Forze pazienti

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di Irene Auletta

Lo capisco appena ti vedo scendere dal pulmino che sarà un pomeriggio difficile. La sveglia super anticipata del mattino e il festeggiamento del carnevale al Centro,  sono stati probabilmente un mix esplosivo per i tuoi tremori. Ti osservo mentre stiamo andando da Angela con la speranza che la seduta Feldenkrais ti possa aiutare.

Hai notato se anche a casa Luna prende questa posizione inginocchiata a terra con l’estremità della testa appoggiata sul pavimento? Avete presente quella della preghiera musulmana? Ecco, quella. Angela mi spiega che questa posizione è la stessa assunta frequentemente dai bambini molto piccoli per ritrovare un equilibrio in un corpo che sta sperimentando il movimento. Lo stesso accade a te ragazza mia e in effetti mi ritrovo a pensare, e a confermare, che questa postura sovente corrisponde o a momenti di malessere fisico oppure, come oggi, a queste crisi neurologiche di forti tremori che non lasciano in pace neppure un piccolo muscolo del tuo corpo. Accidenti a loro.

Non riesco neppure a immaginare come puoi sentirti in queste situazioni e i miei interrogativi si uniscono di sicuro a quelli di tanti altri genitori che si ritrovano ad assistere figli con epilessie o disturbi neurologici importanti. So per certo però, che mi raggiunge il classico dolore fisico di quando ti vedo star male e forse anche questa è un’esperienza che posso condividere con la categoria più allargata delle madri. Sarà perchè li abbiamo ospitati nel nostro grembo che il loro malessere risuona forte anche nel nostro corpo con punte di dolore fisico razionalmente inspiegabili?

La seduta odierna porta solo un parziale beneficio e arrivare a casa si rivela comunque complesso, con il mio timore continuo di vederti cadere a terra mentre ti guardo procedere con quel tuo incedere reso ancora più instabile dallo stato del momento. Ma, anche stavolta, ce la facciamo.

Ti osservo nel silenzio della nostra cena a due, provando a non interferire in quella tua piccola ma importante autonomia e ignorando il cibo che finisce ovunque prima di raggiungere la tua bocca. Angela mi viene ancora in aiuto nel pensiero, ricordandomi quel leggero contenimento che posso fare in situazioni analoghe sostenendo appena il tuo gomito e così faccio, senza commentare, mentre mi pare di accogliere il consenso nel tuo sguardo.

Ma quanta pazienza ci vuole per stare con un corpo che si comporta in questo modo? Mi riempie di orgoglio la tenacia che osservo mentre insisti, non molli e ancora una volta mi spiazzi con quel sorriso che mi arriva quasi a conforto. Al tuo posto avrei scaraventato ovunque piatto e posate e tu invece mi sorridi proseguendo in questa cena che sembra più una prova ad ostacoli.

Non vado molto d’accordo con quelle diagnosi funzionali che trasformano i bambini e i ragazzi disabili in un elenco di ciò che non sanno fare. Pensate solo al brutto modo di definirli “alti” o “bassi” non in base all’altezza naturalmente ma in riferimento al livello di prestazioni e competenze.

Se proprio così deve essere però, stasera vorrei che Luna e tantissimi altri bambini e ragazzi come lei, venissero definiti altissimi e grandiosi per la tenacia che esibiscono nell’affrontare la vita e superdotati di pazienza.

Se di prestazioni e competenze dobbiamo parlare, perdio facciamolo almeno su tutto!

A volare si impara

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a volare si impara 1di Irene Auletta

Respirare e’ movimento. Così Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, ci introduce all’incontro della sera.

Le lezioni che, nello specifico, concentrano l’attenzione sul respiro, permettono di attraversare cambiamenti e apprendimenti che ogni volta riescono a stupirmi piacevolmente.

E’ importante sperimentare diverse possibilità non tanto per andare alla ricerca di quella giusta ma per mettersi in un atteggiamento di scoperta che consenta di esplorare diverse opzioni e nuove esperienze”.

Verrebbe quasi da chiedersi in che senso e’ possibile respirare con differenti modalità e come questo movimento può così tanto influenzare il nostro modo di essere e di stare al mondo. Eppure, provando, emergono sempre nuove possibilità e ogni volta il corpo impara qualcosa.

E ancora una volta mi ritrovo a dar senso al valore dell’esperienza, qualunque essa sia, provando a fare intrecci con quanto mi piace ricercare anche nel mio lavoro educativo.

Spesso con i genitori provo a recuperare le dimensioni legate alle prove possibili, alle sperimentazioni di quanto accade nella relazioni con i figli, uscendo dalle logiche del giusto/sbagliato o della ricetta pedagogica da vero chef per intravederne altre capaci di valorizzare ciò che è sempre possibile imparare, anche da adulti.

Da quando ti ho incontrata ho scoperto che anche i corpi, pur in assenza di parola, possono dirsi e raccontarsi.

Ogni giorno la tua fatica nel movimento mi ricorda di non sottovalutare quello che molto spesso finisce per essere pensato normale, scontato e quindi poco curato. Ogni giorno la tua sfida alla forza di gravità mi dice qualcosa della tenacia che può esserci anche in un piccolo corpo che tanti dall’esterno giudicherebbero fragile.

Ogni giorno, quando sperimenti quella che più nel tuo desiderio che nel tuo corpo vuole essere una corsa, scopro che anche volare può essere uno stato dell’anima.

La saggezza nel salir le scale

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Dunque vediamo, nei decenni ho incrociato parecchie arti marziali: Karate Shotokan, Kung fu Hung Gar, Shao Lin, Tan lang, Choy Lee Fut, Win Tzun e Tai Chi Chuan. Una collezione ormai comune tra i praticanti visto che i monocolori sono passati di moda. Fatevi un giretto su Google per credere. Bene. Tutti, dico tutti, sostengono di insegnare il modo “giusto” di muoversi. E il bello è che tutti, dico tutti, hanno ragione.

In fondo come si definisce il modo “giusto” di muoversi? In base a un unico criterio universalmente condiviso nell’ambiente: l’efficacia. E quando un movimento è efficace? quando, date determinate condizioni, raggiunge l’obiettivo. Per questo hanno tutti ragione: tutti stabiliscono condizioni e obiettivi per i quali il modo di muoversi che insegnano è quello efficace.

Non è solo questione di furbizia, si chiama “specializzazione”. Supponiamo che le condizioni siano: un solo avversario, davanti a te, chiara intenzione di attaccarti facendoti del male, nessuna possibilità di fuga o di aiuto, non previsto il disimpegno, niente armi e mani nude, terreno piano e privo di ostacoli, corporatura di entrambi nella norma, condizioni di salute normali. Obiettivo: fargli male prima che lo faccia a te. Con queste coordinate i movimenti “efficaci” si riducono enormemente. E l’insegnante ha buon gioco nel trattenerti per degli anni nell’affinarli oltre ogni grado di sofisticazione.

Oggi, mentre salgo le scale, mi accorgo che il mio bacino per muovermi deve fare cose che su un terreno piano non ha bisogno di fare. Bene. E perchè mai se occorre difendersi devo supporre che il terreno sia sempre piano? o che chi minaccia sia solo? o che io sia già sicuro che vuole farmi del male? o che io non preferisca prendere un paio di sberle e mollarla lì piuttosto che finire con un buco nella pancia? o che non sia meglio darsela a gambe? o che io debba difendere la pelle di mia figlia a costo di rischiare la mia?

Insomma, la vita non è il ring e nessuna forma di combattimento creata e praticata nelle palestre ha qualcosa a che vedere con la capacità di difendersi dai pericoli che il mondo ti mette davanti quando meno te l’aspetti, quando non sei in condizioni ottimali per affrontarli, quando pensi che il pericolo che si presenta non sia affatto un pericolo, quando pensi che ciò che ti si presenta sia un pericolo e invece non lo è per nulla, quando in pericolo non sei solo tu ma anche chi ti sta vicino, quando sei tu a mettere in pericolo l’altro, quando il pericolo sta nel modo in cui ti difendi dal pericolo.

Allora il movimento. Quando è efficace un movimento? Quando mi permette di muovermi in ogni condizione. E a prescindere da un obiettivo prestabilito. I movimenti specializzati sono utilissimi per svolgere compiti specializzati. Sapersi difendere, al contrario, non è una competenza specialistica. Come non lo sono tutte le capacità che hanno a che fare con la saggezza dello stare al mondo.

Il corpo sintattico

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Con la voce dico “spingo”, ed è una cosa. Il mio corpo non “dice”: spinge e basta. Lungo questo spartiacque corre il confine sottile tra due bacini d’esperienza differenti: “spingere” e spingere. Ieri sera, poco prima di cena, ero sul piazzale ghiaioso prospicente la “casa bianca”, l’unico casale di questa tenuta abruzzese non adibito ad agriturismo, teatro dei miei allenamenti sdrucciolosi da quando vengo in vacanza da queste parti. E ascoltavo.

Quante volte avrò spinto nella vita? Milioni probabilmente, e il mio corpo, il me-corpo, lo sa. Poi ci sono due decenni e passa di pratica marziale, e hai voglia. Così spingevo. Non c’era nessuno e intorno non c’era nulla, dunque spingevo l’aria, sostanzialmente. E la terra, ovvio. Spingere il nulla, sentendolo, e ascoltare l’effetto della spinta correre giù giù sino alle piante dei piedi, è una semplice e fantastica esperienza. Si tratta solo di ascoltare.

Sapete che il corpo conosce la sintassi? O forse la sintassi è già espressione di esperienze profondamente corporee, non so. A ogni modo, mentre spingevo, mi accorgevo che c’era spinta e spinta. Così ero io che spingevo qualcosa, o qualcuno, in quest’altro modo era qualcosa o qualcuno che mi spingeva e io mi facevo spingere, oppure respingevo, e ancora ero io che mi spingevo via. “Spingere” è un verbo, spingere è una semplice azione, ma nell’azione ascoltavo le forme attiva, passiva e riflessiva del verbo. Il mio corpo, il me-corpo, stava conversando con il proprio movimento.

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