Splendide emozioni

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emozioni-bolleIrene Auletta

Scena familiare. Un ragazzo scappa fuori dall’aula e due educatrici lo seguono per convincerlo a rientrare. Lui si oppone con il  corpo e forse temendo di non farcela, si contrappone inginocchiandosi e poi sdraiandosi per terra. Quante volte ho visto questa scena e infatti quel ragazzo potresti essere tu, con la differenza che, al confronto, tu sembri molto più piccola sia per altezza che per stazza. Le educatrici cercano di convincerlo a parole, poi con i gesti e dopo poco il ragazzo cede, si alza e rientra in classe.

Accidenti all’assenza di parole che chiede al corpo di sostituirle con un codice ignoto ai più.

Nel frattempo ti vedo arrivare con l’educatrice al tuo fianco e appena mi vedi acceleri con quel tuo incedere tutto particolare che ti fa apparire sempre molto instabile e al tempo stesso quasi saltellante. E’ l’ultimo giorno di centro estivo e per te sembra essere stata una buona esperienza. Nel frattempo arriva anche tuo padre e a quel punto la tua felicita’ e’ a mille.

L’educatrice ci saluta e nel congedarsi ci tiene a dirci anche a nome delle sue colleghe, che stare con te e’ stato un piacere perché sei una “ragazza splendida”. Io, che quando si parla di te mi commuovo per ogni virgola, abbozzo un sorriso con gli occhi lucidi.

So bene che i ragazzi come te chiedono anche tante fatiche e forse proprio per questo apprezzo molto l’accento posto sul piacere di un incontro che ti vede protagonista, senza di noi, con persone conosciute da poche settimane.  Quando mancano le parole non e’ facile incontrarsi in una storia nuova e anche stavolta hai affrontato una prova da aggiungere nel tuo bagaglio di vita e io me sono felice.

Ti guardo mentre usciamo e salutiamo per sempre quel luogo che per tanti anni ti ha accolto e che da oggi farà parte del tuo passato. Tu ridi ma appena saliamo in macchina accenni quel tuo modo di lamentarti che sembra un pianto. Chissà cosa pensi e come potrai rappresentarti e vivere questo nuovo passaggio.

Fa troppo caldo per queste domande. Sai che ti dico amore, andiamo a farci un bagno in piscina! Ridi felice perché la proposta ti piace un sacco. I momenti belli vanno gustati fino in fondo e, in questo, noi siamo diventati grandi esperti.

Domande fragili

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domande fragilidi Irene Auletta

Ogni volta che leggo articoli come questo, storie, testimonianze, denunce che, senza alcun imbellettamento, svelano realtà di maltrattamenti e violenze, mi ritrovo a fare i conti con una varietà di emozioni e pensieri. Di certo non posso non sentire quella morsa allo stomaco e alla gola che penso di condividere con tutti coloro che  leggendo, immaginano il proprio figlio , in quella situazione. Rabbia e dolore si mescolano in quella bevanda amara che per taluni è come la bibita quotidiana.

Però, tra tutti i toni del cuore, compaiono anche pensieri e interrogativi che mi lasciano spesso come un po’ sospesa in uno stato di forte incertezza. Rivendicare diritti è cosa assai seria ma, dopo tanti anni, tante storie terribili che si ripetono sempre uguali, mi chiedo se, in aggiunta a quanto si agisce su più fronti ogni giorno, non sia necessario porre in evidenza anche altro.

Quale forza e forma può assumere l’indignazione per essere vista, ascoltata e accolta ancora più seriamente? Le storie di violenze rivolte ai soggetti più fragili, bambini piccoli, disabili, anziani, soprattutto quando avvengono all’interno di strutture che dovrebbero accoglierli e prendersene cura, mi spingono a pensare a quanto sta accadendo proprio in questo momento storico e al grande disinvestimento rivolto a questi servizi.

Vado dicendo da anni che di fronte ad alcune tipologie di persone prese in carico, è necessario mettere in conto le possibili reazioni prodotte dalle derive legate agli eccessi di cura. Non voglio fare un discorso etico ma molto realista. Lo sanno bene anche le persone che si prendono cura dei propri cari, di come la cura ripetuta per anni, sempre uguale, possa logorare fino a far perdere il senno. Non è sufficiente, per molte persone, affidarsi all’amore incondizionato, al senso del sacrificio, al senso del dovere e, anche una risposta violenta, può essere un urlo di aiuto.

Certo, la questione è molto differente se parliamo di un familiare o di un operatore ma temo che alcune criticità vadano affrontate in entrambi i contesti. Anche gli operatori hanno bisogno di sostegno, momenti di discussione e valutazione, controllo e confronto. Lasciarli soli e caricare solo sulle loro spalle la responsabilità di alcune fatiche vuol dire chiudere gli occhi di fronte all’inevitabile.

Oggi, le strutture sociali ed educative sono sempre più in ginocchio, colpite dai tagli fiscali e dai mancati finanziamenti. Il problema è di certo umano, ma anche sociale e storico. Non mi frega un granché di raggiungere cuori, mi piacerebbe raggiungere cervelli. Forse è questo lo sconforto più grande.

In punta di piedi

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In punta di piedidi Irene Auletta

Mi piace immaginarmi così, quando entro nelle storie altrui e mi ritrovo ad ascoltare frammenti di vita, di amori, di fatiche e di dolori. L’ho scelto anche per professione e condivido questa passione con importanti e preziosi compagni di viaggio.

Nel mio incontro con educatori e insegnanti mi imbatto sovente in affermazioni che immagino familiari a molti, perchè assumono le vesti dei luoghi comuni. Tra le più gettonate ne ricorre una. I genitori non capiscono che facciamo o diciamo alcune cose per il bene dei loro figli!  

Appunto. Il bene dei figli non dovrebbe riguardare proprio i genitori?

Durante un recente colloquio con nonni che hanno perso la loro figlia e si occupano del nipote, il dolore è straripato dalle trame della comunicazione. Voi siete tecnici, non potete capire l’amore … di quello ci occupiamo noi! 

Qualche anno fa forse avrei fatto fatica a capire e ad accogliere reazioni di questo genere, presa anch’io da quel senso di onnipotenza che spinge molti operatori a sentirti portatori della verità. Oggi no.

L’amore e gli affetti cari sono faccende assai delicate. Me lo ha insegnato la vita più che i miei studi ed è un apprendimento che custodisco gelosamente come un oggetto prezioso, ogni volta che incontro storie. Alcune sono più fragili di altre e richiedono una cura ancora maggiore e un grande rispetto.

Qualche anno fa, mentre mia figlia stava attraversando un momento molto delicato della sua vita, un medico mi tempestò di domande e cogliendo il mio disappunto per la sua intrusione sbottò dicendomi che non capivo. Quello che stava facendo era per il bene di mia figlia e non per divertirsi. Chissà se in quel momento, o in altri della sua carriera, quel medico si è mai fermato a pensare che così dicendo stava insinuando che lo stava facendo al mio posto oppure che io non lo facevo abbastanza? Brutta bestia l’arroganza sorella della presunzione.

Però, negli anni, l’ho ringraziato tante volte a distanza insieme ad una cerchia di altri personaggi che mi è capitato di incrociare, come esempio da non dimenticare solo per poterne sempre prendere distanza.

Forse noi tutti, nei nostri incontri, siamo come ballerini della vita. Abbiamo bisogno di passare per la goffaggine, i piedi pestati, gli spintoni per arrivare a gustare l’armonia di un passo in punta di piedi. I più fortunati di noi, riescono anche a volteggiare, ma per questo ci vuole tanta pazienza e un pizzico di magia.

L’era dell’iperbole

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l'era dell'iperboledi Irene Auletta

“Il bambino ha un’accentuata balbuzie e, avendo escluso origini patologiche, i genitori hanno raccontato le loro strategie per incoraggiare il figlio. In realtà quello più coinvolto sembra essere il padre che di fronte alle difficoltà lo sostiene dicendogli ripetutamente che lui è il massimo, che è il numero uno”.

Inizia così il racconto di un’insegnante di scuola per l’infanzia in un recente incontro di formazione che prova a mettere a tema alcune difficoltà nel rapporto con le famiglie e in particolare, con quelle famiglie che si trovano ad affrontare qualche disagio, piccolo o grande, che riguarda il loro bambino e il suo sviluppo.

Cambiano le agenzie educative, i territori di riferimento, gli operatori, ma ci sono episodi che ricorrono con una precisione impressionante sia nelle narrazioni degli operatori, che nelle strategie ricorrenti attivate dai genitori. Quando metto l’accento su questioni più specificamente pedagogiche guidando fuori da pantani psicologici che a volte intrappolano le insegnanti in interrogativi infiniti, ritrovo sguardi perplessi. In particolare, a suscitare dubbi e stupore, sembra essere il mio riferimento alla nostra epoca e all’invasione dei superlativi assoluti in gran parte degli scambi educativi che riguardano bambini al di sotto dei dieci anni. O perlomeno, fino a quest’età mi pare che l’eccesso riguardi un’enfasi su caratteri positivi, dopo ho l’impressione che si assista ad un’inversione di rotta e allo snodarsi di una storia assai differente.

Un’insegnante tra le esperte prende la parola. Ma se la mia generazione è cresciuta con pochissime gratificazioni, una spinta continua verso il senso dovere, un’avarizia di gratificazioni, non è giusto invece riconoscere e premiare per sostenere ed incoraggiare?

Interessante quesito che spalanca porte semantiche. Da quando per incoraggiare l’unica via sembra quella di fare indigestione di “complimenti”? Gli eccessi di ciò che è considerato buono, possono anche far molto male e, paradossalmente, produrre proprio l’effetto contrario di quanto invece sta nelle intenzioni di chi li attraversa. Soprattutto, mi pare che sia importante ritornare alla sostanza, all’essenza e riconoscere senza timori quell’apparenza che getta ombre e fumo nello sguardo di molti adulti, genitori e insegnanti.

Se ad esempio, un bambino esprime insicurezza , bisogno continuo di rassicurazione e incoraggiamento, forse non lo aiutiamo solo rinforzandolo con i vari bravissimo, sei un genio, sei il numero uno. Anzi, personalmente ho parecchie perplessità.

Un po’ nostalgicamente, io sono legata anche ad altre vie e mi piace suggerire differenti percorsi paralleli. Mi piace pensare l’adulto che, da persona grande, consola invitando il bambino a non preoccuparsi e garantendo con forza il suo aiuto. L’adulto che sospende il torrente di parole per far parlare un silenzio affettuoso che stringe fra le braccia e impara a recuperare il valore di tutto ciò che sembra sempre una mancanza.

Educare può essere davvero una meravigliosa avventura ma, per viverla, mi pare giunto il momento di fare parecchia pulizia.

Ci sono gesti

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IMG_0674di Irene Auletta

Con mia figlia passo il tempo a chiedermi come offrirle possibilità per scegliere, per non farla sentire sempre determinata dalle posizioni altrui, per aiutarla a ritagliarsi una piccola nicchia di autonomia e affermazione della sua persona.

Non è per nulla facile e ogni volta mi interrogo sulla mia parte.

Qualche giorno fa parlavo con i genitori di un figlio adolescente e mi sono ascoltata dirgli che forse era il momento di lasciarlo un po’ andare. Le preoccupazioni della madre mi raggiungono forti. E se non è ancora in grado, se si mette nei pasticci, se combina qualche guaio?

In questi casi uso spesso l’immagine delle ginocchia sbucciate. Se un bambino non cade, non impara a correre e a trovare il suo nuovo equilibrio. I genitori sono lì, sempre pronti a consolare e a medicare le piccole o grandi ferite, offrendo la loro forza per recuperare il coraggio necessario al successivo tentativo.

Quante volte con te, figlia mia, mi percepisco proprio così. Ma come faccio a lasciarti andare ancora un pochino di più e a prepararmi a medicarti la prossima ferita?

Ieri siamo andati a fare un pic nic con amici e la loro figlia di dieci anni. Durante un piccolo giretto nel paese adiacente al parco che ci ha accolto, ti dirigi con decisione verso la mano della bambina e la scegli per passeggiare. Siete belle da guardare voi due, che sembrate quasi coetanee e io mi commuovo.

E’ la tua piccola scelta e mi accorgo di come anche nel nostro mondo su misura ci possono essere nuovi amici, anche per te. Ho paura che tu possa inciampare, che possa farti male e che possa farlo anche alla piccola amica che tieni per mano. Mi trattengo e cerco di controllarmi godendomi quel momento che ricevo come dono prezioso.

Stamane ti sei svegliata di ottimo umore nonostante la tua salute, da tempo, stia mettendo a dura prova la tua pazienza. Sarà anche merito della giornata di ieri?

Mentre sistemo casa non mi accorgo della porta d’ingresso aperta fino a quando il campanello non richiama la mia attenzione. Chi può essere a quest’ora di domenica? Il babbo non lo aspettiamo prima dell’ora di pranzo.

Quando apro ti trovo lì a scampanellare, contenta della tua piccola fuga sul pianerottolo. E’ la seconda volta che accade e ogni volta, il cuore mi balza in gola pensando al pericolo scampato della vicina rampa di scale lì, a pochi passi.

Faccio finta di non riconoscerti e ti chiedo seria cosa desideri. Mi guardi con quel tuo sorriso che contiene mondi di significati nascosti.

Benvenuta figlia. Continua a crescere come puoi e nel frattempo ti prometto di continuare ad imparare a starti vicino lasciandoti andare ogni volta, un po’ di più.

Parliamo di gradi

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parliamo di gradi 1di Irene Auletta

Ne parlavo giusto qualche giorno fa con una collega, di noi che per professione ci troviamo ad accogliere persone mentre attraversano vicende spesso non facili della loro vita. Nello specifico, la protagonista del nostro scambio, era una signora. La conosciamo da anni e da pochissimi giorni ha perso il marito per una malattia che, molto velocemente, ha scombinato le carte dell’esistenza familiare.

Indubbiamente siamo persone e quando incontriamo sentimenti, emozioni, vicende umane sappiamo che dobbiamo fare i conti con quanto risuonano in noi. Ce lo hanno insegnato sin dai primi anni dei nostri studi e l’attenzione al coinvolgimento emotivo dell’operatore, mi ha seguita in tutto il mio percorso di studi, con un bisogno, ancora assai primitivo, di provare a ridefinirne forme, significati e confini.

Quello che ho imparato, in tanti anni di professione e di vita, è che ciascuno di noi si trova a fare i conti con quanto gli accade e con tutte le sfumature delle emozioni, dalla gioia che allarga il cuore, al dolore che ti piega in ginocchio. Ho imparato che, nell’incontro con l’altro, i confini sono importanti anche rispetto ai sentimenti altrimenti, come su una tavolozza, i colori rischiano di mischiarsi l’un l’altro, facendo perdere il tono di ciascuno.

Così accade per il dolore. Quante volte, trovandoselo di fronte si fugge, si nega, si ironizza con battute ciniche? Accade anche che, di fronte a quello altrui, il proprio prenda il sopravvento e finisca per soffocare il tentativo dell’altro di raccontarsi.

“Sai mi è appena accaduta una cosa molto triste, qualche giorno fa ho perso una persona cara”. 

“Come ti capisco, anche io lo scorso anno ho perso mio padre …..”  e qui  sovente il discorso rischia di procedere per la propria strada, smarrendo completamente quella del nostro interlocutore e quello che forse voleva provare a condividere.

L’ascolto non è mai semplice, ma ascoltare un dolore è quasi un impresa, perchè quello che dobbiamo imparare a fare è rispettare il nostro e chiedergli di mettersi per il momento da parte, per poter accogliere quello altrui. Altrimenti i colori si mischiano. Di chi è il dolore, il mio o il tuo?

Io lo capisco da quanto scotta e per questo utilizzo spesso la metafora della temperatura nelle relazioni e nei sentimenti. Il dolore di quella signora per lei è bollente e io, che le sono vicina e sento solo l’eco del calore, nel nostro incontro posso provare a lasciare aperto un pertugio perchè possa filtrarne un po’ di frescura. Questo non vuol dire non farsi toccare, rimanere freddi o insensibili o mettere un muro. Vuol dire rispettare lo spazio emotivo dell’altro e sapere che a volte bisogna essere capaci di rimanerne sulla soglia, proprio per provare ad essergli in qualche modo di aiuto.

Quando ieri ho fatto l’ultimo colloquio con le insegnanti di mia figlia, che l’hanno seguita per nove anni, si è riacceso il calore che mi accompagna da mesi. Quello si che è il mio fuoco e trovarmi vicine persone che, con poche parole, lo hanno rispettato e lo rispettano, mi aiuta a trovare le mie strade per respirare nelle nicchie di fresco.

Lasciarsi e ritrovarsi

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lasciarsi e ritrovarsi 1di Irene Auletta

Mi hai accompagnato all’aeroporto e hai voluto per tutto il tempo rimanermi vicino rifiutando con decisione il contatto con Inna, la signora che da molti anni ci e’ vicina.

Mi hai stretto forte la mano ridendo e scrutando ogni particolare di quello strano luogo. Ti ho detto che mi avresti dovuto salutare dopo poco perché dovevo prendere l’aereo e tu, come di tua abitudine, hai mostrato di non ascoltare, facendo “finta di nulla”. La curiosità per quello che ci circonda attira la tua attenzione e ti fa assumere quell’aria attenta ai dettagli e ai particolari che sembra precludere altre possibilità di ascolto.

Inizio a salutarti dicendoti che ci rivedremo il giorno dopo e che verrai a prendermi con il babbo. Tu mi abbracci e poi il tuo sguardo si sposta oltre e interrompi con me qualsiasi tipo di contatto, fisico e visivo.

Non passano molte ore e la scena si ripete, praticamente identica. Solo che stavolta mi aspetti agli arrivi dell’aeroporto, con babbo che ti fa la telecronaca in diretta di tutti i miei movimenti dal momento della partenza, dell’atterraggio e dell’imminente arrivo.

Ti vedo prima che tu possa scorgermi e l’amore mi soffia incontro mentre, con la serietà che ti contraddistingue in alcune situazioni, mi cerchi tra la folla. Appena mi vedi ridi, salti e fai suoni con la voce di saluto e di gioia. Accetti un mio bacio e un breve abbraccio poi, di nuovo, poni tra noi la distanza di sicurezza e ti aggrappi alla mano del tuo babbo.

Quando le emozioni sono così forti bisogna fare una pausa e mettere nel mezzo del tempo che aiuti a ritrovare nuovi equilibri. Negli anni ho imparato a moderare le mie attese e ad aspettarti e forse, ho anche imparato a rispettarti, senza far prevalere il mio desiderio di adulta.

Mentre ero lontana, proprio in occasione dell’impegno che mi ha fatto prendere l’aereo, un padre con una figlia disabile, sapendo di te, mi ha detto che secondo lui il dolore passa quando guardi tua figlia e la smetti di pensare a ciò che avrebbe potuto essere.

Io, sono una madre e può essere che con il dolore stia facendo conti un po’ differenti. So per certo però che i tuoi saluti di questi giorni, non li cambierei con quelli di nessun’altra figlia al mondo.

Giovinezza matura

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giovinezza maturadi Irene Auletta

La vecchiaia non corrisponde alla maturità del corpo ma la anticipa attraverso posture stereotipate, movimenti che pian piano vengono esclusi, consolidamento di posture rigide. 

Così Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, apre la lezione della sera, mentre invita il gruppo dei presenti ad ascoltare il proprio corpo sdraiato a terra.

Interessanti riflessioni soprattutto se collocate in questo momento storico che vieta l’invecchiamento ricorrendo ad una serie di strategie assai discutibili, senza curarsi affatto della dimensione della cura e dell’atteggiamento amorevole verso se stessi.  Il  corpo pare così sovente associato ad un oggetto da manutenzionare rispetto alle possibili crepe della superficie, ignorandone totalmente la sua completezza e l’intreccio meraviglioso con la mente e con l’anima di ciascuno.

La lezione ci porta a ripercorrere movimenti appresi e sperimentati durante l’infanzia con l’intento di sentire le possibilità da esplorare e, possibilmente, di recuperare insieme all’apprendimento rinnovato, leggerezza e divertimento.

Angela continua dicendo che il cambiamento della postura e dei movimenti, coinvolge anche il nostro umore, il nostro sentire e il nostro atteggiamento nei confronti del mondo.

Penso ad un bambino incontrato di recente, alle sue posture rigide, alla mascella serrata e alla voce stridula. Un dolore bloccato in un piccolo corpo che non riesce a tradire la postura e un residuo di brillio negli occhi. Penso alle persone sempre stanche, affaticate, malinconiche, afflitte dalla vita.

Quando, parecchi anni fa, ho iniziato a lavorare sul corpo, ho ingaggiato una sfida con me stessa e con tutte le resistenze inculcate da una cultura che ci vuole a segmenti separati e banalizzati. Ritrovare un armonia sconosciuta, ha spalancato porte inattese che ancora oggi attraverso con atteggiamento euristico, proprio come fanno i bambini quando provano e riprovano, senza stancarsi mai e, soprattutto, divertendosi.

Forse, se come adulti ci riprendiamo alcuni piaceri, saremo più in grado di insegnarli a bambini ed adulti perchè imparare può essere molto divertente, ma tanti di noi lo hanno completamente dimenticato.

Osservo mia figlia mentre compie le sue imprese o quelle che a casa chiamiamo con molto amore “acrobazie”. Sono piccoli movimenti ed esperienze che gran parte dei genitori ignorano considerandoli di poca importanza o comunque smarrendoli nelle competenze superiori. La sua gioia per un risultato raggiunto e per il nuovo apprendimento, fa sempre la differenza e, senza alcun metro di valutazione, ogni giorno mi guida verso la direzione da seguire per nutrire, insieme alla giovinezza del corpo, quella dell’anima, che più sa brillare.

Storie di ordinaria cattiveria

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ombredi Irene Auletta

E’ successo ancora. Video che gira in rete urlando indignazione, rabbia, sconforto, paura. La ripresa si sofferma impietosamente su maltrattamenti, verbali e fisici, inflitti ad un ragazzino disabile. Non vi sembra la stessa scena che non molti mesi fa riprendeva una badante che malmenava una signora anziana oppure quella di una madre decisamente poco amorevole con il proprio bambino di qualche mese di vita?

Da anni vado nominando soggetti e categorie a rischio di violenza che, non a caso, sono riconoscibili nei bambini piccoli, nei disabili e negli anziani. Soggetti che faticano a raccontare e, soprattutto, a difendersi. Provate a immaginare la stessa scena con adolescenti senza problemi e vi accorgerete che a rischio, potrebbero essere in questo caso gli adulti. Allargando il campo e la visuale, dentro e fuori i confini del nostro paese, a rinforzare le fila dei fragili, non mancano neppure le donne, sempre alla ribalta nelle scene di cronaca come vittime di una violenza che sovente non lascia scampo.

Eppure ogni volta sembra la prima volta e lo scandalo sembra raggiungere lo stupore di quanti immagino con la bocca spalancata a dire, davvero? ma come è possibile che accadano cose del genere? Gli stessi che magari hanno commentato tramite web o negli scambi di persona, esibendo un livello di aggressività altrettanto preoccupante e comunque non originale. Immaginatevi la mia faccia quando in un intervista ad una nota psicoterapeuta l’ho sentita affermare, quasi fosse il pensiero più intelligente dell’anno, che il problema riguarda la selezione del personale delle strutture educative. Ma dai. Piantiamola con le fesserie e per favore parliamo di cose serie.

Sicuramente sono stati offerti su tematiche analoghe, commenti e riflessioni assai autorevoli. Io mi sento di guardare un po’ da vicino un antico dibattito tra viscere, testa e cuore. Le viscere, di genitore o di adulto sano, non possono che gridare vendetta, con quella voglia di avere tra le mani i violenti e, come si dice dalle mie parti, fargli passare un guaio. Il cuore batte forte e perde colpi, pensandosi la madre di quel ragazzo o di quel bambino, oppure la figlia di quell’anziano, oppure ancora quella donna maltrattata dal suo compagno presa a chiedersi dov’è l’amore.

La testa, almeno la mia, ingaggia una sfida con la professionista che sono, presa a interrogare il senso di talune vicende e la necessità di abbandonare codici buonisti per guardare con coraggio le parti dell’animo umano, tra cui la cattiveria ha sovente un posto d’onore. Ce lo confermano secoli di storia, se solo alziamo il nostro sguardo da terra e tratteniamo la nostra rabbia o la voglia di non sapere.

E allora che si fa? Me lo sono chiesta tante volte, negli anni, di fronte a racconti di violenza o di fronte a fessure che mi hanno lasciato immaginare e intravere comportamenti aggressivi di genitori e di operatori. Non ho alcuna risposta magica, nè una ricetta miracolosa che trasformi i cattivi in buoni.

So però che mi ha aiutato riconoscere la cattiveria come parte dell’umano, guardarla in faccia senza troppi timori, non abbassare gli occhi per il dolore. Mi ha aiutato chiedere alle persone di parlarne, senza erigermi a giudice, ma provando a capire come evitarne il ripetersi. Vicende analoghe sono sempre accadute, accadono oggi e accadranno ancora. Ognuno di noi, come singolo cittadino  o come professionista, può chiedersi come mettere a disposizione la sua intelligenza e il suo cuore per affrontarle, sperando di prevenirle. Ognuno di noi, parte di una testa e un cuore collettivo, dovrebbe mettersi gli occhiali del disincanto e da lì partire, per cercare vie percorribili e possibili per non attendere inerme, il prossimo scandalo.

Esperienze speciali

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DSCN5881di Irene Auletta

Lo ricordo bene quel marzo di parecchi anni fa e la mia prima visita alla scuola speciale. Ci ero già stata nelle vesti di operatore e tornarci in quelle di madre non era stato affatto semplice. Ancora una volta di fronte a quelle domande ormai divenute compagne di viaggio.

Perchè proprio mia figlia? Cosa centra con questo posto e con le persone che lo abitano? Come si sopravvive a questo dolore?

Eppure, neppure per un secondo ho pensato che quella non fosse la scelta giusta per te, per offrirti nuove possibilità per imparare e per diventare grande nel rispetto delle tue possibilità e caratteristiche. Ho lottato aspramente, ingoiando chiodi, con chi ha criticato la nostra scelta, chi ha giudicato senza nessun scrupolo, chi non ha trattenuto commenti idioti.

Non sono stati anni facili, perchè la vita non è facile. Però siamo stati fortunati e abbiamo avuto la possibilità di incontrare le due insegnanti che ci sono rimaste accanto per tutto il viaggio e ti hanno insegnato ciò che noi non avremmo mai potuto fare.

Il senso di tutto il percorso, lo ritrovo commossa, proprio in questi giorni di saluti, in tutte le tracce che testimoniano la tua storia degli ultimi anni raccolte in ricordi, racconti, quaderni, fotografie. Tante emozioni che si affastellano e che mi accompagnano oscillando tra un sorriso costante e un magone che mi stringe la gola.

Ancora oggi le domande amiche sono sempre al mio fianco ma sono diventate un po’ più leggere anche grazie agli incontri, alle nuove condivisioni e al passare del tempo.

Si aprono nuove strade, si intravedono altri possibili incontri e l’orizzonte è sempre lì, con i suoi raggi di luce e le sue ombre. Noi non siamo più gli stessi e neppure tu, nonostante il tuo aspetto fatichi a reclamare gli anni passati, conferendoti sempre un aspetto da bambina. Nel nostro bagaglio abbiamo aggiunto un’esperienza importante che tratteniamo, riconoscenti, negli occhi e nel cuore.

Ora, teniamoci forte per mano e andiamo avanti.

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