Duri a morire

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duri a moriredi Irene Auletta

Così sono i pregiudizi e gli stereotipi, passano di storia in storia e alla fine è difficile ritrovarne il punto d’origine. Le professioni che hanno come loro oggetto peculiare le relazioni educative e di aiuto, sono tra quelle fortemente prese di mira e non credo che questo accada per qualche sorta di maleficio ma proprio per la loro caratteristica pubblica e di grande esposizione collettiva.

Gli insegnanti aspettano solo la fine del mese e sono lì a scaldare il banco come i loro alunni.

Mi hanno sconsigliato di rivolgermi ai servizi sociali  … sa com’è quello che si sente dire che poi quando intervengono le assistenti sociali i bambini vengono messi in istituto.

Certi medici dovrebbero fare i macellai … altro che curare le persone!

Insomma, chiunque si può divertire o amareggiare allungando la lista, ma stamane io ho voglia di fare un’altra parte. Non perchè io stessa non sia particolarmente severa verso tali professioni e quindi anche verso me stessa, ma perchè  in molte occasioni credo di aver visto, vissuto e raccontato storie differenti e positive. Inoltre, le generalizzazioni le trovo molto spesso banali, noiose e ingiuste. Essere critici è una cosa, infangare, dar sfogo a luoghi comuni, esprimere polemiche sterili a oltranza è tutt’altro affare.

Mi capita spesso, per professione, di incrociare situazioni di grande sofferenza, di fatiche e di disagio e, tante volte, ho occasione di condividerle con colleghi alla ricerca di analisi e valutazioni che meglio possono adattarsi a quella storia peculiare. Non nego responsabilità ed errori anche da parte nostra, ma è altrettanto vero che raramente si ricevono riconoscimenti per quegli interventi che invece vanno proprio nella direzione giusta e che si configurano come reale aiuto alla persona incontrata, grazie alla competenza e professionalità degli operatori socioeducativi.

Penso a due mie colleghe assistenti sociali alle prese con una situazione assai complessa vissuta di recente. Decisioni da prendere, persone da accogliere e da consolare, emozioni da tenere sotto controllo, ansie da contenere e tanto dolore di contorno. Le guardo muoversi con tatto, lucidità, capacità di interrogare le opzioni possibili e il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte non facili.

Vorrei immortalare quel momento per mostrarlo a coloro che dall’esterno sono capaci solo di sottolineare le mancanze e le difficoltà, ma riesco a trattenerlo solo nei miei occhi. Mi allontano dalla scena con un cenno di saluto, il più è fatto e fra poco quella situazione troverà un suo epilogo, permettendo a ciascuno di ritornare alla propria vita.

Avranno sentito la mia stima in quel frangente? Altrimenti, eccola, tutta per voi.

Scorie relazionali

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scorie relazionalidi Irene Auletta

Leggo articoli, post che girano in rete, commenti e non posso fare a meno di chiedermi da quando la barbarie comunicativa ci ha travolti tutti, come un’onda che odora sovente di marcio.

Voteremo esclusivamente le leggi del nostro programma. E chi non vuole capirlo è un fallito, uno stalker e ha la faccia come il culo”. 

Un mio allontanamento dall’aula per un malessere ha provocato urla del tipo: ‘se ne ha bisogno si metta il pannolone’, pronunciate a voce così alta da giungermi persino nel bagno”. 

Il guaio è che questo tipo di comunicazioni si è infiltrato nelle nostre vite, lo respiriamo tutti i giorni e ha finito con il legittimare comportamenti che ogni volta spostano più in là il confine del lecito, del rispetto, della buona educazione.

Stronza non lo vedi che è diventato verde? Una per tutte, raccolta l’altro giorno passeggiando per una via della mia città.

La cosa che mi dispiace, ma davvero tanto, è che ultimamente ogni tentativo di riportare l’attenzione sui toni e sulle modalità, viene spesso liquidata con la richiesta di andare oltre e di guardare la cosiddetta sostanza, il contenuto. A volte questa affermazione la sento fare anche da colleghi o da persone che in qualche modo fanno della comunicazione un loro oggetto di studio. Aiuto.

A parte il fatto che da molti anni un nutrito gruppo di sguardi pluridisciplinari ha sfondato un portone teorico, affermando che la modalità è contenuto, mi chiedo cosa stiamo insegnando ai giovani, ragazzi e bambini che, ogni giorno, si interfacciano con questi adulti e con il loro modo di esprimersi. Io, più che vergognarmi per loro, sono seriamente preoccupata per quanto si insegna senza consapevolezza e senza alcuna coscienza delle brutture che stiamo lasciando in eredità.

Lungi dall’essere pruriti ideologici i miei timori riguardano la nostra storia, la nostra cultura e quanto passa attraverso le relazioni che quotidianamente si snodano tra le persone.

Come riusciremo a digerire l’esposizione a tutta questa aggressività?

I rifiuti tossici da smaltire, di cui si occupano anche tanti urlatori, possono assumere forme assai variegate e forse è giunto il momento di preoccuparsi anche di quelli comunicativi e relazionali che, a ben vedere, mi paiono altrettanto velenosi e nocivi di quelli ambientali.

Dee da Biffi

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Dee da Biffidi Irene Auletta

La prossima volta ci regaliamo un incontro di lavoro che metta insieme bellezza, leggerezza e le riflessioni sul progetto del nostro gruppo di lavoro!

Ci siamo salutate in questo modo, poco prima delle vacanze natalizie perchè siamo fatte un po’ così, noi del gruppo Amazzone o Penelope, e ogni volta incontrarsi è una sorpresa. La location, la mitica sala da the e pasticceria milanese, ha fatto il resto conferendo all’incontro quel sapore un po’ antico che pare sospendere il tempo o quantomeno rallentarlo.

Per noi tutte questo progetto si nutre dei tempi rubati ai mille impegni di ciascuna e in questi ultimi tre anni ci ha permesso di realizzare tre eventi che, ognuno con la sua peculiarità, ci ha aiutato a crescere e maturare rispetto alla nostra idea iniziale.

Non mancano mai risate e la ricerca della leggerezza è un patto condiviso che va a braccetto con la voglia di approfondimento e ricerca che ci guida sempre nei nostri incontri.

Che ne dite di questo the? I pasticcini non possono certo mancare. Ma secondo voi, come possiamo strutturare le prossime fasi di promozione e riprogettazione dei futuri eventi?

Guardandoci dall’esterno siamo belle, dinamiche e i nostri pensieri si rincorrono per trovare tra loro una migliore armonia. Questa è sempre stata la magia dei nostri incontri, pochi ma intensi, che ci hanno portato a realizzare ogni volta qualcosa che si è trasformato sotto i nostri occhi, quasi a passo di danza.

Per differenza, penso a quegli incontri che durano ore e che si ripetono nel tempo, inconcludenti. Immagino alcune riunioni dalle quali sono uscita sfinita con la sensazione di aver solo perso tempo prezioso da dedicare al lavoro. Ricordo quei luoghi dove si sprecano valanghe di parole, senza concludere nulla.

Progettare vuol dire gettare avanti, esibire, e noi abbiamo trovato un modo per farlo nutrendo la nostra voglia di ricerca curiosa, divertendoci. Il lavoro dovrebbe essere anche questo, proprio per attribuire maggior valore all’impegno e alla serietà messa in gioco.

Chi ha detto che imparare è sempre e solo faticoso e noioso? Speriamo di essere un po’ contagiose perchè, oggi più che mai, abbiamo tanto bisogno di tornare ad innamorarci del sapere, del nostro lavoro e delle forme differenti per incontrarlo.

Chissà che Venere non ci possa aiutare!

Cuori analfabeti

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cuori analfabetidi Irene Auletta

Com’è noto, quando gli eventi accadono nelle nostre vicinanze, ne sentiamo più forte la tensione e il calore, così come mi è accaduto qualche giorno fa rispetto ad un grave incidente stradale che ha coinvolto la giovane figlia di conoscenti.

Ho saputo di tua figlia, mi dispiace molto, immagino la vostra paura e preoccupazione.

Il padre, esibendo una chiara dissociazione tra ciò che contengono i suoi occhi e le sue parole dichiara quasi con tono freddo che sono cose che succedono.

Quante volte ho sentito questa frase da mio padre e da mia madre, di fronte all’inspiegabile, al dolore insopportabile e allo smarrimento provocato da notizie incomprensibili. Ero molto giovane e ricordo ancora bene la voce rotta di mia madre mentre mi annunciava per telefono, la morte di sua madre, mia nonna. Lo stesso ricordo mi raggiunge rispetto ad un’analoga comunicazione da parte di mio padre, ma questa volta riguardava suo figlio, mio fratello. Entrambi incapaci di accogliere una solidarietà dolorosa respinta quasi sempre prontamente con la solita frase, sono cose che succedono.

E’ in tal modo che, molto spesso senza alcuna consapevolezza, si insegna ai figli come rapportarsi con le emozioni forti e affrontare le situazioni di grande difficoltà. Si finisce così, sin da bambini, con il ricevere messaggi precisi che veicolano significati e indicazioni di modalità per stare al mondo.

Smettila di piangere, non ti sei fatto nulla!

Quante volte l’ho sentito dire a genitori o a educatori nei servizi per l’infanzia. Li osservo di fronte al mio invito che interroga il senso di quell’affermazione e la possibilità di introdurre cambiamenti che consentano al bambino di esprimere con maggiore libertà le proprie variegate emozioni.

Mi ci sono voluti anni di lavoro, a volte durissimo, per evitare di ringhiare nei momenti di sofferenza e, ancora oggi, ogni tanto mi scappa. Sono cresciuta confusa rispetto alla gestione del dolore e come molti, da adulta ho dovuto scoprire nuove strade e possibilità per affrontare le “cose che succedono”.

Invito spesso gli adulti, genitori o educatori, a proporre ai bambini la possibilità di piangere e ho di fronte agli occhi alcuni dei loro sguardi perplessi e quasi sospettosi.

Per me è stato un successo poterci arrivare pian piano e di sicuro mi sento bene quando mi ascolto dire piangi pure, ne hai tutte le tue ragioni e la mamma rimane qui, vicino a te.

 

Nuovi acrobati

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nuovi acrobatidi Irene Auletta

Ieri giornata faticosa. Tante le ombre lasciate dalle giornate elettorali trascorse e dai pensieri che si affastellano alla ricerca di un senso, rispetto a quanto accade nel nostro paese e alla sensazione di trovarsi di fronte ad un corpo terrestre che rantola.

Nel frattempo, le vicende degli individui, proseguono per le loro strade, più o meno toccate da quanto gli accade intorno anche in base al loro personale malessere e alla possibilità di assumersi parte di quello collettivo che, per taluni, è davvero insostenibile.

Mi ritrovo per tutto il giorno a raccogliere malesseri, difficoltà, problemi, paure e quando arrivo alla mia lezione Feldenkrais e mi sdraio, sento il peso del mondo. La lezione è perfetta per il mio stato d’animo e si anticipa come occasione per lavorare sui concetti di equilibrio, stabilità, organizzazione, a partire, come sempre si verifica durante queste lezioni, da quanto accade nei movimenti del corpo, dall’ascolto di quel noi che spesso è talmente frammentato da perdersi pezzi di sè in giro per la propria esistenza.

I movimenti guidati da Angela, la nostra insegnante, sono piccoli, delicati e lei ci invita ogni volta a fare di meno e più lentamente, per assaporare i dettagli e affinare la nostra curiosità esplorativa. Quante volte ce lo devi ripetere Angela! Anche qui si vede la nostra difficoltà a smettere di correre, di anticipare i tempi, di essere già orientati al dopo e sempre più disattenti rispetto a ciò che accade ora.

Ci addentriamo in un percorso di ricerca attraverso un movimento antico, le prove del gattonamento, per sperimentare le capacità del nostro corpo di trovare nuovi modi per organizzarsi, per imparare dagli errori e per ricercare il gusto della scoperta e di un nuovo apprendimento.

L’insegnante sottolinea che perdere l’equilibrio è il solo modo per trovare la stabilità, altrimenti si diventa rigidi e incapaci di imparare.

Sono giorni in cui forse per tutti è necessario immaginarsi a camminare in equilibrio su un filo, protagonisti di un circo esistenziale che non fa ridere nessuno e che, al contrario, ha un forte retrogusto amaro.

Proseguiamo la lezione, provando e sperimentando con Angela che ci invita ad osare e a rischiare come condizione per continuare ad imparare.

Cosa avete scoperto questa sera?

Io, che non mollo.

 

Poveri chi?

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poveri chi?di Irene Auletta

Ma ti sembra giusto investire così tante energie per poter fare il proprio lavoro e per trovare sempre nuove strategie per collaborare tra colleghi di diversi servizi?

Ogni tanto mi accorgo che faccio molta meno fatica a dialogare con gli utenti che con alcuni colleghi. Alcuni operatori sono davvero peggio di tanti utenti!

Non mi pare che queste frasi siano particolarmente originali e, quasi certamente, chi come me lavora da anni nei servizi socioeducativi le avrà sentite, o direttamente pronunciate, in non poche occasioni.

Anche pensando alle svariate realtà incrociate tante volte nelle scuole non posso fare a meno di pensare a quante volte gli insegnanti di sostegno mi siano apparsi, loro stessi, come bisognosi di sostegno o comunque molto, ma molto, poco professionali e preparati.

Non so voi, mai io parecchie volte mi sono immaginata nei panni di quel genitore o di quell’utente, sperando di non doverli mai realmente indossare e il pensiero emerso, non mi è apparso affatto bello.

Il clima di difficoltà che stiamo tutti attraversando e che sta condizionando le nostre esistenze, pur essendo una realtà assolutamente tangibile, non può trasformarsi in un alibi e tutti noi abbiamo la responsabilità di assumerci il nostro pezzetto per non scivolare nell’oblio.

Una volta ci si indignava e si protestava, magari anche risultando esageratamente “sopra le righe” o polemici, ma ora sento un clima di resa che mi spaventa davvero tanto.

Mi irrito ogni volta che parlando di qualcuno con qualche difficoltà, anche tra operatori o insegnanti, si intercala con la parola “poverino”.

Fermiamoci seriamente e chiediamoci chi sono davvero i poveretti.

Qualche giorno fa, parlando con una mamma, ho provato una profonda stima per l’analisi che, nonostante la tragica situazione che sta vivendo, è riuscita a porgere durante il colloquio. La reazione mi è arrivata nella testa, nella pancia e anche nella zona del cuore.

E’ difficile considerare poverino chi suscita stima e rispetto.

Come operatori, insegnanti o semplici adulti che attraversiamo il mondo, abbiamo ancora tanto da imparare.

Count(s) down…

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Strana questa fine di febbraio trascorsa scandendo due conti alla rovescia paralleli: la presentazione della nuova associazione, eredità ma anche no del glorioso Studio Dedalo consegnato ormai alla storia, e le elezioni politiche. Se doveva esserci un segno della tradizione nel passaggio dal vecchio al nuovo, eccolo: un calendario locale – serate, seminari, convegni – sempre e regolarmente in conflitto con quello globale – Champions League, mondiali di calcio, elezioni di ogni tipo – . Sia detto a imperitura memoria: non eravamo noi a mettere in agenda cose senza tener conto del Mondo, è il Mondo che ha sempre messo in calendario le sue cose senza tenere in minimo conto ciò che noi avevamo GIA’ programmato in precedenza… Dunque Dedali sembra nascere sotto i migliori auspici.

Visto però che i count down sono due, ne approfitto per augurare la massima partecipazione a entrambe le scadenze. Certo, lungi da me la supponenza di paragonare il futuro della nuova storia associativa a quello del nostro Paese, ma davanti alle urne avremo tutti quanti una grande responsabilità: imprimere una svolta decisiva al passato, raccogliendone il meglio e lasciandoci alle spalle ciò che va archiviato. Non è la stessa scommessa sulla quale nasce l’Associazione Dedali….?

Dunque, per una volta, la sovrapposizione di scadenze sarà virtuosa: tutti alle urne, per lo meno quelli che tengono  a vivere in un mondo più decente, e tutti sabato 23 mattina alla presentazione della nuova Associazione Dedali, per lo meno quelli che vogliono capire se i suoi scopi sono anche i loro e prendervi parte attivamente. Il miglioramento delle cose, dopotutto, parte sempre da quelle più vicine.

 

Intelligenza al plurale

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intelligenza pluraledi Irene Auletta

Momento dell’anno dove si ritirano schede scolastiche e si fanno colloqui con gli insegnanti e i professori dei propri figli. Si portano a casa soddisfazioni, delusioni, incoraggiamenti e speranze.

Tuo padre mi racconta del colloquio avuto con le tue insegnanti e io poco dopo mi ritrovo immersa a leggere il tuo “piano educativo personalizzato”, che traccia un tuo profilo, così per come lo vedono le tue insegnanti.

Non riesco quasi mai a vivere questo momento con serenità perchè devo continuamente lottare con il crampo allo stomaco che mi attanaglia, a fasi alterne, anche la gola. Mi passerà mai? So bene che tu sei altro e che anche le tue insegnanti vedono altro in te ma, i linguaggi a disposizione in occasione di una valutazione, finiscono con il mortificare quello scambio che avviene da anni, quotidianamente, grazie al diario che scriviamo per dare parole a ciò che ti accade, a casa e a scuola.

Insomma, oggi è un po’ come il giorno del mio compleanno che, spesso, mi chiama a fare bilanci, valutazioni, pensieri e connessioni tra il passato e il futuro. Un inevitabile misto di pensieri positivi e preoccupazioni sempre in agguato, in netto aumento, con il passare degli anni. Mi preoccupa, infatti, il tempo che scorre e corre ma solo perchè penso all’impegno necessario per starti vicino, aiutarti, continuare a insegnarti tenacemente e, semplicemente, essere tua madre.

Prima di scivolare in una versione psico-noir della giornata, mi arriva in soccorso una battuta sulla tua intelligenza che mi spinge ad andare oltre. Di quale intelligenza stiamo parlando figlia mia se quello che leggo potrebbe riguardare senza problemi un bambino di pochi anni?

Ci aiutiamo, io e tuo padre, elaborando pensieri e ragionando insieme sulle forme della tua intelligenza che, evidentemente, vanno ben oltre le elementari competenze che ti vedono ancora in affanno. E’ vero, mi ricordo ancora il sollievo di fronte alle teorie delle intelligenze multiple e alla ricerca delle tue possibili. Dobbiamo assolutamente impegnarci a trovargli un nome anzi, dei nomi, altrimenti la faccenda è ancora troppo debole.

Da stasera ci proviamo e partiamo da qui. Come si potrà nominare quella tua capacità di esserci, di stare nell’incontro e nella relazione, di riempirci spontaneamente la vita?

Insegnare a proteggere

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protezionedi Irene Auletta

In una supervisione di un gruppo di educatori raccolgo domande e pensieri.

Mi trovo in grande difficoltà quando durante il mio intervento a domicilio assisto a scene in cui la madre maltratta suo figlio. Le aggressioni sono sia fisiche che verbali e io, oltre che a tentare di smorzare la tensione, non so che fare.

Mi è capito di osservare lividi sul corpo di un ragazzino che seguo da un paio di anni e di sapere che l’aggressore era stato il fratello più grande. La madre è a conoscenza del fatto ma tende a giustificare il comportamento del figlio maggiore, dicendo che il piccolo è davvero una peste.

In una delle famiglie con cui lavoro c’è un padre violento, soprattutto con i suoi due figli, ma la madre sembra sottovalutare il problema e per me è difficile affrontarlo direttamente.

Mentre ascolto le parole mi raggiungono forti anche le emozioni che le accompagnano di fatica, disagio, difficoltà e, accogliendo i racconti, cerco di tenere tutto insieme per non perdere il valore delle differenti comunicazioni. In occasioni come queste è molto facile fare scivoloni sia nella direzione del giudizio verso quei genitori, che verso una sorta di tecnicismo che si aggrappa a procedure e doveri, perdendo di vista la storia degli individui e le valutazioni possibili.

E’ troppo facile, e sicuramente non sufficiente, dire che alcuni comportamenti non possono essere ammessi, che non è questo il modo di comportarsi, che di fronte ad alcune azioni possono scattare denunce. Chi si occupa di interventi socioeducativi nell’ambito della tutela minorile, sa bene che argomenti come questi sono all’ordine del giorno e che richiedono attenzione e serietà da parte degli operatori che li trattano.

E chi si occupa di educazione quale contributo può offrire, a partire dalla peculiarità del proprio sguardo professionale? Domanda difficile che spesso trova risposte nel tentativo di molti educatori di impossessarsi di linguaggi altrui, psicologici o sociali, per dare un senso a ciò in cui si ritrovano coinvolti. Come se in alcune occasioni il sapere pedagogico si mostrasse troppo debole o sopraffatto dalle analisi altrui per dare spazio alla propria.

Penso a cosa ho fatto io quando mi sono ritrovata in situazioni analoghe come educatore e a cosa faccio, oggi, quando come pedagogista raccolgo storie simili dagli educatori o direttamente dai genitori. Chiedermi cosa possono insegnare alcune esperienze è il mio orizzonte sicuro e, orientadomi verso di esso, di solito mi avvio in una ricerca che cerca di essere attenta e rispettosa delle difficoltà, delle fragilità e dei limiti che incontro. Pensiamo troppo spesso che proteggere i propri figli sia un’azione istintiva e normale, che la si deve saper fare perchè così è scritto. Ma dove?

A volte è necessario chiedersi cosa le persone che abbiamo di fronte sono ancora in grado di imparare e, se ci pare di individuare qualche fessura di possibilità, pensare anche insieme a loro gli interventi necessari, coinvolgendoli nella loro stessa vita e facendogli intravedere percorsi di crescita e di cambiamento.

Mi ritrovo a pensare che se riesco a far sentire protetti gli educatori mentre ne parlano, posso introdurre il tema della protezione anche verso i genitori, affinchè la possano imparare e rivolgere  ai propri figli.

Una mia grande maestra, a proposito dello sguardo rivolto ai bambini, mi ha insegnato l’importanza di distinguere l’azione cattiva dal bambino che la compie. Anche i genitori che compiono cattive azioni, che rimangono tali, possono essere guardati con lo stesso sguardo. Forse proprio lì, da quella prospettiva, è possibile ascoltare cosa ci può suggerire l’educazione.

Tenerezze inattese

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tenerezze inattesedi Irene Auletta

Chiacchiere dal parrucchiere. La signora seduta al mio fianco conversa con la vicina e sta raccontando delle sue difficoltà di salute da quando assume il cortisone.

Lo prendo da tredici anni e non posso più farne a meno, perchè appena smetto mi sento molto male. E’ come una droga e all’inizio è stato un vero inferno…. Anche l’appetito non è sano e infatti, anche questo strano gonfiore in tutto il corpo, la dice lunga.

Mi perdo nei miei pensieri pensando a te che sei in questa trappola da tanti anni e hai solo quindici anni. Stai male se non lo prendi e stai male mentre lo prendi. Le cure per le malattie complesse sono così e alla fine si perde il confine tra i problemi legati alla malattia e quelli conseguenti la cura.

Mi riprendo perchè mi accorgo che la signora si sta rivolgendo proprio a me. Avrà sentito il rumore dei miei pensieri mentre mi chiede se per caso è capitato anche a me?

Tento un mezzo sorriso e dico che conosco indirettamente l’esperienza perchè la faccenda riguarda mia figlia, cercando di rimanere molto sul vago. Ma la signora, che potrebbe essere tranquillamente mia madre, non molla e mi chiede della tua età.

Quando le dico dei tuoi quindici anni le compare un sorriso da nonna e con molta tenerezza mi rassicura sul fatto che passerà, che oggi la scienza ha fatto passi da gigante e che una ragazza della tua età sicuramente guarirà, completamente.

Se sapesse.

Le sorrido anch’io e penso ai bizzarri tentativi della mente di fronte alle cose che non si riescono ad accettare. D’altronde accade anche a me ogni volta che mi parlano della tua situazione sanitaria “complessa e multiproblematica”. Mentre le mie orecchie sentono distintamente queste parole, la mia pancia ne trattiene ben altre permettendomi di andare ad ingrossare quelle fila che, anni fa, un pediatra di mia conoscenza definì “delle mamme che sembrano cretine”. In queste occasioni, mentre nel cervello mi risuona solo la parola “grave”, mi accorgo che annaspo, cerco di lottare contro l’ondata di magone, distolgo lo sguardo per riprendere fiato. Forse sono queste le reazioni che spingono alcuni medici a scambiare le madri come me per cretine.

Per fortuna arriva il mio turno e il mio parrucchiere mi accoglie con il suo incredibile sorriso pieno di tanta storia. Sempre il solito biondo per la mia ragazza preferita?

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