di ciò che accade.

E allora, proprio quel bacio che sa di ricerca, di scoperta, di gioco e di sorpresa, e’ quello che ogni giorno mi spinge a cercare conforto nelle nostre speciali meraviglie.

Oggi questo bacio, Fiorella, lo dedico a te e a quel noi vicino al mio cuore, che sa di essere proprio .

Vacanzando

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Scatto di una mattina rubata

di Irene Auletta

Che Dio la benedica, la trovo proprio bene! ci tiene a dirmi, rivolgendosi a te, una signora che ritroviamo da anni nella stessa spiaggia. Mi distoglie dai pensieri per un attimo proprio quando, dopo l’ennesimo e ripetuto minuetto delle nostre giornate mi chiedo cosa penserà chi ci osserva.

Non vuoi scendere dal gradino verso la spiaggia, non vuoi arrivare all’ombrellone, ti dirigi sempre nella direzione contraria alla nostra meta, ti impunti “alla Luna” diventando una cosa sola con la terra, non vuoi entrare in acqua, non vuoi uscire dall’acqua, non vuoi fare passeggiate a riva, non vuoi smettere di farle, e via di questo passo in un elenco che solo a pensarlo sono già cotta.

Ci sono cose che voi umani …. Quanto mi piace questa citazione!

Lei poi, continua la signora, e’ una mamma troppo brava, meglio di una psicologa! Qui trattengo una risata che la signora non capirebbe e potrebbe fraintendere. No mi risparmi signora, vorrei dirle, ma sorrido come gli anni mi hanno insegnato a perfezionare, quasi ad arte.

In fondo liquidando alcuni comportamenti con la banalissima definizione di “oppositiva” si sposta completamente lo sguardo da quella complessità che ti imprigiona tra il desiderio di voler esprimere la tua volontà e la tua assoluta incapacità di farlo.

E’ questo quel dolore sottile che, oltre qualsiasi competenza professionale, rimane sempre lì, in quell’angolo segreto diventando ciò che mi sostiene e attivando la mia comprensione di madre anche quanto l’asticella dell’esasperazione raggiunge livelli di allarme rosso. 

La signora Vanda, immancabile incontro di ogni estate, sembra non poter fare a meno di collegare le nostre storie di madri, condividendo sempre la sua commozione per la perdita di suo figlio, ormai molti anni fa. A noi che ci hanno spezzato il cuore non ci può fare più paura niente, vero tesoro? mi dice con affetto.

Mi cullo nei suoi oggi malinconici e nostalgici e trovo lì una rinnovata forza a volte difficile da acciuffare.

Le nostre vacanze assumono sempre una veste atipica, come del resto lo è la nostra vita, e trovarci un senso quieto, di serenità e bellezza, è una scommessa sempre aperta.

Al nostro rientro a casa le immagini scattate riescono ad alleggerire le tante fatiche che ci hanno accompagnato e allora le trattengo forti nel cuore, per resistere alle tempeste e non dimenticare mai che ogni alba può riservare sorprese.

Ciò che brilla

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di Irene Auletta

Ci sono giorni in cui la cura si presenta con una veste leggera, come un velo trasparente mosso da un vento quieto. Altri in cui è semplicemente un macigno.

Parlo spesso dell’ambivalenza della cura ma credo che alcune mie riflessioni possano raggiungere con maggiore forza proprio chi, come me, da anni vive in compagnia di quelle cure ricorsive che, destinate a un nostro caro, non ci lasciano mai. 

Per questo motivo ho sempre rifiutato con decisione quell’aggettivo “speciale” che, nei giorni più bui, mi restituisce una sottile presa per i fondelli che trovo insopportabile. Avete presente cosa intendo giusto? Le madri speciali, i figli speciali … Insomma, quelle cose lì!  Io passo, grazie per il pensiero.

Eppure, proprio questa responsabilità che non mi lascia mai, mi spinge a interrogare le fragilità e fatiche dominanti che ormai sembrano circondarci, ovunque volgiamo lo sguardo. Ma cosa sta succedendo? Tutti sempre più affaticati, di corsa, senza energie, quasi schiacciati dalla vita anche quando immagino scenari che potrebbero aprire le porte a ciò che ogni giorno è possibile gustarsi.

In questi giorni, riflettendo sulle mie stesse domande e leggendo le parole di Simone Weil, filosofa, mistica e scrittrice francese, rimango colpita ancora una volta dalle sue riflessioni intorno al tema della sventura individuale e collettiva. Secondo alcuni autori la traduzione italiana di sventura non rende a pieno il denso significato della parola malheur che trattiene a fianco della disgrazia e del guaio anche uno spazio per la scoperta di uno stato d’animo (quasi) romantico.

Non so se questa sorta di retrogusto romantico è quello che ho imparato e continuo a imparare da anni al fianco di mia figlia, ma provo un profondo dispiacere nel vedere tante occasioni non viste o sprecate e penso che ancora una volta la fortuna forse splende proprio laddove un attimo prima brillavano lacrime.

Giorni a casa, dove il Covid ha fermato anche noi, finora scampati al contagio. E’ una gara a chi cura chi e a volte lo sconforto delle forze deboli rischia di farmi perdere il sorriso e quell’energia che non smetti mai di infondermi. Dover curare quando si avrebbe bisogno di essere curati è una dura prova che inevitabilmente fa profilare all’orizzonte scenari di paura.

E così stanotte, (già … perchè in tutto questo il peggioramento del disturbo del sonno e delle crisi non potevano mancare!), ci ritroviamo in quel nostro stare insieme che riempie il silenzio delle nostre narrazioni mute. Mi abbracci più volte e  quel comportamento mi arriva quasi come una sorta di rassicurazione. Con le parole e con la mente ti dico di questi giorni un po’ difficili che ora forse stanno già passando.

Con quello sguardo intenso, maturo e profondo che ti fa Luna, allunghi una mano e posi sulla mia guancia un gesto assai simile ad una carezza gentile e delicatissima.

Questo mi insegnai ogni giorno. Che la fortuna, la bellezza, la speranza, non sono quasi mai dove andiamo cercandole ma , al nostro fianco.

Madri, fiori e finestre

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di Irene Auletta

La scena è semplice. Una madre seduta su una panchina legge un libro e al suo fianco c’è una carrozzina. Mentre passo, durante una delle mie camminate al parco, osservo la scena da dietro e quasi mi pare di sentire il respiro di quella donna che ogni tanto alza lo sguardo verso l’orizzonte, poi lo rivolge al suo bambino o bambina e infine torna alle pagine del suo libro.

Ecco, questo è uno di quei frammenti di cui non smetterò mai di sentire la mancanza. Di quei ricordi mancati e impossibili da ricostruire dei miei primi mesi e anni di vita di madre. Troppo dolore, troppa paura, troppa rabbia. Tutto il resto rimane una scena offuscata all’odore dei tanti ospedali che ci hanno visti ospiti per molti anni.

Mentre ti aspettavo è passata una coppia con il loro bambino nel passeggino e ho proprio pensato che a noi questa esperienza è stata negata. Stesso giorno, stesso parco, dove io e tuo padre ci siamo dati appuntamento per un pranzo insieme, di quelli rubati alla nostra vita che a volte rende talmente difficile tutto da farci apparire fantastica l’idea di un pranzo insieme all’aperto. Sì, questo è proprio il ritmo condiviso della nostra storia!

Poi ieri sera succede ancora. Una scena vissuta tante volte negli anni. Inciampi, io non riesco a trattenerti e cadi. Piangi, più per lo spavento che per il male e tuo padre arriva in soccorso con un abbraccio ad accogliere il tuo tremore.

Ma perchè quando ti spaventi ti arrabbi? Così mi raggiunge una domanda che conosco da anni. Il dolore mi fa sempre e ancora quest’effetto, anche se un po’ meno e con meno intensità. Ma come cavolo ho fatto a non riuscire a tenerla? Perchè non sono riuscita ad evitare che cadesse? 

Il tonfo del tuo corpo a terra ogni volta mi da un pizzico forte al cuore insieme al timore che tu possa esserti fatta molto male e così solo dopo riesco a dirtelo che la mamma è proprio fatta così. Lu’ ma hai visto la mamma che tigre? Ora che è passato vieni un po’ qua che ci rassicuriamo. E ancora una volta, per fortuna che c’è babbo! 

Festa della mamma e per me cosa vuol dire? Ogni anno scrivo qualcosa, racconto e mi racconto e così metto insieme pezzetti di storia che certamente condivido con molte altre madri. 

Come madre, so che continuerò a proteggerti finché avrò respiro e lo farò continuando a cercare di darti felicità, bellezza e allegria.  A nutrirmi sempre resiste la fortuna avuta come figlia e forse per questo mi commuovo quando arrivo da mia madre con un mazzo di fiori colorati e le dico che sono per una mamma importante.

Nella confusione della sua mente in questa fase di vita, ci mette un po’ a realizzare e mettere insieme gesti e parole. Sono una mamma fortunata, mi dice dopo un po’, ed è fortunata anche la tua Luna ad averti, non dimenticarlo mai, anche quando non ci sarò più io a ricordartelo. E non dimenticare mai che anche se non te lo sa dire ti vuole un gran bene, proprio come tu ne vuoi a me.

E così, mentre raccolgo tutte le emozioni di questo momento, stringendo al cuore il dono più bello che potessi ricevere, chissà perchè mi viene in mente un noto proverbio campano.

La vita? E’n’affacciata ‘e fenesta!

Volare la libertà

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di Irene Auletta

Figlia mia ti vorrei parlare della libertà.

E’ una parola bellissima che con il suo finale accentato ne ricorda altre importanti come felicità, possibilità, solidarietà.

Ma la sua bellezza non la pone al riparo dalle insidie del nostro tempo.

Come la salute, la forza, la giovinezza, rischia di essere data per scontata per poi riemergere in tutta la sua grandezza quando minacciata o messa in pericolo.

Ti vorrei raccontare che esiste il mondo delle parole a distanza e dei luoghi digitali dove è facile esibire bandiere e megafoni. Ma che poi, quello che attraversiamo ogni giorno, è il tempo della vita che tante volte si misura con la solitudine, con le libertà minacciate, con le solidarietà piccole, piccole. Quasi trasparenti.

Si, la libertà chiede grandezza, ma anche disponibilità e responsabilità e mi piacerebbe davvero tanto che tu, della libertà, ne sentissi più spesso il profumo e il gusto.

Ci sono persone che attraversano storie come la tua e come la nostra, che tutti i giorni si misurano con la sua mancanza e forse proprio per questo, appena ne percepiscono uno spiraglio o una possibilità, si preparano a inspirarla con l’intento di farne una scorta per il momento successivo.

Si, so bene che le celebrazioni non riguardano le piccole storie quotidiane, ma credo che, anche nella Storia, le storie delle persone hanno fatto la differenza, con le loro vicende di umanità.

Ti vorrei raccontare cose grandi senza parole e l’impresa a volte diventa davvero ardua.

Allora, ancora oggi e appena possibile, grazie ad un soffio di vento, te lo dico all’orecchio. Voliamo Luna. Un volo di libertà dalla Luna della terra fino alla Luna del cielo e ritorno.

E mentre il mondo parla della grande libertà, e speriamo continui a farlo con forza, tenacia e resistenza, questa è la nostra piccola libertà di cui non vorrei mai smettere di raccontarti. 

Ogni giorno.

Sorprese

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di Irene Auletta

Con gli anni forse si diventa tutti più distanti da quei rituali festivi che accompagnano altre fasi della vita. Almeno, per me è così.

Ma le sorprese non smettono di piacermi e mi piace raccontarmele per prolungarne il gusto il più possibile. 

E così parto dalla prima, scartata nel nostro viaggio in auto, al sapore di una riflessione sulla fortuna. Io e tuo padre ne parliamo spesso ma oggi aggiungiamo piccoli tasselli. Quanto siamo stati fortunati nella nostra vita? Ma parliamo di una fortuna gratis o di quella che ci siamo costruiti con impegno e fatica?

Chissà, può essere che abbia ragione l’autrice del bel libro Il precipizio dell’amore quando sostiene che certe domande se le pone solo chi attraversa alcune peculiari situazioni di vita.

La seconda sorpresa sei tu mamma e il tempo che oggi abbiamo potuto regalarci, come tue figlie, io e Caterina. Io ne sentivo la mancanza nella pelle e il tuo sorriso, che ogni tanto e’ comparso tiepido come una sera d’estate, mi ha riempito il cuore di bellezza.

Infine, l’ultima tappa della giornata, di nuovo soli noi tre a scoprire quei luoghi che tuo padre riesce sempre a scovare stupendomi. Ma come hai fatto a trovare questo posto? La mia domanda standard da sempre.

Un tratto a piedi lungo il fiume che ti vede curiosa, contenta e protestona, più o meno tutto in egual misura. Beh no dai, oggi protestona meno! 

E così mentre ci avviciniamo alla nostra ultima tappa, ci affianca un’auto e l’autista ci saluta cordialmente facendoci gli auguri. Ma chi sarà, lo conosciamo?

Il dubbio si dissipa ma non la mia curiosità verso questo tizio, gentile e sorridente, che con grande serenità appare noncurante delle auto in coda dietro la sua e decisamente intenzionato a scambiare due chiacchiere.

Forse, percependo il nostro imbarazzo, dice che si è fermato apposta, vedendoci e vedendo il tuo modo di camminare. Mentre ti invita a salutare il suo piccolo cagnolino che affacciato al finestrino sembra un peluche, ci tiene a rinnovarci gli auguri. Io penso che voi siete fortunati, dice salutandoci, ma davvero, con una ragazza così.

Parte salutandoci e ci rendiamo conto che le auto in coda sono di un’unica comitiva, con diversi bambini e ragazzi che, passando ci salutano augurandoci una buona Pasqua, in modo per nulla invadente ma assai gioioso.

Io rimango un po’ basita in uno stato un po’ ebete di strana euforia interrogante. Ci guardiamo chiedendoci cosa avrà voluto dirci e i nostri punti di domanda rimangono nel vento che ci accompagna verso casa.

La giornata e’ quasi conclusa e ci accorgiamo che quella parola ci ha fatto compagnia tutto il giorno,

Fortuna.

Potrebbe essere l’ultima sorpresa. Teniamocela stretta.

Da qui alla prossima Pasqua potremmo averne ancora un gran bisogno.

Incontri di cuori

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Buongiorno signora, stamane appena Luna è arrivata al Centro è successo che … (il tempo si sospende nell’ascolto) … Non ci sembra nulla di grave ma abbiamo chiamato un’ambulanza. Lei o il padre potete raggiungerci? 

Certo, arriviamo subito. Mentre chiamo tuo padre penso che sono a oltre 200 km lontana da casa e non posso fare altro che guardare a distanza. Più tardi, tuo padre mi racconterà di essersi preoccupato del mio tono “non preoccupato” che è il mio risultato del sangue secco nelle vene.

Tum tutum tum tutum. Il cuore segue la sua via permettendo alla testa di non perdere l’attenzione nell’attesa. Posso solo aspettare. E respirare.

Non passa molto tempo dalla video chiamata in cui tuo padre, che adoro più che mai in queste occasioni, mi racconta provando a coinvolgerti. Vederti, al suono delle sue parole mi rassicura ma tu, al solito, fai di tutto per non incrociare il mio sguardo. Riesco solo a dire che per fortuna c’è babbo lì con te e che ci vedremo in serata, già immaginando un rientro un po’ anticipato.

Eccomi a casa e ritrovarsi è sempre così. Tu mi osservi a distanza e, appena possibile, dirigi lo sguardo in altre direzioni. Io aspetto ma stavolta il cuore mi batte forte più di altre. Tum tutum tum

Ti aspetto in cucina amore, vado a preparare qualcosa per cena. Vieni a salutarmi quando vuoi. A volte ci vogliono giorni ma stasera intuisco un clima differente.

Non passa molto e ti sento arrivare ma tieni la distanza. Mi guardi e ridi, come quando vuoi raccontare qualcosa. Se però provo ad avvicinarmi ti allontani e allora aspetto, dicendoti molto poco rispetto a quanto accaduto la mattina.

In questi casi, non mi ha mai convinto la facile spiegazione del comportamento che in qualche modo vuol “far pagare” l’assenza ma, oggi più che mai, sono convinta della necessità di un tempo di passaggio finalizzato a creare fili di collegamento con un vuoto di presenza per te poco pensabile. 

Aspettare non è sempre facile ma stavolta non devo essere troppo paziente perchè arrivi piano alle mie spalle e, con quella forza inspiegabile, mi stringi cingendomi con le braccia. Prima di girarmi verso di te lascio passare qualche secondo perchè non voglio farti scappare di nuovo e, solo quando mi sembri pronta, mi giro per avvolgerti nel mio abbraccio.

Dura parecchio e, nel nostro silenzio, ci raccontiamo. Io di sicuro, anche stavolta, ho imparato qualcosa di nuovo.

Solo alla fine guardandoti negli occhi e incontrando i tuoi che non mi mollano te lo dico.

Che paura Luna!

Mi riabbracci forte ma stavolta la danza è di coppia. Tum tutum tum tutum.

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