Echi stonati

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di Irene Auletta

Se oggi mi chiedessero qual’è l’aspetto peggiore della disabilità, probabilmente risponderei le stereotipie. Ne ho scritto altre volte, ma ancora mi pare una tematica troppo poco affrontata ed esplorata nella sua complessità, soprattutto relazionale.

Si, perchè ci sono aspetti della disabilità che toccano diverse dimensioni della vita, ma quei comportamenti che si innescano apparentemente senza nessun motivo e che poi diventano una sorta di disco stonato che non si interrompe mai, toccano corde difficili anche solo da nominare.

La cosa pesante e’ che quando arrivano ti colgono sempre di sorpresa, l’aspetto positivo è invece che poi passano! Io e tuo padre ricordiamo ancora molto bene le parole di questa mamma che conoscemmo molti anni fa appena saputo della tua diagnosi.

E così, negli anni, abbiamo visto passare una serie di comportamenti, più o meno difficili da gestire e accettare, sovente ripensando alle sue parole. Poi passano sempre. Ogni volta però, è una sfida alle nostre possibilità di reggere quello che accade nel momento, nelle sue peculiari sfumature.

Ci sono stereotipie di movimento, sonore, di comportamento e, ogni volta, come genitori ci misuriamo con qualcosa che, nella sua riproduzione quasi meccanica, ci spinge a tenere salda la rotta sulle dimensioni umane e di affetto intrecciate alla nostra relazione.

Questo, degli ultimi periodi,  è il turno di una stereotipia sonora, parecchio bastarda rispetto a quella visiva, perchè non puoi neppure provare a distogliere lo sguardo e, tapparsi le orecchie, direi che non è proprio un comportamento consigliabile. Mi chiedo spesso cosa se ne facciano gli operatori di tali comportamenti, sia perchè li incontro raramente problematizzati nelle supervisioni o nei momenti di formazione, sia perchè, a parte la strategia della distrazione o il sentirli definiti come tormentoni, non ho ancora incontrato nulla di differente.

Stamane ci provo a giocare con te, nel tentativo di suggerirti altro, anche nella speranza che quel verso faccia intravedere qualche evoluzione possibile. Riusciamo a salutarci di buon umore, nonostante il risveglio mattiniero e ho di nuovo la conferma che se le stereotipie non possono evolvere, l’unico modo per sostenerle e affrontarle è provare a cambiare ogni volta il modo con cui guardarle, quando ci sbattono contro.

E come caspita si fa ad annoiarsi in questa vita?

Strade possibili

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di Luigina Marone

L’incontro con gli altri può metterti a disposizione la loro storia e, se l’altro lo desidera e tu sei disposto, anche ciò che è importante imparare nella vita.

Ricordo da sempre che il maestro Daniele a lezione di Feldenkrais restituisce con forza: ma eri pronta per alzarti? Fai con calma. Cercate di stare nel comodo e di non strafare. Il suo dire mi arriva quasi come una stonatura per noi che siamo abituati ad essere subito pronti ed efficienti per svolgere “il compito assegnato”, che siamo lontani dall’ascoltarci e dal rispettare i nostri tempi, se non quando il corpo è ko, stanco e stremato, o si ammala. Questo atteggiamento influenza anche il modo di scegliere come muoversi e in che modo.

L’ultima lezione di Feldenkrais di qualche giorno fa si presenta da subito “tosta”, la fatica sta nella concentrazione richiesta ad ascoltare piccoli movimenti del corpo e nel dover fare il meno possibile per lasciare fare al corpo il movimento, secondo il suo funzionamento. A dirlo così è da non crederci, sembra facile, dai cosa ci vuole? Ma provando, ci si può rendere conto che non è sufficiente dirsi di non fare di propria volontà e di lasciar fare a lui, al nostro corpo, perché ci sono sovrastrutture culturali che ci inducono ad altro. Immaginate che per arrivare a sperimentare solo cosa vuol dire e avvicinarsi a quell’idea, noi partecipanti a quella lezione ci abbiamo messo un ora. 

Poi un brivido! Quello che vivo nel corpo e nella mente quando arriva una nuova scoperta sul mio funzionamento. Eccolo, funziona! Allungo il braccio e attendo che tutta la muscolatura sia pronta per sorreggerlo nell’alzata, senza fare fatica e assicurando di seguirlo con il respiro. Si il respiro, l’anima del movimento naturale e comodo. L’anima del vivere in armonia con sé  e gli altri.

Sarà che mi emoziona imparare cose nuove su di me, fare e rifare quando sento che è proprio quella la strada da intraprendere, quando arrivo a cogliere e percepire la natura dell’essere armonioso,  e vorrei proseguire all’infinito. Ed è proprio questa sensazione che mi aiuta nella costanza della pratica percepita come ricerca continua. Come dice Daniele, la meraviglia e’ sentire questo legame e questa intima conoscenza del proprio corpo, davvero a noi sconosciuto.

Mi sono chiesta: “sono queste le strade possibili anche nella vita?”. Forse. Se si impara a rispettarsi e a concedersi ciò che è possibile, non di più, dove la fatica deve essere equilibrata a ciò che si sta facendo, non di più, dove il limite può dialogare con ciò che è reale e non di più. Allora forse si può lasciar andare e far sì che le cose accadano, senza per forza dover mettere mano tutte le volte a ciò che si presenta, dando direzioni che esaudiscono a tutti i costi i propri desideri, le aspettative proprie e altrui.

Si, forse. Strade possibili che chiedono di destrutturare un pensiero culturale forte, sull’efficienza e l’efficacia, sul risultato da raggiungere a qualsiasi costo. E una sensazione mi accompagna, mi sembra strano, eppur può succedere, che siano nuove consapevolezze sul corpo, ad aiutarmi a sostenere e intravedere nel profondo il cambiamento di stile di vita.  Un sapere dal sapore antico, quello che alcuni popoli praticano per una vita sulla via della conoscenza. 

E dentro di me sento aprirsi un sorriso di piacevolezza!

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