Al telefono … tutto bene!

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di Nadia Ferrari

Puf … Pant … lasciata. Come ogni agosto sono tornate le vacanze e, quest’anno, mamma l’ho lasciata in una casa famiglia. In una bellissima casa famiglia. 

Ci ho pensato a lungo, ho cercato a lungo il posto e, nella lunghezza del pensiero e dei chilometri,  ci ho messo tutte le spiegazioni possibili. Eh già non é più possibile portarla al mare con noi, é peggiorata, non la si può lasciare sola nemmeno per poco, il mare poi non le giova.

Con lei il mare non gioverebbe neanche a me che invece ho estremo bisogno di riposo e poi, stare un periodo lontane, ci farà bene. Si dai, ci vuole un po’ di stacco sono quattro anni che non ci lasciamo mai! E così via cercando convinzioni sino alla decisione. 

I tuoi oblii infine hanno reso inutile, dissolvendolo in ogni notte, il lungo periodo di preparazione all’evento ed infatti stamane non ti ricordavi più nulla. Il trasferimento ti ha colto totalmente impreparata ed io con te. 

Mah! Cosa dire? Una sensazione indescrivibile, paradossale, aver estremo bisogno di libertà da te e allo stesso tempo, ora che ciò si sta avverando, avere estremo bisogno di starti vicino. Se tu almeno mamma riuscissi ad imparare presto, ma tu non sei più in grado di imparare, il tuo sguardo parla chiaro sono io che devo trovare il coraggio di lasciarti così, assolutamente impreparata. 

“Ciao mamma allora ci vediamo fra un po’ di tempo io vado in vacanza”. E tu: “ ma non vieni più a trovarmi?”. Poi il tuo sguardo perso e spaventato mi ha  seguito sino a che non sono sparita.  

Errori di valutazione, avrei dovuto prepararmi a congelare il cuore invece che  tentare di disporre il tuo. Lasciarti così, in una situazione in cui non sai nulla, non conosci nessuno, non sei nemmeno in grado di trovare il bagno da sola, é una prova di resistenza tra le più difficili che la vita mi ha regalato. 

I colori vivaci alle pareti della bella casa famiglia più che far figurare un senso di allegria su di me hanno l’effetto di mischiare l’energia esplosiva della luce con l’assenza di colore del cuore spezzato in cerca di libertà. Massi mamma però un po’ funziona se ti penso immersa in quei colori e circondata da gentilezze sento il corpo più leggero, e forse posso andare. Si, ora devo pensare solo a questo. 

Domani ti telefonerò mamma e tu al telefono mi dirai che va tutto bene, lo dici sempre al telefono … ed io ci crederò. 

Emozioni tra cielo e terra

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di Anna Maria Manzo

Pensavo di essere essere preparata, me lo ero ripetuto come un mantra. Quest’anno ti devi contenere, le emozioni non devono avere la meglio e non  ti devi far travolgere da loro fino a farti mancare il respiro. E invece no, chiaramente non è andata così questa nostra seconda esperienza estiva al Campus Tma (terapia multisistemica in acqua).  

Una settimana in un posto bellissimo: mare, distese di prati verdi, fiori, profumi e tanta allegria. E poi un miscuglio dì genitori, di figli, di educatori, di supervisori e di storie. Una forza incredibile capace veramente di spostare montagne e cambiare questo strano mondo se gliene fosse data anche solo per un giorno la possibilità. Perché quello che contano veramente sono le emozioni e l’empatia, quella vera, e quello strano miscuglio ne ha talmente tanta , ne è talmente pieno da donarlo e offrirlo senza rimanerne mai senza. 

Quello che mi porto dietro? Quello che mi accompagnerà nei prossimi mesi? Tanta roba,  ma le lacrime e la commozione della educatrice che ti ha accompagnato in questa settimana non le dimenticherò mai. 

Se Caterina si è affezionata a te, se ha imparato a volerti bene in così pochi giorni, a capirti al volo e a gestire senza paura e ansia i tuoi momenti problema, non siamo così sole e il domani non ci deve far così paura…

Se Caterina ci scrive queste parole noi ce la faremo. Ne sono sicura! 

“Grazie amica mia per le risate che mi hai fatto fare, per la tua determinazione e la tua infinita dolcezza. Grazie mamma per la fiducia e l’accoglienza! Vi voglio bene. ❤❤” 😘

Je suis Giobbe

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di Irene Auletta e Anna Maria Manzo

Con l’amica Anna Maria condividiamo l’avventura della maternità, gli incontri estivi e una chat con altre donne dove si alternano i nostri racconti di madri, pensieri sui nostri figli, aneddoti e riflessioni sulla vita, più o meno leggeri a seconda dei giorni e dei momenti. Proprio ieri di fronte ai pensieri di Anna Maria le ho proposto la scrittura di un post a quattro mani e così è iniziato il suo racconto.

“Avere la pazienza di Giobbe”. La frase viene usata nei confronti di coloro che ‘sono molto pazienti, sopportano con rassegnazione molestie, ingiustizie e tribolazioni‘. Giobbe, principale personaggio dell’omonimo libro della Bibbia, è la personificazione del giusto che soffre mentre i malvagi prosperano, e che tutto sopporta inchinandosi al volere di Dio. Ecco, molte volte mi sento un Giobbe in gonnella. Mi meraviglio io stessa della mia infinita pazienza. “Sarà nervosa perché ha dormito poco? Avrà qualche dolore? Le dovrà tornare il suo ciclo? È il cambio di stagione? Sono gli effetti collaterali delle nuove medicine?” Boh? Chi può dirlo?

E intanto ecco che accontentiamo tutti i tuoi desideri, anzi, non facciamo in tempo ad esaudirli che già se ne presentano subito di nuovi. Certo, la cosa strana è che quando sei “con i piedi sotto al tavolo” magari in pizzeria circondata da persone che ti garbano, i tuoi malesseri passano come per magia! Allora sono capricci! Prendi in giro tua madre che “si fa il sangue amaro” per accontentarti, per vederti serena e sorridente cara la mia figlia viziata dalla nascita! Come si esce da questo empasse? Come si può sopravvivere e vivere senza farsi condizionare dal tuo umore?

Chiedo aiuto all’esperta in cabina. Una madre come me che però si vuole più bene di me perché ha capito che per curare gli altri bisogna innanzitutto curare se stessi!

Che assist potente mi hai offerto Anna Maria! La sfida alla nostra pazienza è qualche cosa che tanto spesso attribuiamo ai nostri figli mentre, come tu ben sottolinei, è il risultato di quello che noi genitori siamo stati e siamo ancora oggi in grado di fare. Imparare a prendersi cura di sé, forse passa proprio da questo primo step che prova ad abbandonare i “se avessi fatto …” e accetta con umiltà ciò che si è agito, come realisticamente possibile.

Certo, quando i figli sono piccoli alcune cose ci stanno ed è anche un po’ più semplice riprendersi da qualche scivolata educativa. Il fatto è che i nostri figli sono ormai giovani donne e giovani uomini e gestire alcune loro bizze diventa assai più complesso, banalmente anche solo in rapporto al loro corpo adulto che rivendica una volontà, un desiderio, un bisogno impellente.  E allora che si fa?

Si, cara Anna Maria, bisogna tornare a prendersi tempo per sé, per raccogliere energie, per condividere nuove strategie, per smetterla di fare le onnipotenti, per permettere a qualcuno di prendersi cura di noi, per gustarsi momenti di leggerezza e di allegria. Può essere che questo produca qualche effetto sorpresa anche nei nostri figli e nel nostro giocarci nella relazione con loro in modo più leggero, più chiaro e forse anche meno pronte a quei ricatti affettivi che tutti i figli sanno fare, senza alcuna eccezione o particolare comprensione per i figli disabili. 

Eccola lì, la nostra gioia e il nostro dolore. Di cosa ci sentiamo sempre in colpa? Chi dobbiamo ancora salvare? Cos’altro vogliamo prenderci sulle spalle?

La vita ci ha già messo in scacco tante volte, ma sono certa che ci sono ancora tanti spazi di libertà e di respiro ampio che possiamo ritagliarci. Dipende solo da noi volerlo, mettendoci la medesima tenacia che ogni giorno mettiamo in campo nel nostro essere madri. Non so quanto potrà cambiare mia figlia e quanto la tua, ma sono certa di quanto ancora possiamo cambiare noi, ogni giorno un po’. 

Je suis optimiste!

Strade possibili

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di Luigina Marone

L’incontro con gli altri può metterti a disposizione la loro storia e, se l’altro lo desidera e tu sei disposto, anche ciò che è importante imparare nella vita.

Ricordo da sempre che il maestro Daniele a lezione di Feldenkrais restituisce con forza: ma eri pronta per alzarti? Fai con calma. Cercate di stare nel comodo e di non strafare. Il suo dire mi arriva quasi come una stonatura per noi che siamo abituati ad essere subito pronti ed efficienti per svolgere “il compito assegnato”, che siamo lontani dall’ascoltarci e dal rispettare i nostri tempi, se non quando il corpo è ko, stanco e stremato, o si ammala. Questo atteggiamento influenza anche il modo di scegliere come muoversi e in che modo.

L’ultima lezione di Feldenkrais di qualche giorno fa si presenta da subito “tosta”, la fatica sta nella concentrazione richiesta ad ascoltare piccoli movimenti del corpo e nel dover fare il meno possibile per lasciare fare al corpo il movimento, secondo il suo funzionamento. A dirlo così è da non crederci, sembra facile, dai cosa ci vuole? Ma provando, ci si può rendere conto che non è sufficiente dirsi di non fare di propria volontà e di lasciar fare a lui, al nostro corpo, perché ci sono sovrastrutture culturali che ci inducono ad altro. Immaginate che per arrivare a sperimentare solo cosa vuol dire e avvicinarsi a quell’idea, noi partecipanti a quella lezione ci abbiamo messo un ora. 

Poi un brivido! Quello che vivo nel corpo e nella mente quando arriva una nuova scoperta sul mio funzionamento. Eccolo, funziona! Allungo il braccio e attendo che tutta la muscolatura sia pronta per sorreggerlo nell’alzata, senza fare fatica e assicurando di seguirlo con il respiro. Si il respiro, l’anima del movimento naturale e comodo. L’anima del vivere in armonia con sé  e gli altri.

Sarà che mi emoziona imparare cose nuove su di me, fare e rifare quando sento che è proprio quella la strada da intraprendere, quando arrivo a cogliere e percepire la natura dell’essere armonioso,  e vorrei proseguire all’infinito. Ed è proprio questa sensazione che mi aiuta nella costanza della pratica percepita come ricerca continua. Come dice Daniele, la meraviglia e’ sentire questo legame e questa intima conoscenza del proprio corpo, davvero a noi sconosciuto.

Mi sono chiesta: “sono queste le strade possibili anche nella vita?”. Forse. Se si impara a rispettarsi e a concedersi ciò che è possibile, non di più, dove la fatica deve essere equilibrata a ciò che si sta facendo, non di più, dove il limite può dialogare con ciò che è reale e non di più. Allora forse si può lasciar andare e far sì che le cose accadano, senza per forza dover mettere mano tutte le volte a ciò che si presenta, dando direzioni che esaudiscono a tutti i costi i propri desideri, le aspettative proprie e altrui.

Si, forse. Strade possibili che chiedono di destrutturare un pensiero culturale forte, sull’efficienza e l’efficacia, sul risultato da raggiungere a qualsiasi costo. E una sensazione mi accompagna, mi sembra strano, eppur può succedere, che siano nuove consapevolezze sul corpo, ad aiutarmi a sostenere e intravedere nel profondo il cambiamento di stile di vita.  Un sapere dal sapore antico, quello che alcuni popoli praticano per una vita sulla via della conoscenza. 

E dentro di me sento aprirsi un sorriso di piacevolezza!

Il sapore antico dei gesti

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di Luigina Marone

Stamane sto andando al lavoro in macchina e siccome in questo periodo non c’è traffico, attraverso il paese con molta tranquillità, guardando ciò che accade intorno a me.

Ad un semaforo devo girare a sinistra e come previsto dal codice stradale dovrei far passare i pedoni e quindi dare a loro la precedenza prima di svoltare. Rallento e quasi mi fermo perché  intravedo una mamma con due bambini in attesa di muovere dei passi sulla strada e in una frazione di secondo noto che la mamma mi indica con la gestualità del viso “vai pure”, facendomi intendere che lei con i suoi figli avrebbero atteso e avviato il loro passo dopo di me.

La seguo con lo sguardo anche per ringraziarla della gentilezza e proseguo ad osservare la scena dallo specchietto retrovisore perché mi colpiscono inaspettatamente alcuni gesti piccolissimi e silenti fatti alla figlia piccola, al suo fianco in bicicletta, mentre lei è impegnata a spingere il passeggino con l’altro figlio.

La mia mente parte, sollecitata dal dialogo corporeo di questa madre con la figlia, un cenno del capo, uno sguardo, una mano e un dito che le indicano tempi e modi di procedere per la strada. Percepisco e mi arriva un legame tra loro due, sostenuto proprio da questi gesti, dalle reciproche azioni ed è  proprio questa dinamica di unione che mi cattura.

La scena mi riporta immediatamente alle mie esperienze di educatrice di nido di molti anni fa facendo riaffiorare ricordi di immagini, di tanti gesti silenti visti fare dalle colleghe o dai genitori oppure agiti da me e che, pian piano, riportano alla luce anche la lunga strada delle competenze che necessariamente ho dovuto acquisire nella pratica educativa, per imparare a gestire la crescita dei bambini, la relazione tra di loro e con me. E successivamente acquisire il senso dei gesti come coordinatrice che sostengono l’incontro con le educatrici e con i genitori, proprio analizzando anche quelli che non funzionano e che possono disturbare. Insomma una gestualità che può divenire arte e pratica educativa.

Forse, ripensandoci ora, quello che mi ha colpito stamane, nella semplicità di quei gesti e’ stata la fiducia, l’assunzione dei rischi, la volontà di insegnare alla propria figlia che trapelava da quei gesti tranquilli che parevano spiegarle via via come si va in giro per il mondo. Qualcosa che è oltre al sapere andare in bicicletta per la madre e per la figlia quel lasciarsi condurre nel mondo e seguire, in quell’andare, le indicazioni che la mamma in modo quasi impercettibilmente le comunicava. Insegnamenti che al loro interno sono ricchi di tante sfumature, che vanno ben oltre le mere indicazioni.

Non so perché, ma tutto ciò mi rimanda ad un sapere antico e forse per questo mi emozionano e contemporaneamente sento che è qualcosa che ci sta sfuggendo. Una chiarezza di ruoli, tra madre e figlia, tra chi insegna e chi impara, che porta con sé un armonia.

Gesti silenti, che insegnano ad imparare a vivere!

Dichiarazioni di indipendenza

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di Anna Maria Manzo

Ci risiamo, tra pochi giorni e’ Natale e io sono in ritardo, non ti ho preso ancora nessun regalo, non so proprio cosa farti trovare sotto l’albero.

Ogni anno è sempre più difficile, sei sempre meno interessata ai cd dei tuoi cantanti preferiti e ai giornali illustrati. Le sole cose che riempivano le tue giornate, erano questi i regali che ti piaceva trovare sotto l’albero, questi i tuoi unici interessi. Che caspita ti posso regalare quest’anno figlia ?

Certo se fossi una ragazza di 23 quasi 24 anni come tutte le altre della tua età me la potrei cavare con un capo di abbigliamento alla moda o con dei biglietti per assistere ad un concerto con gli amici o con mille altre cose. Ma noi siamo lontani anni luce dalla normalità dei tuoi anni. Da un po’ di tempo, anzi, troppo tempo ti interessa solo starmi vicino, sentire le storie che ti piacciono, i nomi delle persone a cui vuoi bene ripetuti all’infinito e poi stare mano nella mano, in strada , a letto, in macchina o davanti la televisione. Non mi molli nemmeno un attimo, neanche con gli occhi.

Ecco figlia il regalo giusto per me e per te, per noi, un po’ di indipendenza l’una dall’altra. Un po’ di tempo per te senza me e per me senza di te. Un dono che farebbe bene ad entrambe. A te per imparare che non solo io sono la tua vita e a me per imparare a respirare senza di te. Un regalo difficile da trovare ma non impossibile, tu aiutami però, io da sola non posso farcela!

Buon Natale Alessia!

Vacare. Essere vuoto, libero

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di Nadia Ferrari

Siamo di nuovo al mare un altro anno é passato. Diversamente dai precedenti questo mi trova meno motivata ad inaugurare l’inizio delle vacanze direi scomparse se s’intende con il termine l’assenza di fatiche e, peggio ancora, non riesco a non preoccuparmi per quelle che verranno, perché verranno con certezza. Altre fatiche intendo.

Che brutta cosa la preoccupazione. Tutto ciò che inizia col prefisso pre ha l’odore dell’annuncio. In effetti non sai se poi si avvererà ma intanto aspetti ed io, aspetto preoccupata. Quest’anno però davvero non ci sarebbero ragioni sappiamo come andrà. E mi sto già assaporando i ritagli di libertà e leggerezza che l’anno scorso sono riuscita a scovare.

Che pasticcio! Le cose della vita non smettono di regalare stupore costringendo a mettere in discussione la visione che mi ero appena concessa di accettare. Quest’anno non ce la fai più a stare in spiaggia per quelle due orette che mi regalerebbero qualche raggio di sole. Fa troppo caldo. Al bar fa troppo freddo. Del resto non è più nemmeno così sicuro lasciarti in casa sola … sulla spiaggia non riesci a muovere nemmeno quei pochi passi dell’anno scorso e gli equilibri di nuovo instabili frantumano la fantasia del miserrimo relax immaginato. Nella nuova dimora per le vacanze, affittata apposta per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza di tutti noi, ti aggiri spaesata chiedendomi ogni volta conferma sulle azioni anche quelle più banali e mettendo a dura prova la mia pazienza.

Sorprendentemente le tue titubanze mi colpiscono il cuore ed invece di arrabbiarmi ti guardo: i tuoi occhi spalancati ti regalano uno sguardo troppo attento a non sbagliare tradiscono in modo indiscutibile la tua difficoltà ad adattarti al nuovo o forse sarebbe meglio dire ad affrontare dimensioni di vita che appartengono ad altre fasi … ed ogni azione diviene un’impresa.

Che tenerezza. Mamma puoi appoggiarlo li il bicchiere, non ti preoccupare metto via io i tuoi vestiti. Hai fatto così? Hai fatto bene. Che tenerezza vederti indecisa in ogni azione e movimento. Smarrire in ogni dove l’orientamento. Il cuore si strizza ogni qualvolta ti guardo impegnata lenta portare a termine una qualsivoglia attività con la paura di dimenticare, di non fare giusto, di fare una brutta figura, di essere ripresa, di dare fastidio.

Si, ora forse sono in vacanza! In vacanza dalla rabbia che ho sempre sentito. Al posto suo arriva la tristezza, meglio, molto meglio mamma.

Compare la voglia di aiutarti al solo scopo di non aggiungere fatica a quella che già fai, disgiunta dal dovere di farlo. Sento crescere dentro un autentico sentimento di cura in cui la mia preoccupazione è per come vivi tu queste dipendenze al posto di quali problemi creano a me. Un sentimento normale forse per altri estraneo al nostro universo: vuoi dire mamma che finalmente quella bambina tradita se n’è andata?

Ti guardo mentre di profilo ricurva su te stessa disegni col corpo una gobba per ore stai seduta con lo sguardo dritto davanti a te, pensi. A cosa stai pensando? Io so mamma io e te custodiamo un segreto origine e causa di molto male, è stato dura. Starai pensando a questo? Anch’io mamma ci penso sempre perché proprio quello ci ha costretto ad un amore molesto. Ora, al di là di ciò che è stato non so cosa darei per darti qualche pensiero buono. O forse non ce n’è bisogno tu dimentichi in fretta basta smetterla di punirti. La leggerezza che tanto cerco eccola qua.

Mentre le lacrime sciolgono in acqua panni sporchi e bambini mi siedo accanto a te accarezzandoti una coscia e mi sussurro ora ci sono io mamma, tua figlia.

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