Libertà alla cannella

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libertà alla cannelladi Irene Auletta

Tesoro, dobbiamo assolutamente raccontare alla mamma che hai attraversato la strada da sola!

Tutum. Il cuore batte un colpo in accelerata mentre ti immagino fare qualcosa che per te non è affatto semplice. Penso che il babbo è davvero bravo a spingerti a provare, osare e sperimentare.

Il ruolo dei padri quando si manifesta con tale chiarezza è assai rassicurante e scalda parecchi angoli del cuore.

Ci separiamo perchè devo fare qualche commissione e al mio rientro vi vedo da lontano. Tu che attraversi ancora da sola sulle strisce pedonali mentre tuo padre ti attende sul marciapiede. Il sapore dell’ambivalenza è sempre un po’ dolceamaro ed è solo il gusto che sa di miele che mi spinge ad andare oltre la tua età anagrafica permettendomi così di assaporami con calma la scena. Rimango a distanza perchè non voglio disturbarvi in quel momento tutto vostro e anche da lontano si vede perfettamente il filo invisibile della fiducia e dell’amore che ti lega a tuo padre, tanto da farti sperimentare, con tutta l’evidente fatica, prove importanti.

Un raggio della memoria si illumina. Eravamo proprio lì, allo stesso angolo della strada vicino al nostro portone. Avevi sei anni e per l’ennesima volta avevo provato a invitarti a fare qualche passo da sola. Fino ad allora ogni volta, di fronte al mio invito, la tua mano si stringeva ancora più forte nella mia e, ogni volta, io risentivo nitidamente le parole di Angela, la tua insegnante Feldenkrais.

E’inutile che le gambe vadano avanti lasciando indietro la consapevolezza del gesto. Devono muoversi insieme e solo questo sarà il vero apprendimento.

Quanta sapienza in quell’invito ad attendere l’armonia tra gesto e coscienza. Io aspettavo, pensando spesso che non sarebbe mai accaduto e anche quel giorno ti ho rinnovato la domanda più per abitudine che per una reale convinzione.

Che ne dici, ci provi ad andare da sola per qualche passo? E tu, come al solito mi prendi alla sprovvista, mi lasci la mano e ti dirigi verso il portone, lentamente come a gustarti la tua “prima volta”.

Tutum, tutum, tutum.

Sono passati dieci anni da allora e io e tuo padre abbiamo migliorato l’armonia tra la mano che ti stringe forte e quella che ti permette di andare, lasciandoti. Si impara anche così a essere genitori.

La libertà, l’autonomia e le soddisfazioni hanno proprio il gusto dello sciroppo di Mary Poppins. Diverso a seconda di chi lo gusta e lo assapora.

Ci sono gesti

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IMG_0674di Irene Auletta

Con mia figlia passo il tempo a chiedermi come offrirle possibilità per scegliere, per non farla sentire sempre determinata dalle posizioni altrui, per aiutarla a ritagliarsi una piccola nicchia di autonomia e affermazione della sua persona.

Non è per nulla facile e ogni volta mi interrogo sulla mia parte.

Qualche giorno fa parlavo con i genitori di un figlio adolescente e mi sono ascoltata dirgli che forse era il momento di lasciarlo un po’ andare. Le preoccupazioni della madre mi raggiungono forti. E se non è ancora in grado, se si mette nei pasticci, se combina qualche guaio?

In questi casi uso spesso l’immagine delle ginocchia sbucciate. Se un bambino non cade, non impara a correre e a trovare il suo nuovo equilibrio. I genitori sono lì, sempre pronti a consolare e a medicare le piccole o grandi ferite, offrendo la loro forza per recuperare il coraggio necessario al successivo tentativo.

Quante volte con te, figlia mia, mi percepisco proprio così. Ma come faccio a lasciarti andare ancora un pochino di più e a prepararmi a medicarti la prossima ferita?

Ieri siamo andati a fare un pic nic con amici e la loro figlia di dieci anni. Durante un piccolo giretto nel paese adiacente al parco che ci ha accolto, ti dirigi con decisione verso la mano della bambina e la scegli per passeggiare. Siete belle da guardare voi due, che sembrate quasi coetanee e io mi commuovo.

E’ la tua piccola scelta e mi accorgo di come anche nel nostro mondo su misura ci possono essere nuovi amici, anche per te. Ho paura che tu possa inciampare, che possa farti male e che possa farlo anche alla piccola amica che tieni per mano. Mi trattengo e cerco di controllarmi godendomi quel momento che ricevo come dono prezioso.

Stamane ti sei svegliata di ottimo umore nonostante la tua salute, da tempo, stia mettendo a dura prova la tua pazienza. Sarà anche merito della giornata di ieri?

Mentre sistemo casa non mi accorgo della porta d’ingresso aperta fino a quando il campanello non richiama la mia attenzione. Chi può essere a quest’ora di domenica? Il babbo non lo aspettiamo prima dell’ora di pranzo.

Quando apro ti trovo lì a scampanellare, contenta della tua piccola fuga sul pianerottolo. E’ la seconda volta che accade e ogni volta, il cuore mi balza in gola pensando al pericolo scampato della vicina rampa di scale lì, a pochi passi.

Faccio finta di non riconoscerti e ti chiedo seria cosa desideri. Mi guardi con quel tuo sorriso che contiene mondi di significati nascosti.

Benvenuta figlia. Continua a crescere come puoi e nel frattempo ti prometto di continuare ad imparare a starti vicino lasciandoti andare ogni volta, un po’ di più.

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