In punta di piedi

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In punta di piedidi Irene Auletta

Mi piace immaginarmi così, quando entro nelle storie altrui e mi ritrovo ad ascoltare frammenti di vita, di amori, di fatiche e di dolori. L’ho scelto anche per professione e condivido questa passione con importanti e preziosi compagni di viaggio.

Nel mio incontro con educatori e insegnanti mi imbatto sovente in affermazioni che immagino familiari a molti, perchè assumono le vesti dei luoghi comuni. Tra le più gettonate ne ricorre una. I genitori non capiscono che facciamo o diciamo alcune cose per il bene dei loro figli!  

Appunto. Il bene dei figli non dovrebbe riguardare proprio i genitori?

Durante un recente colloquio con nonni che hanno perso la loro figlia e si occupano del nipote, il dolore è straripato dalle trame della comunicazione. Voi siete tecnici, non potete capire l’amore … di quello ci occupiamo noi! 

Qualche anno fa forse avrei fatto fatica a capire e ad accogliere reazioni di questo genere, presa anch’io da quel senso di onnipotenza che spinge molti operatori a sentirti portatori della verità. Oggi no.

L’amore e gli affetti cari sono faccende assai delicate. Me lo ha insegnato la vita più che i miei studi ed è un apprendimento che custodisco gelosamente come un oggetto prezioso, ogni volta che incontro storie. Alcune sono più fragili di altre e richiedono una cura ancora maggiore e un grande rispetto.

Qualche anno fa, mentre mia figlia stava attraversando un momento molto delicato della sua vita, un medico mi tempestò di domande e cogliendo il mio disappunto per la sua intrusione sbottò dicendomi che non capivo. Quello che stava facendo era per il bene di mia figlia e non per divertirsi. Chissà se in quel momento, o in altri della sua carriera, quel medico si è mai fermato a pensare che così dicendo stava insinuando che lo stava facendo al mio posto oppure che io non lo facevo abbastanza? Brutta bestia l’arroganza sorella della presunzione.

Però, negli anni, l’ho ringraziato tante volte a distanza insieme ad una cerchia di altri personaggi che mi è capitato di incrociare, come esempio da non dimenticare solo per poterne sempre prendere distanza.

Forse noi tutti, nei nostri incontri, siamo come ballerini della vita. Abbiamo bisogno di passare per la goffaggine, i piedi pestati, gli spintoni per arrivare a gustare l’armonia di un passo in punta di piedi. I più fortunati di noi, riescono anche a volteggiare, ma per questo ci vuole tanta pazienza e un pizzico di magia.

Nonni all’orizzonte

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nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

A volte i nonni

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di Irene Auletta

Sono nata e cresciuta a Milano ma, durante la mia infanzia, ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con i miei nonni in Basilicata e, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita milanese ma decisamente lucana.

Mio nonno paterno, uomo austero di altri tempi, ha sempre esibito con fierezza la sua autorità e quando oggi sento emergere il mio piglio militaresco, lo ritrovo come parte di me.

Tutti i miei cugini lo temevano ma io l’ho sempre sentito affettuoso e attento, con la voglia di insegnarci anche le piccole cose. Se chiudo gli occhi lo vedo così. Mentre prende l’acqua dal pozzo, con un gesto particolare per non far entrare quella sporca della superficie, mentre sbuccia i cetrioli, mentre pulisce il pesce appena pescato.

Aveva un dono particolare nonno Nicola. In paese molti si rivolgevano a lui, prima che al medico, per problemi articolari, di forti contusioni o anche di fratture. Ricordo da bambina quante volte gli ho visto chiudere la porta per proteggere l’intimità dei suoi gesti e manipolare con serietà a competenza la parte dolente del “paziente”.

Tante volte poteva fare lui una medicazione e a volte dichiarava il suo limite invitando ad andare dal medico. Con orgoglio sentivo dire : “Cumpà Nicola, ma non potete fare voi? Non mi fido di ‘sti medici”.

Avevo sei anni quando seguendo i miei cugini maschi nelle loro acrobazie, ho fatto una brutta caduta. Gomito dolente e timore di dirlo al nonno che, dietro di me, non aveva perso la scena. Mi ha preso in braccio per portarmi a casa, mentre trattenevo le lacrime per non mostrare il dolore. Ero così già allora! “Ti conviene piangere, Irene, altrimenti ti dò la sculacciata che ti meriti per non avermi ascoltato”.

Il braccio è guarito e quando oggi ogni tanto ancora mi duole, ricordo il tocco del nonno che lo curava.

La nonna paterna invece la ricordo sempre impegnata a fare qualcosa, seria, mai con un gesto esplicito di affetto, ma sempre molto attenta a non farmi mancare nulla. Ha vissuto in silenzio, all’ombra di suo marito e così se n’è andata, senza disturbare nessuno.

Lei mi ha sempre ricordato il nonno materno, anche lui taciturno e sullo sfondo della nonna materna, la grande matrona.

La nonna mi ha insegnato la gentilezza, la cura, l’amore per le cose belle, il rispetto della vita e dei fiori. A lei devo in particolare quello che ha lasciato a mia madre e che mia madre ha lasciato a me. La nostra risata, simile e diversa, ma sempre sonora, liberatoria e proveniente dal cuore. “La vita è già difficile, facciamoci una bella risata che poi passa!”. Così ha affrontato la vita e le sue difficoltà e prima di andarsene, ha voluto salutare i suoi figli, uno per uno, dicendogli quanto gli dispiaceva di andarsene e di lasciarli.

Le piaceva scoprire cose nuove e, nelle sue visite a Milano, non finiva mai di apprezzare le differenze con il piccolo paese del sud. Non l’ho mai sentita esprimere facili giudizi e quando si permetteva qualche pettegolezzo o battuta lo faceva con quel sorriso che le permetteva di dire tutto senza alcuna cattiveria. Mi piacerebbe diventare come lei, con i capelli bianchi, gli occhi brillanti e il sorriso sempre acceso.

Oggi, mi riconosco sempre più parti di ciascuno di loro e quando le riscopro dentro di me, sento meno il dispiacere della loro assenza e così, come per magia, la loro vita sembra continuare nel mio ricordo.

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