Domande al filo rosso

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di Irene Auletta

Che madre sarei stata? Quante volte in questi anni me lo sono chiesta e, crescendo, la domanda è diventata sempre più dolce e velata di quella malinconia che ha saputo attendere, accarezzando il dolore.

Qualche giorno fa ascoltavo i racconti di alcune colleghe sui figli e figlie adolescenti, sui loro cambiamenti e su quei passaggi di crescita che coinvolgono i genitori lasciandoli sovente con la sensazione di essere passati attraverso una forte perturbazione emozionale e relazionale.

Molti genitori, avendo figli con e senza disabilità, possono forse vivere e sperimentare le differenze possibili e, mi auguro per loro, imparare dalla reciproca esperienza. Non sempre tuttavia ho la sensazione che questo accada e, al contrario, in diverse occasioni ho percepito forte il gusto spiacevole delle occasioni mancate.

Quando mi ritrovo coinvolta in queste chiacchiere tra madri, qualunque sia il tema, difficilmente mi viene chiesto qualcosa forse per delicatezza o forse per la difficoltà a trovare domande possibili per incrociare le storie diverse. Come posso parlare, ad esempio, della tua adolescenza evitando le banalizzazioni che negano gli abissi che separano i nostri figli, provando ugualmente a sentirmi più vicina ad altre madri? Domande sospese e probabilmente è che devono restare.

Al tempo stesso però quel medesimo giorno, ho realizzato che al mio fianco era seduta una collega amica non madre e che neppure a lei nessuno ha rivolto alcuna domanda come se, il fatto di non avere figli, la lasciasse inevitabilmente ai margini di quel confronto. E’ stata brava lei invece, ad intervenire citando la sua adolescenza e la sua esperienza professionale con le madri, facendo intravedere un filo rosso che delicatamente univa i racconti.

Che madre sarebbe stata lei? Chissà negli anni quante volte la stessa domanda è stata sua compagna di viaggio, tra dolcezze, mancanze e malinconie. A volte proprio nelle differenze si rintracciano quesiti simili che rendono le storie assai più vicine di quello che svela l’apparenza.

Mentre scrivo sei qui al mio fianco e quando i nostri sguardi si incrociano mi sorridi con quel sorriso che, attraversando mondi, unisce i nostri battiti.

Eccola qui, la mia risposta.

Madri in viaggio

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di Irene Auletta

I post relativi alla giornata della festa della mamma scorrono veloci sulla mia Home di Facebook e sto quasi pensando di rilanciarne uno dei miei già pubblicati per la stessa ricorrenza. Rileggendone alcuni però mi accorgo che ognuno, degli anni passati, trattiene un pezzo peculiare di storia e sentimenti legati a quel particolare momento. Tante emozioni e molti pensieri sono naturalmente ancora oggi validi ma forse, nel tempo, sono un pochino maturati.

Sono fortunata perchè mia madre è viva e perchè ancora oggi ci sono momenti di un’intensità unica che nutrono una storia madre e figlia, arricchita di moltissime sfumature, tra gioie brillanti e dolori immensi. L’ho detto tante volte e ogni anno che passa ne ho solo la conferma. Quel posto non potrà essere occupato più da nessun altro e di quel vuoto me ne sto già iniziando a prendere cura quando guardo quegli occhi anziani, pieni di tanta vita.

Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ridotta così? L’hai detto proprio ieri, dopo una bella giornata trascorsa insieme, mentre stai facendo una fatica immensa per fare gli ultimi passi di un breve tragitto. Ma appena ti dico che sei ancora qui, vicino a me e a Luna, tu sorridi leggera e quell’attimo rimane immortalato.

Siamo solo noi quattro, io con mia figlia e i miei genitori. Un gruppo che a vedersi credo appaia parecchio folcloristico nel suo genere. Mi ritrovo in diverse occasioni ad avere entrambe le braccia occupate. Mia madre a braccetto e mia figlia per mano. Ieri e oggi, con tanta vita in mezzo.

Chi l’avrebbe mai detto che sarei stata una madre così? Mi sento universo tra universi e ho accettato da anni molti vuoti che mi separano dalle altre esperienze. Anche le persone a me più vicine credo che sovente neppure immaginino quanto alcune espressioni o commenti sui loro figli possano darmi piccoli pizzichi e quanto segnino la nostra distanza siderale.

Però mi sento anche assai vicina a tante altre esperienze che provo a coltivare come un giardino segreto e prezioso, di quelli dove ci si tiene per mano nella stessa avventura e dove le parole, pian piano, non hanno più bisogno di dire. , si sente.

Siamo in viaggio e ognuna deve prendersi cura del suo, come può.

Auguro a noi tutte la possibilità di apprezzarne ogni singola tappa dandosi il tempo di fermarsi e di dedicarsi un fiore. Ogni tanto.

Universi paralleli

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di Irene Auletta

Non c’è niente da fare, siamo un mondo a parte.

In questi ultimi tempi mi sono regalata giorni di silenzio per evitare eccessi di amarezze o anche punte di stizza che, proprio per la loro delicatezza, necessitano di grande protezione. Ci sono salti mortali che non si possono raccontare a chi non li compie quotidianamente insieme a noi e l’unica strada possibile è indossare un sorriso di circostanza, per prendere tempo e respiro dall’incalzare degli eventi.

Oltre a prendersi cura quotidianamente di un figlio disabile alcune di noi, amiche di una chat del cuore, si stanno prendendo cura da mesi del marito colpito da una grave malattia o delle madri anziane travolte da complessi problemi dell’età. Nelle nostre voci stanche, a seconda del momento critico di ciascuna, sento ripetersi sovente la stessa frase “passerà anche questa!”.

Con queste parole che mi girano nella testa io e la mia signorina oggi stiamo andando a pranzo dai nonni. Giorni difficili che sono troppo complicati a dirsi, quando mi chiudi la porta in faccia e ti rinchiudi , in quel tuo mondo più solitario del solito. E io sull’uscio di noi due, con quel toc toc silenzioso che negli anni  sto imparando a misurare per rispettarti ma, al tempo stesso, per provare a venirti a riprendere. Il dolore di saperti ad un passo da me, ma irraggiungibile,  è ancora uno tra quelli più spigolosi da affrontare.

Penso a quanto parlo di bellezza, a quanto la ricerco nei miei gesti a te rivolti, a quanto non perdo occasione per dedicartela. Difficile per noi madri con figli disabili ritrovarla in alcuni momenti, quando il mondo ci restituisce uno sguardo stonato che sottolinea senza pietà imperfezioni, limiti e “stranezze”. Per fortuna però ogni tanto ci sono anche i bambini che sanno essere meravigliosi. Qualche giorno fa, stavo cercando un paio di occhiali da sole per te, in compagnia di un’amica e di sua figlia di nove anni. Cosa ne dici di questi Serena?  Seria nella risposta non mostra alcun dubbio. Sono strani, ma anche Luna è strana e quindi secondo me sono perfetti per lei!

Siamo arrivate. I nonni sono un porto sicuro e così, entrando in casa loro, mi lascio alle spalle pensieri, timori, difficoltà. Mia madre osserva quel tuo gesto che sa farmi male e subito mi sorride. Non preoccuparti, passerà anche questa!

Forse non lo sappiano neppure, ma questa deve essere la frase in codice di noi che attraversiamo le burrasche ostinandoci a rimanere affascinate dalle sfumature di ogni conchiglia. Grazie mamma, per avermelo svelato. Ancora una volta.

Salutarsi così

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di Irene Auletta

Le volte che al mattino dormi cerco di chiamarti il più tardi possibile per farti godere di quel piacere che puoi assaporarti in poche occasioni. Poi però il ritmo deve necessariamente aumentare per arrivare puntuali all’arrivo del pulmino che ti porterà verso la tua giornata.

Stamane ti incalzo chiedendoti collaborazione sottolineando il fatto che in questi giorni siamo da sole e mi devi proprio aiutare. Quasi a trattenere la mia domanda sei particolarmente disponibile in tutte quelle (tante!) routine del mattino rispetto alle quali purtroppo devi subire i miei ritmi e i miei gesti.

Corri, corri Luna che ce la facciamo ad arrivare in orario anche senza babbo!

Ridi e ridi e questa è la mia carica del mattino e quando ti vedo così serena il respiro si allarga, pieno di sentimenti belli. In effetti sono quasi certa che pochi genitori possono godersi attimi di allegria pura così con una figlia della tua età. Luci e ombre, fatiche e possibilità, gioie e dolori. Così è la vita e stamane mi sta comoda.

Finalmente arriviamo in ascensore ancora alle prese con le maledette zip dei nostri piumini che regolarmente si inceppano nella corsa. Ma nulla sembra turbare il nostro buonumore e così, con il sorriso sulle labbra,  ti vedo salire e accomodarti al tuo posto. Questo è il rituale che conosci bene con tuo padre perché quasi sempre è lui che ti accompagna al mattino mentre io provo a rimettere una parvenza di ordine a ciò che il tuo passaggio ha travolto prima di uscire di casa.

Lo imito in quel comportamento di fare il giro del pulmino per salutarti attraverso il finestrino. Sarà che lo faccio poco, sarà che sono io, sarà questa fredda luce d’inverno, ma gli occhi mi pizzicano un poco.

La tua mano si avvicina alla mia e ci diamo un’ultima carezza attraverso il vetro. Ciao amore, passa una buona giornata, ti dico mentre mi sorridi e capisco che nonostante il finestrino chiuso mi senti. Allora non resisto al nostro gioco.

Ma senti, stamane te l’ho detto già quanto ti voglio bene? 

Ridi, rido e ti guardo andare.

Incontri di vita

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img_3110di Irene Auletta

“Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo”. Talmud

Giorni particolari, senza di te eppure pieni di te.

La partecipazione al convegno annuale organizzato dall’Orsa, organizzazione sindrome di Angelman, è un appuntamento fisso per molte famiglie che colgono anche l’occasione per incontrarsi e ritrovarsi.

L’ascolto delle relazioni presentate dai vari esperti invitati si alterna a tutti quegli scambi che condiscono le giornate di un sapore assai speciale. È così, davanti a un caffè, nelle pause pranzo e cena, di fronte ad una tisana o ad uno Spritz della sera, ci ritroviamo a scambiarci commenti sugli interventi dei relatori, impressioni sulle proposte dell’associazione e racconti delle storie insieme ai nostri figli.

A guardarci mi colpisce ogni volta la bellissima varietà di emozioni che ci attraversa. I nostri sguardi seri quando condividiamo preoccupazioni, le risate che sprigionano un’allegria al colore dell’arcobaleno e i nostri occhi che a volte si incrociano proprio mentre luccicano di quelle emozioni dolciamare che attraversano le complesse storie che condividiamo.

Grazie alla presenza di tanti bambini e ragazzi, ogni volta ti riconosco in quel gesto, in quella peculiare risata, in quel movimento. Non mi hai lasciata da sola per un attimo neppure nella distanza e quest’anno, quasi sempre, a pensarti mi scappa un sorriso.

E proprio qui ad Assisi, stupenda città che come sempre volge lo sguardo alla Pace, cerco un equilibrio possibile della mia anima, per farla avvicinare con leggerezza agli altri genitori. Me lo ricorda una mamma, persona molto cara che conosco da qualche anno, che anche il mio nome porta con se la pace nel suo significato. E allora mi ci aggrappo.

Nel viaggio di ritorno, mentre la tua mancanza si fa frizzante, questi pensieri mi fanno compagnia tra il cielo azzurro e limpido della partenza, le nuvole leggere lungo il tragitto e il temporale che incontriamo poco dopo. Gli incontri di questi giorni sono ancora sulla pelle e io, insieme alla pioggia, mi ritrovo a respirare con quiete la vita.

La mia vita.

Racconti muti

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di Irene Auletta

Da qualche anno ci incrociamo sulla stessa spiaggia con quello scambio di sorrisi che narra di una medesima esperienza condivisa. Forse anche lei, come me, qui si sente un po’ al riparo da tutti quegli sguardi indiscreti che alla fine della giornata pesano come un macigno sulle spalle.

Al contrario, ogni volta che arriviamo qui, i saluti mi raggiungono come carezze delicate e leggere, nella loro sincera discrezione. “Benarrivati … Ma guarda come si è fatta grande questa ragazzina!”. E tu fai finta di non guardare nessuno nascondendo la tua emozione dietro quella faccia seria che sembra essere altrove.

Ogni estate è un po’ come tornare a casa e vederti così a tuo agio in questi luoghi ormai familiari mi rinnova la conferma della scelta. “Noi ormai abbiamo figli grandi e ci piace girare e cambiare posto ogni anno!” . Così mi saluta un signore appena arrivato nello stesso agriturismo quando dico che noi, indicandoci entrambe, siamo delle affezionate. Vorrei replicare ma rimango in silenzio con i miei pensieri. Talvolta, è meglio tacere.

Il pensiero mi corre ancora a ieri mattina e a quella nota stonata. Appena arrivati l’abbiamo ritrovata quella stessa madre, su quella medesima spiaggia ma, appena i suoi occhi ti hanno raggiunto, ho capito. Certo, non potevo esserne certa ma quel dolore mi è arrivato con una forza quasi inequivocabile. La disabilità e la malattia sovente vanno a braccetto e quando la seconda la fa da padrona, accade.

Poco dopo ne abbiamo avuto la conferma da chi, sapendoci uniti da un simile destino, ha sentito il bisogno di raccontarcelo subito dando conferma a quel dubbio certo. La morte riesce sempre a coglierci impreparati, anche quando il suo annuncio è stato urlato più volte con tenacia.

E ora lei mi appare così, parte di un gruppo che mi ricorda il Clan delle cicatrici citato nel bellissimo libro Donne che corrono coi lupi. Madri che affrontano l’indicibile, con le spalle curve e gli occhi attraversati da temporali. In questi giorni spero di trovare le parole giuste per salutarla , per dirle che ho saputo. Oggi no.

Quando poco dopo le passo nuovamente accanto con te vicina, ci guardiamo per un attimo e so, senza alcun dubbio, che ha già capito.

Ci sono regni

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Manila-Grace-Denim-Marrakech-collection11di Irene Auletta

Mi colpiscono sempre quei moderni vezzi affettivi che trasformano tutti i bambini piccoli in principi e principesse. Vedo le madri, regine più o meno consapevoli di quella meraviglia, prese ad affrontare un radicale cambiamento che porta con sé intrecciate gioie e fatiche inattese e impreviste. Basta guardarle, in quel loro passare in pochi secondi da un aspetto trasognante a quello carico delle ombre che la cura continua richiede.

Insomma, a volte osservando le madri con i bambini piccoli tutto mi viene in mente tranne che il riferimento a regni magici e forse, come hanno detto autorevoli scrittori, la felicità si coglie sempre dopo averla attraversata e non mentre la si incrocia.

Avere figli che ti fanno vivere la vita al rallentatore può avere le sue speciali fortune, facendoti ritornare tante volte su quei gesti che, negli anni, si ha la possibilità di affinare fino a sperare di farli avvicinare quasi alla perfezione. Sono regni dove però non esistono principe e principesse. Delle regine neppure a parlarne.

Quando una madre porta nel mondo suo figlio si abitua a ricevere gli sguardi dolci e amorevoli dei passanti, tanto da non prestarci quasi più attenzione. E così, i commenti rivolti ai piccoli, diventano complimenti e ammirazione durante la crescita e nel passare degli anni, restituendo anche ai genitori quel senso di soddisfazione, ben visibile nei loro sorrisi, per il “lavoro ben fatto”.

Ci sono mondi nei quali è invece impossibile staccarsi di dosso lo sguardo altrui che, fatte le dovute  eccezioni, di solito trasmette emozioni tutt’altro che positive. Negli anni ti accompagna sempre attraverso quelle parole mute che continuano a darti pizzichi anche quando diventi maestra a schivare gli occhi di tutti quelli che incroci.

Sono regni come il nostro, fatto di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne che, come direbbe tuo padre, nel loro genere possono avere un peculiare perché. In tali occasioni, ai castelli sovente si prediligono le fortezze e non di rado gli abiti incantati sono sostituiti da vistose armature.

Ci vogliono anni di duro lavoro, nel vero senso della parola, per concedersi il lusso di indossare abiti leggeri e di farli svolazzare nel vento. Cosi ci vedo io e te, a passeggiare in riva al mare in quei nostri rituali di gioco che sono il nostro immancabile appuntamento. In quei momenti, dove per attimi scompare la tua e la nostra goffaggine, andiamo incontro a quella pura meraviglia che sa arrivare fino a laggiù, a prendersi cura dei nostri cuori.

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