Coraggio che resiste e libertà che brilla

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di Irene Auletta

Dopo la mia introduzione sul tema, come faccio di frequente, lascio la parola a possibili prime domande o commenti da parte dei partecipanti. La conferenza ha come oggetto di riflessione il rapporto tra genitori e volontari nei percorsi di autonomia di giovani persone con disabilità.

“Questo incontro di oggi sembra pensato proprio per me!” dice un’emozionata signora visibilmente non più giovane che, incalzata dalla mia domanda, racconta di essere sempre stata l’unico punto di riferimento per la figlia e che ora, si accorge di avere sbagliato tutto. Una figlia disabile di cinquant’anni e una madre che ancora si pone domande su  quello che può fare. Chapeau!

Parto da questo intervento per restituire valore a ciò che ciascuno dei genitori presenti e’ stato finora in grado di fare, connotandolo come qualcosa da rispettare in quanto possibilità del momento per le diverse storie ed esperienze. Questa prima riflessione apre la via a ciò che e’ possibile fare ora grazie alla collaborazione tra famiglie e volontari, esplorando insieme, proprio grazie a quest’incontro,  difficoltà e possibilità.

La serata si snoda intrecciando racconti e commenti dei genitori con quelli dei volontari presenti che rappresentano le persone che da anni stanno sperimentando insieme alle persone con disabilità, oltre a brevi esperienze di vacanze, anche momenti di vita autonoma. Pochi giorni e poche notti per vivere lontani da casa e dai loro genitori. Per alcuni un miraggio.

Prima dell’incontro vengo invitata a visitare l’appartamento che accoglie queste “sperimentazioni” e li’ conosco Eloisa, una giovane donna con disabilità a cui la vita ha offerto, a fianco di un corpo molto difficile e complesso, un sorriso e una mente leggeri e profondi.

Eloisa mi dice subito che ha visto alcuni miei interventi in video e io mi sento serena e a mio agio quando le chiedo di parlare lentamente affinché io possa capirla senza che la persona presente, che ben la conosce, debba continuamente tradurmi.

Più tardi, durante l’incontro, faccio sovente riferimento ai nostri scambi e al motivo della sua presenza, che la vede al tempo stesso ospite destinataria delle proposte di autonomia e volontaria dell’associazione a cui tiene portare il suo contributo.

Per parlare, questa giovane donna, deve affrontare fatiche che molti neppure possono immaginare eppure la nostra conversazione mi conferma da subito il suo tenace desiderio di esserci ed esprimersi. Per questo motivo, durante l’incontro, dopo esserci intese con uno sguardo, colgo la bellissima luce dei suoi occhi quando l’invito a dire ciò che desidera di quanto abbiamo avuto modo di scambiarci in privato.

Serate così non smettono mai di offrirmi pensieri ed emozioni e stamane appena sveglia ci rivedo. Due donne che si cercano con lo sguardo nel profondo desiderio di comprendersi, conversando su temi importanti della vita, in una sorta di intervista organizzata proprio nella cucina di quell’appartamento che per Eloisa ha il profumo delle sue piccole libertà.

Senti Eloisa, al di là di quello che avrò da dire nella conferenza, aiutami a capire meglio quale messaggio potrei portare da parte vostra ai genitori presenti?

Stavolta, con un tuffo al cuore e un’immediato spontaneo sorriso di solidarietà, afferro al volo la sua risposta, senza alcun dubbio. Sapendo già che ne farò tante volte tesoro.

Di lasciarci andare, mi risponde serena e decisa.

Coraggio che resiste e libertà che brilla

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di Irene Auletta

Dopo la mia introduzione sul tema, come faccio di frequente, lascio la parola a possibili prime domande o commenti da parte dei partecipanti. La conferenza ha come oggetto di riflessione il rapporto tra genitori e volontari nei percorsi di autonomia di giovani persone con disabilità. 

“Questo incontro di oggi sembra pensato proprio per me!” dice un’emozionata signora visibilmente non più giovane che, incalzata dalla mia domanda, racconta di essere sempre stata l’unico punto di riferimento per la figlia e che ora, si accorge di avere sbagliato tutto. Una figlia disabile di cinquant’anni e una madre che ancora si pone domande su  quello che può fare. Chapeau! 

Parto da questo intervento per restituire valore a ciò che ciascuno dei genitori presenti e’ stato finora in grado di fare, connotandolo come qualcosa da rispettare in quanto possibilità del momento per le diverse storie ed esperienze. Questa prima riflessione apre la via a ciò che e’ possibile fare ora grazie alla collaborazione tra famiglie e volontari, esplorando insieme, proprio grazie a quest’incontro,  difficoltà e possibilità.

La serata si snoda intrecciando racconti e commenti dei genitori con quelli dei volontari presenti che rappresentano le persone che da anni stanno sperimentando insieme alle persone con disabilità, oltre a brevi esperienze di vacanze, anche momenti di vita autonoma. Pochi giorni e poche notti per vivere lontani da casa e dai loro genitori. Per alcuni un miraggio.

Prima dell’incontro vengo invitata a visitare l’appartamento che accoglie queste “sperimentazioni” e li’ conosco Eloisa, una giovane donna con disabilità a cui la vita ha offerto, a fianco di un corpo molto difficile e complesso, un sorriso e una mente leggeri e profondi.

Eloisa mi dice subito che ha visto alcuni miei interventi in video e io mi sento serena e a mio agio quando le chiedo di parlare lentamente affinché io possa capirla senza che la persona presente, che ben la conosce, debba continuamente tradurmi.

Più tardi, durante l’incontro, faccio sovente riferimento ai nostri scambi e al motivo della sua presenza, che la vede al tempo stesso ospite destinataria delle proposte di autonomia e volontaria dell’associazione a cui tiene portare il suo contributo.

Per parlare, questa giovane donna, deve affrontare fatiche che molti neppure possono immaginare eppure la nostra conversazione mi conferma da subito il suo tenace desiderio di esserci ed esprimersi. Per questo motivo, durante l’incontro, dopo esserci intese con uno sguardo, colgo la bellissima luce dei suoi occhi quando l’invito a dire ciò che desidera di quanto abbiamo avuto modo di scambiarci in privato.

Serate così non smettono mai di offrirmi pensieri ed emozioni e stamane appena sveglia ci rivedo. Due donne che si cercano con lo sguardo nel profondo desiderio di comprendersi, conversando su temi importanti della vita, in una sorta di intervista organizzata proprio nella cucina di quell’appartamento che per Eloisa ha il profumo delle sue piccole libertà.

Senti Eloisa, al di là di quello che avrò da dire nella conferenza, aiutami a capire meglio quale messaggio potrei portare da parte vostra ai genitori presenti? 

Stavolta, con un tuffo al cuore e un’immediato spontaneo sorriso di solidarietà, afferro al volo la sua risposta, senza alcun dubbio. Sapendo già che ne farò tante volte tesoro.

Di lasciarci andare, mi risponde serena e decisa. 

Curare la vita

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di Irene Auletta

Lo faresti un corso di formazione sul tema della cura, con operatori socio-sanitari che lavorano con anziani e persone con disabilità? Quella domanda, di oltre un anno fa, rimasta in sospeso e persa nel districarsi di labirinti burocratici, solo qualche settimana fa è riemersa insieme alla richiesta di poter fare almeno due incontri prima della pausa estiva.

Senza negare la fatica di avviare un percorso nuovo in un momento di chiusure e di imminente pausa estiva, mi sono fatta guidare dalla curiosità di cercare nuovi spunti e stimoli per trattenere significati densi e importanti in una struttura formativa leggera, anche per rispondere alla presenza di diversi operatori non italiani.

E così mi ritrovo tra esercitazioni, video e letture a riflettere con i partecipanti sulla delicatezza della loro professione, sulle caratteristiche delle pratiche quotidiane e sulla necessità di osservare il gesto di cura quasi a rallentatore, per coglierne insieme quelle sfumature che segnano un confine sottile tra rispetto e abuso, tra cura e trascuratezza, tra intensità di significati e freddi automatismi.

Decostruendo idee preconcette e luoghi comuni introduco quei lati oscuri delle relazioni di cura che ne mostrano i caratteri di impertinenza, forzatura e violazioni continue dell’altrui sfera personale, nel corpo e nell’anima.

Quante facili etichette che appiccichiamo addosso all’altro ci aiutano a nascondere l’ignoranza e la scarsa chiarezza del nostro sguardo? Quante a difendere la paura che la fatica dell’altro sia contagiosa o che faccia emergere le nostre fragilità?

Le domande si alternano a racconti e mentre il tema della cura nelle relazioni di aiuto emerge sempre con maggiore chiarezza e profondità, ti scorgo nelle mie parole mentre parlo del bisogno di ridare dignità alla gentilezza dei gesti.  Allo stesso modo, come presenza invisibile, sento che mi stringi forte la mano quando insisto sulla necessità di quell’ascolto autentico che dietro l’opposizione, il rifiuto, l’ostinazione, sappia cogliere il bisogno di esserci e di difendere uno spazio di volontà. Di difendere la vita stessa.

Il viaggio di ritorno verso casa è pieno di pensieri, sguardi, emozioni e intensità e di quel saluto che rimanda a settembre per i prossimi incontri.

Se, ogni volta, ci pensiamo al posto dell’altro bisognoso o proprio lì in quello stesso posto immaginiamo un nostro caro, cosa vorremmo vedere a rassicurazione dei nostri timori d’amore?

Ricordi nell’aria

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ricordi nell'ariadi Irene Auletta

Attraverso la città in un’ora insolita e per giunta nella sua veste pigra della domenica mattina. Ferma ad un semaforo mi raggiunge un flashback.

Una ragazza attraversa la strada, quasi sempre li, con lo zaino in spalla e la faccia seria. Quel percorso ripetuto per cinque anni, riemerge pian piano dalla memoria. Lo sguardo sempre basso ad alimentare quella postura scorretta per cui tu mi hai preso un po’ in giro al nostro primo incontro e su cui lavoro ancora oggi grazie al contributo delle lezioni Feldenkrais.

Alza lo sguardo Irene, vedrai che ti verrà più facile respirare, sentirti più sicura e meglio sostenuta dalla colonna.

Oggi me lo ripeto quasi da sola ma la ragazza che attraversa quelle strisce pedonali ancora non lo sa e le sue spalle reagiscono come possono a quel carico di responsabilità che per lei è troppo. Lontana dalla donna che sono diventata, andatura goffa e corpo nascosto da pantaloni larghi e camicie lunghe, mi vedo incrociare la strada e la vita.

E dopo poco, seguendo il mio viaggio, eccomi li,  di fronte al luogo che mi ha visto muovere i miei primi passi professionali. Dopo tanti anni, ogni volta, tante emozioni. Sono accadute molte cose importanti in quegli anni ed è come se quella struttura, sempre originale, le avesse trattenute per proiettarle stamane al mio passaggio. Quanta vita, tra ricordi ed emozioni.

Siamo due signore di mezza età, ha detto di recente mia sorella. È vero. A volte sento i miei anni, a volte meno e a volte cento. Stamane quell’ombrosa quindicenne mi fa l’occhiolino e mi accorgo che, seguendomi con la coda dell’occhio, mi sta facendo un sorriso che mi guida a destinazione.

Sei sempre sorridente … nonostante tutto, mi dice mia madre appena mi vede arrivare. L’abbraccio, senza dire nulla ma dentro di me il messaggio è chiaro.

Ho imparato mamma, ho imparato.

Ma quanto pesano?

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ma quanto pesano?di Irene Auletta

Ci sono tante espressioni e modi di dire carichi di significato che finiscono con il creare magici legami tra emozioni, sentimenti e il peso degli organi o di alcune parti del corpo.

Dopo tanto tempo sento di nuovo il cuore leggero come se mi ci avessero tolto un peso pazzesco da sopra. Così esordisce una conoscente che incontro dopo parecchio tempo, mentre mi racconta degli ultimi mesi vissuti con il fiato sospeso in attesa dell’esito di alcuni esami clinici. Chi di noi non ha vissuto sensazioni simili insieme alla conseguente impressione che il respiro sia aumentato di volume andandosene ora a spasso per il corpo a correre e a saltellare gioioso?

Allo stesso modo la sensazione contraria di cuore pesante sembra far arrancare tutto il resto del corpo schiacciato da un fardello posizionato all’altezza dello stomaco o sulle spalle. Allargate il respiro e provate ad aprire le spalle, ce lo ricorda spesso Angela, la nostra insegnante Feldenkrais. Ognuno ha i suoi pesi esistenziali da portarsi appresso ma forse possiamo imparare a farlo senza accasciarci ai piedi della vita.

Quest’estate ho incrociato due anziane signore evidentemente entrambe compromesse nella loro colonna vertebrale. Della prima mi ha colpito l’incedere che la mostrava camminare quasi piegata in due, in apparenza sempre triste, appoggiata al braccio di qualche accompagnatore. Ogni tanto ci si sente proprio così, piegati e incassati dal peso del dolore.

L’altra signora invece, seppur segnata da un problema fisico serio, ha attirato la mia attenzione per la luminosità e i colori vivaci dei suoi prendisole, oltre che per la disinvolta esibizione della sua sigaretta mattutina.

Modi e modi di affrontare gli eventi imprevedibili della vita. E’ così che mi sento ora mentre sorrido di fronte a queste tue fotografie estive, che ti ritraggono nuotare allegra e felice, circondata dai riflessi dorati delle onde.

Ambivalente, sempre. A tratti leggera e al tempo stesso con il cuore pesante del giorno dopo accompagnato dalla febbre puntuale che ha bussato alla nostra porta quasi a ricordarci che ogni allegria, per qualcuno, ha sempre un costo.

Ah ….. Bilancia pazzerella!

Staffette

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Staffettadi Irene Auletta

Ogni tanto immagino che accada così anche nella vita.

Ed ecco il numero dieci che si avvicina e sembra pronto per il cambio con il numero quindici! Avvicinamento tattico e poi lo scatto per il cambio e il volo in avanti verso altro obiettivo.

Fantastico di una telecronaca che dica più o meno così e, in fondo, la staffetta mi pare proprio una bella metafora esistenziale del prendere la rincorsa per affrontare nuovi traguardi e poi “passare il testimone”.

Accade tra maestri e allievi e tra genitori e figli. Quel passaggio di prove, esperienze e storie che dovrebbe lasciare all’orizzonte i più maturi per garantire la scena libera ai nuovi protagonisti dell’esperienza della vita.

Mia madre, che ha sempre adorato il biondo platino e i tacchi alti, negli ultimi anni me lo ripete spesso. Se ti piacciono fallo finché puoi … Vedi, ora che sono diventata vecchia, le mie passioni le ho passate a te e a tua sorella!

E io a chi le passero’? Come potrò vivere il piacere e le emozioni di una figlia “signorina”, come si diceva una volta per accogliere e festeggiare il menarca? Chi lo sa. So per certo però che, insieme a tanto altro, biondo platino e tacchi rimarranno lì, presenti in tante altre storie, ma di sicuro, non nella nostra.

In realtà, anche io e te non perdiamo occasioni per scambiarci la staffetta della vita ma in quel modo tutto speciale che condividono tante madri e figlie, come noi. Tu cresci pian piano e io spero solo di invecchiare al rallentatore. Come dice una mamma amica che come me vive la storia con una figlia “pazzerella”, dobbiamo sempre tenerci in allenamento e può essere che questo ci aiuti pure a rimanere giovani. Chissà.

In questi giorni di cambiamenti e di corpi che si trasformano, il mio e il tuo cercano di trovare nuovi equilibri sempre nel silenzio che caratterizza la nostra storia. Racconti muti di umori, timori, dolori.

Ci guardo qui a passeggiare su questa accogliente spiaggia d’Abruzzo e, per sdrammatizzare, penso a come si dice da queste parti. Insieme, io e te, facciamo ancora una bella lontananza. E va bene così.

Lo spazio vicino fa sentire troppo il cuore e quello, si sa, rimane per pochi intimi.

Occhi lontani

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occhi lontanidi Irene Auletta

“Ho detto alla signora che sono tua madre e lei mi ha riposto che non era neppure necessario dirlo …. Si vede da lontano che sei mia figlia!”.

Ogni volta che sottolinei la nostra somiglianza mostri un atteggiamento che non nasconde la fierezza di questo filo che ci unisce e io mi ritrovo a collegare immagini e volti. Il tuo odierno di donna anziana e quello trattenuto nella memoria che, sorridente, mi appare più volte al giorno sulla schermata del mio iPad.

Una vecchia foto in bianco e nero ti ritrae mentre disponi fiori in un vaso sotto lo sguardo attento delle tue due figlie.

Chi si misura prematuramente con la perdita dei propri genitori si ritrova esposto ad un dolore fortissimo che, inevitabilmente, ne preclude altri. L’invecchiamento dei propri cari, lo stillicidio di malattie senili, le perdite di energie vitali e di memoria. Non posso fare a meno di pensarci ogni volta che mi soffermo a guardarti. Forse per quella somiglianza che ci unisce e che, quasi per un destino beffardo, ci ha portato ad attraversare strade esistenziali molto simili, soprattutto rispetto alla nostra esperienza di maternità.

Per fortuna io avevo voi, mi dici spesso riferendoti al figlio salutato troppo presto. E io, mamma, chi avrò a comprendermi così profondamente quando tu non ci sarai più?

Nel tempo hai portato sulle spalle pesi enormi, esibendo sempre una bella grinta e il sorriso sulle labbra. Poi gli ultimi anni hanno iniziato a portarti lontano, in un luogo dove sembri già pregustarti un po’ di riposo. Sempre tu, ma sfocata e spesso persa nei tuoi pensieri con lo sguardo oltre il presente.

Che brutto diventare vecchia, mi dici mentre ci gustiamo un momento di riposo sedute su una panchina di ritorno da una piccola passeggiata. Forse tutti noi abbiamo ancora bisogno di imparare qualcosa sul modo di attraversare le nostre differenti età della vita, assaporando fino alla fine le possibilità offerte da una vita lunga.

Vedo intorno a me storie differenti di figli con genitori anziani. Pochi mi sembrano sereni in una posizione di accompagnamento verso gli ultimi anni della vita. Alcuni sembrano remare controsenso, nel bel mezzo di rapide, smarrendo momenti preziosi.

Vorrei imparare ancora qualcosa da questo nostro incontro. Rimanerti a fianco per quello che sei ora senza smarrire quel collage di tutte le nostre immagini raccolte nel tempo, tenendo insieme tutto, pregi e difetti, gioie e dolori. Vorrei smetterla di lottare per ciò che non è più o che non può più essere. Vorrei gustarmi ancora le possibilità offerte dal presente imparando a gestire quella rabbia che ogni tanto prende il sopravvento per nascondere il dolore.

Dammi ancora un po’ di tempo mamma, sono sulla buona strada, imparo in fretta.

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