Tornerò domani

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di Nadia Ferrari

Mamma vieni vedi hanno trovato un posto, ti ricordi aspettavamo che ci chiamassero … ecco da stasera dormirai in casa di cura. 

Si, si, é lo stesso edificio del centro diurno solo in un altro spazio. Si, mamma e purtroppo cambierai anche le assistenti Sara e Valeria non ci saranno più ma saranno carine anche queste. E lo so dovrai cambiare anche la compagnia, eh si ma vedrai che ti farai presto nuove amiche. 

Mentre svolgo le pratiche burocratiche ti guardo e vedo i tuoi occhi che si riempiono di lacrime.

Mamma ma piangi? No io non piango non sono capace di piangere. 

É vero, a pensarci bene non hai pianto quando è morto mio padre e nemmeno quando sono mancate tua mamma e tua sorella. Non hai pianto quando cinque anni fa ti ho strappato da casa tua per portarti da me, perché sola non potevi più stare. 

Ma stasera qui, mentre ti lascio definitivamente a cure altrui, piangi. 

Vorrei, cerco di abbracciarti ma tu non vuoi sei arrabbiata anche un po’ con me. 

Il cuore vorrebbe tornare indietro e portarti via, nella tua camera, nel tuo letto, vicino a me. Ne abbiamo passate tante di burrasche mamma ed ora anche questa, alla tua età non è giusto soffrire tanto… 

Tornerò domani pomeriggio a trovarti mamma ti dico. Speriamo, mi rispondi.

E ti lascio così nel tuo dispiacere portando a casa solo il mio. 

Premiata la superficialità

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di Irene Auletta

Ma davvero i problemi seri si risolvono così? Siccome è accaduto che nei luoghi di cura delle persone più fragili, bambini piccoli, disabili e anziani, si siano registrati episodi di maltrattamento, la risposta unica e univoca è quella di riempire i vuoti di significato collocando ovunque telecamere.

Rimango senza parole di fronte a scelte così miopi che rischiano di trovare il consenso di quanti, con lo sguardo superficiale di chi non conosce le realtà dei servizi, possano sentirsi rassicurati da tali provvedimenti.

Peccato che tali scelte omettano in modo assai truffaldino che da anni, proprio in questi luoghi, si stiano tagliano senza tregua i ruoli di coordinamento, i momenti di formazione e di supervisione e tutte quelle proposte orientate a riflettere su quando accade nella relazione con le persone e sulle fragilità costitutive degli interventi di cura. 

Peccato che questi provvedimenti incontrino consensi di pancia e puntino proprio a quello, senza portare a riflettere sulle forme del controllo che, pur ribadendone la necessità, puntino sui processi di apprendimento e non di ammaestramento.

Che poi? Li conoscete questi servizi? Ma davvero pensate che bastino telecamere per evitare che accadano questi episodi?  E tutto quello che abbiamo costruito in tanti anni di lavoro sulle relazioni di fiducia e sull’esigenza di prendersi cura delle persone che curano? E tutte le esperienze di eccellenza frutto di tanti anni di studio e lavoro?

I problemi complessi meritano attenzione, competenza e rispetto. In questi provvedimenti non c’è nulla di tutto questo ma solo tanta superficialità, e tanto spreco di denaro.

Risvegliamoci per favore, perchè il torpore dei cervelli non credo che potrà essere ripreso in video.

Fortune al tramonto

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di Irene Auletta

Mi dispiace per lei però, devo dirti la verità, mi dispiace tanto anche per te.

Il tono di mia madre non lascia dubbi interpretativi mentre stamane cerca di consolarmi dopo la serata di ieri. Tornata a casa da un impegno di lavoro, trovo i miei genitori e mia figlia in uno stato emotivo, connotabile tra il dispiacere e il senso fisico di impotenza, che quasi riesco a palpare nel  suo spessore.

Non è facile per i nonni gestire nipoti come te e non è facile per te, figlia mia, misurarti con le loro fragilità e i loro limiti che, evidentemente, ti creano difficoltà aggiunte a quelle che già fanno parte del tuo personale zainetto di vita. Anche questo vuol dire misurarsi con la disabilità.

Però, al di là di quello che mi riguarda come madre, devo riconoscere la mia fortuna ad essere ancora accolta come figlia e quel bisogno profondo di trattenere quella cura unica che nessuno dopo di te, mamma, potrà mai più darmi.

Questo fanno le madri, questo mi hai insegnato e ancora oggi mi insegni grazie alle tue parole di anziana che provano a prendersi cura della tua figlia adulta. Mentre mi parli il nodo alla gola mi ricorda cosa ho dovuto trattenere ieri sera preoccupata per voi due, che siete usciti da casa mia con le spalle curve come dopo una bastonata, per mia figlia che ho dovuto accogliere nella sua confusione e per me, inciampata senza alcun preavviso in alcune buche sconnesse della mia vita.

Questo fanno le madri, ti racconto mentre ieri sera continuavi a baciarmi quasi a volerti rassicurare che tutto andava bene e stamane al tuo risveglio, a conferma di quell’amore che ci tiene legate nella gioia del nostro incontro e nella sua inscindibile complessità.

Le fortune hanno sfumature bizzarre e la vita mi continua a spingere verso la ricerca delle loro molteplicità tonalità. Essere figlia è ancora un regalo che posso assaporare e gustare e non posso che dire grazie a te, mamma, per la madre che ogni giorno provo ad essere.

Curare la vita

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di Irene Auletta

Lo faresti un corso di formazione sul tema della cura, con operatori socio-sanitari che lavorano con anziani e persone con disabilità? Quella domanda, di oltre un anno fa, rimasta in sospeso e persa nel districarsi di labirinti burocratici, solo qualche settimana fa è riemersa insieme alla richiesta di poter fare almeno due incontri prima della pausa estiva.

Senza negare la fatica di avviare un percorso nuovo in un momento di chiusure e di imminente pausa estiva, mi sono fatta guidare dalla curiosità di cercare nuovi spunti e stimoli per trattenere significati densi e importanti in una struttura formativa leggera, anche per rispondere alla presenza di diversi operatori non italiani.

E così mi ritrovo tra esercitazioni, video e letture a riflettere con i partecipanti sulla delicatezza della loro professione, sulle caratteristiche delle pratiche quotidiane e sulla necessità di osservare il gesto di cura quasi a rallentatore, per coglierne insieme quelle sfumature che segnano un confine sottile tra rispetto e abuso, tra cura e trascuratezza, tra intensità di significati e freddi automatismi.

Decostruendo idee preconcette e luoghi comuni introduco quei lati oscuri delle relazioni di cura che ne mostrano i caratteri di impertinenza, forzatura e violazioni continue dell’altrui sfera personale, nel corpo e nell’anima.

Quante facili etichette che appiccichiamo addosso all’altro ci aiutano a nascondere l’ignoranza e la scarsa chiarezza del nostro sguardo? Quante a difendere la paura che la fatica dell’altro sia contagiosa o che faccia emergere le nostre fragilità?

Le domande si alternano a racconti e mentre il tema della cura nelle relazioni di aiuto emerge sempre con maggiore chiarezza e profondità, ti scorgo nelle mie parole mentre parlo del bisogno di ridare dignità alla gentilezza dei gesti.  Allo stesso modo, come presenza invisibile, sento che mi stringi forte la mano quando insisto sulla necessità di quell’ascolto autentico che dietro l’opposizione, il rifiuto, l’ostinazione, sappia cogliere il bisogno di esserci e di difendere uno spazio di volontà. Di difendere la vita stessa.

Il viaggio di ritorno verso casa è pieno di pensieri, sguardi, emozioni e intensità e di quel saluto che rimanda a settembre per i prossimi incontri.

Se, ogni volta, ci pensiamo al posto dell’altro bisognoso o proprio lì in quello stesso posto immaginiamo un nostro caro, cosa vorremmo vedere a rassicurazione dei nostri timori d’amore?

Auguri fragili

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di Irene Auletta

Mio padre, che già appartiene a quella generazione esperta a dribblare di fronte a qualsiasi cosa che abbia vagamente a che fare con la sfera emotiva, non è stato facilitato da un’educazione rigorosa, al limite della freddezza, che non è riuscito completamente a contenere nel suo ruolo di genitore.

Auguri papà, oggi è la tua festa, gli dico nella nostra telefonata domenicale che è quasi un appuntamento. Ma per me non vale, ormai sono vecchio o meglio, dice ridendo, ormai sei vecchia tu! Eccolo, lo riconosco con quella voce che nasconde l’emozione del gradito pensiero dietro a qualche battuta dal retrogusto sempre un po’ burbero.

Ormai non mi imbrogli più caro babbo anche perchè con alcuni aspetti del tuo carattere, che sono diventati anche i miei, ormai ci faccio i conti quasi tutti i giorni. Una volta li detestavo e detestavo anche me quando mi ci vedevo riflessa ma ora provo a trattarli con quella gentilezza peculiare che non è facile riservare alle nostre asperità.

Da qualche anno mi misuro con la vostra fragilità che mi sorprende quando meno me l’aspetto e spesso mi travolge come un’onda emotiva. Certo con mamma è più semplice perchè quel nostro filo affettivo è sempre stato una garanzia e un sostegno, anche in anni in cui mi sentivo persa e sfilacciata.

Ma con te e quell’educazione autoritaria che mi ha accompagnato nella crescita, ho dovuto costruire nuovi sentieri per poterti incontrare, da donna adulta, lasciandomi alle spalle quei rancori giovanili che oggi sento appartenere ad un’altra età della mia vita.

Auguri papà, perchè non perdi occasione per mostrarmi una premura, per sostituire le parole con i tuoi occhi lucidi e farmi quei tuoi buffetti ruvidi pieni di affetto.

Auguri perchè porterai con te, nel tuo ultimo viaggio, tutto quel dolore che negli anni, per cultura e per educazione, non hai potuto condividere o consegnare a nessuno.

Auguri papà, perchè negli anni ho imparato a voler bene al tuo rigore imparando a tollerare di più anche il mio e perchè ho ancora la fortuna di scaldarmi alla luce dei tuoi occhi che inattesa risplende, ogni volta che mia figlia ti regala uno dei suoi abbracci unici ed esclusivi.

Quanto petit?

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gentilezzadi Irene Auletta

Qualche giorno fa, in un incontro di formazione condotto insieme ad una collega non italiana, rimango colpita da una definizione che utilizza per raccontare di come, anche nei servizi per la prima infanzia, si può assistere a qualcosa di inconsapevole e di cui non vorremmo mai essere testimoni, né raccontare.

Petit mauvais traitements, piccoli maltrattamenti, che sovente vanno oltre la coscienza di chi li compie, spinti da quegli automatismi che trasformano il gesto di cura in un movimento freddo e stereotipato. Da anni non perdo occasione per connettere mondi apparentemente diversi, quello dei bambini piccoli appunto, con quello dei disabili e degli anziani ritrovando, proprio in quei quotidiani gesti di cura, medesimi elementi che necessitano di sguardi attenti.

L’altra mattina, di fronte alla solita scena. Non vuoi fare qualcosa, ti opponi come sai fare con il corpo, in assenza delle parole. E’ facile mettersi in contrasto, opporre fermezza, tirare, arrivare al corpo contro corpo, soprattutto quando i tempi reali non permettono l’incontro con i tuoi, a volte biblici. Tuo padre rallenta, si ferma, aspetta. Non cede alla sfida e lo osservo cercare in un respiro profondo il conforto alle impietose lancette del mattino. Spesso ci alterniamo perché abbiamo scoperto che funziona ma stamane capisco che è meglio non interferire in quel vostro dialogo, pieno di tanti significati.

Passa qualche minuto eterno, prima che tu decida di alzarti da terra, proseguendo nei riti del mattino, con un sorriso sulle labbra, come se nulla fosse accaduto. Anzi no, qualcosa di importate è accaduto. Ti abbiamo ascoltato, hai potuto esprimere una tua volontà, non siamo arrivati al contrasto e al confronto di potere.

Più facile a dirsi che a farsi, perché sono proprio quei gesti di cura rinnovati negli anni, che possono mandare al manicomio soprattutto laddove l’altro, per fortuna, non perde occasione per ricordarti che non è una bambola di pezza ma una persona, con la sua da dire.

Chi lavora con i bambini piccoli, con i disabili o con gli anziani, si misura ogni giorno con situazioni analoghe e i gesti a volte, possono essere assai lontani da quelli che tutti noi vorremmo vedere rivolti ai nostri cari. Per questo, non perdo occasione per parlarne e per attivare luoghi di incontro e confronto che, sospendendo il giudizio, possano pensare azioni alternative e virtuose.

Si può imparare, come genitori o come operatori, ma bisogna mantenere attiva la coscienza di quanto ci accade, a volte prima che nella mente, nel corpo e nella pancia. Da anni mi accompagni nella ricerca di gesti gentili in quella danza muta che mi vede sovente la più goffa e che ti osserva paziente ad attendermi.

Speriamo che le prossime siano petites gentillesses.

Madri

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madri

di Irene Auletta

Guarda mamma che bella questa foto, ti dico porgendoti il mio Ipad. La guardi con attenzione ma capisco che ancora non ti sei riconosciuta. Ti ricordi? Avevi in braccio Luna piccola piccola.

Quando metti a fuoco l’immagine mi accorgo che nei tuoi occhi e nel tuo sguardo passa un lampo di commozione e subito, come tua abitudine, volti pagina. Ma che strana gonna mi ero messa?

Non è necessario fare troppo interpretazioni selvagge su alcuni nostri atteggiamenti e modi di incontrare la vita quando i nostri genitori ci mostrano con grande chiarezza quello che sono riusciti a insegnarci e quello che proprio non apparteneva alle loro possibilità.

Per te mamma è sempre stato così. Mi hai insegnato a tenere a distanza le emozioni e a mostrare al mondo solo la superficie, per evitare di essere feriti. Hai fatto un gran bel lavoro e io sono ancora qui a cercare di districare alcuni fili ben ingarbugliati. Di sicuro però non me la prendo più con te da molti anni perché, dopo aver attraversato forti sentimenti di rabbia, ho capito che non potevi fare altro, perché quello che hai fatto era al massimo delle tue possibilità.

Lo stesso è successo anche qualche giorno fa mentre mostrandoti nuovi reggiseni colorati ti ho detto che non mi sono sentita una madre molto normale, andando a comprare intimo per una figlia quasi diciottenne. Hai fatto finta di non sentire e siamo andate avanti a commentare i miei altri acquisti, con leggerezza.

Io e te abbiamo attraversato molte esperienze simili e non importa se non riusciamo a parlarne in modo esplicito perché in ogni fibra del mio corpo sento che nessuno, ma proprio nessuno, mi comprende come te e già mi manca quel tuo sguardo che il passare del tempo sta rendendo sempre più opaco.

Il nostro negli ultimi anni è un amore così, che condivide solo ciò che è possibile. Tu mi proteggi e io ti proteggo e mi fai ridere ogni ogni volta quando mi dici che la cosa peggiore per te sarebbe essere trattata da rimbambita. E tu ridi quando ti dico che protesto sempre quando sento dire che i genitori anziani sono come bambini e, soprattutto, quando sono trattati come tali. Se ti tratto da bambina mamma mi raccomando, se riesci, fammi capire che ti sto mancando di rispetto, penso guardandoti mentre puliamo insieme i fagiolini.

Sono presa a sistemare quando mi accorgo che mi stai osservando. Hai una di quelle tue recenti espressioni che ti fanno apparire a scavalco fra due mondi. I nostri occhi si incrociano per un istante mentre dici hai proprio ragione Irene, non è normale che una madre faccia alcune cose.

E’ un attimo e sei già altrove e io mi volto verso il lavello per fare quello che ho imparato bene, in tanti anni di pratica.

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