Prospettive verdiazzurre

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Prospettive verdiazzurredi Irene Auletta

Senti, la fatica così non mi dice niente, se non ne capisco il senso temo di non riuscire a proseguire. Circa ventiquattro anni fa dicevo questa frase mentre facevo cadere a terra uno zaino che mi aveva accompagnato fino a quel momento in quella che era la mia prima vera escursione in montagna. Vabbè che il tipo mi piace parecchio, pensavo, ma a tutto c’è un limite cavolo …. E poi io sono una donna di mare perlamiseria!

Le strade della vita sono così e grazie al mio compagno di viaggio, negli anni a venire, ho imparato ad apprezzare quelle esperienza per me sconosciute, scoprendone inattese possibilità e limiti che … vanno bene così.

Ma sei sicuro che all’andata abbiamo fatto questo sentiero, non lo riconosco? Mi consigli di voltarmi e guardarmi indietro per ritrovare le tracce di quella stessa esperienza fatta poco fa in direzione contraria. Le camminate in montagna sono fonte di continue immagini metaforiche che restituiscono luce a tante altre dimensioni dell’esistenza. Anche la propria vita a volte, guardata nel presente non si riconosce, così come pare di aver smarrito la propria essenza.

Per questa gita parto con uno stato d’animo abbastanza provato dagli ultimi mesi o forse dalla mia stessa vita. Mi piacciono, mentre percorro il sentiero in salita, la sensazione di prendere distanza da questioni troppo calde, il silenzio che alimenta le onde lente dei miei pensieri e l’idea di voltarmi indietro per guardare cosa è accaduto.

Piano piano mi riconosco e mi rimetto in ordine. Fa un po’ bene e un po’ male. Ho perso pezzi che posso recuperare e ho fiducia ma, ogni immagine di quello che vedo, come un fotogramma al rallentatore, mi richiama a stare nel mio sentiero di vita, che è questo e questo rimane.

Mi torna in mente la scena del film Ratatuille quando il famoso critico culinario chiede che gli venga servita della prospettiva. Le nostre vite, troppo spesso schiacciate da un ingombrante quotidiano, rischiano proprio di perdere di vista quel respiro lungo offerto da uno sguardo capace di spaziare, osare ed andare oltre.

Dissi anni fa che la ricerca di senso è un sapore al quale non posso rinunciare. Oggi me lo gusto pienamente con gli occhi rivolti al cielo. Ancora una volta la montagna mi ha insegnato parecchie cose. Su di me.

Lavatrici semantiche

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lavatrici semantichedi Irene Auletta

Giorni strani abitati da parole che mi rimbalzano addosso chiamandomi a scrivere.

Allora ragazzi cosa ne pensate? Espressione abituale e per nulla originale ma abbastanza atipica se calata all’interno di un incontro di supervisione condotto da una psicologa e rivolto ad un nutrito gruppo di operatori con non poca esperienza. E taluni, anche di età superiore alla stessa supervisora.

Ricordo molto bene quando durante i miei primi lavori con le educatrici dei servizi per l’infanzia mi sono sovente ritrovata a coordinare e condurre gruppi composti da donne più anziane e più esperte di me nella loro professione. Sentirle chiamare ragazze da altri colleghi mi ha sempre stonato al punto che non ho mai ceduto a questa tentazione che, oggi più che mai, trovo assai poco pertinente e con una nota di quel velato paternalismo fastidioso tanto da farmelo respingere con decisione.

Guarda che sei proprio una monella!! Da una parte della frase c’è un’educatrice e dall’altra una ragazza di sedici anni. Vi sembra strano? Forse meno se immaginate la ragazza disabile?

Ora, che si debba anche combattere per il linguaggio utilizzato dagli operatori mi pare davvero troppo ma purtroppo da anni mi trovo impegnata su questo fronte, sia come pedagogista che come madre. Ogni tanto vorrei proprio imitare il mitico protagonista di Forrest Gump ripetendo la sua frase celeberrima “sono un po’ stanchino” al termine di una maratona durata anni.

Vuoi dire che è questo che ci aspetta? Una maratona senza fine? Spesso alcuni colleghi mi hanno restituito questo aspetto come un mio eccesso, quasi una pignoleria esagerata e può essere che abbiano anche ragione. Io però non posso smettere di pormi alcuni quesiti che mi sembrano squisitamente pedagogici proprio nell’andare ad interrogare il senso di alcuni scambi comunicativi e di alcune espressioni.

Ma cosa posso rispondere a mio figlio tredicenne quando mi manda a quel paese? mi chiede un genitore. Cosa possiamo rispondere a insegnanti che sembrano aver perso il senno di fronte a studenti che incalzano con epiteti a dir poco sconvenienti?

Una volta si invitavano le persone poco educate a lavarsi la bocca con il sapone. Mi chiedo cosa si possa usare oggi quando il linguaggio è così tanto fuori luogo e stasera, ho paura a rispondermi.

Tra nuvole e sole

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tra nuvole e sole 1di Irene Auletta

“Niente … E’ più forte di me. A volte, come ora, guardo il cielo, il sole, le nuvole che corrono veloci e tutto il subbuglio di emozioni si traduce sempre in quella dannata domanda senza risposta. Perché proprio a me? Non lo capirò mai…”

Il post di stamane di un amico di facebook. Conoscendolo, anche se a distanza, posso immaginare la scena del suo interrogativo ma forse, proprio per questo motivo, mi piace andare oltre e altrove. Chissà in quante differenti situazione lo stesso pensiero  ha pian piano preso forma nella mente di molti oppure è esploso come un dolore sordo incapace di uscire attraverso il suono delle parole?

Eppure qualcosa probabilmente le accomuna. Il senso di ingiustizia, un dolore insopportabile, un senso di sconfitta o di tradimento. La paura di non farcela.

Il bello delle domande però è che nel tempo si possono trasformare e mi piace pensare che sia proprio questo il senso di ogni percorso di crescita, anche quando si fatica a riconoscerlo e nominarlo. Può essere che ne nascano anche di nuove, di domande.

Perchè a te? E’ stata la mia seconda fase, ma anche questa ha fatto il suo tempo ed è passata seguita da altre anch’esse scivolate altrove. Il fatto è che, ad un certo punto le domande devono poter volare e non solo arrovellassi dentro di noi in cerca di un’improbabile via d’uscita. Almeno, questo è successo alle mie.

Le nuove ali hanno assunto il colore della possibilità di imparare qualcosa di nuovo, di condividerlo con altri, di trasformarlo senza illudersi di farlo scomparire. Quando  nella nostra storia accade qualcosa di grande, di forte, è inutile pensare di sfuggirgli.

Dovremmo insegnarlo ai bambini che le cose accadono, indipendentemente dal loro colore, facili o difficili che siano e che il bello è sempre imparare qualcosa di nuovo. Forse ci hanno illuso facendoci credere che la vita fosse solo bellezza e allegria. Che poi, non sarebbe assai noiosa se così accadesse veramente? Non è che proprio l’attraversamento del buio ci permette ogni volta di godere della luce come quando dopo un freddo inverno ci si avvia verso una tiepida e luminosa primavera?

Certo, potremmo credere a disegni divini o al volere malefico di entità assai bizzarre ma forse, amando l’educazione e la vita stessa, diventa necessario cercare anche altrove.

Ogni tanto penso sia normale concentrasi solo sulle nuvole o sul desiderio del sole. Io sono fortunata perchè poi arrivi tu e mi ricordi ogni volta di guardare il cielo.

 

Cercasi senso

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cercasi sensodi Irene Auletta

Avete presente tutti i giochetti di parole attivati dalla nuova definizione diversamente abili? Anche alcuni comici famosi ne hanno fatto cavalli di battaglia, il che mi fa pensare che l’idea sottesa di abilità diversa sia andata un po’ a farsi friggere. Vogliamo parlare dei diversamente belli?

La madre di un ragazzo disabile mi ha fatto riflettere proprio di recente su questo argomento, grazie al suo definirsi diversamente genitore che mi ha ricordato l’identica definizione data di sè stesso anche da parte di un padre separato con tre figli.

Alla fine, non so perchè, ho l’impressione che nell’idea di diverso che sovente raccolgo, si siano concentrate in gran parte valenze negative o problematiche e capisco che forse, proprio lì, confluiscono tensioni quotidiane che faticano ad essere nominate diversamente o altrove.

La differenza pesa come un macigno e al di là degli slogan sbandierati ad oltranza, chi la attraversa, anche per motivi assai differenti, sa bene che farci i conti ogni giorno non è affatto semplice.

Anche in ufficio mi fanno pesare di continuo i permessi che prendo, seppur autorizzati dalla legge, per accompagnare mio figlio alle varie visite mediche. Così mi dice una madre oscillando tra l’amareggiato e il rabbioso. Vorrei dirle che la comprendo bene, che ho sempre cercato di proteggere la mia vita privata da queste interferenze e che spesso, aprendomi, ho raccolto delusioni e comportamenti molto discutibili sia da un punto di vista etico che umano.

Faccio un giro dentro me stessa e mi accorgo che quel tipo di sentimenti li ho lasciati andare anni fa stringendo amicizia con il disincanto. Penso a cosa ho provato a fare io, a cosa sperimento quotidianamente e quindi provo a rilanciare.

Lei sa fare cose che altri genitori neppure immaginano e potrebbe di certo insegnare. Sarebbe bello fare un elenco di quanto la diversità rende possibile, per uscire dai clichè e per iniziare a raccogliere e valorizzare quanto della sua esperienza può dar senso alla fatica che nessuno può toglierle.

In fondo una frase del genere può riguardare una bella varietà di genitori o adulti in genere a patto che ci si liberi di quell’eco spiacevole che spinge a crogiolarsi più nel lamento che nell’attivazione di nuove ricerche di senso.

Ma come si fa? mi dice una madre sconfortata. Non ho ricette magiche da offrirle e mentre le rispondo, esplorando con lei nuove possibilità, la mente veleggia anche altrove.

Ci sono giorni più amari che lasciano il sapore di ferro in bocca e giorni buoni, che sanno di zucchero filato. Proprio come quello che tu, mio tesoro, hai finalmente scoperto il giorno del tuo sedicesimo compleanno.

Sarà mica stato diversamente dolce?

Parole in soffitta

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa stavo leggendo un post che porgeva interessanti riflessioni sull’uso di alcune parole e sul valore e significato del linguaggio.

Ho pensato che, anche nel mio lavoro, alcune parole sono quasi passate di moda e sovente mi chiedo se, insieme a loro, si sono smarriti anche i significati.

Ricordo un mio professore che ci introdusse, noi del primo anno del corso di studi, nel mondo della raccolta dell’anamnesi, dell’osservazione e della diagnosi educativa.

Allora mi faceva effetto pensare che avevo scelto una professione che, insieme ad altre che negli anni ho conosciuto sempre meglio, veniva definita per l’avere al centro del suo interesse relazioni di aiuto.

Già allora, e parliamo di trentadue anni fa, i linguaggi dominanti erano certamente quelli psicologici, sociologici e, in molti casi, medici.

Mi sono chiesta  più volte, occupandomi di educazione, cosa volessero dire per me alcuni temi e, soprattutto, come dare senso pedagogico ad alcuni significati, senza scimmiottare altre professioni.

Da sempre ho la fissa di approfondire, conoscere e continuare a studiare.

Rimango sempre colpita, nonostante il mio disincanto in tante dimensioni dell’esistenza, dall’ignoranza di tanti professionisti, che si definiscono tali, e questo mi pare un  tratto profondamente disonesto, soprattutto da parte di coloro che dovrebbero prendersi cura, a vario titolo, delle persone.

Ho sempre scoperto molta ignoranza, dietro a forti e facili giudizi, a commenti stereotipati e alla tendenza a dare etichette ai comportamenti piuttosto che a capirne i significati.

Per questo negli anni ho rispolverato più volte le idee legate alla relazione di aiuto, alla fragilità di chi a volte incontriamo e alla posizione di potere di cui sovente abusiamo.

Chiedere e offrire aiuto è una faccenda assai delicata e, quasi come un prezioso oggetto di cristallo, chiede molta cautela e attenzione.

Ci penso spesso soprattutto quando incontro i genitori e, in particolare, quei genitori che stanno affrontando momenti difficili e dolorosi.

In questi casi cerco sempre di dare ascolto più alle parole dell’altro che alle mie e ogni volta, riscopro le tinte misteriose di quel concetto, tanto abusato, che è l’empatia.

Può essere che non sempre io ci riesca ma, quando quel mettersi nello sguardo e nello stato d’animo dell’altro, mi raggiunge profondamente, aggiungo una nuova sfumatura alla mia idea di aiuto e, molto spesso, al senso della mia professione.

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