Riflessi

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margheritadi Irene Auletta

Entriamo quasi insieme nello stesso piccolo cortile interno e posteggiamo ai due lati opposti le nostre auto. Le portiere si aprono ed entrambi rimaniamo in attesa che il “misterioso” passeggero decida di uscire, con i suoi tempi. Mi sembra di riconoscere gli stessi toni di incoraggiamento e il delicato sollecito e quando i nostri sguardi si incrociano ci scambiamo un timido sorriso pieno di tanti discorsi e commenti muti.

Mentre sto cercando di convincerti a salire la scala, senza dover ricorrere all’ascensore, il signore di mezza età e il suo giovane figlio arrivano dietro di noi. Salite pure prima voi perché noi siamo sicuramente più lente, dico rivolgendomi ad entrambi. Il padre mi sorride e il ragazzo evita il mio sguardo, preso in un dialogo tutto suo. Voi due non frequentate lo stesso Centro e riconosco in quel ragazzo tratti e caratteristiche incrociati tante volte anche altrove e che mi hanno sempre creato tanta inquietudine.

Anche il signore ci rivolge un saluto e tu rispondi con uno dei tuoi sorrisi che cerchi di far passare anche attraverso gli occhi. Come ti chiami? ti chiede e subito, con molta delicatezza, aggiunge che se non ti dispiace può dirglielo anche la mamma. Seguono commenti sul nome, sulla tua espressione e sulla nostra nuova conoscenza con quel contesto. Davvero una bella ragazza, mi dice guardandoti e vedo nei suoi occhi una malinconia familiare che probabilmente rivolge ogni giorno a quel figlio che sembra tutto concentrato in un suo mondo parallelo.

Quando oggi arrivo a prenderti l’episodio mi ritorna subito in mente proprio mentre chiedo ad un operatrice di non tenerti bloccata per il polso, visto che ora ci sono io. Non smetterò mai di star male per quelle mani addosso tante volte inopportune e non smetterò mai di restituirne all’altro l’invadenza e, sovente, il non senso.

Il contrasto tra la delicatezza di quel padre e il gesto dell’operatrice, mi arriva forte come un odore pungente. Per fortuna non è lei la tua educatrice di riferimento, penso con un sospiro di pancia mentre la razionalità mi ricorda di non giudicare frettolosamente da un singolo gesto. Quando qualcosa ti riguarda il confronto fra testa e cuore è spesso un gran casino.

Cosa ne dici della nuova educatrice? ti chiedo mentre siamo in auto dirette verso casa. A me piace e mi sembra molto bello anche il suo nome di fiore, dico mentre mi guardi e mi ascolti ripeterlo scandito. Ridi e muovi le braccia con quel tuo gesto che esprime felicità. Buon segno.

Speriamo nei suoi petali.

Nutrire l’amore

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nutrire l'amoredi Irene Auletta

In supervisione un’educatrice racconta di una situazione che sta seguendo nel suo intervento domiciliare presso una famiglia e di come spesso entrambi i figli, di quattordici e di dieci anni circa, reclamino attenzioni e bisogni legati al cibo.

In particolare, racconta, sono rimasta molto colpita un giorno in cui i ragazzi chiedevano di continuo alla madre la merenda e lei ha tergiversato fino a quando il figlio piccolo si è accorto, arrabbiandosi molto, che quasi di nascosto si era preparata un budino per sè senza offrilo a loro.

Difficile comprendere alcuni comportamenti magari molto distanti dai nostri e troppo facile è cadere nella trappola dell’immediato giudizio o delle valutazioni affrettate. Spesso nelle situazioni di grave disagio o disabilità che incontriamo come operatori socioeducativi, le questioni legate al cibo sono ricorrenti, sia in difetto che in eccesso.

Il nutrimento ha tanto a che fare con quello che si crea, sin dal primo giorno di vita, nella relazione tra genitori e figli e, in particolar modo, in quella che coinvolge la madre come prima figura adulta solitamente protagonista di questa delicatissima fase della cura.

Di frequente mi ritrovo a trattare questioni simili sia con gli educatori che con gli stessi genitori, provando a stare in equilibrio tra ciò ho imparato negli anni di professione e quello che ho attraversato nella mia esperienza di madre.

Ricordo molto bene il giorno il cui all’età di quattro anni ti strappasti l’ennesimo sondino nasogastrico per l’alimentazione forzata e il tono del medico che mi indicava l’urgenza che ti obbligassi a mangiare. L’ansia legata al cibo e alle tue difficoltà di alimentarti era allora il mio pane quotidiano. Un giorno, piangendo, ti dissi sottovoce che non ti avrei mai più obbligato a mangiare e che avrei solo cercato di aiutarti, per come ero capace, a fare i piccoli sforzi necessari alla tua sopravvivenza. Anche tu allora eri tanto arrabbiata, perchè stavi molto male e quel modo di ricevere amore proprio non lo sopportavi.

Presi coraggio e comunicai al medico quella che da quel momento sarebbe stata la mia posizione. Allora non sapevo ancora come me la sarei cavata ma di certo avevo deciso che il mio amore avrebbe trovato altre vie per nutrirti.

Con un salto nel tempo, torno al racconto dell’educatrice e seguo lo snodarsi della discussione che coinvolge anche le altre persone presenti. Rispetto all’inizio dell’incontro i toni cambiano e anche le parole iniziano ad assumere sfumature differenti. Intorno al tavolo, il cibo e il nutrimento assumono nuovi significati e prendono la forma di qualcosa che, sempre e comunque, ha a che fare con l’amore anche quando questo sembra essere sopraffatto dalle ombre.

Sfidami sempre

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sfidami sempredi Irene Auletta

Ti era già accaduto un paio di anni fa.

Tu, che non hai mai messo le mani in bocca neppure da piccola, un giorno, forse per caso, hai scoperto quel gesto che subito ha raccolto il dissenso esplicito da parte degli adulti a te vicino. Non solo. Come sovente accade, come genitori, educatori e insegnanti, in difficoltà o anche solo presi alla sprovvista, siamo tutti caduti nella trappola della prescrizione accompagnata per alcuni, da quelle mani addosso che purtroppo tu non riesci proprio a respingere.

E così, tu ci hai dichiarato guerra. Nel giro di una settimana ci siamo dovuti tutti misurare con il tuo comportamento divenuto ormai quasi ossessivo. In me madre, hai toccato le corde profonde e di grande sofferenza che da anni mi trovo a gestire nell’incontro con quei tuoi comportamenti che mi mettono spalle al muro. Non tanto per la trasgressione in sè, ma per ciò che comportava rispetto alla nuova immagine che tu offrivi a me e al mondo.

Peccato, mi disse una persona, era una ragazzina così a modo e graziosa! 

Doppia pugnalata. Quella sera stessa, abbiamo cambiato rotta.

Poche parole sostenute dai toni dell’amore e un abbraccio di comprensione per la nuova sfida da affrontare insieme. Ce l’abbiamo fatta.

Oggi è accaduto ancora. Arrivo a prenderti nel nuovo centro che frequenti da poche settimane e subito ti intravedo con il dito in bocca e con quello sguardo inconfondibile di trionfo. Per rincarare la dose, mentre l’educatrice mi racconta cosa è accaduto, afferri un gioco lì vicino e, guardandomi, assaggi anche quello. Ci risiamo, ma stavolta non ci casco.

Le nuove persone che andrai conoscendo dovranno imparare a incontrarti e io farò la mia parte per aiutarti a trovare altri modi possibili per contrapporti, sfidare, farti valere e contrastare gesti e parole che, seppur spinti dalle migliori intenzioni, rischiano di azzerarti e mettere a dura prova la tua volontà.

Naturalmente, mentre ci dirigiamo verso l’auto, quel comportamento pian piano scompare mentre ti racconto quanto mi sei mancata. Mi guardi con quello sguardo che sembra contenere mille domande e io lo sostengo, provando a riempire il silenzio della mia comprensione.

Sai che ti dico amore? Non ti preoccupare, passerà anche stavolta ma tu non arrenderti. Sfidami sempre e abbi pazienza. Se ogni giorno tu riesci a convivere con la tua disabilità, posso farcela anch’io, con la mia.

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