Gocce di felicità

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gocce di felicitàdi Irene Auletta

Piove. La primavera tarda ad arrivare e anche stamane ci accoglie una giornata uggiosa.

Mentre ci prepariamo per l’avvio della nostra giornata, una serie di imprevisti si pongono sulla nostra via con l’intenzione di farci venire il malumore. Ma noi resistiamo.

Riusciamo a recuperare il ritardo accumulato e scendiamo in anticipo, senza correre. Incrociamo diverse persone del nostro palazzo.

Anche stamane piove, non se ne può più. Questo umido ci sta entrando nelle ossa, ma quando arriveranno le giornate di sole? A guardare fuori dalla finestra viene voglia di rimanere chiusi in casa, altro che andare a lavorare!

Frasi rubate qua è la mentre attendiamo il pulmino che passa tutte le mattine per accompagnarti a scuola. Io le ascolto come sottofondo, tu sei altrove e, di certo, di queste affermazioni non te ne importa nulla.

Vuoi passeggiare da sola sotto la pioggia e allora facciamo un patto.

Lo puoi fare a condizione che sopporti il cappuccio, altrimenti devi stare vicino alla mamma sotto l’ombrello.

Accetti e resiti. Tenere in testa qualcosa per te è una vera tortura, ma la voglia di passeggiare sotto la pioggia vince la lotta. Prima il gioco riguarda le mani e le dita, che cercano di afferrare le gocce che ti circondano. Poi, quasi per caso alzi la testa e mentre ridi, una goccia ti finisce sulla lingua e così inizia la seconda parte del gioco e tu cammini con la bocca aperta nel tentativo di far posare nuove gocce sulla lingua. Come sempre ridi, felice della scoperta e della sorpresa curiosa.

Passa una vicina di casa e correndo via ci dice ma come fate ad essere così dì buon umore con questo tempaccio?

Ti guardo e penso che tu sei proprio così, sempre alla ricerca dell’eccezionale e stamane la mia giornata inizia felice, grazie a te.

Lei, non può capire.

Nonni all’orizzonte

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nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

Tutti a tavola

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Probabilmente se non mangiassimo assieme sarebbe tutto più facile. Ma noi vogliamo mangiare assieme, come una famiglia normale: padre, madre e figlia riuniti attorno al desco familiare. Espressione assolutamente desueta per indicare un’accanimento valoriale d’altri tempi.

Quindi i nostri pasti sono tutto un rincorrere gesti che vanno accompagnati a uno a uno, nel mentre che cerchiamo di compiere i nostri. Non so più quante volte ho posato la forchetta tra l’inforchettamento e la mia bocca per porgerle dell’acqua, frenare un suo impeto eccessivo, aiutarla a raccogliere un boccone con il suo cucchiaio, soddisfare una sua richiesta, contrastare un suo tentativo di fuga dalla cucina, incoraggiarle un appetito, aprirle il frigo, avvicinarle la sedia, sminuzzarle una pietanza, raffreddarne un’altra, andare a controllare dove è andata dopo essersi alzata, riportarla a tavola per il secondo, portarle il resto della cena in sala per farle mangiare qualcosa…

Ehi, nel caso a qualcuno fosse sfuggito, non sto parlando di un bambino di dieci mesi, ma di una ragazzina di quindici anni. Mia figlia, appunto.

Eppure a tavolino lo schema non è difficile: uno l’assiste nel pasto, l’altra mangia, a turno. In alternativa, una l’assiste nel pasto, l’altro attende e quando la figlia ha finito e limitando le interruzioni alla marcatura intermittente, si mangia assieme, almeno in due.

Ma così non saremmo abbastanza normali. Noi vogliamo mangiare tutti assieme. Tutti quanti. E così pranzi e cene si trasformano in un delirio di alzati-siediti-rialzati-prendiquesto-dallequello-cosavuoi-aspettatiaiuto-vienidiqua-doveseiandata. Durano un’eternità in nostri pranzi e le nostre cene. Sembrerebbe. Poi guardi l’orologio e tra preparazione, consumazione e sistemazione della cucina passano sì e no tre quarti d’ora. Qualche volta ci riprendo e poi carico il tutto su Youtube.

Eppure, guardarti mentre, tutta concentrata, porti alla bocca quel tuo cucchiaio ricurvo con un impegno che neanche per battere un record mondiale, è un’esperienza impagabile. E lo è godere di questi tuoi gesti, proprio mentre noi compiamo i nostri, più agili, infinitamente più competenti, continuamente sospesi, e dunque capaci di prodursi godendo dei tuoi. Una fatica immane e può darsi pure che il conto arrivi prima o poi. Ma resta che non stiamo facendo una cosa per te, nell’attesa di farne una per noi: la stiamo facendo assieme.

Magari, ecco, occorrerà ricordarsi più spesso che il bello non sta nel riuscire a farti mangiare ma nel guardar-ci mangiare, frenando la tua fretta di iniziare quando hai fame o l’ansia per quella di farti iniziare quando non ne hai. In fondo, se desco familiare deve essere tanto vale riappropriarsi di questa immagine dal sapore d’antico sino in fondo: si inizia quando siamo tutti a tavola e ci si alza quando tutti abbiamo finito. Sento che le fatiche sono destinate ad aumentare, ma mi pare un bel progetto…

Alzometro

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Ne voglio uno. Se esiste, ne voglio uno. Anzi, due: uno per me e uno per mia moglie. Così posso misurare  quante maledette volte io e lei ci alziamo da dove siamo seduti (o sdraiati) per andare dietro a Luna.

Luna si siede, noi ci sediamo, lei si alza, uno di noi si alza per controllare dove va. Luna si deve alzare per una delle mille necessità quotidiane, entrambi ci alziamo: uno per farla alzare, l’altro per preparare quel che serve. Luna resta seduta, vuole una cosa: se riusciamo a farla stare seduta, uno si alza e gliela procura. Altrimenti lei si alza perchè vuole una cosa, di conseguenza ci alziamo tutte e due: uno per prenderle ciò che vuole, l’altro per aiutarla a risedersi…

E pensare che ho sempre odiato alzarmi. Preferisco aspettare, fare tutto ciò che c’è da fare e poi, solo poi, sedermi (o sdraiarmi). Con Luna quel “poi” è dopo che si è addormentata. Forse. Da quanti anni va avanti questa storia? Da quando ha iniziato a camminare, certo, quindi abbastanza tardi. Per fortuna. Ma la faccenda non sembra avere un tempo di scadenza.

E’ questo il problema per certi genitori: il punto non è la fatica, il punto è che non finisce.

Per questo voglio un alzometro. Se c’è lo voglio anche elettronico dotato di memoria e capace di calcolare le statistiche. Hai visto mai che riesca sul medio termine a effettuare risparmi di scala sulla fatica, ottimizzando i cicli di seduta-alzata-riseduta?

“Assegno di accompagnamento”, così si chiama la cifra mensile che mia figlia percepisce in virtù della sua condizione di persona con disabilità. Ci sono momenti in cui percepisco il significato esatto del termine “accompagnamento”. Non è una metafora è esattamente quello che occorre fare.

Se avessi un alzometro, potrei anche calcolare a quanti centesimi ho diritto ogni volta che mi alzo per occuparmi di te, figlia mia. Però non funziona a cottimo, perciò tieni presente che se mi fai alzare meno volte, le volte che comunque mi alzerò varranno di più…

Scusate, ora devo alzarmi.

Cavernicoli dei nostri giorni

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thecroodssneakpeek-11413di Irene Auletta

Negli ultimi dieci anni le sale cinematografiche che proiettano cartoni animati, hanno subito vere trasformazioni antropologiche visibili agli occhi del comune spettatore che abbia avuto la pazienza di seguirne l’evoluzione. Se da una parte sono sempre più presenti adulti o ragazzi appassionati del genere, la netta maggioranza è composta da adulti che accompagnano i loro figli che negli anni, sono diventati sempre più piccoli. Una volta, anche come tecnico, sconsigliavo ai genitori l’esperienza prima dei cinque o sei anni e per alcuni bambini era necessario anche andare oltre perchè apparivano disturbati da un’esposizione per loro troppo precoce.

Quando al figlio del protagonista, un giovane e impacciato cavernicolo, accade una certa cosa, il signore seduto dietro di noi che non smette un secondo di commentare quasi fosse comodamente sdraiato nel salotto di casa sua esclama, vedi cosa ti dice sempre papà, si impara dall’esperienza!

Vabbè, sta disturbando da un po’ però almeno fa un commento educativo di tutto rispetto. L’illusione dura pochissimo perchè mi accorgo che alle mie spalle saltella, piagnucola e protesta, un bimbetto di non più di tre anni che dopo circa quindici minuti dall’inizio del film non manca di mostrare tutti i segnali di disagio possibile, rispetto ad una situazione di certo non a sua misura.

Del resto nella sala si possono osservare parecchie situazioni analoghe. Bambini che piangono, che saltano tra le poltrone creando imbarazzo e fastidio agli altri spettatori, genitori che spesso sono costretti ad uscire e altri ancora che si arrendono uscendo dalla sala a metà proiezione.

Tornando al bambino di poco fa, ha passato tutto il secondo tempo a saltare per le scale, spesso rincorso e richiamato dal padre, con un immancabile succhiotto che ha tenuto in bocca per tutto il tempo. Se solo si guardassero e ascoltassero più spesso, i bambini ce la mettono tutta per inviarci segnali di aiuto.

Da uno a dieci, dimmelo quanto ti è piaciuto?

Per fortuna il film è terminato e questa è l’ultima frase che riesce a raggiungermi del fastidioso signore che ho cercato di ignorare per tutta la durata del film, senza riuscire a volte a nascondere il mio fastidio e, in parte, il dispiacere nel vedere adulti così smarriti e confusi.

Scorrono i titoli di coda, accompagnati da una forte musica mentre una bambina che sembra ancora incerta sulla gambe, si esibisce in una danza scatenata con tanto di movimento di bacino, quasi a imitare i movimenti sensuali che spesso scorrono sugli schermi televisivi.

Ci guardiamo noi tre. Vuoi dire che alla fine i più normali sembriamo noi?

Ridiamo della tua battuta e ridiamo guardando nostra figlia che sembra divertita e  assai incuriosita da alcune delle bizzarrie che ci circondano. Così è la vita.

Per una conversazione gentile

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conversazioneIn questi ultimi giorni ho intrecciato una serie di scambi fittissimi tra Facebook e questo blog. Anche se a qualcuno è sembrato che io discutessi di questo o quel tema, in realtà ciò che mi interessava era discutere del modo di conversare. Avevo l’impressione che un segno della profonda crisi in atto sia l’affanno delle conversazioni. Impressione confermata da quelle che ho attivato.

Per questo ho lanciato, sempre su Facebook, il progetto Ragione gentile e poi ho chiamato a raccolta i miei amici facebocchiani per definire le regole di un gioco che mi pare possa essere divertente e al tempo stesso molto istruttivo: un “Match di conversazione gentile”. Rimando a quel luogo per il proseguio di questa idea.

Dopo tanto discorrere, però, vorrei mettere dei punti fermi, che fra l’altro emergono largamente proprio da quel gioco lanciato sul mio profilo Fb e per i quali ringrazio i miei amici che vi hanno partecipato. Non saranno gli 8 di Bersani o i 20 dl Movimento 5 stelle, ma mi paiono altrettanto urgenti…

Regola numero uno: le parole. Discorrere significa interrogare quello che l’altro dice, ovvero le parole che usa esplicitamente. Non quello che voleva dire tra le righe, quello che non ha detto ma secondo me pensava, quello che altri dicono anche se lui non lo dice. Il che implica parlare all’altro usando il tu e l’io (io dico a te, tu dici a me), non il voi a intendere l’intera classe di quelli come lui (voi che dite/fate)

Regola numero due: i toni e gli atteggiamenti. In una conversazione i toni e in generale gli atteggiamenti non verbali vanno anch’essi interrogati perchè suscettibili di interpretazioni molteplici e molto spesso la prima che viene in mente è sbagliata. Non si usa quindi il tono dell’altro per togliere valore a quello che dice e non si interpretano i suoi atteggiamenti a meno di non chiedergli se condivide quell’interpretazione. Se poi la conversazione è scritta e non in presenza, a maggior ragione ogni speculazione sui “toni” è strumentale e certamente non gentile.

Regola numero tre: le cose dette. Una conversazione è un processo, dunque il significato emerge lentamente nel suo corso e quello che rispondo ora a ciò che mi ha appena detto l’altro, deve tener conto di quello che sia io che lui abbiamo detto prima. Aggrapparsi all’ultima cosa detta, come restar ancorati alla prima, senza tener conto del nesso con il discorso nel suo complesso è sostanziale mancanza di rispetto per l’altro.

Regola numero quattro: la struttura del discorso. In una conversazione la struttura del discorso è importante quanto il suo contenuto. Per affermare una qualche verità, occorre che la struttura del discorso sia coerente con la verità che sto affermando. In caso contrario l’altro ha pieno diritto di rilevare la contraddizione e chiedermene conto. Si può inneggiare alla violenza con un discorso violento, non sarà bello ma è coerente ed efficace. Non si può fare il contrario però, come sostenere il valore del rispetto dell’altro in una conversione che non rispetti quello che dice l’altro.

Regola numero cinque: i temi. Le conversazioni si snodano lungo temi di conversazione. A seconda dei luoghi e dei contesti, il tema può essere predefinito e stabilizzato oppure mutevole. Stare nel tema significa rispettare il tema proposto indicando il nesso con ciò che si dice. Ovviamente si può anche cambiare tema se il luogo lo prevede, ma in una conversazione il cambio di tema va concordato. Non si cambia tema, invece, per evitare di affrontare qualcosa che l’altro ti chiede e se lo si fa, l’altro ha pieno diritto di richiamarti al punto.

Regola numero sei: gli obiettivi. Una conversazione ha come obiettivo di fondo l’esplorazione delle ragioni in gioco attorno all’oggetto della conversazione stessa. L’obiettivo è uscire da una conversazione sapendone di più della  propria e della ragione altrui. Non è dunque “aver ragione” nel senso di vincere una sfida. Uscire da una conversazione con la sensazione di averla spuntata ma senza una briciola in più di consapevolezza attorno all’oggetto discusso, nella migliore delle ipotesi è una perdita di tempo. Nella peggiore una sopraffazione.

Regola numero sette: i risultati. Se un discorso costruito in solitaria, serve a far capire cosa penso, una conversazione serve a capire cosa pensa l’altro e a migliorare quello che penso io. Quando ciò non accade una conversazione si riduce a più discorsi che si snodano ognuno per proprio conto e quindi cessa non solo di essere gentile, ma di essere una conversazione.

Regola numero otto: il gioco. Una conversazione è uno scambio di punti di vista attorno a qualche oggetto. I punti di vista si esprimono proponendo il proprio e ascoltando gli altri. Limitarsi a giudicare ciò che mette a disposizione l’altro senza proporre il proprio, invece, è un gioco scorretto come lo è ribadire più volte il proprio senza tener conto delle obiezioni formulate dall’altro

Regola numero nove: il contraddittorio. Una conversazione è uno scambio di giudizi su ciò che viene detto. Ciò che rende legittimo il giudizio sono le argomentazioni che vengono utilizzate a suo sostegno e la possibilità di confutarlo con altre argomentazioni. Non è affatto gentile invece giudicare senza sostenere il proprio giudizio o facendolo con frasi del tipo “secondo me è così” e non sottoponendo il nostro giudizio a quello dell’altro.

Regola numero dieci: valori, relazioni, emozioni. In una conversazione si intrecciano ovviamente anche una serie di fattori non razionali. Se conversiamo di qualcosa che ci interessa, è facile che la conversazione sia attraversata da forti passioni per il tema, da contrasti preesistenti con il conversante, da emozioni di varia natura che rendono meno lucido il nostro giudizio e il nostro modo di stare nella conversazione. Ma tutto ciò non può essere in alcun modo considerato una giustificazione per contravvenire alle prime nove regole. Valori, relazioni, emozioni condizionano una conversazione, proprio per questo queste regole devono essere considerate un patto tra i conversanti per aiutarsi reciprocamente a contenerne il condizionamento e indirizzarlo verso una forma gentile di Ragione.

L’obiezione più probabile, che mi sento di dover anticipare perchè è la prima che mi sono fatto io, è che discorre in questo modo è molto difficile. Infatti. Ma non ho detto che bisogna saper discutere in questo modo. Io sono un pedagogista e un educatore, dunque questi dieci punti, venendo da me, vanno intesi come uno strumento per imparare a conversare. Ed è questo che è urgente.

Clausura, fin che s’apra. Silentium, fin che parli

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Il Vittorialedi Irene Auletta

Così ci accoglie la frase incisa sul battente della porta che ci introduce in un mondo fuori dal tempo, il Vittoriale degli italiani che Gabriele D’Annunzio allestisce dal 1921 al 1938, trasferendosi a Gardone Riviera, sulla riva bresciana del Lago di Garda.

Ci ritroviamo, io e mia sorella, inserite in un bizzarro gruppo di visitatori che comprende insieme ad altri due adulti, sette ragazzi delle scuole medie in gita scolastica. Una dei due adulti è la professoressa accompagnatrice e l’altra è una guida davvero molto brava che riesce a trasmettere chiarezza, interesse e passione, attraverso qualcosa che ripeterà chissà per quante volte al giorno.

La compagnia si rivela assai piacevole perchè mi offre la possibilità di cogliere, anche attraverso i commenti dei ragazzi, particolari visti attraverso i loro occhi oltre a quelli che i miei di adulta cercano di trattenere con avidità.

Giunti nella Stanza del Mappamondo che, come tutte le altre stanze bagni compresi, trabocca di libri, la guida ci dice che contiene oltre seimila volumi.

Seimila libri in tutto? Chiede un ragazzino  coraggioso che con le espressioni del viso sembra chiedersi perplesso e curioso, quanti saranno da vedere proprio seimila libri.

No, seimila solo in questa stanza, in tutto si stima una presenza di circa trentatrè mila libri, risponde gentile e sorridente la guida.

Il ragazzo diventa serio, gli pare impossibile e, mentre io ancora mi sto gustando l’idea di trovarmi in un luogo straordinario della nostra storia, non può fare a meno di volgere all’insegnate uno sguardo in cerca di rassicurazione.

Ma non li avrà letti tutti, vero Prof.?

I suoi compagni ridacchiano e io lo trovo meraviglioso, lui e tutta la scena nell’insieme. Osservo ragazzini curiosi, attenti, educati. Capaci di ascoltare e di chiedere con serietà e con la leggerezza che è il dono della loro età.

La professoressa incrocia spesso il nostro sguardo, quasi cercando una complicità tra adulti e accetta il gioco, invitandolo a pensare a quanti ne ha letti lui finora.

Questi ragazzi mi sono piaciuti tanto e mi hanno permesso di osservare un mondo per me poco frequentato. Anche l’insegnante mi è parsa di quelle che tutti vorrebbero avere come riferimento per i loro figli.

Intorno a noi ci sono tante bellezze, artistiche, storiche ed umane. Riconoscerle e gustarsele è sempre un piacere da non perdere!

I tempi dell’amore

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I tempi dell'amoredi Irene Auletta

Non ci vediamo da tre giorni ma, quando torno a casa, già dormi e devo accontentarmi di guardarti da lontano perchè se ti accorgi del mio arrivo, rischi di rimanere sveglia tutta la notte. Guardarti mi fa quasi male, tanto ho sentito la tua mancanza, pur nella voglia e nel piacere di vivermi un tempo tutto per me.

Aspetterò fino a domattina ma già mi preparo mentalmente all’incontro. Io ti vorrei abbracciare subito, stringendoti forte, forte, ma so che per te è troppo e allora, dovrò mettermi in attesa di un tuo cenno.

Come sempre, dopo una distanza, con te è necessario ricostruire pian piano il momento dell’incontro.

Così, stamane ti svegli, ma quando ti accorgi della mia presenza e del fatto che ti sono vicina, guardi altrove, con quel tuo modo di andare oltre che mi stupisce ogni volta. Non vuoi ancora che mi avvicini troppo, accetti un mio bacio leggero ma ancora non posso andare oltre.

Se esco dalla tua stanza mi chiami, nel tuo modo tutto tuo, ma se arrivo volti lo sguardo, chiudendo gli occhi quasi a far finta di voler dormire ancora. Magari sto sovrainterpretando i tuoi gesti, forse è solo l’emozione.

Incontrarsi nell’amore non è sempre facile e, soprattutto, il gioco dei tempi di ciascuno va curato come una musica dolce. Almeno, per te, ma anche per me, non può essere troppo rock.

Ti aspetto amore, quando sei pronta, la mamma è tornata.

Vegano? buon per te

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Ieri ho seguito con molta attenzione questo video, consigliatomi da un caro amico. Un’ora e venti minuti di conferenza tenuta da un simpatico vegano. Ho del buon tempo da perdere direte voi. Può darsi, ma è stato molto istruttivo. Non nel senso dell’aver imparato come si diventa vegani, ma dell’aver capito come si diventa integralisti.

Il ragionamento è un po’ lungo per un post, armatevi di santa pazienza se volete seguirlo sino in fondo…

Per uno di quegli strani incroci astrali che di tanto in tanto rendono un periodo della tua vita particolarmente denso di incontri simili, succede che io abbia a che fare da più lati con ideologie, metodi, pratiche, stili di vita che oggi, grazie al simpatico vegano, posso definire tutti sostanzialmente integralisti. Ci sono molte ragioni per arrivare a questa conclusione, ma la prima e più sconcertante è  una caratteristica di fondo inaspettatamente comune: mi fanno sentire tutti una merda.

Proprio così, si tratti dell’ultimo movimento politico salito alla ribalta, di un maestro di arti marziali o di un simpatico vegano, il punto non è che loro hanno ragione e tu torto: il punto è che siccome loro hanno ragione, tu hai sbagliato e stai ancora sbagliando tutto. Ne consegue che ti resti una e una sola via: la redenzione. Che significa, in sostanza: pentimento, rinuncia, purificazione e, finalmente, la vita nella Verità.

Consiglio caldamente di seguire passo passo il ragionamento del nostro amico niente-proteine-animali-di-qualsiasi-tipo. E’ convincente, simpatico, accattivante, per nulla supponente, in apparenza. A tratti addirittura umile. A dire che l’integralismo non si insedia nello stile comunicativo, ma nella struttura stessa del ragionamento. E che, di conseguenza, il simpatico vegano, affabile e alla mano, è dieci, cento volte più pericoloso di un vegano arrogante.

In ogni discorso, naturalmente, c’è un pezzo di verità. Dunque anche in quello del simpatico vegano c’è della verità, anche tanta tutto sommato. Il problema non è se quello che dice sia vero o meno, ma se nell’insieme sia coerente oppure contraddittorio.

Per ogni argomento addotto in un ragionamento, esiste sempre almeno un controargomento con lo stesso valore di verità. Il simpatico vegano mostra foto di maialini cucciolosi chiedendo alla platea se sarebbero disposti a ucciderli per mangiarli. La risposta ovviamente è no, visto che il contesto non era un congresso di salumieri. Per estensione il simpatico vegano sostiene che la nostra cultura ammette che ognuno goda dei frutti di atti che non commetterebbe mai in prima persona ma che lascia fare agli altri. Il simpatico vegano chiama questo: ipocrisia. Può essere. Io la chiamo divisione del lavoro.

Ce n’é un bel po’ di cose che io non farei mai in prima persona, che altri fanno e grazie a ciò io posso avere e/o fare cose che non potrei avere e/o fare se non ci fosse qualcuno che le fa. Prendiamo gli assicuratori, i contabili, gli stilisti, gli incursori, persino i politici: i lavori sporchi qualcuno li deve pur fare e sono contento quando altri lo fanno al posto mio. Per altro è una cosa che non è mica iniziata ieri, diciamo così grosso modo, che stiamo parlando di un processo avviatosi qualche decina di millenni orsono. Poi si può continuare a considerarla ipocrisia, io preferisco chiamarla “civiltà”. Persino l’estendersi del numero dei vegani rientra in questo processo: meno gente c’è che mangia carne, più ne posso mangiare io con relativa serenità.

Poi ci sono le deduzioni improprie. Non quelle fiscali, quelle della ragione. Le condizioni di allevamento degli animali per la produzione di alimenti sono disumane, ci ricorda con dovizia di particolari raccapriccianti, il nostro simpatico vegano. Vero, a parte l’uso del termine “disumane” perchè solo gli umani allevano altri animali per mangiarseli, dunque sono sin troppo umane, non disumane. Diciamo dunque che le sofferenze inferte agli animali allevati per alimentazione sono terribili e negli ultimi decenni con gli allevamenti intensivi sono peggiorate esponenzialmente. Questo è un dato di fatto. Terribile quanto si vuole. Ma concludere che di conseguenza bisognerebbe rinunciare all’allevamento degli animali a scopo alimentare, ovvero a una delle strutture antropologiche più antiche che risale ad almeno a ventimila anni fa, è per lo meno azzardato. E’ pur sempre una via e magari ci arriveremo prima o poi perchè le strutture antropologiche sono in evoluzione. Ma al momento quello stesso dato di fatto ammette almeno un’altra conclusione: cambiamo i sistemi di allevamento. E un grazie anche ai vegani che mettono all’ordine del giorno il problema. Due secoli fa l’introduzione delle macchine a vapore nell’industria tessile ha creato condizioni “disumane” di lavoro per milioni di persone, bambini compresi. Io sono contento che la strada scelta sia stata quella di migliorare progressivamente le condizioni di lavoro e non quella di rinunciare alle macchine a vapore. Mi ci vedrei malissimo nei campi a falciare il grano a mani nude o nei boschi a far legna con l’ascia. Del resto se qualcuno vuol falciare il grano a mani nude o tirar giù alberi nel più puro stile boscaiolo del Klondyke, può sempre farlo e, infatti, molti stanno tornando a farlo. Buona vita a loro.

Infine, ogni discorso poggia sul linguaggio che utilizza ed è nel linguaggio che si cela la maggior parte delle trappole integraliste. Non è necessario, ripete più volte il simpatico vegano, “It’ no necessary”. Ma non spiega mai cosa intenda per “necessario”. Dice anche, sin dall’inizio, che il nostro comportamento alimentare dipende dalla cultura di appartenenza. Cosa del tutto ovvia, ma la connotazione che ne fornisce è negativa. La “cultura” viene paragonata a Matrix, metafora felice di ogni paranoia complottista (dopo la Spectre di James Bond) secondo la quale c’è “qualcuno”, spesso non identificato ma in questo caso sarebbe l’industria alimentare, che condiziona le nostre fragili menti a comportarsi secondo i suoi interessi. Saremmo tutti ipnotizzati insomma, dormienti, inconsapevoli strumenti nella mani del Male e il simpatico vegano si presenta nei panni di Morfeus con le pillole rossa e blu d’ordinanza. La scelta è chiara, ora che sai, perchè ora sai: puoi prendere quella blu e continuare il tuo sonno inconsapevole, oppure prendere quella rossa e vivere finalmente fuori da Matrix, libero e nella Verità. Ma se Matrix è la cultura, caro simpatico vegano, non c’è modo di uscirne, perchè la “verità” di noi umani E’ la cultura. Noi adottiamo sempre comportamenti culturalmente determinati, anche quando eventualmente decidessimo di diventare vegani. Provate a proporre il veganesimo a uno dei rifugiati negli immensi campi profughi dell’Africa centrale o a un Inuit della Groenlandia. Oppure, immaginate di proporlo al vostro bisnonno nato e cresciuto in una valle alpina o nelle campagne intorno ad Agrigento. Quello che manca in Matrix è la pillola verde, quella che permette di restarvi dentro, ma in modo consapevole. Questa è l’unica strada che ci sia data, oltre a quella blu, naturalmente. La rossa è la vera illusione, vedasi Into the wild per intenderci.

Dunque “non è necessario” è un’affermazione che per sostenere la propria verità dovrebbe chiarire cosa intenda per “necessario”. Ma appena ci provasse si dissolverebbe. Perchè alla fine non è “necessario”  praticamente nulla di quello che noi umani facciamo. Non era necessario neppure imparare a controllare il fuoco: nessuno altro animale, dopotutto lo fa e ci sono specie che durano da centinaia di milioni di anni facendone a meno.

Caro simpatico vegano, io rispetto la tua scelta. Non vuoi mangiare carne, pesce, uova, latticini e miele? liberissimo. Vuoi convincere altri a fare la stessa cosa? altrettanto libero. Vuoi  sostenere questa scelta con argomentazioni razionali? non solo libero, ma benvenuto: servono a ragionare. Ma piantala di darmi dell’idiota, dell’ipocrita o del senza pietà, per favore. Questo non posso accettarlo, come non posso accettarlo da nessuno degli integralismi che tendono a fiorire in ogni periodo di crisi. Sembra proprio che la crisi di Verità porti un sacco di gente a costruirsi la propria e dichiararla unica.

E a proposito di Verità Uniche, bella l’idea di una “alimentazione compassionevole”. Ma, francamente, trovo sì ipocrita chi abbia più compassione per gli animali che per i suoi simili. Io, per lo meno, me ne aspetto in eguale quantità. Dunque perchè il tuo ragionamento sia coerente sino in fondo, simpatico vegano, occorre che tu sia altrettanto compassionevole nei confronti della mia intelligenza e della mia dignità.

Valga, ovviamente, per tutti gli integralismi in corso che si portano appresso il medesimo difetto: credere d’esser nel Giusto, mettendo gli altri, senza possibilità d’appello, dalla parte dell’Errore, con l’unica possibilità di scegliere tra l’essere stupidi oppure complici.

Lassù qualcuno ti ama

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lassù qualcuno ti amadi Irene Auletta

Ti aspetto al nostro solito appuntamento al tuo arrivo con il pulmino pomeridiano. Oggi cambio di programma perchè devo fare piccole commissioni e  ti propongo di allungare il giro prima di tornare a casa. Dopo la tappa in cartoleria, passiamo davanti alla chiesa di quartiere e tu, senza alcuna indecisione, mi tiri verso l’ingresso e l’interno, irremovibile nella tua decisione di farci un giro.

Di solito queste esperienze le fai con tuo padre ma oggi vuoi coinvolgere anche me in questa tua curiosa avventura. Appena entrate, dopo esserti ben guardata in giro trovi un posto che ti piace e ti accomodi ad ascoltare, con grande attenzione, il silenzio.

Mi siedo lì vicino a te e ti osservo mentre ogni tanto fai piccoli suoi con la voce meravigliata dell’eco che ti risponde nella grande chiesta praticamente vuota. Momento magico. Tu ascolti il silenzio e io prego, come so fare, da laica.

Quando decidi di uscire, ci dirigiamo verso casa cercando di non perdere neppure una pozzanghera per camminarci dentro, ridendo ogni volta come fosse la prima.

Quasi sotto casa ci superano un giovane ragazzo per mano alla sua ragazza e, forse pensando di fare per lei una grande prodezza da vero figo, ti guarda e girandoti le spalle imita la tua camminata dinoccolata e instabile, ridendo di gusto con la fidanzata.

Caspita. In chiesa ero stata così brava e avevo fatto anche qualche pensiero misericordioso. Com’è che ora gli spaccherei subito la faccia e mi ritrovo a fare pensieri così terribili? Tu neppure te ne accorgi e continui a ridere delle mie facce e degli scherzi che non perdo occasione di farti.

Questa è la differenza tra me e un serial killer. Io l’ho solo pensato, e neppure per la prima volta, mentre quel ragazzo neppure se lo immagina. Ma si sarà sentito davvero tanto figo ad imitare la camminata di una ragazzina disabile? Poveretto, non sa che rischio ha corso.

Oggi ho fatto delle belle preghiere per te, amore. La prossima volta però devo farne una anche per me, per le brutte cose che ho appena finito di pensare.

Per fortuna esisti tu, che mi trascini nelle chiese.

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