La confusione che insegna

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la cunfusione che insegnadi Irene Auletta

Durante le lezioni Feldenkrais  Angela, la nostra insegnante, spesso ci accompagna attraverso configurazioni mirate a differenziare.

Girate la testa a destra e gli occhi a sinistra. Ora invertite la direzione. Ruotate un braccio in una direzione e l’altro in quella contraria. Ricordate che differenziare è importante per rompere gli schemi di molti movimenti strutturati e per creare nuove occasioni di apprendimento.

Una delle partecipanti, durante l’ultima lezione, esprime un senso di confusione che l’insegnante accoglie e rilancia con valutazione positiva dichiarando proprio la sua intenzione di creare disorientamento.

Se attraversate lo stato della confusione nel movimento, potete sperimentare e trovare nuove forme di ordine e quindi raggiungere nuovi apprendimenti.

Penso a quanto le stereotipie del corpo possono insegnarci rispetto a quelle dei ragionamenti e dello sguardo gettato sui problemi quotidiani e mi diverto a fare un elenco di quelle appartenenti a queste ultime categorie. Chiunque può farlo spaziando tra gli ambienti di lavoro o quelli della propria vita personale, anche per sdrammatizzare la pesantezza che caratterizza molti scambi comunicativi.

Attraversando luoghi di formazione mi colpisce sempre la ritualità di alcune affermazioni, l’esibizione di molti luoghi comuni, la povertà di ragionamenti pieni di punti esclamativi. Allo stesso modo però mi giunge piacevole e stimolante il movimento creato dalle domande, dai ragionamenti capovolti, dalle provocazioni intelligenti e da quello stato di confusione che accompagna una riflessione che si sta riorganizzando per esplorare nuove forme possibili.

Con Monica, collega e amica, abbiamo fantasticato di educatori, assistenti sociali, insegnanti, psicologi e pedagogisti, sdraiati a terra a sperimentare ciò che accade attraverso il lavoro sul corpo per poi provare a trasferirlo, analogicamente, alle proprie pratiche professionali.

Qualcuno sta già intraprendendo percorsi simili, vuoi dire che è giunto il momento anche per noi? Le iscrizioni sono aperte!

Cercasi senso

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cercasi sensodi Irene Auletta

Avete presente tutti i giochetti di parole attivati dalla nuova definizione diversamente abili? Anche alcuni comici famosi ne hanno fatto cavalli di battaglia, il che mi fa pensare che l’idea sottesa di abilità diversa sia andata un po’ a farsi friggere. Vogliamo parlare dei diversamente belli?

La madre di un ragazzo disabile mi ha fatto riflettere proprio di recente su questo argomento, grazie al suo definirsi diversamente genitore che mi ha ricordato l’identica definizione data di sè stesso anche da parte di un padre separato con tre figli.

Alla fine, non so perchè, ho l’impressione che nell’idea di diverso che sovente raccolgo, si siano concentrate in gran parte valenze negative o problematiche e capisco che forse, proprio lì, confluiscono tensioni quotidiane che faticano ad essere nominate diversamente o altrove.

La differenza pesa come un macigno e al di là degli slogan sbandierati ad oltranza, chi la attraversa, anche per motivi assai differenti, sa bene che farci i conti ogni giorno non è affatto semplice.

Anche in ufficio mi fanno pesare di continuo i permessi che prendo, seppur autorizzati dalla legge, per accompagnare mio figlio alle varie visite mediche. Così mi dice una madre oscillando tra l’amareggiato e il rabbioso. Vorrei dirle che la comprendo bene, che ho sempre cercato di proteggere la mia vita privata da queste interferenze e che spesso, aprendomi, ho raccolto delusioni e comportamenti molto discutibili sia da un punto di vista etico che umano.

Faccio un giro dentro me stessa e mi accorgo che quel tipo di sentimenti li ho lasciati andare anni fa stringendo amicizia con il disincanto. Penso a cosa ho provato a fare io, a cosa sperimento quotidianamente e quindi provo a rilanciare.

Lei sa fare cose che altri genitori neppure immaginano e potrebbe di certo insegnare. Sarebbe bello fare un elenco di quanto la diversità rende possibile, per uscire dai clichè e per iniziare a raccogliere e valorizzare quanto della sua esperienza può dar senso alla fatica che nessuno può toglierle.

In fondo una frase del genere può riguardare una bella varietà di genitori o adulti in genere a patto che ci si liberi di quell’eco spiacevole che spinge a crogiolarsi più nel lamento che nell’attivazione di nuove ricerche di senso.

Ma come si fa? mi dice una madre sconfortata. Non ho ricette magiche da offrirle e mentre le rispondo, esplorando con lei nuove possibilità, la mente veleggia anche altrove.

Ci sono giorni più amari che lasciano il sapore di ferro in bocca e giorni buoni, che sanno di zucchero filato. Proprio come quello che tu, mio tesoro, hai finalmente scoperto il giorno del tuo sedicesimo compleanno.

Sarà mica stato diversamente dolce?

Fiori di luna

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fiore e lunadi Irene Auletta

Prima candelina. La ricordo ancora. Per te e per quel gesto di soffiare che sembrava solo in ritardo ma che non sarebbe mai arrivato. Ci sono voluti anni per smettere di cercare quanto non poteva esserci e intravedere le luci del possibile.

Per i primi anni, insieme alle candeline sulla torta, si spegnevano i sogni e ricordo giorni senza sole, d’estate e d’inverno.

E così ci hai richiamato a te, minacciandoci di andartene. Senza parole l’hai urlato forte e chiaro e, finalmente, ci siamo risvegliati da quel torpore che solo la delusione dolorante conosce bene.

Incrociando storie, simili alla nostra e ognuna particolare, abbiamo scoperto le stesse scene e gli stessi copioni, come sfide ostinate per i vari attori di turno su quello scomodo palcoscenico. Insieme a quell’impertinente ricerca di senso che probabilmente dovrebbe coinvolgere tutti i genitori anche se, per qualcuno, è più facile dimenticarselo per qualche tempo. Per noi no. Non è mai stato possibile non interrogare, ogni giorno, il senso della nostra storia, della tua e della nostra vita.

Ed eccoci oggi. I fiori hanno preso il posto delle candeline, illuminati da quel sole che scalda la malinconia nascosta dietro ogni sorriso. Conosciamo solo questa gioia, noi che ti amiamo ogni giorno, tra sfide e scommesse. Una gioia che ha sempre mille sfumature e che contiene  tanti stati d’animo intrecciati tra loro in modo indissolubile.

Ho rinunciato da anni alla ricerca della gioia pura e da allora mi nutro dell’unica cosa pura presente nella mia vita. Il tuo amore, dono che si rinnova ogni giorno.

Fiori dolci per te figlia. Perchè sei fiore e meraviglia, sei luce e ombra, sei sole e luna.

Perchè sei Luna.

Sfidami sempre

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sfidami sempredi Irene Auletta

Ti era già accaduto un paio di anni fa.

Tu, che non hai mai messo le mani in bocca neppure da piccola, un giorno, forse per caso, hai scoperto quel gesto che subito ha raccolto il dissenso esplicito da parte degli adulti a te vicino. Non solo. Come sovente accade, come genitori, educatori e insegnanti, in difficoltà o anche solo presi alla sprovvista, siamo tutti caduti nella trappola della prescrizione accompagnata per alcuni, da quelle mani addosso che purtroppo tu non riesci proprio a respingere.

E così, tu ci hai dichiarato guerra. Nel giro di una settimana ci siamo dovuti tutti misurare con il tuo comportamento divenuto ormai quasi ossessivo. In me madre, hai toccato le corde profonde e di grande sofferenza che da anni mi trovo a gestire nell’incontro con quei tuoi comportamenti che mi mettono spalle al muro. Non tanto per la trasgressione in sè, ma per ciò che comportava rispetto alla nuova immagine che tu offrivi a me e al mondo.

Peccato, mi disse una persona, era una ragazzina così a modo e graziosa! 

Doppia pugnalata. Quella sera stessa, abbiamo cambiato rotta.

Poche parole sostenute dai toni dell’amore e un abbraccio di comprensione per la nuova sfida da affrontare insieme. Ce l’abbiamo fatta.

Oggi è accaduto ancora. Arrivo a prenderti nel nuovo centro che frequenti da poche settimane e subito ti intravedo con il dito in bocca e con quello sguardo inconfondibile di trionfo. Per rincarare la dose, mentre l’educatrice mi racconta cosa è accaduto, afferri un gioco lì vicino e, guardandomi, assaggi anche quello. Ci risiamo, ma stavolta non ci casco.

Le nuove persone che andrai conoscendo dovranno imparare a incontrarti e io farò la mia parte per aiutarti a trovare altri modi possibili per contrapporti, sfidare, farti valere e contrastare gesti e parole che, seppur spinti dalle migliori intenzioni, rischiano di azzerarti e mettere a dura prova la tua volontà.

Naturalmente, mentre ci dirigiamo verso l’auto, quel comportamento pian piano scompare mentre ti racconto quanto mi sei mancata. Mi guardi con quello sguardo che sembra contenere mille domande e io lo sostengo, provando a riempire il silenzio della mia comprensione.

Sai che ti dico amore? Non ti preoccupare, passerà anche stavolta ma tu non arrenderti. Sfidami sempre e abbi pazienza. Se ogni giorno tu riesci a convivere con la tua disabilità, posso farcela anch’io, con la mia.

Cuori lontani

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cuori lontani di Irene Auletta

Nel mio lavoro incontro storie di tutti i colori. Storie che fanno sorridere, che suscitano tenerezza o che trasmettono fatiche e dolori. Queste ultime sono le più complesse da avvicinare perchè il loro calore a volte brucia e la paura di scottarsi è sempre in agguato.

Non voglio stare con queste persone che non conosco, questi non possono essere i miei genitori o perlomeno non lo sono più.

Così Agnes di tredici anni ripete da qualche mese agli operatori sociali che stanno aiutando lei e la sua famiglia a ritrovarsi dopo anni di distanza che hanno portato i genitori in Italia in cerca di lavoro e lei a costruirsi storie di nuovi affetti nel paese di origine. Le separazioni e gli abbandoni lasciano ferite profonde, che fanno male. A volte ci sono tessiture relazionali che riescono a sopravvivere e a inventare nuovi incontri, altre volte sembra che l’unico gusto possibile sia quello amaro delle occasioni perdute per sempre.

Con lui ho chiuso, non ne voglio più sapere. Questo bambino non è più mio figlio e io sono troppo stanca, dopo tutto quello che ho passato in questi ultimi anni.

In alcune circostanze particolarmente gravi o problematiche i bambini vengono allontanati dalle loro famiglie e chi attiva procedimenti di questo genere quasi sempre pensa di fare la scelta più giusta o forse di scegliere tra il minore dei mali.

Quando le storie tra genitori e figli si interrompono a volte si strappano e non basta nessuna delle potenti magie delle fiabe per recuperare danni crudeli e insanabili.

Figli che non riconoscono più i genitori e genitori che faticano ad accoglierli nell’espressione di una rabbia che urla il dolore di essere stati lasciati.

Anche queste sono storie d’amore e ogni volta come operatore mi richiamo ad avere rispetto e a sospendere quel facile giudizio che scatta quasi spontaneo di fronte ad emozioni insostenibili, come il rifiuto di un figlio da parte di una madre.

I processi di accettazione, di amore, di riconoscimento, accompagnano tante storie di relazioni tra genitori e figli, nelle situazione più svariate. Ogni volta che ne incontro una imparo qualcosa che spero diventi un rinnovato tesoro da investire nella prossima.

Ogni volta mi chiedo se i cuori lontani possono ancora sentirsi e imparare ad ascoltarsi dopo tanto silenzio e spesso, tanta sofferenza.

Una nonna mi racconta che il nipotino di nove anni, quando va a letto, dopo aver spento la luce si rivolge verso il comodino, alla fotografia del nonno scomparso pochi mesi fa dicendo buonanotte nonno!

Ci sono verità che vanno oltre la nostra capacità di comprenderle o trattenerle. Nel saluto di questo bambino c’è la speranza che anche a distanza i cuori possano ancora sentirsi.

Figlia che brilla

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figlia che brilladi Irene Auletta

Così ti ha definita stamane un’amica in uno scambio di sms avvenuto mentre ero in coda in attesa di fare un prelievo di sangue.

In quell’ambulatorio la paziente più conosciuta sei proprio tu e diverse persone hanno incrociato il mio sguardo guardandosi intorno alla ricerca della tua presenza. In particolare due infermiere si sono avvicinate chiedendomi, in modo esplicito, di te.

Scusi signora non vorremmo disturbarla ma avevamo piacere di sapere come sta Luna. Sa, la conosciamo da tanti anni e la incontriamo sempre con molto piacere.

Cristina, l’infermiera storica che da anni ti fa il prelievo e che viene chiamata appena qualcuna delle colleghe ti intravede arrivare per uno dei tuoi periodici controlli, mi dice di salutarti tanto.

Sono molto affezionata a sua figlia, sottolinea, è una ragazzina molto dolce e negli anni mi ha permesso di avvicinarmi a lei e di capirla ogni volta un pochino di più. Mi ha fatto un bel regalo. La saluto ringraziandola per il pensiero e mi accorgo che ha gli occhi lucidi. Chissà cosa le è passato nei pensieri nominandoti.

In questi anni ti ha visto tante volte e in diverse condizioni di salute. Qualche anno fa, di propria iniziativa, sapendoti molto debole, è venuta a farti il prelievo di sangue a casa e da allora ha sempre mostrato una grande disponibilità e una delicata riservatezza. Le storie si incontrano anche così, con i loro segreti che si parlano senza parole, proprio come sai fare tu.

Poco più tardi, una signora che abita nel nostro palazzo e ti incrocia tutte le mattine, mi chiede come te la cavi nell’esperienza del nuovo centro. Rispondo in modo un po’ frettoloso perchè non voglio entrare troppo nel merito della questione ma, in cuor mio, penso che chi ti incontra deve aver proprio voglia di conoscerti senza fermarsi alla superficie. E’ molto facile banalizzare o infantilizzare ragazzi come te e io di questo non smetterò mai di soffrirne.

Quando però, com’è accaduto stamane, incontro persone che mi restituiscono di te un’immagine che sa andare oltre, sento una ventata ricca di buona energia, così come  è accaduto con il messaggio dell’amica alla quale ho raccontato quasi in diretta cosa stava accadendo.

Ci sono luci che accecano e altre che risplendono piano piano, man mano che ci si avvicina. Tu, figlia mia, mi hai insegnato e ogni giorno mi insegni a convivere con le ombre. E’ questo che può accadere durante alcuni incontri. Quando si riesce a non averne più paura e ad andare oltre si possono scoprire paesaggi che brillano.

 

Lasciar andare

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lasciar andaredi Irene Auletta

I due protagonisti della scena appaiono particolarmente vicini e nitidi per effetto della visione in 3D. Momento clou del film Gravity dove i due sono costretti a separarsi affinchè almeno uno di loro possa sopravvivere. E’ lui che prende la decisione di sganciarsi dalla  compagna di viaggio dicendole con dolcezza che non dipende da lei, mentre la sente ripetere ostinatamente non ti lascio, non ti lascio.

Delicata faccenda quella del lasciare andare e ripensandoci mi accorgo che questo è stato un po’ il tema della settimana.

Durante la lezione Feldenkrais del martedì la nostra insegnante avvia l’incontro, come spesso accade, invitandoci ad ascoltare il nostro essere distesi a terra sulla schiena. Ci anticipa che durante la serata scopriremo quanti muscoli proseguono in uno sforzo involontario togliendo energia e non permettendo al corpo un completo riposo. Ogni volta mi sembra di intraprendere un’avventura di conoscenza del corpo e so bene che tra l’inizio della lezione e la sua conclusione avrò percezioni e sensazioni molto differenti.

Quasi a sentire i pensieri nelle teste di ciascuno Angela, l’insegnante, chiarisce subito che non si tratta di agire uno sforzo di volontà, che al contrario contribuirebbe a moltiplicare la tensione, ma di scoprire e ricercare altri modi per attraversare alcuni movimenti, producendo nuovi apprendimenti.

In fondo i movimenti del corpo e quelli della psiche o dell’anima li sappiamo procedere a braccetto e così, mentre mi accingo a ripensare alla seduta, non posso fare a meno di pensare che la faccenda mi tocca anche come madre.

Difficile lasciarti andare in un luogo poco familiare, dove ancora non ti conoscono e non ti capiscono. Difficile non sostituirsi alle affermazioni stonate che ti dipingono con molta superficialità. Difficile rispettare l’orario e non farsi travolgere dall’impulso di mollare tutto e correre a prenderti.

Quando i muscoli rimangono contratti la colonna fatica ad estendersi naturalmente in tutta la sua lunghezza e il corpo, contraendosi, si accorcia chiudendosi su sè stesso.

Quando la voce di Angela mi raggiunge facendosi spazio tra i pensieri, rallento, respiro più profondamente e quasi mi pare di percepire quella sottile tensione che fatica a lasciar andare alcuni muscoli al loro completo riposo.

Provo ad andare oltre la volontà e mi concentro sull’ascolto. D’improvviso prende spazio il battito del cuore e mi travolge una forte emozione.

Ecco, ora la colonna distesa a terra può finalmente riposare un po’.

Madri di notte

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madri di nottedi Irene Auletta

“Buongiorno, si ricorda di me? Ci siamo incontrate diversi anni fa e facevo parte di quel gruppo di madri che avevano problemi con il sonno, che lei ha condotto per oltre un anno”

Mentre le confermo che mi ricordo bene di lei e dell’intensa esperienza attraversata insieme, dentro di me sorrido per il modo in cui la signora ha ricordato e nominato l’esperienza. In effetti i problemi di sonno li avevano i loro figli ma evidentemente nella sintesi della frase alla signora è sfuggita anche un’altra verità.

Al termine di un ciclo di conferenze tematiche rivolte ai genitori dei servizi per l’infanzia, un gruppo di mamme si era avvicinata per i rituali saluti finali e qualcuno aveva rilanciato l’idea di un gruppo che continuasse a incontrarsi per trattare le difficoltà legate alla gestione dei problemi di sonno dei loro figli.

“Non ha detto lei stessa che di notte si possono immaginare madri e padri che, in giro per la città sono uniti, in modo invisibile, dagli stessi rituali notturni spesso legati alla presenza di bambini piccoli? Se le madri potessero parlarsi di ciò che accade, di cosa provano e delle loro difficltà, forse potremmo rendere reale quel filo che le unisce”.

E’ così che abbiamo iniziato a raccogliere storie individuali per tesserne una collettiva, fatta dell’esperienza di ciascuno. Durante gli incontri abbiamo anche nominato una varietà di strategie sperimentate nelle diverse situazioni dando però più valore ai processi attivati e alle emozioni emergenti che ai risultati ottenuti. La creatività emersa, come sovente accade in questi casi, ha superando di gran lunga le attese e ognuna delle partecipanti ha trovato nuovi o originali modi per trattare la difficoltà, scoprendone inattese possibilità.

Da anni mi accompagna l’idea che, così come non si scelgono i figli, non sempre si possono scegliere neppure i momenti di incontro che nascono con loro e, ciò che trattengo di questa esperienza, è l’immagine di come ogni relazione madre e figlio sia cresciuta anche attraverso un momento non facile da affrontare.

Per le madri coinvolte in quel gruppo si è trattato solo di una fase momentanea mentre per molte altre, e altrettanti padri, la storia continua anche oltre la prima infanzia perchè è così la storia di alcuni figli che si incontrano. In questi casi la creatività è chiamata ad esibire doti acrobatiche.

Per noi, farne tesoro ed esperienza è divenuto un modo per affrontare quegli appuntamenti notturni che di certo non si ripetono più tutte le notti ma che sono rimasti un nostro momento speciale che periodicamente non manca di interrompere il nostro riposo.

Ti ricordi quando eri piccola la filastrocca della Luna? Ora sei una ragazzina e quella non vale più però, mentre rimango qui vicino a te e aspettiamo che torni il sonno, ti posso raccontare di quando babbo e mamma ti hanno incontrata e ….

L’indignazione non è in svendita

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di Irene Auletta

Nel web gira da qualche giorno, pare con grande successo, un’accorata lettera che dedica una piccata risposta ad un recente intervento del Presidente della Camera Laura Boldrini. Prima di giudicare ho ascoltato le parole che hanno scatenato tale reazione e francamente, anche dopo averle ascoltate diverse volte, non ho trovato alcun elemento che giustifichi una tale reazione che sfiora l’offensivo o che comunque di certo esibisce toni parecchio arroganti verso quella che non manca di sottolineare essere la terza carica dello Stato.

Certo, magari non mi fa impazzire l’esempio della madre che serve a tavola, ma perchè invece non viene dato anche risalto alla frase successiva che parla dei corpi femminili esibiti per pubblicizzare la qualunque?

E poi scusate, fermiamoci ai toni della lettera che già sono parte significativa di una comunicazione e non solo una forma trascurabile. Non vi sembrano gli stessi di quei politici sbruffoni e ignoranti tanto accusati proprio da chi rischia di riproporli, più o meno consapevolmente?

Se vogliamo dire basta davvero, dobbiamo iniziare a farlo in prima persona, esibendo l’intelligenza dei nostri pensieri, lasciando da parte il dito puntato sempre contro qualcosa o qualcuno e soprattutto, cogliendo l’insieme di una riflessione o di un commento, senza attaccarsi ad una sola frase, anche se infelice, assumendo così le sembianze dei peggiori esempi che purtroppo non mancano di fare i loro show quotidiani.

Stamane il buongiorno di Massimo Gramellini, restituisce respiro ad un’intelligenza che ha bisogno di uscire dalle scatolette costruite negli anni per volgersi verso un’orizzonte in grado di spaziare.

A furia di indignarci per tutte le virgole del discorso rischiamo di diventare come quelli che, guardando solo il dito che indica la Luna,  finiscono con il perderne di vista lo splendore.

Al tepore dei pensieri

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PENSIERI in cittàdi Irene Auletta

E’ sera tardi, di ritorno dalla mia lezione Feldenkrais mi sto pregustando il ritorno a casa dopo una giornata molto intensa e sono in attesa dell’ascensore. Vedo al cancello un giovane uomo che so abitare nel mio stesso palazzo e gli apro dall’interno. Mi ringrazia sottovoce. E’ una persona molto riservata che evidentemente fa qualche fatica a entrare in relazione con il mondo e, anche lui, sembra impegnato a vedersela con i suoi demoni.

Entriamo nella nostra piccola ascensore e, sempre guardando il pavimento, sento che mi chiede “ma è tua figlia?”. Al momento, essendo lì da sola, non capisco e mi accorgo che ho paura di metterlo a disagio. Immagino il pensiero completo che l’ha portato a quella domanda e quindi dico che se si riferisce alla ragazzina che vede spesso in mia compagnia, sì, è proprio mia figlia. E lui? Lui è tuo marito?

Rispondo e sempre molto sottovoce lui inizia a ripetere che è assurdo, veramente assurdo. Pochi scambi, lui arriva al suo piano e ci salutiamo cordialmente.

Ripenso all’intensità del suo commento, alla fatica fatta per entrare in relazione con me, alla voglia di condividere un pensiero colorato di una peculiare sfumatura di solidarietà. Di solito le domande dirette su mia figlia e sulla mia famiglia mi colgono abbastanza sulla difensiva grazie alla mia natura un po’ orsa ma quest’incontro mi lascia una piacevole sensazione.

Ieri ci stiamo concedendo una pausa. Godendoci il tepore del sole del tardo pomeriggio, siamo di fronte all’aperitivo mentre nostra figlia guarda piccoli video sull’Iphone sperimentando nuove tecniche per far scorrere le foto.

Mara, la signora che insieme alla sua famiglia gestisce il bar sotto casa, viene a salutarmi e, chiedendomi come sto, sottolinea che non mi vede da tanti giorni. Le dico che sono stata un po’ presa, perchè mia figlia non è stata molto bene. Sorride comprensiva quando il mio compagno di aperitivo non perde l’occasione di sottolineare che quando la nostra ragazzina ha qualche difficoltà, io prendo distanza dal resto del mondo e vado solo in un’unica direzione. Quando ci salutiamo la ringrazio per il pensiero e lei con leggerezza mi dice che domattina mi aspetta per il caffè. Avvicinandosi con la cautela e il rispetto che in tutti questi anni le ho visto esibire nei nostri confronti, non perde l’occasione di dirmi che mi pensa sempre e se per qualche giorno non mi vede passare per il caffè di rito si chiede subito se c’è qualcosa che non va.

Spesso gli sguardi altrui sono molto pesanti e faticosi da sostenere. Pensando a questi due recenti scambi ne gusto la delicata leggerezza e penso che ci sono incontri belli che vanno proprio raccontati per trattenerli.

Mi sono persa via scrivendo e mi accorgo che è ora di iniziare a organizzarsi per affrontare questa nuova giornata. Stamane non posso mancare ad un appuntamento.

Mi aspetta un profumatissimo caffè.

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