Il sapore antico dei gesti

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di Luigina Marone

Stamane sto andando al lavoro in macchina e siccome in questo periodo non c’è traffico, attraverso il paese con molta tranquillità, guardando ciò che accade intorno a me.

Ad un semaforo devo girare a sinistra e come previsto dal codice stradale dovrei far passare i pedoni e quindi dare a loro la precedenza prima di svoltare. Rallento e quasi mi fermo perché  intravedo una mamma con due bambini in attesa di muovere dei passi sulla strada e in una frazione di secondo noto che la mamma mi indica con la gestualità del viso “vai pure”, facendomi intendere che lei con i suoi figli avrebbero atteso e avviato il loro passo dopo di me.

La seguo con lo sguardo anche per ringraziarla della gentilezza e proseguo ad osservare la scena dallo specchietto retrovisore perché mi colpiscono inaspettatamente alcuni gesti piccolissimi e silenti fatti alla figlia piccola, al suo fianco in bicicletta, mentre lei è impegnata a spingere il passeggino con l’altro figlio.

La mia mente parte, sollecitata dal dialogo corporeo di questa madre con la figlia, un cenno del capo, uno sguardo, una mano e un dito che le indicano tempi e modi di procedere per la strada. Percepisco e mi arriva un legame tra loro due, sostenuto proprio da questi gesti, dalle reciproche azioni ed è  proprio questa dinamica di unione che mi cattura.

La scena mi riporta immediatamente alle mie esperienze di educatrice di nido di molti anni fa facendo riaffiorare ricordi di immagini, di tanti gesti silenti visti fare dalle colleghe o dai genitori oppure agiti da me e che, pian piano, riportano alla luce anche la lunga strada delle competenze che necessariamente ho dovuto acquisire nella pratica educativa, per imparare a gestire la crescita dei bambini, la relazione tra di loro e con me. E successivamente acquisire il senso dei gesti come coordinatrice che sostengono l’incontro con le educatrici e con i genitori, proprio analizzando anche quelli che non funzionano e che possono disturbare. Insomma una gestualità che può divenire arte e pratica educativa.

Forse, ripensandoci ora, quello che mi ha colpito stamane, nella semplicità di quei gesti e’ stata la fiducia, l’assunzione dei rischi, la volontà di insegnare alla propria figlia che trapelava da quei gesti tranquilli che parevano spiegarle via via come si va in giro per il mondo. Qualcosa che è oltre al sapere andare in bicicletta per la madre e per la figlia quel lasciarsi condurre nel mondo e seguire, in quell’andare, le indicazioni che la mamma in modo quasi impercettibilmente le comunicava. Insegnamenti che al loro interno sono ricchi di tante sfumature, che vanno ben oltre le mere indicazioni.

Non so perché, ma tutto ciò mi rimanda ad un sapere antico e forse per questo mi emozionano e contemporaneamente sento che è qualcosa che ci sta sfuggendo. Una chiarezza di ruoli, tra madre e figlia, tra chi insegna e chi impara, che porta con sé un armonia.

Gesti silenti, che insegnano ad imparare a vivere!

Dichiarazioni di indipendenza

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di Anna Maria Manzo

Ci risiamo, tra pochi giorni e’ Natale e io sono in ritardo, non ti ho preso ancora nessun regalo, non so proprio cosa farti trovare sotto l’albero.

Ogni anno è sempre più difficile, sei sempre meno interessata ai cd dei tuoi cantanti preferiti e ai giornali illustrati. Le sole cose che riempivano le tue giornate, erano questi i regali che ti piaceva trovare sotto l’albero, questi i tuoi unici interessi. Che caspita ti posso regalare quest’anno figlia ?

Certo se fossi una ragazza di 23 quasi 24 anni come tutte le altre della tua età me la potrei cavare con un capo di abbigliamento alla moda o con dei biglietti per assistere ad un concerto con gli amici o con mille altre cose. Ma noi siamo lontani anni luce dalla normalità dei tuoi anni. Da un po’ di tempo, anzi, troppo tempo ti interessa solo starmi vicino, sentire le storie che ti piacciono, i nomi delle persone a cui vuoi bene ripetuti all’infinito e poi stare mano nella mano, in strada , a letto, in macchina o davanti la televisione. Non mi molli nemmeno un attimo, neanche con gli occhi.

Ecco figlia il regalo giusto per me e per te, per noi, un po’ di indipendenza l’una dall’altra. Un po’ di tempo per te senza me e per me senza di te. Un dono che farebbe bene ad entrambe. A te per imparare che non solo io sono la tua vita e a me per imparare a respirare senza di te. Un regalo difficile da trovare ma non impossibile, tu aiutami però, io da sola non posso farcela!

Buon Natale Alessia!

Vacare. Essere vuoto, libero

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di Nadia Ferrari

Siamo di nuovo al mare un altro anno é passato. Diversamente dai precedenti questo mi trova meno motivata ad inaugurare l’inizio delle vacanze direi scomparse se s’intende con il termine l’assenza di fatiche e, peggio ancora, non riesco a non preoccuparmi per quelle che verranno, perché verranno con certezza. Altre fatiche intendo.

Che brutta cosa la preoccupazione. Tutto ciò che inizia col prefisso pre ha l’odore dell’annuncio. In effetti non sai se poi si avvererà ma intanto aspetti ed io, aspetto preoccupata. Quest’anno però davvero non ci sarebbero ragioni sappiamo come andrà. E mi sto già assaporando i ritagli di libertà e leggerezza che l’anno scorso sono riuscita a scovare.

Che pasticcio! Le cose della vita non smettono di regalare stupore costringendo a mettere in discussione la visione che mi ero appena concessa di accettare. Quest’anno non ce la fai più a stare in spiaggia per quelle due orette che mi regalerebbero qualche raggio di sole. Fa troppo caldo. Al bar fa troppo freddo. Del resto non è più nemmeno così sicuro lasciarti in casa sola … sulla spiaggia non riesci a muovere nemmeno quei pochi passi dell’anno scorso e gli equilibri di nuovo instabili frantumano la fantasia del miserrimo relax immaginato. Nella nuova dimora per le vacanze, affittata apposta per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza di tutti noi, ti aggiri spaesata chiedendomi ogni volta conferma sulle azioni anche quelle più banali e mettendo a dura prova la mia pazienza.

Sorprendentemente le tue titubanze mi colpiscono il cuore ed invece di arrabbiarmi ti guardo: i tuoi occhi spalancati ti regalano uno sguardo troppo attento a non sbagliare tradiscono in modo indiscutibile la tua difficoltà ad adattarti al nuovo o forse sarebbe meglio dire ad affrontare dimensioni di vita che appartengono ad altre fasi … ed ogni azione diviene un’impresa.

Che tenerezza. Mamma puoi appoggiarlo li il bicchiere, non ti preoccupare metto via io i tuoi vestiti. Hai fatto così? Hai fatto bene. Che tenerezza vederti indecisa in ogni azione e movimento. Smarrire in ogni dove l’orientamento. Il cuore si strizza ogni qualvolta ti guardo impegnata lenta portare a termine una qualsivoglia attività con la paura di dimenticare, di non fare giusto, di fare una brutta figura, di essere ripresa, di dare fastidio.

Si, ora forse sono in vacanza! In vacanza dalla rabbia che ho sempre sentito. Al posto suo arriva la tristezza, meglio, molto meglio mamma.

Compare la voglia di aiutarti al solo scopo di non aggiungere fatica a quella che già fai, disgiunta dal dovere di farlo. Sento crescere dentro un autentico sentimento di cura in cui la mia preoccupazione è per come vivi tu queste dipendenze al posto di quali problemi creano a me. Un sentimento normale forse per altri estraneo al nostro universo: vuoi dire mamma che finalmente quella bambina tradita se n’è andata?

Ti guardo mentre di profilo ricurva su te stessa disegni col corpo una gobba per ore stai seduta con lo sguardo dritto davanti a te, pensi. A cosa stai pensando? Io so mamma io e te custodiamo un segreto origine e causa di molto male, è stato dura. Starai pensando a questo? Anch’io mamma ci penso sempre perché proprio quello ci ha costretto ad un amore molesto. Ora, al di là di ciò che è stato non so cosa darei per darti qualche pensiero buono. O forse non ce n’è bisogno tu dimentichi in fretta basta smetterla di punirti. La leggerezza che tanto cerco eccola qua.

Mentre le lacrime sciolgono in acqua panni sporchi e bambini mi siedo accanto a te accarezzandoti una coscia e mi sussurro ora ci sono io mamma, tua figlia.

S-GRIDA-RE

4 commenti

post Nadia 2di Nadia Ferrari

Ho sgridato mia madre si. L’ho fatto “forte” proprio come si fa con i bambini indisciplinati quando si é raggiunto il limite della sopportazione e dopo aver tollerato diverse torture. Uno s-grido! che potesse mettere fine. L’ho fatto prima crocifiggendola con i fatti, poi combattendo contro le sue bugie, le sue fughe, le sue sleali giustificazioni e resistenze ed infine, ammonendo e minacciando una più severa punizione (fantasmatica e impraticabile) se le cose non fossero immediatamente migliorate.

L’ho fatto senza alcuna delicatezza spinta dalla furia, sono stata informata dei suoi litigi e atteggiamenti sociali scorretti verso altre persone anziane e senza sentire ragioni sono scoppiata. Ancora? Ancora problemi? L’ho fatto in realtà non proprio così facilmente, prima dell’esplosione ho attraversato la sorpresa (mia madre ha sempre avuto il dono di sorprendermi, più verosimilmente di allibirmi) poi l’incredulità ed infine la vergogna.

Ecco la vergogna. Una vergogna complessiva a più dimensioni verso di te mamma per come sei fatta o per la mia impossibilità di identificarmi in una anche minuscola parte del tuo carattere; e verso la ricaduta delle tue azioni sugli altri. Quando invecchiano non li si riconosce più, non si sa come trattarli e ci si attacca alla infinita serie di luoghi comuni che soli abitano le nostre interpretazioni: “tornano bambini, fanno i capricci, diventano egoisti, bisogna sgridarli”. Diventano… ritornano… restano… Come se la cosa non ci riguardasse. Sarebbe più corretto usare i verbi in prima persona: diventiamo… ritorniamo … scatterebbe forse anche in me un minimo di empatia.

La verità è che noi mamma non ci riconosciamo e non siamo riconoscenti. Le argomentazioni che mia madre dà dei suoi comportamenti sono desuete, démodé, sono scadute. Non è nemmeno escluso che una volta andavano bene: forse nel suo tempo, nel suo contesto, nel suo mondo si poteva litigare ed offendersi con più leggerezza.

Mia madre ha 84 anni l’ho sgridata “forte” per delle azioni alle quali io non ero presente. Ho infilato una dietro l’altra azioni pedagogiche di sicuro insuccesso lo so. Ad una certa età ti tocca educare tua madre? tocca a me farlo? E’ legittimo accompagnarla così nella fase finale della vita? Domande aperte nella loro chiusura: intesa come combinazione che permetterebbe di vincere la partita.

La vergogna dà un dolore profondo e mina l’identità, dopo averla sgridata “forte” ora, distolgo lo sguardo quando incrocio i suoi occhi desolati e lo abbasso quando entrando al Centro incrocio quello del personale che la accudisce in mia assenza. Si può spiegare la vergogna come eccesso di difesa?

Sono stata sulla difensiva mamma non ti ho compreso e non ti ho difeso… Non l’ho fatto non solo perché tu sei indifendibile ma perché io ho smarrito il valore di ciò che stavo difendendo. Avrei forse dovuto uscire allo scoperto, osare, riconoscere che la vita è comunque è sempre una sfida e provare ad investire energia ancora su di noi ma riuscirò mai a chiudere le crepe con dell’oro rendendole preziose?

Forse sono ancora in tempo.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

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