Curare la vita

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di Irene Auletta

Lo faresti un corso di formazione sul tema della cura, con operatori socio-sanitari che lavorano con anziani e persone con disabilità? Quella domanda, di oltre un anno fa, rimasta in sospeso e persa nel districarsi di labirinti burocratici, solo qualche settimana fa è riemersa insieme alla richiesta di poter fare almeno due incontri prima della pausa estiva.

Senza negare la fatica di avviare un percorso nuovo in un momento di chiusure e di imminente pausa estiva, mi sono fatta guidare dalla curiosità di cercare nuovi spunti e stimoli per trattenere significati densi e importanti in una struttura formativa leggera, anche per rispondere alla presenza di diversi operatori non italiani.

E così mi ritrovo tra esercitazioni, video e letture a riflettere con i partecipanti sulla delicatezza della loro professione, sulle caratteristiche delle pratiche quotidiane e sulla necessità di osservare il gesto di cura quasi a rallentatore, per coglierne insieme quelle sfumature che segnano un confine sottile tra rispetto e abuso, tra cura e trascuratezza, tra intensità di significati e freddi automatismi.

Decostruendo idee preconcette e luoghi comuni introduco quei lati oscuri delle relazioni di cura che ne mostrano i caratteri di impertinenza, forzatura e violazioni continue dell’altrui sfera personale, nel corpo e nell’anima.

Quante facili etichette che appiccichiamo addosso all’altro ci aiutano a nascondere l’ignoranza e la scarsa chiarezza del nostro sguardo? Quante a difendere la paura che la fatica dell’altro sia contagiosa o che faccia emergere le nostre fragilità?

Le domande si alternano a racconti e mentre il tema della cura nelle relazioni di aiuto emerge sempre con maggiore chiarezza e profondità, ti scorgo nelle mie parole mentre parlo del bisogno di ridare dignità alla gentilezza dei gesti.  Allo stesso modo, come presenza invisibile, sento che mi stringi forte la mano quando insisto sulla necessità di quell’ascolto autentico che dietro l’opposizione, il rifiuto, l’ostinazione, sappia cogliere il bisogno di esserci e di difendere uno spazio di volontà. Di difendere la vita stessa.

Il viaggio di ritorno verso casa è pieno di pensieri, sguardi, emozioni e intensità e di quel saluto che rimanda a settembre per i prossimi incontri.

Se, ogni volta, ci pensiamo al posto dell’altro bisognoso o proprio lì in quello stesso posto immaginiamo un nostro caro, cosa vorremmo vedere a rassicurazione dei nostri timori d’amore?

Ricordi nell’aria

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ricordi nell'ariadi Irene Auletta

Attraverso la città in un’ora insolita e per giunta nella sua veste pigra della domenica mattina. Ferma ad un semaforo mi raggiunge un flashback.

Una ragazza attraversa la strada, quasi sempre li, con lo zaino in spalla e la faccia seria. Quel percorso ripetuto per cinque anni, riemerge pian piano dalla memoria. Lo sguardo sempre basso ad alimentare quella postura scorretta per cui tu mi hai preso un po’ in giro al nostro primo incontro e su cui lavoro ancora oggi grazie al contributo delle lezioni Feldenkrais.

Alza lo sguardo Irene, vedrai che ti verrà più facile respirare, sentirti più sicura e meglio sostenuta dalla colonna.

Oggi me lo ripeto quasi da sola ma la ragazza che attraversa quelle strisce pedonali ancora non lo sa e le sue spalle reagiscono come possono a quel carico di responsabilità che per lei è troppo. Lontana dalla donna che sono diventata, andatura goffa e corpo nascosto da pantaloni larghi e camicie lunghe, mi vedo incrociare la strada e la vita.

E dopo poco, seguendo il mio viaggio, eccomi li,  di fronte al luogo che mi ha visto muovere i miei primi passi professionali. Dopo tanti anni, ogni volta, tante emozioni. Sono accadute molte cose importanti in quegli anni ed è come se quella struttura, sempre originale, le avesse trattenute per proiettarle stamane al mio passaggio. Quanta vita, tra ricordi ed emozioni.

Siamo due signore di mezza età, ha detto di recente mia sorella. È vero. A volte sento i miei anni, a volte meno e a volte cento. Stamane quell’ombrosa quindicenne mi fa l’occhiolino e mi accorgo che, seguendomi con la coda dell’occhio, mi sta facendo un sorriso che mi guida a destinazione.

Sei sempre sorridente … nonostante tutto, mi dice mia madre appena mi vede arrivare. L’abbraccio, senza dire nulla ma dentro di me il messaggio è chiaro.

Ho imparato mamma, ho imparato.

Ma quanto pesano?

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ma quanto pesano?di Irene Auletta

Ci sono tante espressioni e modi di dire carichi di significato che finiscono con il creare magici legami tra emozioni, sentimenti e il peso degli organi o di alcune parti del corpo.

Dopo tanto tempo sento di nuovo il cuore leggero come se mi ci avessero tolto un peso pazzesco da sopra. Così esordisce una conoscente che incontro dopo parecchio tempo, mentre mi racconta degli ultimi mesi vissuti con il fiato sospeso in attesa dell’esito di alcuni esami clinici. Chi di noi non ha vissuto sensazioni simili insieme alla conseguente impressione che il respiro sia aumentato di volume andandosene ora a spasso per il corpo a correre e a saltellare gioioso?

Allo stesso modo la sensazione contraria di cuore pesante sembra far arrancare tutto il resto del corpo schiacciato da un fardello posizionato all’altezza dello stomaco o sulle spalle. Allargate il respiro e provate ad aprire le spalle, ce lo ricorda spesso Angela, la nostra insegnante Feldenkrais. Ognuno ha i suoi pesi esistenziali da portarsi appresso ma forse possiamo imparare a farlo senza accasciarci ai piedi della vita.

Quest’estate ho incrociato due anziane signore evidentemente entrambe compromesse nella loro colonna vertebrale. Della prima mi ha colpito l’incedere che la mostrava camminare quasi piegata in due, in apparenza sempre triste, appoggiata al braccio di qualche accompagnatore. Ogni tanto ci si sente proprio così, piegati e incassati dal peso del dolore.

L’altra signora invece, seppur segnata da un problema fisico serio, ha attirato la mia attenzione per la luminosità e i colori vivaci dei suoi prendisole, oltre che per la disinvolta esibizione della sua sigaretta mattutina.

Modi e modi di affrontare gli eventi imprevedibili della vita. E’ così che mi sento ora mentre sorrido di fronte a queste tue fotografie estive, che ti ritraggono nuotare allegra e felice, circondata dai riflessi dorati delle onde.

Ambivalente, sempre. A tratti leggera e al tempo stesso con il cuore pesante del giorno dopo accompagnato dalla febbre puntuale che ha bussato alla nostra porta quasi a ricordarci che ogni allegria, per qualcuno, ha sempre un costo.

Ah ….. Bilancia pazzerella!

Staffette

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Staffettadi Irene Auletta

Ogni tanto immagino che accada così anche nella vita.

Ed ecco il numero dieci che si avvicina e sembra pronto per il cambio con il numero quindici! Avvicinamento tattico e poi lo scatto per il cambio e il volo in avanti verso altro obiettivo.

Fantastico di una telecronaca che dica più o meno così e, in fondo, la staffetta mi pare proprio una bella metafora esistenziale del prendere la rincorsa per affrontare nuovi traguardi e poi “passare il testimone”.

Accade tra maestri e allievi e tra genitori e figli. Quel passaggio di prove, esperienze e storie che dovrebbe lasciare all’orizzonte i più maturi per garantire la scena libera ai nuovi protagonisti dell’esperienza della vita.

Mia madre, che ha sempre adorato il biondo platino e i tacchi alti, negli ultimi anni me lo ripete spesso. Se ti piacciono fallo finché puoi … Vedi, ora che sono diventata vecchia, le mie passioni le ho passate a te e a tua sorella!

E io a chi le passero’? Come potrò vivere il piacere e le emozioni di una figlia “signorina”, come si diceva una volta per accogliere e festeggiare il menarca? Chi lo sa. So per certo però che, insieme a tanto altro, biondo platino e tacchi rimarranno lì, presenti in tante altre storie, ma di sicuro, non nella nostra.

In realtà, anche io e te non perdiamo occasioni per scambiarci la staffetta della vita ma in quel modo tutto speciale che condividono tante madri e figlie, come noi. Tu cresci pian piano e io spero solo di invecchiare al rallentatore. Come dice una mamma amica che come me vive la storia con una figlia “pazzerella”, dobbiamo sempre tenerci in allenamento e può essere che questo ci aiuti pure a rimanere giovani. Chissà.

In questi giorni di cambiamenti e di corpi che si trasformano, il mio e il tuo cercano di trovare nuovi equilibri sempre nel silenzio che caratterizza la nostra storia. Racconti muti di umori, timori, dolori.

Ci guardo qui a passeggiare su questa accogliente spiaggia d’Abruzzo e, per sdrammatizzare, penso a come si dice da queste parti. Insieme, io e te, facciamo ancora una bella lontananza. E va bene così.

Lo spazio vicino fa sentire troppo il cuore e quello, si sa, rimane per pochi intimi.

Occhi lontani

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occhi lontanidi Irene Auletta

“Ho detto alla signora che sono tua madre e lei mi ha riposto che non era neppure necessario dirlo …. Si vede da lontano che sei mia figlia!”.

Ogni volta che sottolinei la nostra somiglianza mostri un atteggiamento che non nasconde la fierezza di questo filo che ci unisce e io mi ritrovo a collegare immagini e volti. Il tuo odierno di donna anziana e quello trattenuto nella memoria che, sorridente, mi appare più volte al giorno sulla schermata del mio iPad.

Una vecchia foto in bianco e nero ti ritrae mentre disponi fiori in un vaso sotto lo sguardo attento delle tue due figlie.

Chi si misura prematuramente con la perdita dei propri genitori si ritrova esposto ad un dolore fortissimo che, inevitabilmente, ne preclude altri. L’invecchiamento dei propri cari, lo stillicidio di malattie senili, le perdite di energie vitali e di memoria. Non posso fare a meno di pensarci ogni volta che mi soffermo a guardarti. Forse per quella somiglianza che ci unisce e che, quasi per un destino beffardo, ci ha portato ad attraversare strade esistenziali molto simili, soprattutto rispetto alla nostra esperienza di maternità.

Per fortuna io avevo voi, mi dici spesso riferendoti al figlio salutato troppo presto. E io, mamma, chi avrò a comprendermi così profondamente quando tu non ci sarai più?

Nel tempo hai portato sulle spalle pesi enormi, esibendo sempre una bella grinta e il sorriso sulle labbra. Poi gli ultimi anni hanno iniziato a portarti lontano, in un luogo dove sembri già pregustarti un po’ di riposo. Sempre tu, ma sfocata e spesso persa nei tuoi pensieri con lo sguardo oltre il presente.

Che brutto diventare vecchia, mi dici mentre ci gustiamo un momento di riposo sedute su una panchina di ritorno da una piccola passeggiata. Forse tutti noi abbiamo ancora bisogno di imparare qualcosa sul modo di attraversare le nostre differenti età della vita, assaporando fino alla fine le possibilità offerte da una vita lunga.

Vedo intorno a me storie differenti di figli con genitori anziani. Pochi mi sembrano sereni in una posizione di accompagnamento verso gli ultimi anni della vita. Alcuni sembrano remare controsenso, nel bel mezzo di rapide, smarrendo momenti preziosi.

Vorrei imparare ancora qualcosa da questo nostro incontro. Rimanerti a fianco per quello che sei ora senza smarrire quel collage di tutte le nostre immagini raccolte nel tempo, tenendo insieme tutto, pregi e difetti, gioie e dolori. Vorrei smetterla di lottare per ciò che non è più o che non può più essere. Vorrei gustarmi ancora le possibilità offerte dal presente imparando a gestire quella rabbia che ogni tanto prende il sopravvento per nascondere il dolore.

Dammi ancora un po’ di tempo mamma, sono sulla buona strada, imparo in fretta.

Tra nuvole e sole

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tra nuvole e sole 1di Irene Auletta

“Niente … E’ più forte di me. A volte, come ora, guardo il cielo, il sole, le nuvole che corrono veloci e tutto il subbuglio di emozioni si traduce sempre in quella dannata domanda senza risposta. Perché proprio a me? Non lo capirò mai…”

Il post di stamane di un amico di facebook. Conoscendolo, anche se a distanza, posso immaginare la scena del suo interrogativo ma forse, proprio per questo motivo, mi piace andare oltre e altrove. Chissà in quante differenti situazione lo stesso pensiero  ha pian piano preso forma nella mente di molti oppure è esploso come un dolore sordo incapace di uscire attraverso il suono delle parole?

Eppure qualcosa probabilmente le accomuna. Il senso di ingiustizia, un dolore insopportabile, un senso di sconfitta o di tradimento. La paura di non farcela.

Il bello delle domande però è che nel tempo si possono trasformare e mi piace pensare che sia proprio questo il senso di ogni percorso di crescita, anche quando si fatica a riconoscerlo e nominarlo. Può essere che ne nascano anche di nuove, di domande.

Perchè a te? E’ stata la mia seconda fase, ma anche questa ha fatto il suo tempo ed è passata seguita da altre anch’esse scivolate altrove. Il fatto è che, ad un certo punto le domande devono poter volare e non solo arrovellassi dentro di noi in cerca di un’improbabile via d’uscita. Almeno, questo è successo alle mie.

Le nuove ali hanno assunto il colore della possibilità di imparare qualcosa di nuovo, di condividerlo con altri, di trasformarlo senza illudersi di farlo scomparire. Quando  nella nostra storia accade qualcosa di grande, di forte, è inutile pensare di sfuggirgli.

Dovremmo insegnarlo ai bambini che le cose accadono, indipendentemente dal loro colore, facili o difficili che siano e che il bello è sempre imparare qualcosa di nuovo. Forse ci hanno illuso facendoci credere che la vita fosse solo bellezza e allegria. Che poi, non sarebbe assai noiosa se così accadesse veramente? Non è che proprio l’attraversamento del buio ci permette ogni volta di godere della luce come quando dopo un freddo inverno ci si avvia verso una tiepida e luminosa primavera?

Certo, potremmo credere a disegni divini o al volere malefico di entità assai bizzarre ma forse, amando l’educazione e la vita stessa, diventa necessario cercare anche altrove.

Ogni tanto penso sia normale concentrasi solo sulle nuvole o sul desiderio del sole. Io sono fortunata perchè poi arrivi tu e mi ricordi ogni volta di guardare il cielo.

 

L’allegria è cosa seria

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l'allegria è cosa seriadi Irene Auletta

Quello dell’intreccio tra educazione e allegria è un tema che mi gira in testa da tempo ma, nonostante il consenso che questa mia proposta ha raccolto in svariate occasioni di iniziative culturali, l’argomento è sempre rimasto tra quelli un po’ in fondo alla lista e rinviato a successive occasioni.

Platee di genitori, insegnanti ed educatori mi sono apparse negli anni sempre più interessate ad altre tematiche come se, parlare di regole, di premi o punizioni, di rapporto scuola e famiglia o, ultima moda, del rapporto con il mondo del web, fosse di gran lunga sempre più urgente, attuale o interessante.

Poi, in questi giorni ho incrociato una recente intervista in cui una famosa attrice, pur non nascondendo i segni inconfondibili di una grave malattia con cui convive da anni, racconta della sua vita con un’indicibile e contagiosa allegria, dichiarando “sono ghiotta, sono obesa di vita … sono così interessata alla vita, che me ne interessa anche la morte.

La ascolto accompagnata da un profondo respiro perchè in questa sua frase sento la bellezza vibrante della vita e del modo di guardarla e attraversarla. Esattamente il contrario di quanto accade negli scambi in cui predomina il lamento insieme al dettaglio, sovente esasperante, delle proprie fatiche. Avete presente no?

Sia ben chiaro. Una cosa è raccontarsi, condividere e scambiarsi storie ed emozioni, diverso è rovesciare addosso all’altro quello che affronti e ti accade. Forse la differenza la fa proprio l’atteggiamento verso la vita, le cose che accadono, che è necessario affrontare. Tutto questo non ha a che fare anche con l’educazione?

Quando incontro i genitori spesso mi ritrovo a fare paralleli tra ciò che raccontano del loro rapporto con i figli e le caratteristiche dei figli stessi. All’inizio sono fili invisibili e delicati che pian piano si fanno sempre più evidenti e, quando riesco a farli vedere anche ai protagonisti del racconto, so che è accaduto qualcosa di molto importante.

Ciascuno di noi si porta appresso un bagaglio di storie, esperienze e modelli educativi. Alcuni, più fortunati, nella loro educazione hanno incontrato anche l’allegria e quel modo gioioso di guardare alla vita, sempre. I figli sono una bella occasione per continuare a insegnare quello che ci pare importante e anche per scoprire qualcosa di nuovo che vale la pena non trascurare e magari imparare.

Penso al racconto di un’amica che mi descrive un figlio, giovane uomo, molto arrabbiato perchè sta facendo da qualche mese una dieta particolare. Penso a quello che affronti tu da una vita, al tuo sorriso sempre presente, alla grinta che ogni volta metti in campo di fronte alla nuova difficoltà.

Tu neppure lo immagini, ma tempo fa mi sono impegnata ad insegnarti l’allegria  perchè il modo in cui incontriamo la vita, fa la differenza.

Impegno d’amore o impegno educativo? Probabilmente entrambi.

 

 

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