Per una conversazione gentile

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conversazioneIn questi ultimi giorni ho intrecciato una serie di scambi fittissimi tra Facebook e questo blog. Anche se a qualcuno è sembrato che io discutessi di questo o quel tema, in realtà ciò che mi interessava era discutere del modo di conversare. Avevo l’impressione che un segno della profonda crisi in atto sia l’affanno delle conversazioni. Impressione confermata da quelle che ho attivato.

Per questo ho lanciato, sempre su Facebook, il progetto Ragione gentile e poi ho chiamato a raccolta i miei amici facebocchiani per definire le regole di un gioco che mi pare possa essere divertente e al tempo stesso molto istruttivo: un “Match di conversazione gentile”. Rimando a quel luogo per il proseguio di questa idea.

Dopo tanto discorrere, però, vorrei mettere dei punti fermi, che fra l’altro emergono largamente proprio da quel gioco lanciato sul mio profilo Fb e per i quali ringrazio i miei amici che vi hanno partecipato. Non saranno gli 8 di Bersani o i 20 dl Movimento 5 stelle, ma mi paiono altrettanto urgenti…

Regola numero uno: le parole. Discorrere significa interrogare quello che l’altro dice, ovvero le parole che usa esplicitamente. Non quello che voleva dire tra le righe, quello che non ha detto ma secondo me pensava, quello che altri dicono anche se lui non lo dice. Il che implica parlare all’altro usando il tu e l’io (io dico a te, tu dici a me), non il voi a intendere l’intera classe di quelli come lui (voi che dite/fate)

Regola numero due: i toni e gli atteggiamenti. In una conversazione i toni e in generale gli atteggiamenti non verbali vanno anch’essi interrogati perchè suscettibili di interpretazioni molteplici e molto spesso la prima che viene in mente è sbagliata. Non si usa quindi il tono dell’altro per togliere valore a quello che dice e non si interpretano i suoi atteggiamenti a meno di non chiedergli se condivide quell’interpretazione. Se poi la conversazione è scritta e non in presenza, a maggior ragione ogni speculazione sui “toni” è strumentale e certamente non gentile.

Regola numero tre: le cose dette. Una conversazione è un processo, dunque il significato emerge lentamente nel suo corso e quello che rispondo ora a ciò che mi ha appena detto l’altro, deve tener conto di quello che sia io che lui abbiamo detto prima. Aggrapparsi all’ultima cosa detta, come restar ancorati alla prima, senza tener conto del nesso con il discorso nel suo complesso è sostanziale mancanza di rispetto per l’altro.

Regola numero quattro: la struttura del discorso. In una conversazione la struttura del discorso è importante quanto il suo contenuto. Per affermare una qualche verità, occorre che la struttura del discorso sia coerente con la verità che sto affermando. In caso contrario l’altro ha pieno diritto di rilevare la contraddizione e chiedermene conto. Si può inneggiare alla violenza con un discorso violento, non sarà bello ma è coerente ed efficace. Non si può fare il contrario però, come sostenere il valore del rispetto dell’altro in una conversione che non rispetti quello che dice l’altro.

Regola numero cinque: i temi. Le conversazioni si snodano lungo temi di conversazione. A seconda dei luoghi e dei contesti, il tema può essere predefinito e stabilizzato oppure mutevole. Stare nel tema significa rispettare il tema proposto indicando il nesso con ciò che si dice. Ovviamente si può anche cambiare tema se il luogo lo prevede, ma in una conversazione il cambio di tema va concordato. Non si cambia tema, invece, per evitare di affrontare qualcosa che l’altro ti chiede e se lo si fa, l’altro ha pieno diritto di richiamarti al punto.

Regola numero sei: gli obiettivi. Una conversazione ha come obiettivo di fondo l’esplorazione delle ragioni in gioco attorno all’oggetto della conversazione stessa. L’obiettivo è uscire da una conversazione sapendone di più della  propria e della ragione altrui. Non è dunque “aver ragione” nel senso di vincere una sfida. Uscire da una conversazione con la sensazione di averla spuntata ma senza una briciola in più di consapevolezza attorno all’oggetto discusso, nella migliore delle ipotesi è una perdita di tempo. Nella peggiore una sopraffazione.

Regola numero sette: i risultati. Se un discorso costruito in solitaria, serve a far capire cosa penso, una conversazione serve a capire cosa pensa l’altro e a migliorare quello che penso io. Quando ciò non accade una conversazione si riduce a più discorsi che si snodano ognuno per proprio conto e quindi cessa non solo di essere gentile, ma di essere una conversazione.

Regola numero otto: il gioco. Una conversazione è uno scambio di punti di vista attorno a qualche oggetto. I punti di vista si esprimono proponendo il proprio e ascoltando gli altri. Limitarsi a giudicare ciò che mette a disposizione l’altro senza proporre il proprio, invece, è un gioco scorretto come lo è ribadire più volte il proprio senza tener conto delle obiezioni formulate dall’altro

Regola numero nove: il contraddittorio. Una conversazione è uno scambio di giudizi su ciò che viene detto. Ciò che rende legittimo il giudizio sono le argomentazioni che vengono utilizzate a suo sostegno e la possibilità di confutarlo con altre argomentazioni. Non è affatto gentile invece giudicare senza sostenere il proprio giudizio o facendolo con frasi del tipo “secondo me è così” e non sottoponendo il nostro giudizio a quello dell’altro.

Regola numero dieci: valori, relazioni, emozioni. In una conversazione si intrecciano ovviamente anche una serie di fattori non razionali. Se conversiamo di qualcosa che ci interessa, è facile che la conversazione sia attraversata da forti passioni per il tema, da contrasti preesistenti con il conversante, da emozioni di varia natura che rendono meno lucido il nostro giudizio e il nostro modo di stare nella conversazione. Ma tutto ciò non può essere in alcun modo considerato una giustificazione per contravvenire alle prime nove regole. Valori, relazioni, emozioni condizionano una conversazione, proprio per questo queste regole devono essere considerate un patto tra i conversanti per aiutarsi reciprocamente a contenerne il condizionamento e indirizzarlo verso una forma gentile di Ragione.

L’obiezione più probabile, che mi sento di dover anticipare perchè è la prima che mi sono fatto io, è che discorre in questo modo è molto difficile. Infatti. Ma non ho detto che bisogna saper discutere in questo modo. Io sono un pedagogista e un educatore, dunque questi dieci punti, venendo da me, vanno intesi come uno strumento per imparare a conversare. Ed è questo che è urgente.

Clausura, fin che s’apra. Silentium, fin che parli

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Il Vittorialedi Irene Auletta

Così ci accoglie la frase incisa sul battente della porta che ci introduce in un mondo fuori dal tempo, il Vittoriale degli italiani che Gabriele D’Annunzio allestisce dal 1921 al 1938, trasferendosi a Gardone Riviera, sulla riva bresciana del Lago di Garda.

Ci ritroviamo, io e mia sorella, inserite in un bizzarro gruppo di visitatori che comprende insieme ad altri due adulti, sette ragazzi delle scuole medie in gita scolastica. Una dei due adulti è la professoressa accompagnatrice e l’altra è una guida davvero molto brava che riesce a trasmettere chiarezza, interesse e passione, attraverso qualcosa che ripeterà chissà per quante volte al giorno.

La compagnia si rivela assai piacevole perchè mi offre la possibilità di cogliere, anche attraverso i commenti dei ragazzi, particolari visti attraverso i loro occhi oltre a quelli che i miei di adulta cercano di trattenere con avidità.

Giunti nella Stanza del Mappamondo che, come tutte le altre stanze bagni compresi, trabocca di libri, la guida ci dice che contiene oltre seimila volumi.

Seimila libri in tutto? Chiede un ragazzino  coraggioso che con le espressioni del viso sembra chiedersi perplesso e curioso, quanti saranno da vedere proprio seimila libri.

No, seimila solo in questa stanza, in tutto si stima una presenza di circa trentatrè mila libri, risponde gentile e sorridente la guida.

Il ragazzo diventa serio, gli pare impossibile e, mentre io ancora mi sto gustando l’idea di trovarmi in un luogo straordinario della nostra storia, non può fare a meno di volgere all’insegnate uno sguardo in cerca di rassicurazione.

Ma non li avrà letti tutti, vero Prof.?

I suoi compagni ridacchiano e io lo trovo meraviglioso, lui e tutta la scena nell’insieme. Osservo ragazzini curiosi, attenti, educati. Capaci di ascoltare e di chiedere con serietà e con la leggerezza che è il dono della loro età.

La professoressa incrocia spesso il nostro sguardo, quasi cercando una complicità tra adulti e accetta il gioco, invitandolo a pensare a quanti ne ha letti lui finora.

Questi ragazzi mi sono piaciuti tanto e mi hanno permesso di osservare un mondo per me poco frequentato. Anche l’insegnante mi è parsa di quelle che tutti vorrebbero avere come riferimento per i loro figli.

Intorno a noi ci sono tante bellezze, artistiche, storiche ed umane. Riconoscerle e gustarsele è sempre un piacere da non perdere!

I tempi dell’amore

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I tempi dell'amoredi Irene Auletta

Non ci vediamo da tre giorni ma, quando torno a casa, già dormi e devo accontentarmi di guardarti da lontano perchè se ti accorgi del mio arrivo, rischi di rimanere sveglia tutta la notte. Guardarti mi fa quasi male, tanto ho sentito la tua mancanza, pur nella voglia e nel piacere di vivermi un tempo tutto per me.

Aspetterò fino a domattina ma già mi preparo mentalmente all’incontro. Io ti vorrei abbracciare subito, stringendoti forte, forte, ma so che per te è troppo e allora, dovrò mettermi in attesa di un tuo cenno.

Come sempre, dopo una distanza, con te è necessario ricostruire pian piano il momento dell’incontro.

Così, stamane ti svegli, ma quando ti accorgi della mia presenza e del fatto che ti sono vicina, guardi altrove, con quel tuo modo di andare oltre che mi stupisce ogni volta. Non vuoi ancora che mi avvicini troppo, accetti un mio bacio leggero ma ancora non posso andare oltre.

Se esco dalla tua stanza mi chiami, nel tuo modo tutto tuo, ma se arrivo volti lo sguardo, chiudendo gli occhi quasi a far finta di voler dormire ancora. Magari sto sovrainterpretando i tuoi gesti, forse è solo l’emozione.

Incontrarsi nell’amore non è sempre facile e, soprattutto, il gioco dei tempi di ciascuno va curato come una musica dolce. Almeno, per te, ma anche per me, non può essere troppo rock.

Ti aspetto amore, quando sei pronta, la mamma è tornata.

Vegano? buon per te

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Ieri ho seguito con molta attenzione questo video, consigliatomi da un caro amico. Un’ora e venti minuti di conferenza tenuta da un simpatico vegano. Ho del buon tempo da perdere direte voi. Può darsi, ma è stato molto istruttivo. Non nel senso dell’aver imparato come si diventa vegani, ma dell’aver capito come si diventa integralisti.

Il ragionamento è un po’ lungo per un post, armatevi di santa pazienza se volete seguirlo sino in fondo…

Per uno di quegli strani incroci astrali che di tanto in tanto rendono un periodo della tua vita particolarmente denso di incontri simili, succede che io abbia a che fare da più lati con ideologie, metodi, pratiche, stili di vita che oggi, grazie al simpatico vegano, posso definire tutti sostanzialmente integralisti. Ci sono molte ragioni per arrivare a questa conclusione, ma la prima e più sconcertante è  una caratteristica di fondo inaspettatamente comune: mi fanno sentire tutti una merda.

Proprio così, si tratti dell’ultimo movimento politico salito alla ribalta, di un maestro di arti marziali o di un simpatico vegano, il punto non è che loro hanno ragione e tu torto: il punto è che siccome loro hanno ragione, tu hai sbagliato e stai ancora sbagliando tutto. Ne consegue che ti resti una e una sola via: la redenzione. Che significa, in sostanza: pentimento, rinuncia, purificazione e, finalmente, la vita nella Verità.

Consiglio caldamente di seguire passo passo il ragionamento del nostro amico niente-proteine-animali-di-qualsiasi-tipo. E’ convincente, simpatico, accattivante, per nulla supponente, in apparenza. A tratti addirittura umile. A dire che l’integralismo non si insedia nello stile comunicativo, ma nella struttura stessa del ragionamento. E che, di conseguenza, il simpatico vegano, affabile e alla mano, è dieci, cento volte più pericoloso di un vegano arrogante.

In ogni discorso, naturalmente, c’è un pezzo di verità. Dunque anche in quello del simpatico vegano c’è della verità, anche tanta tutto sommato. Il problema non è se quello che dice sia vero o meno, ma se nell’insieme sia coerente oppure contraddittorio.

Per ogni argomento addotto in un ragionamento, esiste sempre almeno un controargomento con lo stesso valore di verità. Il simpatico vegano mostra foto di maialini cucciolosi chiedendo alla platea se sarebbero disposti a ucciderli per mangiarli. La risposta ovviamente è no, visto che il contesto non era un congresso di salumieri. Per estensione il simpatico vegano sostiene che la nostra cultura ammette che ognuno goda dei frutti di atti che non commetterebbe mai in prima persona ma che lascia fare agli altri. Il simpatico vegano chiama questo: ipocrisia. Può essere. Io la chiamo divisione del lavoro.

Ce n’é un bel po’ di cose che io non farei mai in prima persona, che altri fanno e grazie a ciò io posso avere e/o fare cose che non potrei avere e/o fare se non ci fosse qualcuno che le fa. Prendiamo gli assicuratori, i contabili, gli stilisti, gli incursori, persino i politici: i lavori sporchi qualcuno li deve pur fare e sono contento quando altri lo fanno al posto mio. Per altro è una cosa che non è mica iniziata ieri, diciamo così grosso modo, che stiamo parlando di un processo avviatosi qualche decina di millenni orsono. Poi si può continuare a considerarla ipocrisia, io preferisco chiamarla “civiltà”. Persino l’estendersi del numero dei vegani rientra in questo processo: meno gente c’è che mangia carne, più ne posso mangiare io con relativa serenità.

Poi ci sono le deduzioni improprie. Non quelle fiscali, quelle della ragione. Le condizioni di allevamento degli animali per la produzione di alimenti sono disumane, ci ricorda con dovizia di particolari raccapriccianti, il nostro simpatico vegano. Vero, a parte l’uso del termine “disumane” perchè solo gli umani allevano altri animali per mangiarseli, dunque sono sin troppo umane, non disumane. Diciamo dunque che le sofferenze inferte agli animali allevati per alimentazione sono terribili e negli ultimi decenni con gli allevamenti intensivi sono peggiorate esponenzialmente. Questo è un dato di fatto. Terribile quanto si vuole. Ma concludere che di conseguenza bisognerebbe rinunciare all’allevamento degli animali a scopo alimentare, ovvero a una delle strutture antropologiche più antiche che risale ad almeno a ventimila anni fa, è per lo meno azzardato. E’ pur sempre una via e magari ci arriveremo prima o poi perchè le strutture antropologiche sono in evoluzione. Ma al momento quello stesso dato di fatto ammette almeno un’altra conclusione: cambiamo i sistemi di allevamento. E un grazie anche ai vegani che mettono all’ordine del giorno il problema. Due secoli fa l’introduzione delle macchine a vapore nell’industria tessile ha creato condizioni “disumane” di lavoro per milioni di persone, bambini compresi. Io sono contento che la strada scelta sia stata quella di migliorare progressivamente le condizioni di lavoro e non quella di rinunciare alle macchine a vapore. Mi ci vedrei malissimo nei campi a falciare il grano a mani nude o nei boschi a far legna con l’ascia. Del resto se qualcuno vuol falciare il grano a mani nude o tirar giù alberi nel più puro stile boscaiolo del Klondyke, può sempre farlo e, infatti, molti stanno tornando a farlo. Buona vita a loro.

Infine, ogni discorso poggia sul linguaggio che utilizza ed è nel linguaggio che si cela la maggior parte delle trappole integraliste. Non è necessario, ripete più volte il simpatico vegano, “It’ no necessary”. Ma non spiega mai cosa intenda per “necessario”. Dice anche, sin dall’inizio, che il nostro comportamento alimentare dipende dalla cultura di appartenenza. Cosa del tutto ovvia, ma la connotazione che ne fornisce è negativa. La “cultura” viene paragonata a Matrix, metafora felice di ogni paranoia complottista (dopo la Spectre di James Bond) secondo la quale c’è “qualcuno”, spesso non identificato ma in questo caso sarebbe l’industria alimentare, che condiziona le nostre fragili menti a comportarsi secondo i suoi interessi. Saremmo tutti ipnotizzati insomma, dormienti, inconsapevoli strumenti nella mani del Male e il simpatico vegano si presenta nei panni di Morfeus con le pillole rossa e blu d’ordinanza. La scelta è chiara, ora che sai, perchè ora sai: puoi prendere quella blu e continuare il tuo sonno inconsapevole, oppure prendere quella rossa e vivere finalmente fuori da Matrix, libero e nella Verità. Ma se Matrix è la cultura, caro simpatico vegano, non c’è modo di uscirne, perchè la “verità” di noi umani E’ la cultura. Noi adottiamo sempre comportamenti culturalmente determinati, anche quando eventualmente decidessimo di diventare vegani. Provate a proporre il veganesimo a uno dei rifugiati negli immensi campi profughi dell’Africa centrale o a un Inuit della Groenlandia. Oppure, immaginate di proporlo al vostro bisnonno nato e cresciuto in una valle alpina o nelle campagne intorno ad Agrigento. Quello che manca in Matrix è la pillola verde, quella che permette di restarvi dentro, ma in modo consapevole. Questa è l’unica strada che ci sia data, oltre a quella blu, naturalmente. La rossa è la vera illusione, vedasi Into the wild per intenderci.

Dunque “non è necessario” è un’affermazione che per sostenere la propria verità dovrebbe chiarire cosa intenda per “necessario”. Ma appena ci provasse si dissolverebbe. Perchè alla fine non è “necessario”  praticamente nulla di quello che noi umani facciamo. Non era necessario neppure imparare a controllare il fuoco: nessuno altro animale, dopotutto lo fa e ci sono specie che durano da centinaia di milioni di anni facendone a meno.

Caro simpatico vegano, io rispetto la tua scelta. Non vuoi mangiare carne, pesce, uova, latticini e miele? liberissimo. Vuoi convincere altri a fare la stessa cosa? altrettanto libero. Vuoi  sostenere questa scelta con argomentazioni razionali? non solo libero, ma benvenuto: servono a ragionare. Ma piantala di darmi dell’idiota, dell’ipocrita o del senza pietà, per favore. Questo non posso accettarlo, come non posso accettarlo da nessuno degli integralismi che tendono a fiorire in ogni periodo di crisi. Sembra proprio che la crisi di Verità porti un sacco di gente a costruirsi la propria e dichiararla unica.

E a proposito di Verità Uniche, bella l’idea di una “alimentazione compassionevole”. Ma, francamente, trovo sì ipocrita chi abbia più compassione per gli animali che per i suoi simili. Io, per lo meno, me ne aspetto in eguale quantità. Dunque perchè il tuo ragionamento sia coerente sino in fondo, simpatico vegano, occorre che tu sia altrettanto compassionevole nei confronti della mia intelligenza e della mia dignità.

Valga, ovviamente, per tutti gli integralismi in corso che si portano appresso il medesimo difetto: credere d’esser nel Giusto, mettendo gli altri, senza possibilità d’appello, dalla parte dell’Errore, con l’unica possibilità di scegliere tra l’essere stupidi oppure complici.

Lassù qualcuno ti ama

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lassù qualcuno ti amadi Irene Auletta

Ti aspetto al nostro solito appuntamento al tuo arrivo con il pulmino pomeridiano. Oggi cambio di programma perchè devo fare piccole commissioni e  ti propongo di allungare il giro prima di tornare a casa. Dopo la tappa in cartoleria, passiamo davanti alla chiesa di quartiere e tu, senza alcuna indecisione, mi tiri verso l’ingresso e l’interno, irremovibile nella tua decisione di farci un giro.

Di solito queste esperienze le fai con tuo padre ma oggi vuoi coinvolgere anche me in questa tua curiosa avventura. Appena entrate, dopo esserti ben guardata in giro trovi un posto che ti piace e ti accomodi ad ascoltare, con grande attenzione, il silenzio.

Mi siedo lì vicino a te e ti osservo mentre ogni tanto fai piccoli suoi con la voce meravigliata dell’eco che ti risponde nella grande chiesta praticamente vuota. Momento magico. Tu ascolti il silenzio e io prego, come so fare, da laica.

Quando decidi di uscire, ci dirigiamo verso casa cercando di non perdere neppure una pozzanghera per camminarci dentro, ridendo ogni volta come fosse la prima.

Quasi sotto casa ci superano un giovane ragazzo per mano alla sua ragazza e, forse pensando di fare per lei una grande prodezza da vero figo, ti guarda e girandoti le spalle imita la tua camminata dinoccolata e instabile, ridendo di gusto con la fidanzata.

Caspita. In chiesa ero stata così brava e avevo fatto anche qualche pensiero misericordioso. Com’è che ora gli spaccherei subito la faccia e mi ritrovo a fare pensieri così terribili? Tu neppure te ne accorgi e continui a ridere delle mie facce e degli scherzi che non perdo occasione di farti.

Questa è la differenza tra me e un serial killer. Io l’ho solo pensato, e neppure per la prima volta, mentre quel ragazzo neppure se lo immagina. Ma si sarà sentito davvero tanto figo ad imitare la camminata di una ragazzina disabile? Poveretto, non sa che rischio ha corso.

Oggi ho fatto delle belle preghiere per te, amore. La prossima volta però devo farne una anche per me, per le brutte cose che ho appena finito di pensare.

Per fortuna esisti tu, che mi trascini nelle chiese.

Riforma o rivoluzione?

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riforma o rivoluzionedi Irene Auletta

Mi e’ piaciuto molto  ieri sera quest’incipit di Massimo Gramellini e i significati che hanno veicolato le sue considerazioni.

Pensandomi reduce dalla prima assemblea di Dedali, una novella associazione culturale, ho trovato parecchi intrecci possibili con la nostra mission: promuovere, sostenere e sviluppare le competenze educative.

Si, perché tutti noi che a vario titolo ci occupiamo di educazione, come professionisti, come genitori o semplicemente come adulti, abbiamo bisogno di continuare a chiederci cosa questo momento storico sta insegnando ai bambini e ai ragazzi.

Quali valori trascinano con se’ la crisi, il senso di precarietà perenne, lo smarrimento di senso costante o, per contro, un unico senso sventolato come l’ unico e il vero.

Chissà se qualche docente ha immaginato di far ascoltare ai suoi alunni i discorsi dei neoeletti presidenti alla Camera e al Senato, cogliendo l’occasione per aprire una discussione oltre che per insegnare un punto di vista altro sulle nostre istituzioni tanto infangate dagli eventi che si rincorrono ogni giorno e vengono urlati nelle nostre orecchie dai vari media?

Insegnando il diritto si insegna la vita. Mi ricordo quest’affermazione di una mia docente delle superiori che credo di aver compreso solo anni dopo ma che mi ha colpito tanto da ricordarmene ancora oggi.

Cosa insegna l’astensione? Io non l’ho mai capito, perché per me assumersi la responsabilità non corrisponde a nessuna scheda  bianca anzi, ho sempre trovato l’astensione a una decisione un atto molto ambiguo, seppur legittimo.

E pensare che ogni giorno e sempre più precocemente chiediamo ai bambini, ancora molto piccoli, di scegliere al nostro posto. Vuoi la pasta rossa o quella verde? Le scarpe o gli stivali? Andare al cinema o al parco? Ne parlavo proprio qualche sera con un gruppo di genitori. Educare alla scelta e’ un passaggio importante e delicato e, proprio per questo, e’ fondamentale non bruciarne precocemente le tappe, pena il suo fallimento.

Ai bambini dovremmo insegnare che per loro astenersi e’ un valore perché sono i grandi che hanno la responsabilità di alcune scelte e il dovere di portarne il peso che ne consegue. Dovremmo insegnargli che diventando grandi gli chiederemo pian piano di scegliere, sperando che sapranno farlo, sapranno cambiare idea e, soprattutto, che non avranno paura a dire prima sbagliavo.

 

Spalle per volare

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spalle per volare 1di Irene Auletta

Succede così ogni volta. Arrivo alla lezione Feldenkrais, pronta alla sorpresa del viaggio che ci aspetta e a farmi accompagnare nella nuova scoperta da Angela, la nostra insegnante. La proposta della serata riguarda un lavoro sulle spalle e io la ringrazio mentalmente per la scelta, consapevole di trascinarmi da qualche giorno un peso e un dolore ad una spalla in particolare.

E’ fin troppo ricorrente l’immagine dei corpi reclinati per il peso degli eventi e di certo ciascuno potrebbe provare a dare un nome alle fatiche che sente di portarsi proprio sulle spalle, all’interno di un’invisibile ma pesante gerla esistenziale.

Avete in mente cosa portano le nostre spalle? Stasera proveremo proprio a dedicarci più attenzione.

Il lavoro ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi e consapevolezza del nostro corpo per terra e nello spazio. I movimenti sono sempre delicati e tanto più profondi quanto lenti.

Mi piace l’invito a riconoscere la direzione dello sguardo che, anche ad occhi chiusi, segue sempre una sua traiettoria. Le spalle pesanti sono sovente accompagnate dagli occhi che guardano a terra o comunque verso il basso. Un senso di chiusura, di protezione, di isolamento che, quasi inconsapevolmente, si finisce con lo scegliere in tanti momenti della vita. Come non pensare ai nostri stati d’animo più faticosi e a quelli che incrociamo, immaginando di fotografare corpi che si spostano a fatica, pesanti e poco disponibili all’incontro.

Penso alla donna alata di Notti al circo e alla ricerca di una leggerezza possibile. L’ho citata proprio qualche giorno fa durante una supervisione proponendo al gruppo di operatori un cambio di prospettiva e una differente direzione dello sguardo.

Alla fine della lezione le braccia sono molto più presenti e le mie spalle decisamente meno doloranti.

Come si fa a sopportare questa fatica? Ma tu come fai?

L’immagine riflessa dalle vetrine a volte è impietosa e allora ci vuole proprio un atto di volontà. Stasera le spalle possono fare di meglio.

Per un momento, basta essere schiacciate dai pesi. Il vento fa uno strano effetto. Le spalle posso essere più libere e insieme all’armonia del movimento delle braccia, mi fanno pensare al volo.

Da qui la prospettiva è un po’ diversa. Respiro.

Ma quali eroi?

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di Irene Auletta

Da anni vado dicendo che mi sento una madre apolide. Proprio così, nel senso di senza cittadinanza e senza appartenenza. Fatico a trovare  possibili condivisioni sia con chi vive esperienze tanto differenti dalla mia che con chi attraversa vicende esistenziali assai simili. Una parentesi piacevole e particolarmente positiva la sto scoprendo in questi ultimi anni grazie allo scambio e al confronto tramite il web dove, forse per il numero delle frequentazioni o per le caratteristiche del luogo, sempre più spesso incrocio echi di significati familiari e che riconosco con gradevole sorpresa.

Ho già scritto della questione e qualcuno mi ha anche un po’ presa in giro per il mio cipiglio. Ho osato affermare che mi irritano profondamente tutti quei genitori che, sicuramente per loro difficoltà, hanno sempre bisogno di normalizzare, banalizzando. Li riconosco subito in coloro che di fronte a qualsiasi considerazione o commento riferito ad un figlio disabile, hanno bisogno di affermare subito che anche loro stanno attraversando difficoltà simili, spesso facendo confronti che francamente a volte mi lasciano davvero basita. In genere i figli in questione hanno problemi a scuola, di peso e non raramente, faticano a stare dentro alle mitiche categorie dei percentili pediatrici di sviluppo, divenuti la nuova persecuzione di molti genitori. Naturalmente a disturbarmi non sono questi loro problemi, che comprendo e rispetto, ma l’esigenza di metterli a confronto con qualcosa che sovente è proprio molto lontano dalla loro comprensione.

Sono ancora più in difficoltà quando penso che chi ho di fronte dovrebbe più o meno parlare la mia stessa lingua e invece mi sento una marziana. So bene che ognuno ha bisogno di trovare le sue spiegazioni a quanto sta vivendo ma a me sono sempre state un po’ strette quella sorta di omelie che snocciolano le caratteristiche dei genitori di figli disabili definendoli come individui speciali, persone toccate da fortune o doni inspiegabili, illuminati sulle vie di qualche strano luogo. Questo davvero ho sempre fatto molta fatica a comprenderlo, pur nel totale rispetto del pensiero altrui. Figuriamoci a condividerlo.

Ultimamente invece, mi ha confortato leggere il commento di una mamma, una di quelle che mi fa sentire meno ufo e che, con un tatto invidiabile, invita i genitori con figli disabili a fare meno gli eroi e a chiedere aiuto, pensando anche a se stessi e alla propria vita. Ho apprezzato molto, provando grande rispetto, anche il coraggio di un’altra madre che si è concessa di scrivere in un post di come si ritrova a piangere per la stanchezza, a causa dei disturbi del sonno del figlio. La disperazione a volte spinge a farsi anche queste domande, ma che vita è la mia?  Non c’è bisogno di risposte banali, di luoghi comuni e di assurde spiegazioni. Forse bisogna proprio imparare a non aver paura della rabbia, del dolore, dello sconforto, del senso profondo di ingiustizia e del grande smarrimento.

Molte di noi, madri con figli disabili o con gravi problemi di salute, hanno finalmente voglia di allontanarsi da quell’immagine di Madonna a cui sovente vengono associate, per riprendersi in mano la loro vita di donne, madri, amiche, professioniste, mogli.

Vi sembra troppo? Io, per fortuna, inizio a sentirmi in buona compagnia.

Sogni infranti

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sogni infrantidi Irene Auletta

Adoro il mare, mi trasmette molta energia e mi piace sempre osservare il gioco che fanno le onde accarezzando la spiaggia, lasciando quelle bollicine che spariscono dopo qualche secondo.

Ma come si fa a superare la delusione di questo figlio? Dei suoi incomprensibili comportamenti e degli scarti tra ciò che sembrava poter diventare da piccolo e com’è diventato ora?

Quante volte colgo tra le pieghe delle mie conversazioni con i genitori sentimenti quasi indicibili perchè etichettati come poco leciti. La delusione, il senso di tradimento, il rifiuto, tutti accomunati da quel gusto amaro che hanno le attese deluse.

Accade molto più di frequente di quanto si possa immaginare eppure non è facile parlarne, dando voce alle sfumature più aspre di alcune emozioni.

E’ un sogno infranto, mi dice un padre con grande dispiacere.

So molto bene cosa vuol dire chiedersi di accettare un figlio per quello che è e lungi da me la tentazione di fare qualche bella prescrizione sul da farsi, come una bella ricetta facile facile. Però so anche che è l’unica strada possibile per non condannarsi ad un’esistenza mediocre, sofferente e piena di acredine.

Ci sono nuovi sogni, che abitano nella realtà, che possono far incontrare sorprese inattese, sentire profumi nuovi e cogliere sfumature dell’esistenza visibili a pochi.

Penso alla sensazione che provo ogni volta che entro in acqua per fare una nuotata e a come il corpo si adatta ad essere avvolto dalla frescura liquida. Le onde sembrano scomparire ma ce ne sono subito di nuove sempre più frizzanti. Quelle che si infrangono, lasciano il posto ad altre che ogni volta assumono una nuova forma e un rinnovato vigore. Mi lascio cullare, sospesa in un abbraccio eterno, prendendo energia dal mare, dal sole e dalla luce riflessa.

Anni fa, sognavo di fare nuotate straordinarie, come fossi una vera atleta. Nel tempo ho imparato ad apprezzare il mio rapporto con l’acqua e, in particolare con il mare. Non nuoto affatto con uno stile perfetto e neppure me ne importa nulla. Quello che mi da gusto è il sapore del piacere che ogni volta si ripete, come la prima volta ma ogni volta diverso.

Così è mia figlia. Avrebbe potuto essere un onda diversa ma ha preso questa forma e di certo non le manca l’essere frizzante e ricca di bollicine.

Assomiglia a suo padre come una goccia d’acqua ma, come me, adora il mare.

Impurità preziose

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Mi sto chiedendo in questi giorni cosa insegni ciò che ci sta accadendo, sospesi come siamo in un vuoto di papi, governi, presidenti e, sopratutto, di senso. Cosa insegni e, quindi, cosa sia possibile imparare. Possibile, non obbligatorio, ovvio: si impara solo se si vuole. Possibile e che tocca alla responsabilità di ognuno, eventualmente, cogliere.

Cosa ci chiede di capire, ad esempio, questa voglia diffusa di purificazione che sembra pervadere ogni discorso pubblico? Probabilmente e anzitutto che c’è questa voglia diffusa di purificazione. Diffusa, dilagante e prepotente. Certa della sua legittimità perchè in giro è “tutto marcio”. E quando tutto è marcio, si sa, occorre mondare. Che sta per pulire, ma anche creare un mondo, nuovo e vergine, ovviamente.

Dunque tutti a casa, dove per “tutti” si intende gli impuri, i compromessi, i contaminati. E’ un bel modo di rappresentarsi la vita e la storia, deve esserlo se periodicamente ricompare seducendo milioni di persone. Un modo semplice semplice che permette di stabilire uno spartiacque chiaro: di qua i puri, di là gli impuri. E anche di stabilire le linee di azione: nessuno contatto tra puri e impuri, perchè ovviamente l’impurità è contagiosa e il rischio di contaminazione altissimo.

Come tutte le visioni del mondo semplici, in realtà basta spingere di un centimetro più in là il ragionamento per veder comparire un bel po’ di problemi. Chi è che stabilisce i criteri per decidere chi siano i puri? Di solito qui ci si avvita. Da noi ci sono quelli che da vent’anni considerano “puro” chiunque non abbia ricevuto una condanna definitiva da un tribunale anche se ha stuprato un’anziana signora davanti alle telecamere di sorveglianza, perchè è tutto un equivoco (o un complotto che fa lo stesso). Sempre da noi ci sono poi quelli che per cui è impuro chiunque non la pensi come loro. Compresi quelli tra loro che avessero, mal gliene incolga, qualche dubbio che presto o tardi li trasformerà per sua natura in impuri e dunque respinti al di là del confine. C’è un bisogno potente di semplificarsi la vita in tutto questo. Bisogno comprensibile, del resto. Occorrerebbe però capire che è un bisogno molto pericoloso.

Per imparare qualcosa di nuovo su ciò che accade, innanzitutto, serve non dimenticare ciò che dovremmo aver già imparato da quello che è già accaduto. Se considerarsi innocenti a oltranza porta a giustificare ogni tipo di corruzione, la divisione del mondo in puri e impuri ha prodotto sempre e ovunque bagni inenarrabili di sangue. Dunque occorre imparare a cercare sempre un limite da una parte e ad accettare che il desiderio di purezza è solo una fantasia infantile che da adulti diventa patologica sul piano psicologico e criminale su quello sociale.

Cosa insegna dunque quello che ci sta accadendo in questi giorni di vuoto sia politico che di senso? forse quello che ho capito vedendo ieri sera Lincoln, di Spielberg.

Thaddeus Stevens, un deputato repubblicano radicale che da vent’anni si batteva per l’eguaglianza assoluta tra tutti gli uomini a qualunque razza appartenessero, durante il voto sul tredicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che aboliva la schiavitù, accetta di rinunciare a quel principio “accontentandosi” della formula più moderata che sanciva l’eguaglianza di ogni razza davanti alla legge. Ovviamente accusato di tradimento dai suoi. Grazie a questa scelta l’abolizione passa (per due soli voti ricorda il film. Comprati, per giunta) diventa parte stessa della Costituzione. Ci sarebbero poi voluti altri cento anni per passare dall’abolizione della schiavitù all’acquisizione dei diritti civili, ma senza quella scelta e senza quel voto sarebbe andata molto ma molto peggio.

Ho imparato dunque che è ora di ridare dignità alla parola “compromesso”. Che vuol dire sì promettersi l’un l’altro qualcosa, ma anche e sopratutto cercare di capire tra le promesse fatte a se stessi, quelle che è possibile mantenere, sapendo rinunciare a quelle impossibili che per essere mantenute aperte conducono verso un destino inevitabile: non mantenerne nessuna.

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