Cesti e cestini

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cesti e cestinidi Irene Auletta

Pensate mai a quelle frasi ricorrenti che vi piacerebbe non sentire più o gettare  in un virtuale cestino dei luoghi comuni? Ce ne sono una serie che mi sembrano assai frequenti anche attraversando differenti contesti.

Attirano in particolare la mia attenzione quelle che restituiscono una grande confusione di confini e significati tra la vita personale e quella professionale.

La priorità è la mia famiglia! è tra le più gettonate e resiste stoica a tutte le mode. Poi ci sono quelle di contorno che parlano con esasperazione di grandi fatiche, persone sempre più stressate, rabbie e frustrazioni per scarsi riconoscimenti professionali o economici e via discorrendo in un personale elenco che ciascuno può arricchire a partire dalla propria realtà.

L’atteggiamento trasversalmente comune, in queste circostanze, mostra un andamento che oscilla tra il depressivo e l’aggressivo con tendenze al lamento costante e alla rivendicazione a oltranza, per qualsiasi cosa. Ho la sensazione che proprio i professionisti impegnati nelle relazioni educative e di aiuto siano tra i più colpiti da questi sintomi e da una forma di incontinenza comunicativa che osservo tra il preoccupato e il curioso, anche alla ricerca di opportune e necessarie contromisure.

Poi, per fortuna, arrivano le sorprese.

Sono in pensione da diversi anni ma ora mi sento veramente stanca e annoiata. Ho insegnato per tanti anni e non sentivo mai la fatica. Il lavoro era la mia energia e l’incontro con i ragazzi era per me un continuo stimolo.

Scambio in ascensore con una signora che abita nel mio palazzo e che incrocio spesso costruendo piccole storie a puntate relative alle nostre scelte professionali. Pensando  al suo ultimo commento riconosco che la differenza la fa proprio la passione ed è quella che si sente nelle relazioni che trasmettono buona energia e quella voglia di interrogare anche le difficoltà e le fatiche, alla ricerca di nuove possibilità.

Ma come si fa ad insegnare la passione? mi chiede una giovane insegnante mentre parliamo proprio di tale questione.

Si possono insegnare la curiosità, la fiducia, il rispetto, l’ottimismo, la speranza, l’allegria, l’amore per il sapere? Possiamo immaginare la fatica come portatrice di nuove risorse e il dolore come occasione per dare anche senso alle nostre esistenze?

Quando le mie risposte saranno negative di certo non sarò più qui a scriverne. Per ora, mi sa che impacchetto un po’ di queste domande e ne faccio cesti natalizi!

Al tepore dei pensieri

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PENSIERI in cittàdi Irene Auletta

E’ sera tardi, di ritorno dalla mia lezione Feldenkrais mi sto pregustando il ritorno a casa dopo una giornata molto intensa e sono in attesa dell’ascensore. Vedo al cancello un giovane uomo che so abitare nel mio stesso palazzo e gli apro dall’interno. Mi ringrazia sottovoce. E’ una persona molto riservata che evidentemente fa qualche fatica a entrare in relazione con il mondo e, anche lui, sembra impegnato a vedersela con i suoi demoni.

Entriamo nella nostra piccola ascensore e, sempre guardando il pavimento, sento che mi chiede “ma è tua figlia?”. Al momento, essendo lì da sola, non capisco e mi accorgo che ho paura di metterlo a disagio. Immagino il pensiero completo che l’ha portato a quella domanda e quindi dico che se si riferisce alla ragazzina che vede spesso in mia compagnia, sì, è proprio mia figlia. E lui? Lui è tuo marito?

Rispondo e sempre molto sottovoce lui inizia a ripetere che è assurdo, veramente assurdo. Pochi scambi, lui arriva al suo piano e ci salutiamo cordialmente.

Ripenso all’intensità del suo commento, alla fatica fatta per entrare in relazione con me, alla voglia di condividere un pensiero colorato di una peculiare sfumatura di solidarietà. Di solito le domande dirette su mia figlia e sulla mia famiglia mi colgono abbastanza sulla difensiva grazie alla mia natura un po’ orsa ma quest’incontro mi lascia una piacevole sensazione.

Ieri ci stiamo concedendo una pausa. Godendoci il tepore del sole del tardo pomeriggio, siamo di fronte all’aperitivo mentre nostra figlia guarda piccoli video sull’Iphone sperimentando nuove tecniche per far scorrere le foto.

Mara, la signora che insieme alla sua famiglia gestisce il bar sotto casa, viene a salutarmi e, chiedendomi come sto, sottolinea che non mi vede da tanti giorni. Le dico che sono stata un po’ presa, perchè mia figlia non è stata molto bene. Sorride comprensiva quando il mio compagno di aperitivo non perde l’occasione di sottolineare che quando la nostra ragazzina ha qualche difficoltà, io prendo distanza dal resto del mondo e vado solo in un’unica direzione. Quando ci salutiamo la ringrazio per il pensiero e lei con leggerezza mi dice che domattina mi aspetta per il caffè. Avvicinandosi con la cautela e il rispetto che in tutti questi anni le ho visto esibire nei nostri confronti, non perde l’occasione di dirmi che mi pensa sempre e se per qualche giorno non mi vede passare per il caffè di rito si chiede subito se c’è qualcosa che non va.

Spesso gli sguardi altrui sono molto pesanti e faticosi da sostenere. Pensando a questi due recenti scambi ne gusto la delicata leggerezza e penso che ci sono incontri belli che vanno proprio raccontati per trattenerli.

Mi sono persa via scrivendo e mi accorgo che è ora di iniziare a organizzarsi per affrontare questa nuova giornata. Stamane non posso mancare ad un appuntamento.

Mi aspetta un profumatissimo caffè.

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