Videofragilità

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di Nadia Ferrari

Sono ormai due settimane che non ti vedo, due settimane interrotte solo da due video chiamate che, più che riempire una mancanza, l’hanno amplificata. 

Un mezzo che non conosci, un piccolo schermo che ci riprende ma tu sei quasi cieca e perciò non mi vedi. Un dialogo monco, stentato, a singhiozzo, interrotto da cose che non senti, da vuoti silenziosi e da continue ripetizioni ad alta voce. Domande disgiunte dalle risposte che cadono nel nulla e che ti fanno cedere velocemente alla voglia di chiudere ed andartene. 

In più la tua memoria fatica a trattenere il senso di quanto sta accadendo e il perché io non posso essere li con te. Due video chiamate in cui tu non riuscivi ad esserci e non c’ero nemmeno io. Afasica ed ammutolita dall’impotenza di poter avere un contatto, del resto tu fai già tanta fatica ad “esserci” in presenza.

Sono innumerevoli le volte che ho immaginato di perderti cosi senza poterti vedere più, perderti, anche solo con la mente, senza poterti salutare, senza poterti accompagnare. Se il destino o il virus decidesse che questo è il momento. Ecco il mio peggiore pensiero. Lasciarsi nell’impossibilità. 

Io intimamente nutro la fantasia, la speranza, che quando arriverà per me quel momento, il fato mi permetterà di salutare tutti, amici compresi. Vorrei congedarmi dall’esperienza quaggiù, l’unica per me, con il tempo di godere delle testimonianze. Sarebbe bello… 

Il film Le invasioni barbariche lo ricordate? Ecco cosi. 

Ma oggi mi hai chiamato, sempre coadiuvata dalle cure delle care operatrici della RSA e immediatamente alle prime battute ti ho sentito diversa.

  • Mamma come stai?   
  • MALE! hai risposto decisa e con un piglio che poi per mitigare la rabbia hai trasformato in un sorriso. Tu che non sorridi mai.
  • Perché mamma? 
  • Perché non ci sei, hai risposto. 

Sei bella nel video mamma, sei viva, ora so che non mi hai ancora dimenticata. Finalmente mamma, eccomi, sono qui. 

Da figlia

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di Irene Auletta

Siete lì sedute vicine sul divano e mentre ti scappa una carezza lei si allontana. Commenti dolcemente il suo non voler essere toccata e subito aggiungi che “fa bene”. Conoscendoti colgo tutte le sfumature contenute in questa tua affermazione, quasi a voler sottolineare quella capacità di non farsi invadere e di proteggere sempre e comunque il proprio spazio vitale.

D’altronde, solo pochi minuti prima, mentre eri alle prese con una prova di abbigliamento, assistendo alla lentezza dei tuoi gesti mi sono dovuta trattenere più volte, non senza fatica. Hai bisogno di aiuto mamma? Ho imparato che non sopporti invadenze e che, al posto di interferenze, gradisci il rispetto dei tuoi nuovi tempi. Come potresti proprio tu non comprendere questa tua nipote che guardi sempre con grande amore e tenerezza?

Sei in assoluto una delle persone più gentili e delicate nei confronti di mia figlia e anche quando lei rifiuta un piccolo gesto di affetto mostri la tua generosità, pensando sempre e solo a lei e mai alla tua rinuncia. In questi anni sei stata fiera di ogni suo minuscolo progresso trasformandolo in un salto di strabiliante bellezza.

Mi hai insegnato a difendere la dignità della persona come valore irrinunciabile e non l’hai fatto con le parole ma con quei tuoi gesti di cura che, in silenzio, hanno saputo raccontare mondi. Potrei non essere tua figlia? Potresti non essere mia madre?

Ti ho immaginata seria e anche un po’ severa quando, ieri, una perfetta sconosciuta si è rivolta a mia figlia chiamandola amore. Ti ho immaginata sorridere quando ho detto che se i miei occhi potessero scoccare dardi infuocati lascerei dietro di me scie rossicce. Ti ho immaginata comprensiva e affettuosa di fronte a quel mio amaro dondolare dell’anima.

Di ritorno verso casa, mentre ci raccontiamo vita, tuo padre commenta con una delle sue frasi dette lì, proprio al momento perfetto. Forse alcune persone fanno un po’ di confusione con le emozioni, tra scontentezza e malinconia.

Ecco, la seconda che hai detto.

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