Orizzonti

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merini_morellidi Irene Auletta

E così accade che alcuni pensieri ti raggiungono prima nella pancia. Leggo il post di una madre che vorrebbe prendere su di sé i mali e le fatiche del figlio usando parole crude che non lasciano dubbi. Se servisse amore mio prenderei ago e cotone e mi cucirei la bocca per non dire neanche più una parola se servisse a far parlare te.

Quante madri si sono ritrovate e si trovano ogni giorno con quelle parole in bocca sentendosi al tempo stesso uniche e parte di un tutto pulsante al femminile? Può essere che anche i padri si ritrovino di fronte a pensieri simili ma quello di assumere sul proprio corpo i mali del figlio mi pare una cifra assai materna, forse a segno di quella responsabilità mai interrotta del proprio corpo nato come prima custodia di un bene così prezioso.

Io ci ho pensato tante volte in questi anni e, come accade sovente rispetto a molte vicende della nostra relazione, mi accorgo che il passare del tempo introduce sfumature e toni differenti. Certo, ancora oggi ci sono giorni in cui vorrei prendermi le tue cadute, i tuoi tremori, le tue urla di protesta di fronte a qualcosa che non riesci a dire e forse neppure a pensare. Ma, sempre di più, il mio posto si definisce al tuo fianco, solo a tenerti per mano oppure a vivere quel senso di mancanza in tua assenza.

A questo penso proprio ora di fronte alla domanda di scrivere qualcosa sul “dopo di noi”, su quel tempo che sa di futuro e che svela l’eterna vulnerabilità dei figli disabili.

Anni fa in un post ho scritto che comprendevo bene i genitori che si auguravano di chiudere gli occhi per sempre allo stesso istante dei loro figli e ancora oggi sento la forza di quel desiderio, figlio della paura dell’ignoto. Al tempo stesso però penso che, crescendo, anche i figli disabili hanno il diritto di vivere la perdita e la mancanza dei propri genitori, esattamente come accade a noi tutti e oggi, la mia responsabilità di madre ogni tanto riesce a sbirciare oltre le viscere e a intravedere quel futuro, senza interrompere troppo a lungo il respiro.

Potrò fare a meno di te? Forse mai.

Potrai fare a meno di me? Ci sto lavorando tesoro e speriamo che il tempo ci aiuti a intravedere vie possibili che non brucino troppo il cuore.

Orizzonti pensosi

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malaladi Irene Auletta

Stamane pensavo a Malala Yousafzai che ha vinto il premio Nobel per la pace 2014 insieme a Kailash Satyarthi, “per il loro impegno contro la sopraffazione nei confronti dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini a un’istruzione”. A diciassette anni, Malala è la più giovane premio Nobel della storia.

Ci pensavo perchè sono giorni che rifletto sul senso di responsabilità e sulla difficoltà ad assumere e sostenere un pensiero collettivo anche a costo, o a rischio, di andare contro il proprio interesse individuale. Mi chiedo come possiamo tutti noi, aiutarci ad uscire dalle trappole di tanti slogan quotidiani che ormai, ahimè, sembrano vuoti, senza alcuna anima o significato. Quasi senza accorgercene la cultura del proprio interesse personale, dei propri affari è diventata dilagante e si è infilata nei pertugi delle vite, anche di quelle che forse hanno tentato una resistenza fedele.

Devo preoccuparmi del mio bene… Devo imparare a curare il mio interesse … Non vedo perchè occuparmi degli altri quando ognuno è preso solo da se stesso. Quante di queste frasi o similari ci sono diventate ormai familiari? E chi di noi non si è trovato nella condizione di volerle rivendicare anche un po’ per sè?

Il problema, sempre e ancora una volta, mi sa che ha a che fare con la misura. Non è quindi dire o pensare al proprio interesse o a quello dei propri cari ma, farlo diventare l’unico sguardo possibile e quello pervasivo in qualunque situazione e nei contesti più diversi. Ogni volta che sono in una scena professionale e sento la frase “la priorità è la mia famiglia”, non posso fare a meno di chiedermi cosa centra. Ogni vita attraversa tante scene e credo che ognuna abbia la propria peculiare priorità. Il problema forse è non confonderle e trovare modi possibili per farle dialogare.

Il fatto è che, proprio il lavoro, costringe ad un continuo confronto tra la sfera privata e quella pubblica in cui siamo immersi quotidianamente.

Una ragazza di diciassette anni capace di guardare al mondo, agli interessi altrui, oggi mi commuove.

Mi commuove perchè ho una figlia della stessa età che non potrà mai pensare il futuro e forse anche perchè mi trovo di fronte a tante scene quotidiane che mi sembrano risuonare all’unisono con la difficoltà degli adulti ad assumersi una responsabilità collettiva.

Mi commuove e mi fa paura. Come possiamo insegnare che lo sguardo al futuro è un respiro imprescindibile per qualcosa che va oltre i ristretti confini della nostra persona? Forse per deformazione professionale mi ritrovo spesso a pensare che anche in questo caso, sui piatti della bilancia potrebbe esserci la cura. Da una parte dei propri affari e dall’altra?

Sei troppo idealista, mi hanno detto di recente. Ci ripenso ancora stamane e mi dico che Malala sta insegnando al mondo che le idee, sono forti, preziose, importanti, soprattutto quando si è capaci di guardare lontano.

Direbbe Tata Matilda “lezione numero uno, appresa!”.

Teniamoci per mano

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“Fb mi chiede a cosa sto pensando…..Penso alla giornata di oggi, penso a mia figlia Ester che stamattina alle 8 era pronta per andare a manifestare pacificamente, penso alle dimostrazioni sincere di attenzione di alcuni simpatizzanti e persone sensibili alle problematiche che quotidianamente affrontiamo, penso all’assenza di risposta del Comune, penso che i nostri ragazzi hanno rischiato, per il caldo, di avere le convulsioni davanti al Palazzo e nonostante tutto volevano rimanere. Penso che domani ritorneremo a Piazza Pretoria, silenziosamente, civilmente, a chiedere un po’ di attenzione, penso che non possa essere possibile non tendere la mano per aiutare chi soffre. Ma forse sono io che, invecchiando, divento più fragile, più sensibile? oppure non riesco ad abituarmi alla non-cultura di ignorare il più fragile? In ogni caso, domani noi ci saremo. Noi saremo ancora davanti Palazzo delle Aquile, in silenzio, portando con noi solo il sorriso un po’ malinconico dei nostri meravigliosi ragazzi….”

radici intrecciatedi Irene Auletta

Mi raggiunge così, nella zona vicina al cuore, il post di Fiorella, madre di una figlia adulta che come tanti genitori sta cercando di affrontare il vuoto dei servizi e la precarietà delle proposte da rivolgere a persone disabili. L’ho sentito dire tante volte che “dopo i sedici anni i problemi aumentano” ed in effetti il momento storico ed economico non è certo dei migliori soprattutto in una cultura che purtroppo guarda ancora alle fragilità come un peso e non come un’occasione per esibire coscienza civica e responsabilità.

Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.

A volte ci si incontra, genitori e operatori, e lì si coglie un tepore speciale, di quelli che fanno sentire a casa. Dovrebbe essere un diritto? La strada è ancora lunga e per questo molte delle nostre mani sono intrecciate a distanza, per infondersi forza e coraggio.

Democrazia last minute

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indeciso-600x450

Questo è un appello rivolto a quel 10% di persone che, pare, deciderà tra oggi e domani se e chi votare. Sembra anche che questi elettori “last minute” tendano a seguire i consigli delle persone che conoscono e delle quali hanno più fiducia. Dunque è per questo che scrivo e mi rivolgo a loro. Lo faccio cercando di smontare tre luoghi comuni molto diffusi.

a) TANTO NON CAMBIA NULLA. Che è come dire a che serve che io mi scomodi per andare a votare? SBAGLIATO. Non posso ovviamente assicurare che le cose cambieranno in meglio, ma quello che è certo è che possono andare peggio. Molto peggio. Dunque se il migliore dei casi è che restino come sono,  tanto vale andare a votare. E votare per lasciarci alle spalle questi ultimi vent’anni che sono stati sicuramente il peggio della nostra democrazia. Sino ad ora…

b) TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO. Ovvero voto quelli che dicono le cose come stanno e non sono compromessi con il passato. So bene che non possono governare a sto giro, ma intanto andranno in Parlamento a fare un bel po’ di casino e impediranno un governo inciucio, cambieranno la legge elettorale, torniamo a votare e allora sì che cambieremo finalmente le cose!! SBAGLIATO ANCHE QUESTO: se si vogliono fare le rivoluzioni si tirano fuori le palle in prima persona, si imbracciano le armi e si va in piazza. Per lo meno è una roba più veloce. Ma fare i rivoluzionari per procura fa ridere non fosse che se dovremo tornare alle urne nel giro di un anno, ci sarà da piangere. Molto da piangere. E per tutti, a partire dai più deboli. Abbiamo bisogno di un governo stabile e di un governo che segni una differenza importante con i dodici anni che abbiamo alle spalle.

c) NON MI RAPPRESENTA NESSUNO. Ovvero non c’è un solo partito o candidato nel quale io mi possa riconoscere, VERO, e nessuno di quelli che andrà in Parlamento mi rappresenterà, FALSO. Quelli che siederanno in Parlamento rappresenteranno tutti, compresi  quelli che non hanno votato. Voteranno leggi, governi, riforme, magari anche quelle costituzionali, e lo faranno in nome del Popolo Italiano. In democrazia non si può scegliere se essere o meno rappresentati, MA DA CHI. E questo povero Paese ha bisogno di essere rappresentato da qualcuno che sia meglio del peggio che ha nelle sue viscere. Almeno un po’.

Dunque, e questo è davvero il mio ultimo accorato appello, andiamo a votare e votiamo per evitare di affossare il nostro prossimo futuro.
Igor Salomone

Count(s) down…

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locandina_dedali BOT

764123943_Elezioni-urne-voto

Strana questa fine di febbraio trascorsa scandendo due conti alla rovescia paralleli: la presentazione della nuova associazione, eredità ma anche no del glorioso Studio Dedalo consegnato ormai alla storia, e le elezioni politiche. Se doveva esserci un segno della tradizione nel passaggio dal vecchio al nuovo, eccolo: un calendario locale – serate, seminari, convegni – sempre e regolarmente in conflitto con quello globale – Champions League, mondiali di calcio, elezioni di ogni tipo – . Sia detto a imperitura memoria: non eravamo noi a mettere in agenda cose senza tener conto del Mondo, è il Mondo che ha sempre messo in calendario le sue cose senza tenere in minimo conto ciò che noi avevamo GIA’ programmato in precedenza… Dunque Dedali sembra nascere sotto i migliori auspici.

Visto però che i count down sono due, ne approfitto per augurare la massima partecipazione a entrambe le scadenze. Certo, lungi da me la supponenza di paragonare il futuro della nuova storia associativa a quello del nostro Paese, ma davanti alle urne avremo tutti quanti una grande responsabilità: imprimere una svolta decisiva al passato, raccogliendone il meglio e lasciandoci alle spalle ciò che va archiviato. Non è la stessa scommessa sulla quale nasce l’Associazione Dedali….?

Dunque, per una volta, la sovrapposizione di scadenze sarà virtuosa: tutti alle urne, per lo meno quelli che tengono  a vivere in un mondo più decente, e tutti sabato 23 mattina alla presentazione della nuova Associazione Dedali, per lo meno quelli che vogliono capire se i suoi scopi sono anche i loro e prendervi parte attivamente. Il miglioramento delle cose, dopotutto, parte sempre da quelle più vicine.

 

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

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