di Irene Auletta

Vi verrebbe mai in mente di salutare una ragazza di quattordici anni facendole una carezza sulla testa, quando lei neppure se lo aspetta

Vi siete mai ritrovati a parlare con adulti o ragazzi estranei utilizzando il tono in falsetto che sovente si utilizza con i bambini piccoli o nelle private relazioni d’amore?

Non ho bisogno di interrogare oltre la faccenda o di essere esperta di qualche magia per immaginare che dall’altra parte del vostro incontro ci potrebbe essere, con molta probabilità, un ragazzino disabile o un adulto con difficoltà, facilmente un anziano colpito nelle sue principali funzioni cognitive o comunicative.

Ogni volta che incontriamo la differenza, e quelle di questo tipo in particolar modo, abbiamo in genere, come minimo, due possibilità.

Cogliere l’occasione per imparare qualcosa di noi stessi, del nostro personale disagio e del nostro impaccio. Riconoscere la difficoltà ad incontrare il diverso da sè, per andare oltre le banalizzazione e i luoghi comuni che circondano l’idea di accettazione.

Oppure, possiamo rimanere di pietra, facendoci scivolare addosso l’incontro e attribuendo all’altro qualsiasi problema.

Ecco, così di certo, abbiamo perso una grande occasione per tacere, per stare fermi, per ascoltare e per dimostrare il nostro dichiarato valore.

Peccato.