Morsi di parole

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di Irene Auletta

Ci sono mattine così. Di quelle che iniziano con piccole lotte difficili da far rientrare e che sovente sfociano in un saluto condito con un po’ di dispiacere, da parte di entrambe.

Sei nella tua modalità non mi va bene niente e mi oppongo a tutto e siccome io insisto in una delle infinite pratiche mattutine che purtroppo non ti possiamo risparmiare insieme a quei nostri e continui gesti di interferenza, alla fine tu rispondi con chiarezza morsicandomi.

Ecco, alla faccia di tutti quelli che abusano della parola accettazione, da me ormai detestata cordialmente, ci sono rimasta male e ogni volta questi tuoi comportamenti mi fanno scontrare con alcune parti di te e di quello che sei che fatico assai a digerire.

Non è bello quando accade da parte di un figlio piccolo ma quando la protagonista è una ragazza di diciannove anni, la faccenda si fa complessa. So benissimo interpretare il tuo comportamento come una reazione chiara ad un mio gesto di invasione e, tante volte, sono io stessa a stimolare le tue risposte piuttosto che vederti rinunciare all’affermazione della tua volontà. E, in tali casi casi, non so cosa mi fa più male. Tuttavia, il pensiero razionale, non toglie nulla a quella mia reazione della pancia che ogni volta mi lascia con una sensazione di amaro in bocca e di profondo dispiacere.

Così, cerco vie di mezzo evitando un eccesso di parole che tanto non servono a nulla. Ti dico però che mi dispiace del morso e che, pur capendo il perché del tuo comportamento, quello rimane un brutto gesto. Ai tuoi tentativi di risate e di abbracci, che frequentemente utilizzi come risposta a discorsi seri o quando sei in una situazione di disagio, rispondo con fermezza a conferma della mia posizione.

Ti saluto guardandoti attraverso il vetro del pulmino mentre ti allontani e mi sembri assorta e pensierosa. Sarà stata una mia impressione o un mio desiderio? In questi momenti non so bene cosa pensare. Non mi aiutano quelli che di fronte a certe reazioni mi ricordano il tuo essere adolescente (che poi, parliamone!) e neppure quelli che fanno le faccine tra il pietistico e lo sdolcinato come a dire ma dai non essere così severa!

Insomma, su una cosa oggi ci assomigliamo senza alcun dubbio. Anch’io mi sento parecchio oppositiva e con una gran voglia di prendere a mozzichi le parole.

Tra sogni e pensieri

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tra sogni e pensieridi Irene Auletta

E poi ci sono quei periodi in cui ti sembra di essere intrappolata in un frullatore che, nell’impossibilità di distinguere giorno e notte, conferisce alle giornate quei toni onirici che ti raggiungono come ovattati. Problemi con il sonno ne hai sempre avuti e sicuramente abbiamo passato anni davvero difficili, ma stavolta pensavamo di averla scampata e invece, da diverse settimane, eccoci ancora qui a darci il turno di notte, io e tuo padre.

Eppure, proprio mentre ti sto aspettando di ritorno dal Centro, mi accorgo che il mio stato d’animo è completamente diverso da quel passato che mi ha visto tante volte disperata. Con i nostri altri e bassi, mi pare di essere sempre alle prese con qualche problema o qualche difficoltà nuova che, negli anni, sembrano essere diventati la nostra normalità. Vuoi dire che è per questo che tutto sommato mi sento serena?

Certo la stanchezza ogni tanto aggiunge nuove bandierine al tabellone delle fatiche a segnalare che urgono nuove soluzioni, ma lo stato d’animo è assai differente da quando mi pareva che non sarei sopravvissuta ai ritmi che hai imposto alla mia vita, quando sei arrivata.

Mamma … Mamma…. Mamma… Mentre sto sistemando il tuo balcone sento in strada il pianto forte di un bambino piccolo che il probabile nonno sta cercando di consolare mentre la madre si allontana voltandosi più volte per fare un cenno di saluto con la mano. Quel pianto e quel richiamo mi raggiungono nel cuore e mi collegano subito a te che in queste ultime settimane stai affrontando tanti cambiamenti. Vorresti ogni tanto urlare mamma, mamma pure tu, anche se sei una ragazza? Vorresti protestare perché non ti stanno bene alcune cose? Vorresti esprimere la gioia per una bella esperienza e nuovi incontri? Chi lo sa.

Io impazzirei a non capire, mi dice una collega che non sa di trovarsi difronte a qualcuno che ha imparato a ingoiare pietre e che tante volte ha avuto l’impressione di “uscire pazza”.

E poi ripenso alle nostre ultime notti insonni, alle domande nuove, ai dubbi, alla tua e alla nostra stanchezza. Ci sono genitori che si sentono quasi degli eroi quando raccontano di essere sopravvissuti alle notti insonni dei primi tre anni di vita dei loro figli e ce ne sono altri che in una chat privata la mattina si raccontano con ironia, leggerezza e affetto della notte dei loro figli di diciotto, diciannove, trentatré e trentasette anni. Ognuno a suo modo affronta la propria avventura.

Noi abbiamo dovuto imparare che la notte svela misteri e, a volte, rivela incontri inattesi e sorprendenti tra cuori alla ricerca.

In cerca di bellezza

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cercasi bellezzadi Irene Auletta

Che carina che sei oggi vestita così! Ogni volta che sento quest’affermazione mi auguro che il messaggio vada oltre la superficie, sia per chi lo pronuncia che per te, mentre lo ricevi. Mi perdo a pensare che la parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”. Certo, l’estetica è un concetto ben più complesso e qui forse stiamo parlando solo di apparenza. Tu guarda dove mi portano oggi i pensieri!

Insomma, come siamo vestiti non conta nulla perché quello che valiamo lo dimostriamo con i fatti e non certo per come siamo abbigliati! La dichiarazione arriva da una collega che racconta infastidita di come, soprattutto in passato, le abbiano più volte fatto notare che il suo abbigliamento e alcune sue modalità relazionali, fossero poco consone al ruolo professionale di psicologa. Certo che detto così non fa una piega e rischia di somigliare un po’ troppo alla scontata battuta “l’abito non fa il monaco”. Ma davvero alcuni aspetti della nostra apparenza hanno così poco a che fare con i significati veicolati nell’incontro con l’altro?

Guardo alcuni tuoi compagni del centro e non posso, con tristezza, non trovarli trascurati. Ogni volta che il tuo maldestro contatto fisico invade lo spazio altrui, spero sempre che porti anche sensazioni piacevoli. Cosa vuol dire per te, e tanti ragazzi disabili come te, farti valere per quello che sei, oltre l’apparenza?

E poi eccomi stamane a scambiare pensieri con altre madri di figlie disabili e a porci interrogativi su possibili trattamenti estetici, parrucchieri e tinte. Sarà giusto coinvolgere ragazze o donne in qualcosa di cui magari non comprendono neppure il senso?

Come al solito, le categorie giusto o sbagliato mi stanno strette, soprattutto di fronte a quesiti analoghi. Però, sento forte più che mai il bisogno di ripescare quell’idea di bellezza che non coincide con le griffe o il make-up. Credo che, noi tutti, abbiamo urgenza di dare valore a quello stato dell’anima capace di nutrire gli incontri di respiro nuovo e di portare luce proprio laddove la vita, inesorabilmente, si ostina a imporre le sue ombre. Sarà anche questa la bellezza?

Stamane mettiamo questa maglia con la stella brillante che ne dici? Mi guardi perplessa e forse davvero per te questa cosa non ha alcun senso. Giunte al Centro l’educatrice e una tua compagna mostrano di apprezzare quel luccichio. Ti volti, mi guardi e mi abbracci lasciandomi nel naso quel profumo spruzzato ridendo delle tue facce buffe.

Si, è questa la bellezza, e so che per me è vitale continuare a cercarla.

Prospettive verdiazzurre

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Prospettive verdiazzurredi Irene Auletta

Senti, la fatica così non mi dice niente, se non ne capisco il senso temo di non riuscire a proseguire. Circa ventiquattro anni fa dicevo questa frase mentre facevo cadere a terra uno zaino che mi aveva accompagnato fino a quel momento in quella che era la mia prima vera escursione in montagna. Vabbè che il tipo mi piace parecchio, pensavo, ma a tutto c’è un limite cavolo …. E poi io sono una donna di mare perlamiseria!

Le strade della vita sono così e grazie al mio compagno di viaggio, negli anni a venire, ho imparato ad apprezzare quelle esperienza per me sconosciute, scoprendone inattese possibilità e limiti che … vanno bene così.

Ma sei sicuro che all’andata abbiamo fatto questo sentiero, non lo riconosco? Mi consigli di voltarmi e guardarmi indietro per ritrovare le tracce di quella stessa esperienza fatta poco fa in direzione contraria. Le camminate in montagna sono fonte di continue immagini metaforiche che restituiscono luce a tante altre dimensioni dell’esistenza. Anche la propria vita a volte, guardata nel presente non si riconosce, così come pare di aver smarrito la propria essenza.

Per questa gita parto con uno stato d’animo abbastanza provato dagli ultimi mesi o forse dalla mia stessa vita. Mi piacciono, mentre percorro il sentiero in salita, la sensazione di prendere distanza da questioni troppo calde, il silenzio che alimenta le onde lente dei miei pensieri e l’idea di voltarmi indietro per guardare cosa è accaduto.

Piano piano mi riconosco e mi rimetto in ordine. Fa un po’ bene e un po’ male. Ho perso pezzi che posso recuperare e ho fiducia ma, ogni immagine di quello che vedo, come un fotogramma al rallentatore, mi richiama a stare nel mio sentiero di vita, che è questo e questo rimane.

Mi torna in mente la scena del film Ratatuille quando il famoso critico culinario chiede che gli venga servita della prospettiva. Le nostre vite, troppo spesso schiacciate da un ingombrante quotidiano, rischiano proprio di perdere di vista quel respiro lungo offerto da uno sguardo capace di spaziare, osare ed andare oltre.

Dissi anni fa che la ricerca di senso è un sapore al quale non posso rinunciare. Oggi me lo gusto pienamente con gli occhi rivolti al cielo. Ancora una volta la montagna mi ha insegnato parecchie cose. Su di me.

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

Per Nicola

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di Irene Auletta

Leggendo questo post ho fatto un viaggio nella memoria.

Mi rivedo a tredici anni, nell’attesa dell’annuncio della nascita di mio fratello, di fronte allo sguardo stravolto di mio padre, che esce di corsa di casa salutando me e mia sorella con un veloce “il piccolo è nato ma non sta bene”.

In realtà, io ero abbastanza grande per non chiedere ai miei genitori cosa avesse di strano mio fratello e il mio incontro con il mondo della disabilità iniziava già allora a farsi strada, sostituendosi a quell’adolescenza spensierata e leggera che non ho mai conosciuto.

Mi sono trovata da sola a rispondere alle domande e agli sguardi e riconosco oggi la fortuna di quei fratelli o sorelle che possono essere aiutati dai genitori a trovare rispose e significati di fronte ad un mondo che sottolinea la differenza ad ogni respiro, rischiando di toglierti il fiato. Non credo certo che i miei genitori siano stati inadeguati o incapaci, semplicemente non sono stati in grado di fare altro e oggi, ormai anziani, mi sembrano spesso bisognosi di essere rassicurati rispetto alle loro buone intenzioni.

Di sicuro il tempo fa la differenza e, siccome stiamo parlando di circa quarant’anni fa, è anche possibile riconoscere come la cultura e le immagini della diversità abbiano fatto da allora parecchia strada.

Ricordo bene le domande dei miei compagni di classe o amici di quartiere, quando ci incontravano insieme e più ancora, ricordo gli sguardi sfuggenti, gli interrogativi non espressi, la curiosità. In realtà avrei voluto anch’io che qualcuno mi spiegasse, mi aiutasse a trovare un senso e mi permettesse di esprimere le mie fatiche quando, anch’io, mi sentivo guardata in modo strano.

Vivere accanto alla disabilità è un po’ così, o almeno, così è stato per me. Finisci anche tu con il sentirti un po’ diverso e, come sorella o come madre, mi sono dovuta misurare fino in fondo con questo sentimento. Da adulta, ho cercato porte a cui bussare, quando i perchè che avevo dentro hanno rischiato di farmi esplodere in un ruggito e, può essere, che questa esperienza sia un po’ risparmiata ai bambini che oggi possono chiedere ai loro genitori della diversità presente nella loro famiglia.

Quindi, ben vengano tutte le risposte, i tentativi di trovare insieme un significato, la possibilità di avviare una ricerca di senso tenendosi per mano, di gioire o disperarsi sentendosi non da soli.

Novembre è un mese speciale per me e per noi. Ricordo con chiarezza il giorno dell’ultimo saluto. Da allora sono successe tante cose e tanti incontri. La mia ricerca non si è mai interrotta e proprio lì ho trovato le mie risposte, magiche cure per le mie ferite.

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