di Luigina Marone

Qualche giorno fa, avevo a disposizione un’ora per l’ultima lezione Feldenkrais ma ho deciso di andarci comunque, pur sapendo che avrei partecipato solo ad una parte dell’intera lezione. 

La proposta dell’insegnante mi arriva “nuova” ed è più facile per me concentrarmi, incuriosita a cogliere cosa sta accadendo al mio corpo, mentre sperimento le proposte e le evoluzioni corporee della lezione. È capitato altre volte che mentre si prova il movimento qualcuno/ qualcuna del gruppo esprima la sua difficoltà, i suoi dolori e i blocchi sentiti nel corpo. In quel momento nascono le domande all’insegnante:  è normale? cosa posso fare per andare incontro a questa difficoltà? questa parte del corpo non si muove? ho un dolore e quindi non riesco a farlo … e via di seguito. Un po’ sorpresi che il corpo non sia in perfetta forma e un po’ delegando all’altro la conoscenza del proprio corpo, forse solo alla ricerca di rassicurazioni per il fatto che non si sta eseguendo “esattamente” l’esercizio proposto.

Mentre sento questi commenti sono intenta a curare alcuni passaggi, dei micro movimenti del piede che mi procurano un po’ di dolore all’anca e allora, mentre lo muovo, provo ad alleggerire per permettere al piede e alla gamba di incontrarsi con più delicatezza, senza forzare. Dopo qualche anno di pratica ti lasci guidare dal corpo dimenticando, per fortuna, “la prestazione”; solo così si acquisiscono ascolto, conoscenze e fiducia, che permettono di sentire il piacere di fronte ad una nuova connessione tra le parti del corpo.

Ad un certo punto, forse registrando una serie di rimandi di difficoltà da parte dei partecipanti, l’insegnante riporta al gruppo una riflessione: “fare Feldenkrais vuol dire anche misurarsi con i propri limiti e permettersi di conoscerli come parti di se’  e questo vuol dire anche dar più spazio all’essere vulnerabili anziché chiedersi sempre di essere solo forti e assolutamente capaci” e aggiunge: ” E permettersi di porsi nei confronti di sé e del mondo con questa modalità e’ proprio un altra cosa”…

Mentre lo ascolto penso tra me e me a quanto tutto ciò sia vero. E, ancora distesa a terra, immaginando questo senso del limite e la possibilità di accettare la realtà del momento, così come ti si propone, ho sentito un senso di vicinanza con le mie difficoltà di quel momento, come una forma di cura tenera: piede e anca che stavano trovando un modo di incontrarsi nel movimento, teneramente. Se si accettano le proprie difficoltà come parte del percorso, forse si sgretola a poco a poco la concezione dominante dell’efficenza e del farcela a tutti i costi, dando vita così ad un nuovo movimento corporeo e culturale, più tranquillo e vitale. 

Proseguo la lezione mantenendo questo contatto tranquillo con ciò che è possibile e ad un certo punto sento che devo andare perché la mia ora di disponibilità e’ già passata. Mi alzo con diversi piccoli passaggi, mi trovo piano piano in piedi e mentre muovo i primi passi, sento di essere radicata alla terra. 

Saluto l’insegnante Cecilia e le mie colleghe di corso. Buona estate … Ci rivediamo a settembre! dico, contenta di essermi presa questo tempo durante la mattinata. E, mentre cammino per la strada,  penso che è proprio bello sentirsi in cammino nel corpo!