Fichi d’India

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fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

Prospettive verdiazzurre

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Prospettive verdiazzurredi Irene Auletta

Senti, la fatica così non mi dice niente, se non ne capisco il senso temo di non riuscire a proseguire. Circa ventiquattro anni fa dicevo questa frase mentre facevo cadere a terra uno zaino che mi aveva accompagnato fino a quel momento in quella che era la mia prima vera escursione in montagna. Vabbè che il tipo mi piace parecchio, pensavo, ma a tutto c’è un limite cavolo …. E poi io sono una donna di mare perlamiseria!

Le strade della vita sono così e grazie al mio compagno di viaggio, negli anni a venire, ho imparato ad apprezzare quelle esperienza per me sconosciute, scoprendone inattese possibilità e limiti che … vanno bene così.

Ma sei sicuro che all’andata abbiamo fatto questo sentiero, non lo riconosco? Mi consigli di voltarmi e guardarmi indietro per ritrovare le tracce di quella stessa esperienza fatta poco fa in direzione contraria. Le camminate in montagna sono fonte di continue immagini metaforiche che restituiscono luce a tante altre dimensioni dell’esistenza. Anche la propria vita a volte, guardata nel presente non si riconosce, così come pare di aver smarrito la propria essenza.

Per questa gita parto con uno stato d’animo abbastanza provato dagli ultimi mesi o forse dalla mia stessa vita. Mi piacciono, mentre percorro il sentiero in salita, la sensazione di prendere distanza da questioni troppo calde, il silenzio che alimenta le onde lente dei miei pensieri e l’idea di voltarmi indietro per guardare cosa è accaduto.

Piano piano mi riconosco e mi rimetto in ordine. Fa un po’ bene e un po’ male. Ho perso pezzi che posso recuperare e ho fiducia ma, ogni immagine di quello che vedo, come un fotogramma al rallentatore, mi richiama a stare nel mio sentiero di vita, che è questo e questo rimane.

Mi torna in mente la scena del film Ratatuille quando il famoso critico culinario chiede che gli venga servita della prospettiva. Le nostre vite, troppo spesso schiacciate da un ingombrante quotidiano, rischiano proprio di perdere di vista quel respiro lungo offerto da uno sguardo capace di spaziare, osare ed andare oltre.

Dissi anni fa che la ricerca di senso è un sapore al quale non posso rinunciare. Oggi me lo gusto pienamente con gli occhi rivolti al cielo. Ancora una volta la montagna mi ha insegnato parecchie cose. Su di me.

Meglio il fastidio

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meglio il fastidio

 

di Irene Auletta

Tutti i giorni, più o meno, lo stesso rituale. Varchiamo la soglia del nostro portone e invece di dirigerti verso l’ascensore tenti il passaggio furtivo verso uno scaffale pieno di volantini e giornaletti pubblicitari. La carta in mano, il suo rumore, i suoi colori sono un po’ un gioco e un po’ una stereotipia e quindi non sempre è facile capire il punto del limite, da ridefinire ogni volta.

Dai Luna lascia stare queste carte, te lo dico ogni giorno e poi guarda quelle che hai buttato a terra e che ora dovremo raccogliere! La nuova sostituta della custode che mostra già di averti ben identificata, mi conferma che passare inosservati è praticamente impossibile. Non si preoccupi signora lasci stare che ci penso io, dice con estrema (e per me eccessiva) gentilezza.

Potrei lasciar correre, come faccio tante volte, ma oggi no. Mia figlia ha fatto questo pasticcio e lei lo sistema, ribatto cercando di non apparire ostile alla sua cordialità e al suo sincero dispiacere per l’ingrato compito a cui sto sottoponendo la “povera” fanciulla.

Mi torna in mente quanto accaduto qualche giorno fa con un tuo compagno del Centro. Di fronte al suo tentativo di avvicinarsi per abbracciarmi ho allungato la mano dicendogli che lui è un ragazzo grande  e io una signora e quindi ci si saluta così. Ho aggiunto che lo dico sempre anche a te quando ti accade di non rispettare quel confine fisico importante per definire gli incontri e le relazioni.

L’educatore mi sorride a distanza con un cenno di approvazione che parla di tutte le volte che probabilmente si sente dire non si preoccupi, non mi da fastidio! Ecco, appunto. A parte che questa frase anche risentita a distanza è davvero bruttina, forse bisogna proprio imparare a dire che non è questo il problema. Il messaggio non piacevole da ricevere, ogni santa volta, è la negazione della possibilità di imparare e, soprattutto, il diritto di farlo.

Io, cara figlia, continuo ad insistere per questo, per sostenere il tuo diritto di imparare seppur con i tuoi tempi a volte anche per me indecifrabili. Raccogliamo le carte sparse sul pavimento e alla fine facciamo il patto che una sola puoi tenerla.

In ascensore ti faccio una delle nostre espressioni buffe per scherzare su quanto accaduto poco prima e tu, guardandomi dritto negli occhi, mi restituisci il giornale che hai in mano.

Ecco.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

Nascere

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nasceredi Nadia Ferrari

Come di consueto nei pomeriggi a scuola mi incanto a guardare i bimbi giocare. “Fermarsi semplicemente a guardare” senza intervenire, senza suggerire, senza correggere, senza richiedere, rischia di divenire una forma di presenza educativa che, presi come siamo dalle infinite cose da fare, stiamo purtroppo dismettendo a favore spesso di attività molto meno importanti. Eppure, come ho già avuto modo di dire, il gioco degli sguardi è cosa complessa. Nel guardare i bambini io non vedo solo loro che giocano ma vedo loro che giocando ci osservano.

Allora l’aspetto educativo si fa interessante e non solo per comprendere (come è noto) eventuali problematiche latenti ed interpretando il loro gioco come uno strumento diagnostico, ma per l’opportunità che i piccoli offrono a noi adulti di ritrovare nella naturalezza dei loro gesti e nella generatività delle loro teorie sugli eventi del mondo, quella semplicità e leggerezza che riporta l’idea di imparare divertendosi spesso “lasciata fuori” dalle aule scolastiche.

Oggi siamo in una sala parto.

Devo sottolineare che in questo periodo nella nostra classe ci sono state tantissime gravidanze e nascite di fratellini e sorelline. Comunque in sala parto c’è un gran fermento! Ci sono medici, infermieri e naturalmente le partorienti che in questa occasione non sono solo femmine oggi da noi partoriscono anche i maschi. I medici e le dottoresse sono indaffaratissimi: tagliano, medicano, provano la febbre, sia ai nuovi nati che alle loro mamme, fanno ricette, si telefonano per sentire come stanno i pazienti. Mentre giocano con estrema compostezza intavolano una discussione.

Giacomo (mentre sta facendo un cesareo): ma guarda che davvero i bambini nascono tagliando la pancia alle mamme!
Maya: non proprio, prima devi mettere il semino nella pancia della mamma, il papà lo mette nella “patatina” della mamma e poi finche il semino cresce, cresce, cresce, e i bambini crescono dentro alla pancia e sono pronti a nascere.
Giulia: e no, guarda alla mia mamma hanno tagliato proprio qua (indica sul suo corpo) guarda qua dove ciò la gonna, mia mamma ce l’ha ancora il taglio, perché prima nella sua pancia c’ero dentro io, hanno tagliato e hanno ricucito, poi c’era dentro l’Alice e hanno tagliato e hanno ricucito e adesso c’è dentro Luca che deve nascere in questi giorni e tagliano e ricuciono
Sofia: ma com’è fatto il semino?
Giulia: è come un seme delle piante
Maya: e no! Un semino delle piante messo nella “patatina” della mamma non può fare niente, bisogna annaffiarlo!
Giacomo: e certo! S’annaffia quando la mamma fa il bagno… però può crescere una pianta non un bambino…
Maya: per il bambino è un semino un po’ strano, non è come il seme della carota…
Giacomo: vabbè non lo sappiamo com’è.

E riprendono indaffarati a curare i loro piccoli pazienti mentre io molto divertita e lontana dal fornire loro altre verosimili spiegazioni penso a come queste ultime mettano in pace i nostri tabù ma non riescano proprio a convincere i bambini!

Riflessi educativi

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riflessi educativi 1di Irene Auletta

Ma io non li voglio i carciofi ripieni! Nessun problema, risponde il padre, vorrà dire che stasera andrai a letto senza cena. E così fu.

Me la ricordo ancora bene quella scena, nonostante siano passati da allora quasi cinquant’anni e mai avrei immaginato di ritrovarmi a fare una parte simile nel ruolo di genitore. Dico simile perché le scene non sono mai uguali e di certo nel mio caso mi sarebbe piaciuto molto trovarmi di fronte ad una scelta o ad una presa di posizione come quella puntigliosa di me bambina.

Da qualche giorno sono aumentati i versi con la bocca che, accompagnati da qualcosa di assai simile a una pernacchia, producono un’inevitabile produzione di saliva che termina in qualcosa di poco gradevole che, anche senza una fervida immaginazione, è possibile intuire. Le spiegazioni ricorrenti su una serie di comportamenti dei ragazzi disabili mi lasciano sempre con molti interrogativi aperti che, a seconda dello stato d’animo del momento, mi deprimono oppure mi irritano. Purtroppo raramente riesco a sorriderne.

In realtà so bene che ogni comportamento nasce per qualche motivo particolare non sempre identificabile e riconoscibile e, molto spesso, esasperato dal tuo modo di affrontare qualcosa che, evidentemente, anche tu stessa non comprendi o non riconosci come familiare. E così l’altra sera, di fronte a questi sputi pernacchiosi, ingaggio una sfida e al secondo tentativo fallito, ti comunico che andrai a letto senza cena. Cerco di farlo come lo fece anni fa mio padre, senza alcuna aggressività ma con la convinzione di poterti insegnare qualcosa.

In cuor mio però non sono serena perché mi chiedo cosa tu possa comprendere e imparare e soprattutto perché sono certa di non aver capito il motivo del tuo comportamento che sospetto legato a qualche fastidio o disagio che non riesci a esprimere diversamente.

Ma tu babbo avrai capito perché proprio quella sera non volevo i carciofi ripieni, oppure avrà preso il sopravvento l’insegnamento che sentivi importante e strettamente legato al tuo ruolo di padre? Credo che il ruolo di genitore sia complesso sempre e forse, figli diversi, chiedono di imparare a destreggiarsi tra differenti trappole. Io conosco solo quelle che incontro nella relazione con te e nelle lezioni che ogni volta imparo grazie alle tue reazioni imprevedibili.

Accetti di andare a letto senza cena senza mostrare alcuna opposizione e ti sento vicina alla mia emozione quando ti dico che in quell’occasione non sono riuscita a fare altro per capire e per aiutarti. Domani andrà meglio ti dico mentre, chissà perché, ho la sensazione che tu mi stia consolando.

Ti assomiglio davvero babbo? Di certo, tu non sarai andato a letto con il magone. O no?

Ali tutte tue

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A fairy flying over a field with a palace in the background

di Irene Auletta

Ne parlavo qualche giorno fa con tua zia, di come vivendo con te scopro ogni giorno che quello che sovente viene definito normale, istintivo, naturale, è lontano anni luce dall’esperienza di vita tua e di tanti ragazzi come te, che la vita la affrontate a modo vostro.

Il fatto è che siete proprio voi a coglierci tante volte in castagna, lasciandoci lì ebeti a farci le solite domante. Ma come è possibile che non capisca questa cosa? Perchè sceglie sempre la strada più complicata per fare qualsiasi cosa? Se a volte sembra comprendere perfettamente come mai altre qualsiasi parola viene respinta come su un muro di gomma?

E noi lì a chiederci, cercare di capire, interrogare, esplorare. Noi lì, a dannarci l’anima. Almeno, questo vale sicuramente per me che in quel girone mi ci trovo particolarmente a mio agio e molto spesso anche in ottima compagnia.

Il bello del mio lavoro è che attraverso le parole degli altri, operatori e genitori, posso continuare a riflettere e a crescere, offrendo ogni giorno il contributo del mio apprendimento insieme a quello della mia competenza. Educatori di un centro per disabili mi raccontano della fatica di vedere l’adulto negli uomini e nelle donne, più o meno giovani, che ogni giorno incontrano nel loro servizio.

Difficile di certo per i genitori dicono ma poi, piano piano, scopriamo che lo è altrettanto anche per loro. Età anagrafiche, corpi, storie fanno a pugni con gesti, espressioni e comportamenti che, si sa, prendono maldestramente il sopravvento. E’ la croce del ritardo mentale o del deficit acquisito, come accade sovente anche con gli anziani. Ed ecco lì, uno dei tanti motivi che spinge a quel continuo infantilizzare persone di venti, trenta, cinquanta, sessant’anni.

Vuoi la merendina? Ti metto il cerottino? Sbucciamo la melina? Andiamo a fare la pipì? Aiuto, mi manca l’aria. Datemi anche l’ossigenino purchè mi permetta di respirare.

L’educazione ci trasforma mentre attraversiamo forme differenti di cultura. Per qualcuno stare in questo processo di crescita è più difficile, perchè di normale, istintivo, naturale, quando si ha qualche disabilità o deficit, non c’è proprio nulla. Ognuno trova il suo modo per sopravvivere e il mio è quello di continuare a imparare, insieme a te.

Stamane siamo ancora lì. Tu sei felice e provi a saltare, in quel modo tutto tuo che a vederti risulti proprio buffa. Tutto il corpo appare in elevazione tanto che ci si aspetta da un momento all’altro che il salto arrivi davvero. Invece i piedi rimango dove sono, bloccati a terra, dando al tuo movimento più l’immagine di un elastico che di un salto. Dai proviamoci ancora, ti aiuta la mamma … ci sei quasi!

Tu ridi e mi accorgo che a te, di alzare i piedi da terra, non importa nulla. Ancora una volta mi hai messo a tacere. Tra noi due, quella che vola davvero, sei sempre tu.

Apprendimenti a sorpresa

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apprendimenti a sorpresadi Irene Auletta

Di recente, dopo diverso tempo, sono rientrata a far parte di un percorso formativo rivestendo il ruolo opposto a quello che da anni indosso comodamente. Ne ho sempre teorizzato l’importanza perché, nella logica maestro e allievo, l’inversione dei ruoli mi ha sempre insegnato molto.

Eppure stavolta l’insofferenza ha preso il sopravvento, condita da una stizza che mi ha colpita non poco, facendomi ritrovare di fronte a nuovi interrogativi, prima di tutto, rivolti a me stessa. Come mai ho sempre sostenuto il valore del “doppio ruolo” e ora mi ritrovo a rivestire i panni dei formandi più odiosi che negli anni ho incrociato sul mio sentiero di docente e formatrice? 

Il senso di disagio poi e’ andato crescendo man mano che altri colleghi, sicuramente meno severi di me, provavano a restituirmi l’importanza di una comprensione verso i formatori del corso, come a dire che, non era di certo colpa loro se alcuni partecipanti avevano al loro attivo un’esperienza professionale (e culturale) non prevista forse dall’accordo e dall’ingaggio formativo.

E, devo riconoscere che, anche questo aspetto, e’ portatore di una sua verità.

Ma allora perché quella stizza pungente che mi ha riportato indietro nel tempo e incontro a sentimenti che credevo sepolti una volta per tutte?

Eppure, sempre di recente, ho conosciuto un nuovo supervisore che mi ha fatto sentire perfettamente a mio agio anche nei panni di “allieva” e che anzi, dopo ogni incontro, mi ha lasciato quel senso positivo e frizzante che riconosco ogni volta che imparo grazie all’incontro con qualcuno.

Quindi, non è che proprio non riesco a fare l’allieva!

Alla fine stamane l’ho capito o forse mi sono semplicemente arresa di fronte ad un’evidenza che in questi giorni mi ha reso sorda e cieca. Ogni ruolo chiede capacità e competenze e, indubbiamente, io in alcune situazioni proprio non ci so stare. Avrei dovuto avvertire prima il pericolo di ritrovarmi in una situazione simile e invece ci sono ricascata. Le motivazioni possono essere molte e tante credo di averle capite e imparate.

Ho imparato (o forse l’ho ritrovato ancora una volta ribadito) che dirsi di non essere capaci non è un valore solo per gli altri, che l’eccesso di umiltà rischia di confondersi con un senso di complicità che non mi appartiene, che ogni stagione, della vita e della professione, ha i suoi tempi e i suoi spazi. Io stavolta ho proprio toppato.

Non saranno contente le docenti del corso di ciò che ho imparato perché probabilmente nel loro intento c’era altro ma forse potrebbero accontentarsi, per quello che mi riguarda, del premio di consolazione.  Loro, intenzionalmente, non mi hanno insegnato nulla circa i contenuti ma mi hanno permesso di afferrare qualcosa di nuovo su di me.

Non importa se quello che ad altri appare come severità per me si inserisce in un orizzonte etico e neppure importa la mia critica che credo assai fondata rispetto alla povertà dei contenuti proposti dalle due formatrici. Importa che ho sbagliato posto, che detesto troppo perdere tempo per permettermi di farlo e che non mi sono ascoltata a sufficienza per dire basta, ammettendo il mio limite.

Stavolta punteggio equo per maestre e allieva. Entrambi insufficienti.

A volare si impara

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a volare si impara 1di Irene Auletta

Respirare e’ movimento. Così Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, ci introduce all’incontro della sera.

Le lezioni che, nello specifico, concentrano l’attenzione sul respiro, permettono di attraversare cambiamenti e apprendimenti che ogni volta riescono a stupirmi piacevolmente.

E’ importante sperimentare diverse possibilità non tanto per andare alla ricerca di quella giusta ma per mettersi in un atteggiamento di scoperta che consenta di esplorare diverse opzioni e nuove esperienze”.

Verrebbe quasi da chiedersi in che senso e’ possibile respirare con differenti modalità e come questo movimento può così tanto influenzare il nostro modo di essere e di stare al mondo. Eppure, provando, emergono sempre nuove possibilità e ogni volta il corpo impara qualcosa.

E ancora una volta mi ritrovo a dar senso al valore dell’esperienza, qualunque essa sia, provando a fare intrecci con quanto mi piace ricercare anche nel mio lavoro educativo.

Spesso con i genitori provo a recuperare le dimensioni legate alle prove possibili, alle sperimentazioni di quanto accade nella relazioni con i figli, uscendo dalle logiche del giusto/sbagliato o della ricetta pedagogica da vero chef per intravederne altre capaci di valorizzare ciò che è sempre possibile imparare, anche da adulti.

Da quando ti ho incontrata ho scoperto che anche i corpi, pur in assenza di parola, possono dirsi e raccontarsi.

Ogni giorno la tua fatica nel movimento mi ricorda di non sottovalutare quello che molto spesso finisce per essere pensato normale, scontato e quindi poco curato. Ogni giorno la tua sfida alla forza di gravità mi dice qualcosa della tenacia che può esserci anche in un piccolo corpo che tanti dall’esterno giudicherebbero fragile.

Ogni giorno, quando sperimenti quella che più nel tuo desiderio che nel tuo corpo vuole essere una corsa, scopro che anche volare può essere uno stato dell’anima.

Aggiustiamoci

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aggiustiamocidi Irene Auletta

Bella e intensa la lezione Feldenkrais di ieri sera. Angela, la nostra insegnante, ci anticipa un lavoro di ascolto profondo aggiungendo che “ognuno farà quello che sente di poter fare sperimentando movimenti e cambiamenti che riuscirà a percepire e a modificare solo affinando la propria capacità di ascolto”.

Regola generale che però ogni volta per me assume tinte peculiari come predisposizione a quella lezione e all’occasione per dedicarsi tempo e attenzione.

Nel corso dell’incontro Angela invita a sistemarsi alla ricerca della posizione più giusta per noi e per compiere quegli aggiustamenti che solo l’ascolto del nostro corpo può suggerirci con maggiore precisione. Qui ci si può liberare dei timori di essere poco adeguati, di non fare subito la cosa giusta e di rispondere, in qualche modo alle attese altrui. Ci si può aggiustare per capire come stare meglio, per trovare una posizione più comoda, per sperimentare, provare e riprovare, solo per il gusto di farlo e di scoprire le sorprese che il nostro stesso corpo ci riserva e rivela ogni volta.

In fondo, in incontri come questo, è possibile sperimentare quasi il contrario di quello che molti di noi attraversano altrove e che invece richiede immediatezza, prestanza, capacità di essere subito “operativi”. Parole d’ordine della nostra epoca che ormai sono diventate un must di cui sovente è difficile liberarsi.

Eppure mi giunge davvero potente l’idea di aggiustarsi perchè sembra restituire valore anche alla possibilità di partire un po’ sgangherati, incerti, goffi, non solo a livello fisico ma anche rispetto al nostro modo di incontrare e conoscere il mondo. Fa immaginare percorsi di apprendimento, scoperte e modifiche. Insomma, fa pensare che imparare può essere divertente anche per farci ridere della nostra goffaggine.

Durante la lezione riconosco miei diversi stati d’animo che assumono le tinte di quello che in questo momento attraversa la mia vita e, pensando in particolare a come hanno lavorato e si sono mosse le mie spalle, mi viene da restituire una doppia immagine. Un’ala libera e potente pronta a volare e una piccola sporgenza insicura, anche parecchio dolorante. Corpo e anima, abbracciati stretti stretti, a volte si possono raccontare storie incantevoli.

Uscendo la spalla dolente mi fa un po’ meno male e mi piace immaginare che sia perchè l’altra le ha fatto intravedere i voli possibili. In fondo è così anche la vita … basta solo aggiustarsi un pochino.

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