La confusione che insegna

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la cunfusione che insegnadi Irene Auletta

Durante le lezioni Feldenkrais  Angela, la nostra insegnante, spesso ci accompagna attraverso configurazioni mirate a differenziare.

Girate la testa a destra e gli occhi a sinistra. Ora invertite la direzione. Ruotate un braccio in una direzione e l’altro in quella contraria. Ricordate che differenziare è importante per rompere gli schemi di molti movimenti strutturati e per creare nuove occasioni di apprendimento.

Una delle partecipanti, durante l’ultima lezione, esprime un senso di confusione che l’insegnante accoglie e rilancia con valutazione positiva dichiarando proprio la sua intenzione di creare disorientamento.

Se attraversate lo stato della confusione nel movimento, potete sperimentare e trovare nuove forme di ordine e quindi raggiungere nuovi apprendimenti.

Penso a quanto le stereotipie del corpo possono insegnarci rispetto a quelle dei ragionamenti e dello sguardo gettato sui problemi quotidiani e mi diverto a fare un elenco di quelle appartenenti a queste ultime categorie. Chiunque può farlo spaziando tra gli ambienti di lavoro o quelli della propria vita personale, anche per sdrammatizzare la pesantezza che caratterizza molti scambi comunicativi.

Attraversando luoghi di formazione mi colpisce sempre la ritualità di alcune affermazioni, l’esibizione di molti luoghi comuni, la povertà di ragionamenti pieni di punti esclamativi. Allo stesso modo però mi giunge piacevole e stimolante il movimento creato dalle domande, dai ragionamenti capovolti, dalle provocazioni intelligenti e da quello stato di confusione che accompagna una riflessione che si sta riorganizzando per esplorare nuove forme possibili.

Con Monica, collega e amica, abbiamo fantasticato di educatori, assistenti sociali, insegnanti, psicologi e pedagogisti, sdraiati a terra a sperimentare ciò che accade attraverso il lavoro sul corpo per poi provare a trasferirlo, analogicamente, alle proprie pratiche professionali.

Qualcuno sta già intraprendendo percorsi simili, vuoi dire che è giunto il momento anche per noi? Le iscrizioni sono aperte!

Disabilità e botanica

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di Irene Auletta

Cornice. Una supervisione svolta alla presenza di assistenti sociali, psicologi e pedagogisti per discutere di una situazione particolarmente  complessa che coinvolge diversi servizi.

Nel tentativo di far comprendere al resto dei presenti il suo pensiero, uno di questi operatori si butta in una bizzarra metafora che, per sostenere i genitori di cui si sta parlando, definisce il loro figlio disabile una “pianta grassa”. Si, proprio così.

In fondo (rincara la dose!), bambini come questi per i genitori sono proprio come piante grasse, chi li vorrebbe?”.

Non mi piace ammazzare le metafore ma, giusto per non partire con un feroce giudizio a raffica, mi sono chiesta più volte cosa volesse dire.

Forse che i figli disabili sono pieni di spine, impegnativi da trattare e da far crescere, delicati nel loro bisogno di ricevere nutrimento? In effetti, chi non si è chiesto di quanta acqua abbiano bisogno le piante grasse? Poca, seccano e troppa si inzuppano fino a sembrare verdura cotta!

Ma, la persona che si è sbizzarrita in questa metafora, avrà voluto dire proprio questo, lasciando parte dei presenti basiti e parte indifferenti?

In realtà ho capito, dopo qualche tempo, che non mi interessava affatto cosa volesse dire la signora in questione perchè, quello che aveva affermato portava con sè una tale mancanza di rispetto che fatico a lasciar passare a chi ha scelto, per professione, di occuparsi di relazioni di aiuto.

Però ho imparato una lezione e ho raccolto nuove domande. Quando sono in dubbio nel mio lavoro, mi immagino spesso che la persona di cui sto parlando possa essere lì, invisibile, al mio fianco.

Come si sentirebbe se mi sentisse dire di lui o di lei quella determinata cosa e in quel modo? E poi, quante volte ci permettiamo, nei nostri abiti professionali, di andare oltre i confini del rispetto, della delicatezza dei sentimenti altrui e delle storie di vita di uomini o donne che, per un piccolo pezzetto, incrociamo sulla nostra via?

Per fortuna quei genitori non hanno potuto ascoltare quell’affermazione e una serie di altre, ancora più infelici, emerse nello stesso incontro.

Forse era per tutti i presenti una giornata no, forse si voleva esprimere qualcosa che non si è capito bene, forse si è peccato un po’ di superficialità o forse ancora, sono intervenute altre questioni che riguardavano più i rapporti tra gli operatori presenti che la famiglia di cui si stava discutendo.

Forse. Quello che è successo dopo … è un’altra storia.

So per certo che quel giorno, come genitore, mi sono sentita fortunata di non essere lì, al centro di quella discussione. In cuor mio mi sono vergognata per quella scena, per la stupidità e per l’ignoranza che a volte regna in situazioni analoghe.

In silenzio, ho chiesto scusa alle persone di cui stavamo parlando.

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