La cura in viaggio

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di Irene Auletta

In questi giorni il tema della cura mi segue, quasi come affettuoso compagno di viaggio. Ne sto parlando con educatori e insegnanti di vari ordini di scuola e ci sto pensando in relazione al prossimo evento del nostro gruppo Amazzone o Penelope.

In questo momento storico mi sembra un bel segnale riprenderlo e valorizzarlo come oggetto di interesse e curiosità, ancora da esplorare e scoprire, proprio pensando a quelle situazioni dove invece il valore della cura rischia di rimanere offuscato dalle corse della vita e da tutto ciò che finisce per diventare priorità.

Ci pensavo stamane alla trascuratezza come “omissione di determinate forme di attenzione” che ahimè coinvolgono proprio le persone più sensibili o diremmo oggi, più fragili. Mi piace pensare che la cura si possa identificare non solo con la fatica, il sacrificio e la dedizione, ma anche con la passione e la possibilità di riempire un incontro di significati inediti. 

Che poi, lo immaginate che la cura crea dipendenza?

Davanti al mio computer, lontana da casa, sistemo gli appunti per questo ultimo incontro di formazione che oggi pomeriggio mi farà incontrare un terzo gruppo di educatori e di insegnanti. Il tema della cura, intrecciato a quello dell’inclusione e della disabilità, volteggia nella mia mente quando mi arriva una tua foto.

Tuo padre immagina bene quanto proprio oggi mi costi essere distante mentre ti accingi al tuo primo fine settimana lontana da casa, con altri compagni di viaggio. 

Prima di partire ho fatto quello che fanno le madri. Ti ho sistemato il bagaglio, valorizzando quel nuovo trolley da signorina tutto tuo e ti ho abbracciato forte sussurrandoti all’orecchio di divertirti tanto.

Le pressioni di cura, come le ha chiamate Andrea Canevaro, sono una brutta bestia. Ti tolgono il respiro mentre le vivi e ti mancano appena ne prendi distanza. Io, negli anni, ho imparato che ciò che mi manca non è tanto la cura in sé, quanto la costellazione dei gesti che rendono noi due, madre e figlia, quello che siamo.

La cura parla di relazioni e di forme di attenzione che profumano d’amore e per me, oggi, amarti vuol dire imparare a lasciarti andare verso la cura altrui.

Ci sono gesti

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IMG_0674di Irene Auletta

Con mia figlia passo il tempo a chiedermi come offrirle possibilità per scegliere, per non farla sentire sempre determinata dalle posizioni altrui, per aiutarla a ritagliarsi una piccola nicchia di autonomia e affermazione della sua persona.

Non è per nulla facile e ogni volta mi interrogo sulla mia parte.

Qualche giorno fa parlavo con i genitori di un figlio adolescente e mi sono ascoltata dirgli che forse era il momento di lasciarlo un po’ andare. Le preoccupazioni della madre mi raggiungono forti. E se non è ancora in grado, se si mette nei pasticci, se combina qualche guaio?

In questi casi uso spesso l’immagine delle ginocchia sbucciate. Se un bambino non cade, non impara a correre e a trovare il suo nuovo equilibrio. I genitori sono lì, sempre pronti a consolare e a medicare le piccole o grandi ferite, offrendo la loro forza per recuperare il coraggio necessario al successivo tentativo.

Quante volte con te, figlia mia, mi percepisco proprio così. Ma come faccio a lasciarti andare ancora un pochino di più e a prepararmi a medicarti la prossima ferita?

Ieri siamo andati a fare un pic nic con amici e la loro figlia di dieci anni. Durante un piccolo giretto nel paese adiacente al parco che ci ha accolto, ti dirigi con decisione verso la mano della bambina e la scegli per passeggiare. Siete belle da guardare voi due, che sembrate quasi coetanee e io mi commuovo.

E’ la tua piccola scelta e mi accorgo di come anche nel nostro mondo su misura ci possono essere nuovi amici, anche per te. Ho paura che tu possa inciampare, che possa farti male e che possa farlo anche alla piccola amica che tieni per mano. Mi trattengo e cerco di controllarmi godendomi quel momento che ricevo come dono prezioso.

Stamane ti sei svegliata di ottimo umore nonostante la tua salute, da tempo, stia mettendo a dura prova la tua pazienza. Sarà anche merito della giornata di ieri?

Mentre sistemo casa non mi accorgo della porta d’ingresso aperta fino a quando il campanello non richiama la mia attenzione. Chi può essere a quest’ora di domenica? Il babbo non lo aspettiamo prima dell’ora di pranzo.

Quando apro ti trovo lì a scampanellare, contenta della tua piccola fuga sul pianerottolo. E’ la seconda volta che accade e ogni volta, il cuore mi balza in gola pensando al pericolo scampato della vicina rampa di scale lì, a pochi passi.

Faccio finta di non riconoscerti e ti chiedo seria cosa desideri. Mi guardi con quel tuo sorriso che contiene mondi di significati nascosti.

Benvenuta figlia. Continua a crescere come puoi e nel frattempo ti prometto di continuare ad imparare a starti vicino lasciandoti andare ogni volta, un po’ di più.

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