Cronache d’estate

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di Irene Auletta

Siamo in attesa della banda. Un piccoletto di cinque/sei anni ci si avvicina chiacchierino. Ciao come ti chiami? dice rivolto a te. Di fronte alla mia risposta ti osserva curioso e puntuale arriva la solita domanda. Ma lei perché non parla? Sembra soddisfatto della mia risposta e commenta che (comunque!) ti trova bella e simpatica. Saltella verso il padre urlando Papa’ ho conosciuto una bambina Luna! Pure agli occhi dei bambini risulti piccola e ormai, io e tuo padre, siamo abituati anche a questo.

Mentre la musica si avvicina, il capannello di persone si popola e ci scambiamo saluti e battute “da spiaggia”. Da quanti anni ci conosciamo!, commenta una signora mentre mi chiede quanti anni hai. Quando ci stiamo per salutare commenta che “parla spesso di questa ragazza del mare che forse per tanti versi non è stata molto fortunata ma di certo ha la fortuna di avere due genitori che la amano così tanto da renderla felice”. Sorrido commossa e penso che gli sguardi sono sempre pieni di parole che a volte e’ curioso ascoltare.

Poco dopo, passata la banda accolta con la rinnovata allegria, siamo in acqua per il nostro primo bagno della giornata. Ti guardo nuotare con quella nuova maschera che da qualche anno stai imparando ad utilizzare sempre meglio, a vantaggio di quelle nuove possibilità che ti hanno definitivamente liberata da braccioli o altri orpelli da galleggio. Nuoti libera e sarà che in acqua anch’io assaporo quel gusto, questa esperienza mi pare, anche per te, unica e bellissima. Il tuo corpo sperimenta movimenti che la gravità rende più lenti e complessi e ti osservo flessuosa, morbida, allegra.

Eppure anche questa libertà non è per te gratis. Tu, che non tolleri neppure una mollettina invisibile tra i capelli, hai imparato ad accettare questo aggeggio che ti contiene l’intera faccia e che a parecchi crea un senso di fastidiosa claustrofobia.

Ti vedo libera, di scegliere, di provare, di avvicinarti e allontanarti. Libera di giocare e divertirti.

Ogni genitore ha il suo orizzonte educativo e oggi il mio mi appare sempre più chiaro. Felicità e libertà.

La disabilità e’ sempre lì, sullo sfondo, e profuma di mare.

Ci sono regni

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Manila-Grace-Denim-Marrakech-collection11di Irene Auletta

Mi colpiscono sempre quei moderni vezzi affettivi che trasformano tutti i bambini piccoli in principi e principesse. Vedo le madri, regine più o meno consapevoli di quella meraviglia, prese ad affrontare un radicale cambiamento che porta con sé intrecciate gioie e fatiche inattese e impreviste. Basta guardarle, in quel loro passare in pochi secondi da un aspetto trasognante a quello carico delle ombre che la cura continua richiede.

Insomma, a volte osservando le madri con i bambini piccoli tutto mi viene in mente tranne che il riferimento a regni magici e forse, come hanno detto autorevoli scrittori, la felicità si coglie sempre dopo averla attraversata e non mentre la si incrocia.

Avere figli che ti fanno vivere la vita al rallentatore può avere le sue speciali fortune, facendoti ritornare tante volte su quei gesti che, negli anni, si ha la possibilità di affinare fino a sperare di farli avvicinare quasi alla perfezione. Sono regni dove però non esistono principe e principesse. Delle regine neppure a parlarne.

Quando una madre porta nel mondo suo figlio si abitua a ricevere gli sguardi dolci e amorevoli dei passanti, tanto da non prestarci quasi più attenzione. E così, i commenti rivolti ai piccoli, diventano complimenti e ammirazione durante la crescita e nel passare degli anni, restituendo anche ai genitori quel senso di soddisfazione, ben visibile nei loro sorrisi, per il “lavoro ben fatto”.

Ci sono mondi nei quali è invece impossibile staccarsi di dosso lo sguardo altrui che, fatte le dovute  eccezioni, di solito trasmette emozioni tutt’altro che positive. Negli anni ti accompagna sempre attraverso quelle parole mute che continuano a darti pizzichi anche quando diventi maestra a schivare gli occhi di tutti quelli che incroci.

Sono regni come il nostro, fatto di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne che, come direbbe tuo padre, nel loro genere possono avere un peculiare perché. In tali occasioni, ai castelli sovente si prediligono le fortezze e non di rado gli abiti incantati sono sostituiti da vistose armature.

Ci vogliono anni di duro lavoro, nel vero senso della parola, per concedersi il lusso di indossare abiti leggeri e di farli svolazzare nel vento. Cosi ci vedo io e te, a passeggiare in riva al mare in quei nostri rituali di gioco che sono il nostro immancabile appuntamento. In quei momenti, dove per attimi scompare la tua e la nostra goffaggine, andiamo incontro a quella pura meraviglia che sa arrivare fino a laggiù, a prendersi cura dei nostri cuori.

Scelgo ergo sum

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Il bicchiere mezzo...nella tempesta

Talvolta mi chiedono se sono felice. Risponderò raccontando una storia. Anzi, due. Quindi verrà fuori un post piuttosto lungo: accomodatevi e armatevi di pazienza, un discorso sulla felicità non può essere troppo frettoloso.

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Storia numero 1
 

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Da allora non ci siamo mai persi totalmente di vista, nonostante la distanza. E’ capitato anche non ci vedessimo o addirittura sentissimo per qualche anno, ma il filo della nostra relazione non si è mai spezzato. Qualche anno dopo è arrivata Lina, fidanzata e poi moglie, e da allora è una coppia che frequentiamo, incontrandoci due o tre volte l’anno. Ci ritroviamo, io e Federico, anche dopo qualche mese, riprendendo da dove avevamo lasciato la volta precedente. Un intimità preziosa quella che intercorre tra noi, rara. E anche questa volta si è manifestata sin dai primi istanti.

Giornata solare e fredda da festività natalizie ancora in corso. Decidiamo di fare un giro in centro a caccia di luminarie. Eravamo in cinque: i torinesi e la nostra famiglia al gran completo. Ora, senza i figli ormai grandi, loro si possono muovere molto più liberamente e tutti e quattro, in varia misura, ci siamo così occupati di Luna.

Tram, fermata in via Larga, poi Piazza Fontana, Corso Vittorio Emanuele, Duomo, Galleria, piazza Fontana, piazza Mercanti, Cordusio, di nuovo tram per il ritorno. Una vera passeggiata da signori. Luna cammina felice, passando in continuazione da una mano all’altra, sempre comunque con due di noi a fianco, uno a destra l’altro a sinistra. Fa freddo, a un certo punto pare stanca, ma la convinciamo a portare Lina in giro per una Milano che ha frequentato anni per lavoro, ma non ha mai visto. Tornati a casa, ci stipiamo sulla mia auto e voliamo in quel di Melegnano per vedere la Casa di Babbo Natale. Un tripudio del Kitsch spettacolare cui ricorriamo per compensare la luminosità austera di questo inverno 2015.

Ma il pezzo forte è stato il ristorante.

L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra carino e molto attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. E poi, in pratica è dietro casa nostra. Abbiamo mangiato divinamente, serviti velocemente, Luna è stata straordinaria comportandosi da quella diciassettenne che è: ha finito una pizza enorme seguita da un gelato abbondante, mentre mangiava scansionava con lo sguardo tutto quello che stava accadendo nel frattempo in quel ristorante affollatissimo e attraversato in lungo e in largo da una decina di camerieri. Sarai disabile, figlia mia, molti dei tuoi tratti sono perennemente infantili, ma dietro quei tuoi occhi gioiosamente curiosi, si vede una persona che cresce. A suo modo. E noi, in questi momenti, sentiamo l’orgoglio montarci dietro il naso e nel cuore.

Abbiamo parlato di tutto noi adulti. Di Luna, dei loro figli ormai grandi ma ancora bisognosi della loro attenzione, del ristorante che avevamo trovato, della famiglia di lui, della nostra storia comune. Una serata serena, bella, piena. Della quale siamo andati avanti a parlare, la sera tardi, dopo che i nostri amici hanno imboccato la via del ritorno.

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Storia numero 2

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Ne era nata una splendida amicizia, ma la lontananza chilometrica e poi anche di scelte di vita, non ci ha permesso di viverla come avrebbe potuto, come avremmo voluto. Ci siamo persi di vista per moltissimo tempo, poi ci siamo rincontrati e riusciamo a concederci qualche momento durante l’anno o da noi o da loro, sempre però di sfuggita, lasciandoci ogni volta con il rammarico di non poter vivere assieme nulla.
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Faceva un freddo cane e portarsi appresso Luna non è mai una cosa facile. Abbiamo comunque deciso di farci un giro per il centro a caccia di luminarie. Siamo andati in tram, per non finire incasinati nella folla con l’auto, e ci siamo sciroppati un tour cittadino affollatissimo e gelido senza trovare l’ombra di una luce, se non quelle della Rinascente e l’immancabile albero natalizio eretto sul sagrato. Luna a un certo punto non ce la fa più, inizia a impiantarsi con quella modalità da mulo che trasforma noi tutti nel conducente che tira e tira senza riuscire a smuoverla. Tenta anche un paio di volte la tattica “mi butto per terra e resto qui”. Riusciamo a trascinarla in qualche modo sino in Cordusio, riprendiamo il tram e torniamo indietro. Sarebbe stato da restare a casa al caldo ma, per riparare la delusione delle luminarie mancanti, decidiamo di portare gli amici sino a Melegnano, a vedere la Casa di Babbo Natale. Una roba kitsch oltre ogni immaginazione, servita per lo meno a compensare sul piano della quantità, il centro illuminato che avevamo sperato ma non trovato.
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Poi c’è stato il ristorante.
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L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra per lo meno attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. In pratica era dietro casa nostra, ma abbiamo dovuto andarci comunque in auto perché rimettere in cammino Luna era da escludere, a meno di non arrivare in ritardo o, peggio, di arrivarci con un’incazzatura da far andare di traverso il menù. Pizze ottime e anche servite velocemente. Meno veloce riuscire a mangiarle, perché metà del tempo l’abbiamo passato a tagliare la pizza di Luna e ad aiutarla a infilarla con la forchetta. Procedura simile con il gelato successivo. Per lo meno ha mangiato tranquilla distraendosi con tutto il casino che c’era in giro per la sala.
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Nel frattempo noi adulti abbiamo parlato del più e del meno. Anche dei loro figli, che sino a poco tempo fa sarebbero stati lì in mezzo a noi, mentre ora sono sufficientemente grandi per farsi i fatti loro, mentre i genitori si fanno una gita a Milano per venire a trovare noi. Noi invece no. Noi siamo ancora in tre, nonostante Luna abbia diciassette anni e dovrebbe essere chissà dove con chissà chi e farci stare in ansia, invece di essere fisicamente in mezzo, in attesa che le si tagli la pizza, e ci resterà per tutta la vita. Insomma, una serata piacevole ma inevitabilmente amara, foriera di altre serate analoghe che ci restituiranno di volta in volta sempre di più l’impossibilità di cambiare. Abbiamo avuto amici con i quali abbiamo condiviso la nascita dei figli e poi i loro primi passi. Abbiamo visto con gli anni allargarsi inesorabilmente la forbice con nostra figlia. Li vediamo ora in apprensione perché i figli crescono, li vedremo fra non molto in attesa dei nipoti. Noi eravamo, siamo e saremo occupati a prenderci cura di una figlia condannata a un’infanzia perenne.
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Ci siamo taciuti tutto questo, dopo, quando siamo rimasti da soli. Troppo occupati a contenere il mal di schiena che nostra figlia, ancora una volta, ci aveva provocato.
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Epilogo
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La felicità non è una condizione: è una scelta.

Gocce di felicità

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gocce di felicitàdi Irene Auletta

Piove. La primavera tarda ad arrivare e anche stamane ci accoglie una giornata uggiosa.

Mentre ci prepariamo per l’avvio della nostra giornata, una serie di imprevisti si pongono sulla nostra via con l’intenzione di farci venire il malumore. Ma noi resistiamo.

Riusciamo a recuperare il ritardo accumulato e scendiamo in anticipo, senza correre. Incrociamo diverse persone del nostro palazzo.

Anche stamane piove, non se ne può più. Questo umido ci sta entrando nelle ossa, ma quando arriveranno le giornate di sole? A guardare fuori dalla finestra viene voglia di rimanere chiusi in casa, altro che andare a lavorare!

Frasi rubate qua è la mentre attendiamo il pulmino che passa tutte le mattine per accompagnarti a scuola. Io le ascolto come sottofondo, tu sei altrove e, di certo, di queste affermazioni non te ne importa nulla.

Vuoi passeggiare da sola sotto la pioggia e allora facciamo un patto.

Lo puoi fare a condizione che sopporti il cappuccio, altrimenti devi stare vicino alla mamma sotto l’ombrello.

Accetti e resiti. Tenere in testa qualcosa per te è una vera tortura, ma la voglia di passeggiare sotto la pioggia vince la lotta. Prima il gioco riguarda le mani e le dita, che cercano di afferrare le gocce che ti circondano. Poi, quasi per caso alzi la testa e mentre ridi, una goccia ti finisce sulla lingua e così inizia la seconda parte del gioco e tu cammini con la bocca aperta nel tentativo di far posare nuove gocce sulla lingua. Come sempre ridi, felice della scoperta e della sorpresa curiosa.

Passa una vicina di casa e correndo via ci dice ma come fate ad essere così dì buon umore con questo tempaccio?

Ti guardo e penso che tu sei proprio così, sempre alla ricerca dell’eccezionale e stamane la mia giornata inizia felice, grazie a te.

Lei, non può capire.

Lavori sporchi

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“Hai lasciato a me il lavoro sporco…”. Questo ho detto ieri a Francesca Rigotti, filosofa, milanese di nascita, residente a Gottinga, docente a Lugano, subito dopo il suo intervento e prima del mio al convegno I percorsi della felicità, Ca’ Roman, Chioggia, Cnca, 7-9 settembre…

In effetti condensare una riflessione sulla Felicità in tre quarti d’ora non è facilissimo. E Francesca è stata veramente brava a compendiare, in un tempo così ridotto, l’intero pensiero filosofico occidentale, interrogandolo a partire dal tema assegnato. In più, lo devo ammettere, con navigata esperienza da conferenziere: testo scritto, ma non si capiva perchè sembrava parlasse a braccio, slide che sottolineavano i concetti in modo spesso divertente, diversi accenni personali, insomma, quarantacinque minuti corsi via con un respiro concettuale imponente e insieme leggero. Finale a effetto, applausi prolungati, coffee break o poi il sottoscritto.

Avrei voluto prendere i miei appunti e stracciarli platealmente a dire con enfasi che, in pratica, tutto quello di cui avrei voluto parlare io – la Felicità come diritto, come valore, come sentimento e come virtù – l’aveva già detto lei. Ma non potevo perchè i miei appunti erano sull’iPad. E poi non era del tutto vero, qualcosa mi restava: parlare della Felicità dal punto di vista educativo. Il lavoro sporco, appunto.

Durante il viaggio di ritorno, mi sono chiesto perchè mi fosse venuta in mente questa immagine, che negli ultimi tempi ho utilizzato più volte e che anche dopo il mio intervento continuava a girarmi per la testa. Perchè parlare di educazione, o peggio ancora farla, sarebbe il “lavoro sporco”? Un lavoro che sporca le mani evidentemente e che, di conseguenza, non tutti vogliono fare? Insomma, cosa è accaduto in quel di Ca’ Roman nei pressi di Chioggia duettando di Felicità con una preparata e piacevole filosofa?

E’ accaduto che ci siamo suddivisi tacitamente i pronomi: lei ha ragionato sulla Felicità dal punto di vista dell’io, io ne ho pontificato dal punto di vista del tu. Insomma, una cosa è cercare la Felicità per me, altra è cercarla per te. Questo, alla fine, è il lavoro sporco. Che poi l’educazione, a seconda delle scuole di pensiero, delle epoche storiche e delle latitudini indichi, prescriva, imponga, solleciti, promuova, aiuti a cercare o consegni chiavi in mano la Felicità, resta sempre un lavoro sporco perchè si fa comunque gli affari tuoi. Del resto, e come si suol dire, qualcuno lo deve pur fare…

NB: devo l’accostamento di questo modo di dire con il lavoro educativo al racconto di Yuri, un educatore di Milano, narrato durante una delle serate di Agorà intitolato Raccolta differenziata. Ovvero quanto pesa il cibo all’osteria dell’educazione

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